martedì 18 ottobre 2011

Rimuginando con l'ultimo Infedele: i giovani e il bene comune

Rimuginando con l’ultimo Infedele: i giovani e il bene comune I giovani inventano nuove modalità politiche – orizzontali – e nuovi linguaggi. Avevamo visto la scalata e l’occupazione dei monumenti e poi gli scudi con i classici (l’Eneide, I promessi sposi) a difendere la cultura insidiata. Poi le parole d’ordine dei primi indignados, i giovani spagnoli del maggio scorso): Democracia real Ya/ Democrazia reale subito, Non abbiamo eletto i banchieri, etc. Ora la casta dei politici ignorata e l’immagine in cartapesta dei Draghi che alludono all’unico interlocutore, nemico vero. E poi, in tutto il mondo quel Siamo il 99%. (ma non riusciamo a contare lo stesso perché – immagino – non sappiamo di esserlo oppure perché le “contraddizioni in seno al popolo” rendono inerme la maggioranza). All’Infedele ieri ne abbiamo visto altri sviluppi. Gli accampamenti con le tende in piazza Santa Croce in Gerusalemme, come in tutto il mondo più spesso accanto ai luoghi del potere (pulsione all’espropriazione ovvero a una riappropriazione collettiva). Il rifiuto della rappresentanza ovvero l’assenza di leader (se il portavoce non ne sarà prima o dopo il sinonimo). E poi i nuovi linguaggi non verbali con l’approvazione e la disapprovazione espresse con l’agitare le mani in alto o con l’incrociare le braccia (per non interrompere chi parla e per “marcarlo” con feedback continui). E infine nel movimento l’espressione più insidiosa, maturata nel referendum contro la privatizzazione dell’acqua: il Bene comune come spazio sottratto al mercato, uno spazio che si allarga o può allargarsi al territorio, all’ambiente, alla cultura e alla scuola, alla sanità e che potrebbe – teorema dopo teorema -allargarsi ancora fino a sopprimere il mercato. Lo slogan della Fiom , Il lavoro bene comune, è già a un passo da quella conclusione. Dicono però che Il Bene comune vuole essere solo un terzo spazio, diverso dal privato e dallo statale. Diverso dal privato è chiaro, diverso dallo statale o pubblico (stato, regione, comune) un po’ meno. Anche se i fautori del Bene comune debbono erigere salutari barriere semantiche per l’assonanza con l’impronunciabile Comunismo. Noi che non siamo nostalgici o “ideologici” aspettiamo di capire come si disegnerà tale spazio comune non burocratico, non stagnante, che vuole essere diverso dal socialismo reale conosciuto. Intanto Stracquadanio non ci sta e all’Infedele demistifica a suo modo lo spazio insidioso del Bene comune, mostrandone le ascendenze statalistiche. Egualmente, il campione dello status quo irride alle ipotesi di salario di cittadinanza che – orrore! – sarebbe pagato da bilancio statale ergo dal debito pubblico in cambio di nessun lavoro, per fare niente. E fortunatamente Stracquadanio non conosce o dimentica la proposta di una dote di cittadinanza – per lo studio, per l’inserimento sociale - cui aver diritto per il solo fatto di essere nati, proposta rilanciata dall’odiato Draghi (odiato da Stracquadanio e dai suoi avversari, insomma da tutti). Lerner è tollerante come non mai con i suoi giovani ospiti in studio e da piazza Santa Croce in Gerusalemme. Nel passato avrebbe rintuzzato con ira chi pretendesse di suggerire inquadrature o di passare parola al compagno. Anche lui probabilmente vittima dei sensi di colpa verso la generazione tradita. Sui violenti incappucciati solo qualche accenno. L’implacabile Stracquadanio interessato a non separarli dai manifestanti pacifici e la Dominijanni che spiega – pare ci sia bisogno di spiegarla – la differenza fra comprendere e giustificare. Se ho capito bene, per condannare incappucciati o altri bisogna rigorosamente non capire, non capire da dove vengono, cosa li ispira, dove vanno. Diversamente si è complici. Io, invece che credo di poter capire e condannare insieme, trovo sul web un blog - paesaniniland – dove un post intitolato “Ma i black bloc non sono dei delinquenti” confronta le immagini delle devastazioni dei nuovi Lanzechinecchi con il “manifesto dei futuristi” del 1909 inneggiante alla violenza, alla distruzione di monumenti e musei, in nome della lotta al passato. Si propone anche alla generazione che seguirà di eliminare tranquillamente gli stessi autori del manifesto in nome del diritto dei giovani al potere. L’autore del blog simpatizza con buona evidenza con gli uni e con gli altri e magari con i talebani che in Afghanistan distrussero le statue del terzo secolo del Budda perché preislamiche. E’ interessante, molto interessante, interessante nel senso di terrificante. I talebani sono anche fra noi. A differenza degli Stracquadani capisco qualcosa delle loro ragioni e - così dicono - ne divento complice. Anche se, da uomo del secolo passato, sono legato ai monumenti e ai musei e le ragioni degli incappucciati/futuristi mi fanno orrore. Il movimento comunque, al netto degli incappucciati, tiene la sua rotta. Il nemico è la finanza, è l’economia di carta che tiene in scacco il mondo. Il nemico è Draghi, è Profumo, è Soros. Lerner, alludendo alle proprie radici etniche, vi fa un lieve accenno, un accenno alla finanza ebraica demonizzata dai nazisti e dai loro precursori. Ma è un terreno scivoloso su cui non conviene insistere. Perché nemici del movimento – guarda un po’ – sembrano essere quegli uomini di finanza che più appaiono sensibili alle ragioni dei giovani. Forse perché non hanno molto da perdere, forse perché l’economia di carta è meno esposta alle istanze espropriatrici dei fautori del Bene comune. Assai più esposti ed espropriabili sarebbero i patrimoni visibili della Fiat degli eleganti fratelli Elkan e il Billionaire di Briatore, che però non sono nel mirino. Sono nel mirino al più i manager, i dirigenti, con i loro smisurati compensi. E come contenerli senza ferire anche qui il mercato? Un po’ più facile è aggredire i calciatori che avrebbero (posto che sia vero) rifiutato il loro bravo contributo di solidarietà (quando era in agenda) ed Eto’ che emigra in Russia per guadagnare qualche milione in più. E’ più facile perché le loro prestazioni sono osservabili (ripartenza, dribbling, gol) mentre l’amministratore delegato non sappiamo davvero se sia un imboscato privilegiato o un insostituibile produttore di ricchezza e occupazione. Resterebbe la domanda: “che diavolo faranno Eto’ e Marchionne, raddoppiando le loro retribuzioni, con i loro nuovi milioni di euro, che sembrano valere più della dolcezza della vita milanese e della civiltà canadese?” E’ una domanda “filosofica” –pare- cioè sterile che magari mi pongo io solo, con la presunzione di considerarla una domanda importante. Non seguo per intero l’Infedele. Spengo prima, stremato da domande (che mi porto a letto) troppo stressanti per un pover’uomo del secolo passato. *http://paesaniniland.blogspot.com/2011/10/ma-i-black-block-non-sono-dei.html?showComment=1318859855160#comment-c1737570071382843636

