mercoledì 13 luglio 2011
I ragazzi democratici
I ragazzi democratici li incontro a Caracalla, alla festa dell’Unità. Le ragazze e i ragazzi democratici, prima di iniziare a servire ai tavoli di Ristoro democratico, si mettono in riga davanti alla mensa e intonano l’inno di Mameli e poi Bella Ciao. Lo fanno con convinzione, nel segno del nuovo patriottismo repubblicano che Ciampi e Napolitano hanno felicemente promosso e che forse ci salverà. Poi una volontaria mi consiglia un sublime piatto di tonnarelli cacio e pepe su letto di formaggio fuso. E’ una ragazza molto aggraziata. Non bella. Di più. Socializzante. Ho il vantaggio di essermi seduto in tempo per evitare la ressa e poi seguire doverosamente il dibattito, come fanno i democratico “corretti”. Così ho tempo di scambiare qualche parola e di apprezzare quelle che percepisco come risorse potenziali per il partito e il paese. La competenza comunicativa di Elisa (mettiamo si chiamasse così) non è un dato meramente tecnico. E’ alimentata dall’interesse agli altri, dalla passione per il fare e per il fare bene. Mi accorgo che mentre conversa spontaneamente con me di cucina, di partito e di università, con un occhio osserva la sala, il banco di servizio e gli altri volontari. Quando si allontana sento che è richiamata dalla titolare della trattoria convenzionata. Non avrebbe dovuto aprire una bottiglia del tale vino per darmene un calice. Incassa tranquillamente il richiamo, anzi lo utilizza per mostrare interesse ai criteri per cui una bottiglia si deve dare intera e un’altra non necessariamente. E’ prossima alla laurea specialistica, credo in mediazione linguistica. Ringraziandola per l’ottimo consiglio le manifesto la mia ammirazione per il suo stile e la sua strategia comunicativa. Credo così di darle un piccolo contributo affinché cresca la sua autostima. E la risarcisco anticipatamente perché non sono affatto sicuro che il lavoro o il partito sapranno apprezzarla.
Sono gli stessi sensi di colpa generazionale che mi fanno dire subito sì a Daniele, coordinatore dei giovani democratici di Ostia levante, che mi chiede se io sia disponibile ad un volantinaggio nel pomeriggio di sabato. Lo sono, certo. Siamo solo lui e io. Daniele progetta l’incontro sul tema della primavera araba, da realizzare nel salotto gaudente di Ostia. Pensa lui a invitare prestigiosi relatori, a stampare manifesti, ad affiggerli sui muri. Mentre distribuiamo volantini, verifico che il tema non appassiona più di tanto . Ovvio, ma il volantinaggio non si fa perché serve a qualcosa. Io lo faccio come una penitenza, invece di quello che non riesco a fare. Daniele dice di accontentarsi se il volantinaggio servirà ad acquisire un solo partecipante aggiuntivo. Per me è un ritorno ad anni lontani. Intanto parliamo del voto del PD sull’abolizione delle province che lui, studente di scienze politiche e militante, difende. Poi deve correre a lavorare. Fa il cameriere anche lui.
Non abbiamo molto altro da offrire ai giovani. La loro passione, la loro competenza, il premio per i loro sforzi non sono nel nostro ordine del giorno. Al più corteggiamo questi giovani. Diamo loro ragione, anche quando hanno torto: il tradimento peggiore. Così qualche settimana fa ad un incontro al circolo territoriale, prima della giornata referendaria, quando il giovane moderatore chiede al senatore del PD di “essere concreto” . Cioè? Cioè di dire se sia il nucleare o l’energia rinnovabile a dare più prospettive occupazionali ai giovani. E il relatore a spiegare che dà più occupazione l’energia rinnovabile. E se fosse il contrario? Sceglieremmo il nucleare e il possibile disastro? A questo conduce la paura di un futuro senza lavoro e prospettive. Sento incombente la minaccia di irrazionalismi e di devastanti rivelazioni pseudoscientifiche se non si puntano i piedi nella manutenzione dell’intelligenza. Un giorno, temo, anche i giovani democratici, così diversi nella loro serietà, potrebbero convertirsi a teorie fantasiose e suicide. Qualcuno sosterrà – è già avvenuto – che la guerra è il miglior fattore di occupazione. Avrei dovuto dirlo. Non l’ho fatto. Altro senso di colpa.