mercoledì 5 ottobre 2011

La generazione sfruttata a Presadiretta

Non so se chi ha visto domenica scorsa la puntata di Presadiretta dedicata alla “Gioventù sfruttata” ha provato sentimenti simili ai miei. Penso di sì. I miei sono stati: incredulità, indignazione, collera, prostrazione, impotenza. Racconto quel che ho visto per chi ha perso la puntata che ovviamente potrà recuperare via internet. Spero poi che si sappia arrivare a qualche utile conclusione. Il gruppo dei giornalisti coordinati da Roberto Iacona ha intervistato il mondo variegato dei giovani precari. I giovani intervistati, laureati o diplomati, erano impegnati in rapporti di lavoro penalizzanti e con assoluta incoerenza fra forma contrattuale e natura della prestazione lavorativa: partite iva e stage, soprattutto. Abbiamo visto e ascoltato giovani archeologi – prevalentemente archeologhe – di fatto al servizio di “società archeologiche”, con partita iva e un faticoso e delicato lavoro fra gli scavi, denunciare retribuzioni di 400 o 500 euro, meno della metà dei manovali che, con contratti meno “atipici”, lavoravano al loro fianco. Nessuno ha detto, come si sarebbe detto una volta: “ A saperlo non avrei perso tempo a studiare”. Forse per pudore, forse per rassegnazione, forse per rispetto del lavoro altrui, forse addirittura, mi vien da pensare, perché ci sente, oltre che sfruttati, gratificati per il fatto di svolgere un lavoro voluto e ricco di significato. Comunque questa è l’attenzione che il paese che ha ereditato, ovviamente senza merito, il più grande patrimonio monumentale, artistico e culturale dell’umanità dedica a chi questo patrimonio dovrebbe mettere alla luce, interpretare e custodire. Gli architetti ascoltati nel servizio stavano peggio. Erano stagisti senza remunerazione eppur quasi compiaciuti di lavorare accanto al grande Fuksas. Il quale non aveva però parole incoraggianti. Tendenti a zero secondo lui le opportunità degli architetti italiani di vivere di architettura. Più ragionevole riciclarsi nei call center o nei bar o, se dotati di un minimo di risorse familiari, fare i ristoratori. Questo del resto già avviene. I giornalisti, praticamente quasi tutti i giornalisti, sono precari e pagati fra 15 e 30 euro a servizio (spese comprese). Molti e molte arrotondano come babysitter o simili. Coraggiosamente Iacona chiariva che i suoi collaboratori non facevano eccezione. Free lance e partite iva anche loro. I diplomati visti a Presadiretta stavano anche peggio. Assai peggio i pochi rimasti a lavorare in Blockbuster. Licenziati i dipendenti con contratto di lavoro a tempo determinato, i sostituti aprono il negozio al mattino, lavorano tutto il giorno e chiudono a sera. Sono stagisti retribuiti con pochi euro di rimborso. Tutti, laureati e diplomati, ricattati: meglio questo che niente, meglio questo quasi niente che comunque tiene aperto un lumicino di speranza. Poi il confronto con l’ariosa Barcellona. Lì i giovani italiani fuggiti dall’Italia delle amicizie e dei favori sembravano aver trovato l’Eden. I dipendenti tutti “regolari” a tempo indeterminato, alcuni in breve assurti a ruoli dirigenti; altri diventati imprenditori di successo, con supporto efficace della burocrazia, etc. Certo, alcuni conti non mi tornano. La Spagna ha un tasso di disoccupazione ufficiale assai più alto di quello italiano ed è il paese che ha avviato sulla spinta della disoccupazione giovanile la stagione degli indignados. Ho voluto escludere una selezione spregiudicata degli intervistati operata da Iacona. E allora? L’unica risposta che mi è rimasta è che i giovani italiani in fuga siano più brillanti e competenti dei coetanei spagnoli e che la Spagna pur nell’emergenza finanziaria e occupazionale, meno malata dell’Italia, sia ancora interessata a riconoscere e valorizzare la competenza. 70.000 giovani ogni anno lasciano l’Italia che li ha nutriti e istruiti, come se questo paese spendesse senza investire, disinteressato o incapace di recuperare quanto speso. E’ possibile questa follia? Qualcosa mi sfugge. Cosa?

domenica 2 ottobre 2011

Della Valle e Gelmini: se non si sa di non sapere

Diego Della Valle ha pagato a caro prezzo (in euro sonanti) il clamore suscitato dalla sua uscita sui principali giornali italiani, POLITICI ORA BASTA. E molti a chiedere “che ci guadagna?”, “a cosa punta?”. E’ costume nazionale - o forse costume umano - dubitare del disinteresse, della gratuità di qualsiasi investimento. Adoriamo diffidare. Di tutto, compreso il mecenatismo e l’impegno sociale e politico non retribuito. Io invece credo alla gratuità dell’impegno di Della Valle per il suo Paese, come alla gratuità dell’amore filiale, materno, etc. L’ho detto e vado avanti. Naturalmente le reazioni sono state diverse a seconda che Della Valle appaia potenzialmente un avversario (per la destra), un concorrente (per la sinistra) o un amico (per il centro casiniano/montezemoliano). A me pare che nel manifesto di Della Valle manchi una diagnosi delle ragioni del disastro. La cosiddetta classe politica sembra una sventura venuta dal nulla o da Marte. Manca anche una proposta di metodo per la formazione di una nuova classe dirigente. Riforma elettorale? Primarie? Limite ai mandati (tre, due, uno)? Divieto di far politica per gli inquisiti? Legge rigorosa sul conflitto di interesse? Acquistare all’estero i politici? Nessuna risposta.
Fra le critiche (in mezzo a elogi ed elogi a metà) non ho riscontrato quella relativa al linguaggio e all’italiano del manifesto di Della Valle. Il manifesto, in trentaquattro interminabili righe, dice quel che era già nel titolo. POLITICI ORA BASTA. Mi viene in mente l’ansia del compagno di banco al liceo che mi chiedeva “tu quante pagine hai scritto?” Ma esaminiamo le tre righe conclusive che ribadiscono quanto detto nelle trentuno precedenti, di cui do il link in nota. 1)
A quei politici, di qualunque colore essi siano, che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e di amor proprio per le sorti del Paese, saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi.
Di qualunque colore siano qualifica il linguaggio che il democratico Andrea Sarrubbi classifica correttamente come “da bar” nel pezzo “Bar Diego” del suo blog.2) Diciamo pure che Della Valle vuole parlare agli italiani al bar. Altrimenti avrebbe detto: “A qualunque schieramento appartengano “ oppure “siano di maggioranza o di opposizione”. Ma deve rivolgersi a quelli che, stando al bar, non hanno molto tempo per studiare le parole giuste. A Della Valle sfugge che al bar la comunicazione verbale è accompagnata da quella paraverbale (sospiri, il tono che si alza o si abbassa) e da quella non verbale (scuotere la testa, sorridere, etc.). Di questo non dispone la scrittura.
Una perla preziosa, effetto della inerzia e vischiosità del linguaggio, è in quello “amor proprio” per le sorti del Paese. Ma amor proprio non significa “amore, stima per se stessi, autostima”? No, “amor proprio per le sorti del paese”. Non avrà riletto. Infine “A quei politici …. saremo in molti a volergli dire di vergognarsi”. “A quei… volergli”? D’accordo, all’università non ho neanche sostenuto l’esame di italiano e al bar anch’io ripeterei forse il complemento di termine “A quei… “volergli” e lo ripeterei con gli singolare invece che con loro plurale. Peraltro gli per il plurale non è per la verità neanche scorretto. Qui il linguaggio parlato recupera i modi della grammatica più antica, quella Di Boccaccio, ad esempio. Potremmo dire che lo gli di Della Valle ignora le convenzioni attuali del linguaggio scritto oppure che Della Valle sbagliando indovina. Ma il patron della Tod’s ha pubblicato un manifesto sui massimi giornali italiani e con l’ambizione di redigere un manifesto “storico”, ritengo. E allora arrivo alle considerazioni