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sabato 2 luglio 2011
L'Italia che amo
L’Italia che amo, seduto in un bar di Piazza Anco Marzio, il salotto di Ostia, stasera aveva il sapore di buone Krapfen (crema, cioccolato e marmellata) e buon gelato di frutta (coppa piccola per economizzare euro e zuccheri). Aveva le gambe ben tornite delle ragazze in short alla moda. Però l’Italia più bella era quella che scrutavo discretamente, ma continuamente, indifferente al cover di Morandi che cantava su un palco. Tre italiane sobriamente eleganti e una bimba di 7-8 anni, asiatica, adorabile. Gustava con gran piacere la sua coppa di gelato, accudita da madre adottante ( immagino), nonna e zia (credo). Batteva felice le mani come vedeva fare agli adulti, al finire di ogni canzone. Accanto all’Italia che perde tempo e anima in camarille e intrighi, lì l’Italia felice di donare felicità e una bimba felice, venuta da lontano. Vado a dormire rasserenato. Ogni tanto.
domenica 22 maggio 2011
Gli indignados e i loro nemici
Stèfane Hessel con il suo best seller “Indignatevi” ha chiaramente ispirato il movimento dei giovani spagnoli Indignados. Li ho incontrati in Placa de Catalunya nella mia breve vacanza a Barcellona e li ho ascoltati e fotografati, alla meno peggio , nei miei cinque giorni di soggiorno. Ero in compagnia di un amico che mastica un po’ di spagnolo, ma il catalano è tutt’altra lingua sicché spero di non aver equivocato le parole ascoltate e lette. Che dire? Giovani difficilmente distinguibili dai giovani italiani incontrati nelle nostre piazze nelle proteste contro la riforma universitaria o contro il precariato come assenza di futuro. Colorati e fantasiosi come loro, forse un tantino più arrabbiati. Hanno messo a dura prova governo e istituzioni, divisi sulla possibilità di proibire le manifestazioni e i presidi permanenti che hanno investito le maggiori città spagnole, nell’imminenza di un voto amministrativo in cui sono proibite manifestazioni politiche o di partito (su questa ambiguità si giocava il contenzioso giuridico). Ero in mezzo a loro il 20 sera quando scadeva una sorta di ultimatum e non so proprio come si sarebbe potuto sciogliere quel blocco compatto di migliaia di giovani che riempiva Plaza de Catalunya: per farmi largo e orientarmi verso un’uscita sono rimasto stremato.
I giovani spagnoli scontano un tasso di disoccupazione (40%) addirittura molto più elevato di quello già enorme italiano (30%). Però, come mi diceva il dotto edicolante catalano che mi forniva la Repubblica e mi parlava di Togliatti e Berlinguer, forse quella percentuale più che in Italia comprende masse di giovani lavoratori in “nero”. Anche in Spagna i giovani vivono l’incertezza assoluta sul proprio futuro. Anche lì scarsa correlazione fra studio e lavoro e scarsa considerazione per merito e giustizia.
Il modello della protesta è la primavera araba, col mito non violento del suicida di Piazza Tahir. Le anime sono multiformi: avverse alla privatizzazione dell’università, avverse all’informazione di parte, avverse al nucleare, avverse alla finanza, avverse al Fondo Monetario, avverse alla Casa reale, avverse ai partiti e in particolare ai partiti maggiori. Quando il primo giorno ho chiesto prudentemente a una ragazza che presidiava un gazebo a quale partito o movimento esistente si sentissero vicini ho ricevuto una reazione “indignata”. A nessuno, a nessuno! Su un giornale catalano ho decifrato l’analisi di una studentessa protagonista del movimento, che appariva più ragionevole: “Non compriamo un cd con l’album musicale, scegliamo melodia per melodia”.