che mi interessano e non sono state fatte. Della Valle non dispone di un ghostwriter , di uno che traduca i suoi pensieri in un italiano meno sciatto, più nitido e pulito che possa accompagnare un documento alla storia? Eppure disponiamo di migliaia, decine di migliaia di laureati in lettere e di vituperati laureati in scienze della comunicazione . Ricordate? “Ma come pensa di poter lavorare con quella laurea inflazionata”, provocazione di un celebre giornalista a un giovane laureato disoccupato in un talk show, variamente replicata poi da ministri della Repubblica. Si è sprecata l’ironia sul comunicato della Gelmini, a proposito dei neutrini che avrebbero attraversato la famosa galleria. Non aveva scritto lei il comunicato, si è difesa la ministra. L’autore, vero o presunto tale, si è dimesso dall’incarico (no, non è finito senza lavoro), a tutela del buon nome della ministra. Nessuno è tenuto a sapere dei neutrini e nessuno a sapere del complemento di termine. Però, come ha detto qualcuno, “bisogna sapere quel che non si sa”, insomma essere consapevoli delle proprie ignoranze. La Gelmini ha dimostrato di non avere tale conoscenza se ha scritto lei il comunicato o di non aver conoscenza dei limiti dell’incaricato, da lei scelto con tutta probabilità per motivazioni diverse dalla competenza. La stessa ironia allora dovremmo rivolgere alla pagina di Della Valle che ha dimostrato di “non sapere di non sapere” l’italiano. E vero, la pagina di Della Valle è coerente con le modalità espressive populistiche dei nostri tempi . Lo scritto è assimilato all’orale di cui replica la melodia e, non disponendo di toni e sospiri, rinuncia alla chiarezza dell’informazione e sposa l’ambiguità. All’indomani della gran seduta del 29 luglio dell’ufficio di presidenza del Pdl che sanciva la cacciata di Fini, mi capitò di leggere una bella analisi linguistica del documento di quel partito, sciatto né più né meno di quello di cui sto discutendo. La lettura, puntualissima e critica, era opera di un giovane filologo italiano, rigorosamente disoccupato in quanto filologo e italiano. E si capisce perché i nostri bravi laureati in lettere e scienze della comunicazione debbano restare inoccupati. E’ un tema che sollevo periodicamente qua e là, senza fortuna, quello della competenza degli imprenditori. Sui saperi e le competenze dei politici è gioco facile. Tutti ci siamo o stupiti o divertiti o indignati per le interviste volanti di qualche tempo fa delle Iene ai parlamentari. Confondevano il Darfur con una marca di caramelle, sbagliavano di decenni e secoli le date della scoperta dell’America e della proclamazione del Regno d’Italia; dimostravano ignoranza grave del testo della Costituzione, etc. Ma gli imprenditori? A loro si contesta al più di essere imprenditori. Di spostare l’azienda dove essa è più redditiva. Sì, magari il sindacato e l’opposizione diranno che l’imprenditore non ha saputo capire che quella impresa a Termini Imerese o in Sardegna può avere un brillante futuro. Ma è ovvio che si tratta di un copione scontato. Non mi è mai capitato invece di sentir contestare all’imprenditore di essere incapace di valutare la qualità dei suoi dipendenti. Non si contesta ai giovani virgulti di Confindustria, eredi di fortune familiari, di non essere preoccupati abbastanza della propria formazione sì da dover tutto delegare a costosissimi manager. E non si contesta a Della Valle di non saper delegare la scrittura del suo manifesto, di non sapere di non sapere, esattamente come la Gelmini. Se i nostri ministri e i nostri imprenditori credono di sapere siamo veramente fritti. Per fortuna io, radicalmente socratico, so di non sapere praticamente nulla. Di questo sapere mi accontento.


1) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2011/10/01/pop_dellavalle.shtml
2) http://www.andreasarubbi.it/?p=6675

venerdì 30 settembre 2011

Xenofobia e vari preconcetti

Vado al cinema per un film – Cose dell’altro mondo – che mi delude. Ottimo spunto e buone intenzioni sprecate. Il razzismo opportunistico presente nella società veneta che vede avverarsi l’auspicio lungamente formulato. Da un giorno all’altro, misteriosamente, gli odiati immigrati non ci sono più. Non ci sono più infermiere e badanti, operai e mungitori. Tutto si ferma. E avviene di conseguenza la conversione dei cuori: il riconoscimento del valore dell’altro. Praticamente l’effetto che lo sciopero degli immigrati di qualche mese fa avrebbe voluto realizzare, senza successo. Il film però è noioso e la noia non giova alla causa.
La “mia” Ostia non è il Veneto o quel Veneto. C’è una buona integrazione, bambini di tutti i colori giocano e studiano insieme, molte coppie sono bianco/nere . Spesso nella coppia è visibile lo scambio, quando lui, ad esempio, ha 20 o 30 anni più di lei. Tu mi dai la giovinezza, io ti do la cittadinanza. Dobbiamo abituarci, senza troppo giudicare, a tante cose, anche al ritorno del vecchio matrimonio di convenienza. Però anch’io ho bisogno di tempo perché non è facile smettere le vecchie lenti. Incontro talvolta in metro una coppia sicuramente interrazziale, con un bambino di qualche mese. Lui romano che più non si può, trasandato, sciupato, fra i sessanta e i settanta. Lei bionda, gradevole, slava, più o meno ventenne. E’ sempre lui a tenere in braccio il bambino. Lei non parla e non fa niente, tranne porgere il biberon, a richiesta dell’uomo. Lui si rivolge sempre al bambino che vezzeggia e pare adorare. Ho sempre dato per scontato che l’uomo fosse il nonno e la madre gli fosse nuora. Il pregiudizio era evidentemente così radicato da non essere scalfito dalle parole del “nonno” fra un bacio e una carezza “amore mio, bello di papà”. Anch’io ogni tanto mi rivolgo a mio nipote con un “bello di mamma”. E’ solo lei, improvvisamente parlante, che fa crollare il pregiudizio, quando dice qualcosa come “stai bene con papà?”.
All’uscita dal cinema però vedo una scena finora non vista. Un’adolescente bianca 14/15 anni e un adolescente nero coetaneo che si scambiano un bacio. Una immagine più convincente del film. Non è il bacio degli adolescenti o dei giovani, coppie bianche o miste, cui assisto abitualmente, il bacio esibito in pubblico e prolungato, non per il piacere di scambiarlo ma per una (inutile) provocazione sociale. Questo è un bacio semplice e veloce. Spontaneo, senza scopo alcuno. Di due adolescenti che hanno già vinto e non hanno conti in sospeso. Un’immagine più persuasiva di ogni insistita pedagogia anti-razzista.
La sera decido di andare in piazza per il concerto di Mariano Apicella. L’alternativa, in altro spazio sarebbe l’incontro dibattito con D’Alema. Nell’intervista con Zorro, il blogger, D’Alema piglierà le distanze da Pacs, Dico e dalla Concia. Non ho perso nulla. Mi interessa di più Apicella. Mi incuriosisce il pubblico. Come sarà? Applaudirà, come sere prime un pubblico diverso applaudiva le digressioni politiche della Mannoia? O qualcuno fischierà, come osservato con la Vanoni durante un exploit forse mal congegnato contro il premier? Guarda un po’ dove cerco i segni del cambiamento del clima politico. Vado. E appena seduto, con moglie accanto, mi accorgo che il problema sono io più di Apicella e del pubblico. Chiedo a mia moglie: “Tu applaudirai?” . “Ci penserò”. Insomma non mi risponde. Ma io sono meno spontaneo di mia moglie e degli adolescenti bianconeri che si baciano. Se meriterà l’applauso, lo applaudirò? O non potrò perché mi sembrerà di applaudire il premier? Ma, se farò così, non dovrò controllare poi la fede politica del mio macellaio? Dove stiamo andando, accidenti? Apicella è abbastanza gradevole e professionale. Nessuna digressione politica, diversamente dalle “mie” Mannoia e Vanoni. Poi il pubblico. In prima fila signore popular chic ingioiellate e troppo chiaramente sue fan, sue di Apicella e sue del premier. Dialogano con il cantante e lo applaudono con calore. Vicino a me donne e uomini che applaudono con le mani alzate per esprimere consenso assoluto. Con sorpresa, davanti a me applaude allo stesso modo un giovane cui avevo pregiudizialmente attribuito appartenenza ai radical chic, notoriamente avversi al governo attuale e al suo stile. Come può applaudire un giovane in jeans e con polo dal colletto, con trascuratezza snob, metà dentro metà fuori il maglioncino a V? Questo doveva essere un giovane che partecipa alle liturgie antiberlusconiane, non che applaude Apicella. E io? Proprio l’entusiasmo dei fan mi convince a non applaudire comunque. Ma, insomma, non si può dire che mi goda il concerto. Fra l’altro ho mia moglie a sinistra (in tutti i sensi), con le mani rigorosamente in grembo, e una signora a destra (in tutti i sensi) che è fra le più accanite con le sue braccia alzate in applausi continui. E poi mi scruta, prima come per interrogarmi “perché non applaudi?”, poi critica severa ad ogni mio mancato applauso. Temo di aver avvelenato un tantino la sua serata. Termina infine il concerto e mi vien fuori un applauso di congedo. Di compromesso. Di liberazione. Di pacificazione. Con Apicella. Eventualmente col mio macellaio. Un auspicio di tempi meno faziosi.

martedì 27 settembre 2011

Cosa siamo diventati


Mi serve davvero come appunto personale. Praticamente non ho nulla da aggiungere, se non il titolo di questo post, a commento dell’episodio di cui abbiamo avuto tutti notizia. Domenica mattina, nello storico Caffè Platti di Torino, una donna di 66 anni, frequentatrice abituale del locale, si è chiusa in bagno e si è sparata alla testa. Il locale non ha ritenuto di sospendere l’attività. Quando informati dell’accaduto, con l’arrivo dei vigili del fuoco prima e dei necrofori dopo, alcuni clienti sono andati via, altri sono rimasti a consumare vari rinfreschi che il bar ha continuato a servire ai tavoli. Una foto, da archiviare perché tanto rappresentativa dei tempi che stiamo vivendo (che abbiamo scelto di vivere), mostra signore sedute all'aperto che volgono il capo verso il furgone che porterà via il cadavere; un'altra resta così com'era seduta, con le spalle al furgone, occupata con un oggetto (un cellulare, è probabile) in mano. Avrei potuto annotare prima – mesi fa, anni fa – fenomeni analoghi. Gli accaldati bagnanti sulla spiaggia, fra un tuffo e l’altro, con al centro un cadavere pietosamente coperto. I passanti che nella metropoli italiana aggirano frettolosamente, o addirittura saltano, il corpo senza vita che ostruisce il marciapiede. Lo faccio adesso perché nella succinta e ingenua spiegazione della proprietaria ci sono risposte che aiutano a capire.
Dice la proprietaria. “Non ho chiuso il bar perché non mi è sembrato opportuno; si è trattato di un fatto molto grave, ma voluto dalla signora”. “Un fatto molto grave” - bontà sua – ma “voluto dalla signora”: ecco la discriminante. Si può aver pietà delle vittime della violenza altrui e solo di queste. Per analogo sentire, Piergiorgio Welby, che chiese di morire, non poté avere i funerali religiosi, chiesti dalla moglie, cattolica.
La titolare continua:” Perché chiudere il bar? Aspettavo per pranzo 100 turisti in arrivo da Milano ed il locale era pieno di gente. Io devo pensare al locale, a pagare i dipendenti …”.
Per me è l’inconsapevole (e perciò più vero e definitivo) epitaffio sulla banda dei quattro: Crescita, Mercato, Consumo, PIL.