Difficile capire le proposte nei dettagli. Il più concreto è il salario di cittadinanza. Ma sono gli spunti dialettici che esibiscono le contraddizioni di una democrazia “formale” ciò che trovo più interessante. Questo, ad esempio: “Non abbiamo eletto i banchieri. Allora perché comandano loro”? Non per nulla il movimento del “15 M” (dalla data di maggio del suo esordio) ha come parola d’ordine “Democracia Real, Ya” (Democrazia reale, subito). Conosciamo quel subito che segnala il rifiuto delle mediazioni della politica, l'impazienza nello slogan del movimento delle donne del 13 febbraio "Se non ora, quando?" o "Il nostro tempo è adesso" del 9 aprile. Democrazia reale (o sostanziale) è quella promessa nella nostra Costituzione nell’articolo 3, secondo comma, che dopo l’affermazione dell’eguaglianza giuridica (formale) chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei cittadini o che nell’articolo 4 chiede che sia effettivo il diritto al lavoro. Promesse radicali e disattese di una Costituzione disarmata.
Mi chiedo se fra gli indignados la critica alla finanza, accompagnata al silenzio sull’industria e sugli industriali, non sia espressione di ingenuità giovanile ovvero di un pensiero ingenuo che rispetta quello che si tocca – l’industria – e non comprende l’immateriale e la finanza (opera del diavolo?) E poi si noti il dilemma sul voto. Sostenere il partito socialista meno ostile al movimento ma considerato responsabile del disastro economico o i conservatori del partito popolare? Nessuno dei due. Non si vota nessuno oppure, in una visione di un bipolarismo fatto di avversari complici - – variante originale – si votano i partiti minori meno responsabili del disastro.
Vincerà il movimento? Cosa otterrà? Non credo che basterà sloggiare la Casa reale o abbattere i costi della politica o tassare la finanza perché sia offerto un futuro ai giovani. E non so se la creatività giovanile potrà essere soddisfatta da progetti di pragmatico compromesso fra istanze di sviluppo e di sicurezza nel segno della flexsecurity. “Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire” minacciano gli indignados. Se non si tratta di mero esercizio espressivo, ragionando sul significato di “Democrazia reale”, credo che il movimento si imbatterà in un’utopia chiamata “socialismo”. Potranno analizzare il significato delle sue sconfitte e immaginare varianti, potranno cambiargli nome, ma lì arriveranno. Oppure torneranno indietro.
I giovani spagnoli scontano un tasso di disoccupazione (40%) addirittura molto più elevato di quello già enorme italiano (30%). Però, come mi diceva il dotto edicolante catalano che mi forniva la Repubblica e mi parlava di Togliatti e Berlinguer, forse quella percentuale più che in Italia comprende masse di giovani lavoratori in “nero”. Anche in Spagna i giovani vivono l’incertezza assoluta sul proprio futuro. Anche lì scarsa correlazione fra studio e lavoro e scarsa considerazione per merito e giustizia.
Il modello della protesta è la primavera araba, col mito non violento del suicida di Piazza Tahir. Le anime sono multiformi: avverse alla privatizzazione dell’università, avverse all’informazione di parte, avverse al nucleare, avverse alla finanza, avverse al Fondo Monetario, avverse alla Casa reale, avverse ai partiti e in particolare ai partiti maggiori. Quando il primo giorno ho chiesto prudentemente a una ragazza che presidiava un gazebo a quale partito o movimento esistente si sentissero vicini ho ricevuto una reazione “indignata”. A nessuno, a nessuno! Su un giornale catalano ho decifrato l’analisi di una studentessa protagonista del movimento, che appariva più ragionevole: “Non compriamo un cd con l’album musicale, scegliamo melodia per melodia”.