mercoledì 31 agosto 2011

Archeologia della bellezza

Il viaggio da Ostia alla farmacia del Vaticano comincia male. Uscito di casa, sono testimone di un conflitto fra riciclatori presso il cassonetto delle immondizie. Ostia è piena di persone, immigrati mi sembrano tutti, che vivono grazie ai nostri rifiuti. Non ho idea dove conferiscano quel che trovano frugando fra i bidoni e se abbiano una organizzazione. Riconosco lui perché è il meno giovane e quello con l’aria più professionale, compiaciuta. Normalmente usa una maglia per non sporcarsi infilando tronco e testa dentro il bidone, con le gambe per aria e senza smettere di fumare. Adesso, inveisce, dopo averla inseguita, contro una “collega” munita di carrello e grosso cartone da imballaggio. Forse è un ”caporale”, forse si tratta di invasione di campo. Andiamo avanti. Deve essere normale. I vigili inflessibili contro le auto che sostano fuori dagli spazi assegnati, non hanno nulla da dire.
Il trenino che in questo giorno di fine agosto porta a una Roma senza romani è poco affollato. Il trenino è lurido come sempre. Ho vicino una famiglia: una madre con tre bambini fra i quattro e i sette anni. E’ una famiglia con i segni distintivi della povertà di questo tempo, con un po’ di euro in tasca . La madre è obesa, con piercing al naso e tatuaggi vari. Soddisfatta, rimpinza i due figli minori di merendine che scarta continuamente. Il più piccolo sembra star bene, sdraiato con le scarpe contro la parete e la mamma è molto contenta del suo benessere. La bambina è quella che somiglia più alla madre, per obesità. Il maggiore ha l’aspetto più sano, rifiuta merendine perché troppo occupato con svariate telefonate e operazioni varie al cellulare per le quali gli chiederei una consulenza.
Nella scala mobile della stazione metro scorgo una figura che dovrebbe essere elegante e avvenente: una modella, chiaramente. Sono alla ricerca di un segno di bellezza in una giornata di unto e bruttezza. Ma non è neanche lì, in quella figura insipida, inespressiva nella sua presunta perfezione.
Sulla strada che conduce alla città del Vaticano ci sono quasi solo turisti, affannati e accaldati con le bottiglie di plastica in mano, dietro guide con le bandierine sollevate. Poverini , devono visitare San Pietro per poter raccontare di esserci stati. Una guida ammonisce un’altra guida che si avvicina a un gruppo in formazione. “Sono miei” grida. E i gruppi marciano, scansando mendicanti che esibiscono mutilazioni, loro strumenti di reddito nel paese settimo o ottavo nel mondo per Prodotto interno lordo.
Poi nella sala di aspetto della città del Vaticano, fra impiegati molto “romani” nella confidenza eccessiva con i visitatori in attesa di visto, un’altra apparizione. Ha un’età indecifrabile, sopra gli ottanta comunque. Magra della magrezza prescritta, con abiti leggeri di alto costo. Ma il viso è un incubo. E’ uno di quei dieci o venti visi che si replicano nelle donne che si sottopongono a chirurgia facciale perché dieci o venti, non più, debbono essere i modelli, i calchi, cui si ispirano i chirurghi estetici. Il volto è teso e levigato come il marmo, le labbra gonfie sono le solite labbra gonfie,il naso sottilissimo preannuncia la scarnificazione della morte. Che strano aver compassione per la ricchezza. Non fosse stata assillata dalle seduzioni delle offerte che si rivolgono alle persone ricche, questa povera donna non si sarebbe ridotta così.