Difficile capire le proposte nei dettagli. Il più concreto è il salario di cittadinanza. Ma sono gli spunti dialettici che esibiscono le contraddizioni di una democrazia “formale” ciò che trovo più interessante. Questo, ad esempio: “Non abbiamo eletto i banchieri. Allora perché comandano loro”? Non per nulla il movimento del “15 M” (dalla data di maggio del suo esordio) ha come parola d’ordine “Democracia Real, Ya” (Democrazia reale, subito). Conosciamo quel subito che segnala il rifiuto delle mediazioni della politica, l'impazienza nello slogan del movimento delle donne del 13 febbraio "Se non ora, quando?" o "Il nostro tempo è adesso" del 9 aprile. Democrazia reale (o sostanziale) è quella promessa nella nostra Costituzione nell’articolo 3, secondo comma, che dopo l’affermazione dell’eguaglianza giuridica (formale) chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei cittadini o che nell’articolo 4 chiede che sia effettivo il diritto al lavoro. Promesse radicali e disattese di una Costituzione disarmata.
Mi chiedo se fra gli indignados la critica alla finanza, accompagnata al silenzio sull’industria e sugli industriali, non sia espressione di ingenuità giovanile ovvero di un pensiero ingenuo che rispetta quello che si tocca – l’industria – e non comprende l’immateriale e la finanza (opera del diavolo?) E poi si noti il dilemma sul voto. Sostenere il partito socialista meno ostile al movimento ma considerato responsabile del disastro economico o i conservatori del partito popolare? Nessuno dei due. Non si vota nessuno oppure, in una visione di un bipolarismo fatto di avversari complici - – variante originale – si votano i partiti minori meno responsabili del disastro.
Vincerà il movimento? Cosa otterrà? Non credo che basterà sloggiare la Casa reale o abbattere i costi della politica o tassare la finanza perché sia offerto un futuro ai giovani. E non so se la creatività giovanile potrà essere soddisfatta da progetti di pragmatico compromesso fra istanze di sviluppo e di sicurezza nel segno della flexsecurity. “Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire” minacciano gli indignados. Se non si tratta di mero esercizio espressivo, ragionando sul significato di “Democrazia reale”, credo che il movimento si imbatterà in un’utopia chiamata “socialismo”. Potranno analizzare il significato delle sue sconfitte e immaginare varianti, potranno cambiargli nome, ma lì arriveranno. Oppure torneranno indietro.
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domenica 15 maggio 2011
Io, alieno come i posteri
Io, alieno come i posteri
Sono su una spiaggia di Ostia. Mia moglie riceve un sms. Non ha gli occhiali per leggerlo. Lo leggo io, a mente. Vi è scritto:"Gardland è file continue e sole. Luigi si diverte molto" Lo rileggo e non riesco a capirlo. Leggo a voce alta: “Gardland è fail continue e sole. Luigi si diverte molto”. Capisco il sole e capisco che Luigi, mio nipote, si diverte molto. Non capisco - e lo dico - cosa c‘entri l’informatica, il file e in che senso il file sia “continue”. E poi in inglese l’aggettivo non viene prima del sostantivo? Possibile che mia figlia non sappia che dovrebbe scrivere ”continue file”? Per fortuna mia moglie trova gli occhiali e legge: “Gardland è file continue e sole”. Che c’è di strano? Dove hai letto fail? Per inciso mia moglie è lontana dall'informatica e dai suoi linguaggi e questo - mi consolo - è il suo vantaggio su di me nella circostanza. L’incidente si chiude fra l’ilarità degli amici attorno e la mia perplessità su tante cose, compresa la mia intelligenza e lo stato delle mie arterie.
Poi, nello sforzo di trovare significati, penso all’incontro con il senatore PD Roberto Della Seta di venerdì scorso, nel circolo territoriale dei democratici di Ostia levante, sul tema del nucleare. Penso ad alcune sue parole, a proposito del problema scorie, parole sommesse, come messe fra parentesi, col sottinteso “è difficile spiegare; conviene parlarne”?
“Scienziati, filosofi, linguisti – dice - si stanno impegnando per trasmettere ai posteri informazioni non equivoche sul significato di “scorie radioattive” e sulla loro localizzazione.
Dopo il mio incidente sul “file” il problema mi è più chiaro. Io, alieno, su altra piattaforma comunicativa, ignorante, come potrebbero essere i posteri cui consegneremo i nostri veleni.
Sono su una spiaggia di Ostia. Mia moglie riceve un sms. Non ha gli occhiali per leggerlo. Lo leggo io, a mente. Vi è scritto:"Gardland è file continue e sole. Luigi si diverte molto" Lo rileggo e non riesco a capirlo. Leggo a voce alta: “Gardland è fail continue e sole. Luigi si diverte molto”. Capisco il sole e capisco che Luigi, mio nipote, si diverte molto. Non capisco - e lo dico - cosa c‘entri l’informatica, il file e in che senso il file sia “continue”. E poi in inglese l’aggettivo non viene prima del sostantivo? Possibile che mia figlia non sappia che dovrebbe scrivere ”continue file”? Per fortuna mia moglie trova gli occhiali e legge: “Gardland è file continue e sole”. Che c’è di strano? Dove hai letto fail? Per inciso mia moglie è lontana dall'informatica e dai suoi linguaggi e questo - mi consolo - è il suo vantaggio su di me nella circostanza. L’incidente si chiude fra l’ilarità degli amici attorno e la mia perplessità su tante cose, compresa la mia intelligenza e lo stato delle mie arterie.
Poi, nello sforzo di trovare significati, penso all’incontro con il senatore PD Roberto Della Seta di venerdì scorso, nel circolo territoriale dei democratici di Ostia levante, sul tema del nucleare. Penso ad alcune sue parole, a proposito del problema scorie, parole sommesse, come messe fra parentesi, col sottinteso “è difficile spiegare; conviene parlarne”?
“Scienziati, filosofi, linguisti – dice - si stanno impegnando per trasmettere ai posteri informazioni non equivoche sul significato di “scorie radioattive” e sulla loro localizzazione.
Dopo il mio incidente sul “file” il problema mi è più chiaro. Io, alieno, su altra piattaforma comunicativa, ignorante, come potrebbero essere i posteri cui consegneremo i nostri veleni.
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venerdì 29 aprile 2011
Un filosofo in ogni azienda, ma gli studenti non lo sanno
Ho partecipato ieri a un incontro sul tema “Un filosofo in ogni azienda” presso l’Università Roma Tre. Relatori erano i protagonisti di una esperienza formativa/lavorativa realizzata, oltre che da Roma Tre e dalla Sapienza (facoltà di lettere e filosofia), da Epistematica, società di servizi di knowledge management alle imprese. In breve la società sostiene le aziende interessate a formalizzare e archiviare il patrimonio di conoscenze possedute affinché non siano disperse e ne sia socializzata e ottimizzata la fruizione. Dopo essersi naturalmente dotata di competenze informatiche, Epistematica ha compreso il bisogno di una competenza diversa che mettesse in comunicazione e unificasse i linguaggi multidisciplinari prima di immetterli nel calcolatore. La competenza è stata individuata nella filosofia e nella logica filosofica. E l’Università ha completato la preparazione filosofica di base, “curvandola” al compito previsto, con un tirocinio rivolto a laureati specialistici di filosofia. Attualmente Epistematica collabora, ad esempio, con l’Ente Spaziale Europeo cui fornisce strumenti logico-filosofici-informatici.