Va bene, dura poco. Si torna a casa. Rifletto e metto ordine ai pensieri. Gli amici esperti di psicologia e costruttivismo mi spiegherebbero che oggi c’era una mia predisposizione a scorgere il brutto. Gli statistici mi direbbero che è normale, essendo i “normali” in vacanza, che la bruttezza anormale occupasse la scena. A me viene da pensare di aver incontrato l’orrore prodotto dalla invenzione della ricchezza e della povertà: bruttezze radicali e diverse, da eccesso e da carenza di proteine, da eccesso e da carenza di informazione, etc. Ma lasciamo perdere. Fra poco godrò della solitudine nella mia sedia sdraio preferita, nel mio terrazzo. Poi mi dedicherò a cose serie: la politica, il circolo on line.
Quasi a casa, sul marciapiede, l’evento. Non è la prima volta che la trovo lì, rannicchiata per terra. E’ snella e minuta. Fra i quindici e i diciotto anni, direi. Veste gonna e camicia anonime, chiare. Sa che non le darò l’elemosina. Non la do’ mai. Non ha arti deformi da esibire. Non ha un cartone stropicciato con su scritta una storia patetica. Non supplica, non parla. Ha solo un bicchiere di carta, vuoto, per raccogliere monete che non ho mai visto donarle. Stavolta la guardo un po’ più e un po’ meglio. E lei, sempre così immobile e quieta, ha un gesto minimo, appena accennato. Un gesto come per aggiustare in qualche modo il colletto della camicia. Riesce a farm i sentire come un colpo al cuore, simile a quello delle cotte giovanili. Come, ricevendo un sorriso inaspettato da una sconosciuta. Sono misteriosamente certo che non guarda la TV e non sa nulla di Berlusconi.
Devo saper darne testimonianza per il futuro, quando i nipoti cercheranno la bellezza che il tempo avrà finito di spazzar via, con le armi apocalittiche della ricchezza e della miseria.


venerdì 26 agosto 2011

L'estetica invece della politica

All’inizio erano due estetiche, opposte e insieme alleate per stringere il paese in una tenaglia. Quella berlusconiana dell’avvenenza e della gioventù con le ragazze in tubino nero, “anche laureate con il massimo dei voti” (Carfagna, Pascale, Minetti, etc., etc.). Opposta, alleata e concorrente era quella popolare di Bossi, maschio, sudato in canottiera.
Poi la crisi del berlusconismo e l’archiviazione della Minetti , del tubino nero e delle “feste eleganti “. Il Pdl, per le divisioni interne e nel tentativo di appeasement con l’opposizione, mette la sordina anche al proprio linguaggio e mezza museruola al ghigno di Cicchitto e della sua versione femminile, l’acidissima Santanché.
La Lega invece, stretta fra la necessità di dividere le proprie responsabilità da quelle di Berlusconi e la paura di nuove elezioni, non riesce a trovare la “quadra”. Balbetta qualcosa. Sentito fallito il federalismo ri-minaccia la secessione. Alla fine sceglie l’estetica e abbandona la politica.
Sceglie l’estetica della comunicazione, verbale e non verbale. Credo sia un Iapsus di Bossi il suo inveire contro i 102 anni della Montalcini, obiettivamente più giovane e in salute di lui. Oppure conta sulla pietas e la buona creanza da prima Repubblica dell’opposizione dalla quale anch’io fatico a dissociarmi.
Poi nella Lega si dividono i compiti. A Bossi l’estetica della comunicazione non verbale. A Calderoli e altri quella verbale. Nella palese carenza di fantasia, il capo rispolvera la canottiera “popolana” esibita per un giorno intero, in mezzo agli amici “borghesi”, evidentemente posando come una modella in quegli abiti che non si portano mai. Può bastare questo ai padani delusi?
A Montezemolo che si candida alla politica, minacciando i voti residui della Lega, l’elegante ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, rivolge un raffinato discorso politico: “Finalmente sono arrivati i Montezemolo, quelle scoreggie d'umanità che non hanno mai lavorato in vita loro.”
Gli ultimi esempi in questa odorosa settimana politica (?) sono più spregiudicati. Intenzionalmente (ma non ne sono sicuro), si fa sfoggio di confusione fra arbitrio e governo. Ma forse davvero i leghisti non distinguono le due cose.
Il senatore della Repubblica, tale leghista Piergiorgio Stiffoni, così “avverte” Famiglia Cristiana che ha osato criticare il governo: “Un'altra volta che il giornale dei Paolini rigioca sporco, allora penseremo sul serio a tassare i patrimoni, in primis quelli ecclesiastici così il giorno dopo la redazione di Famiglia Cristiana deve portare scrivanie e computer in mezzo alla strada”. L’opposizione che, a ragione o a torto, ha una pessima opinione dell’intelligenza degli italiani, non osa replicare all’intimidazione “mafiosa”.
Né replica, mi pare, all’incredibile ministro Calderoli quando, contro i giocatori che osano discutere di contratto e di contributo di solidarietà agita lo spettro di un emendamento che raddoppi per gli amati/odiati professionisti del pallone il contributo discusso. Come i gangster dei filmetti che minacciano di cavare il secondo occhio. Qualcuno, sommessamente rimpiange Pomicino. Ma forse sta per tornare la politica. E una nuova estetica.