La filosofia in azienda non è una novità assoluta. E’ presente da qualche tempo, in competizione con sociologia o psicologia delle organizzazioni, nella forma di consulenza filosofica per chiarire e sostenere le motivazioni aziendali, in particolare dei dirigenti. Su questo cerco di esprimere il mio favore e la mia perplessità. Il mio favore riguarda la giusta intuizione che il clima aziendale, i valori e le credenze di proprietari, dirigenti e operatori siano decisive quanto e più di una battaglia vinta con la concorrenza o con il sindacato. La mia perplessità riguarda invece il rischio che vedo concreto della inefficacia pratica di molte “consulenze”, della ritualizzazione della formazione e consulenza con formule seduttive, della ricerca snob in talune aziende di atteggiamenti “colti” e innovatori. Su questo avevo e conservo una riserva critica. Altra diffidenza riguarda quello che a mio avviso è il risultato di spinte “corporative” contrapposte che stabiliscono gratuiti steccati fra albi e discipline (psicologi, sociologi, filosofi, appunto) e inibiscono l’ottimale collocazione delle competenze.
Più pienamente convinto sono sugli esiti di altre esperienze filosofiche non consuete come Philosophy for children, pratica non nuova eppur poco diffusa, intenzionata a fornire ai giovanissimi strumenti concettuali indebitamente sequestrati dai licei e dalle facoltà universitarie. Ragionevolmente convinto sono stato altresì dall’esperienza incontrata ieri a Roma Tre.
Questa è la prima parte della mia riflessione sulla giornata di ieri. La seconda è solo apparentemente più marginale. Ho impiegato mezz’ora a trovare nella facoltà di filosofia di Roma Tre l’indicata sala delle conferenze. Non era presente nella segnaletica. Non era conosciuta dai diversi studenti interrogati né dal personale incontrato. Non era l’aula magna verso cui mi aveva indirizzata una studentessa, meritevole per aver cercato di reinterpretare un codice linguistico. Insomma, infine ho trovato per caso la sala conferenze, salendo e scendendo scale e girando qua e là. Questo mi ha fatto interrogare sull’orientamento degli studenti e sulla loro possibilità di fruire di spazi e opportunità. La perplessità è cresciuta entrando nella sala, accolto con grade cortesia. Non più di 20 ascoltatori. Forse un paio di studenti.
Concludo. Ero e sono convinto che – a differenza di quanto ritengono la Gelmini, Sacconi e Sallustri - non siano troppi i laureati in filosofia o in scienze della comunicazione, come, per altri aspetti, non siano troppi gli attuali docenti precari. Non basta riferirsi alla mitica domanda cui dovrebbe adeguarsi l’offerta. La qualità dell’offerta determina altresì la domanda. Se i cineasti italiani producessero più capolavori la domanda degli italiani si sposterebbe un tantino dal consumo di pizzette e gratta e vinci al consumo di film. Sono troppi filosofi, comunicatori e docenti se restano invariate le attuali opzioni politiche, le nostre scelte di vita e di consumo, se resta quella che è l’intelligenza media degli imprenditori. Sono comunque troppi se non crescono le motivazioni degli studenti, le loro capacità di orientamento, le loro capacità di autoimprenditività e marketing. E se non cresce l’investimento sociale e delle istituzioni formative nella guida e nell’orientamento continuo dei giovani. Nella sala conferenze di Roma Tre ieri non dovevano essere presenti un paio di studenti.
La filosofia in azienda non è una novità assoluta. E’ presente da qualche tempo, in competizione con sociologia o psicologia delle organizzazioni, nella forma di consulenza filosofica per chiarire e sostenere le motivazioni aziendali, in particolare dei dirigenti. Su questo cerco di esprimere il mio favore e la mia perplessità. Il mio favore riguarda la giusta intuizione che il clima aziendale, i valori e le credenze di proprietari, dirigenti e operatori siano decisive quanto e più di una battaglia vinta con la concorrenza o con il sindacato. La mia perplessità riguarda invece il rischio che vedo concreto della inefficacia pratica di molte “consulenze”, della ritualizzazione della formazione e consulenza con formule seduttive, della ricerca snob in talune aziende di atteggiamenti “colti” e innovatori. Su questo avevo e conservo una riserva critica. Altra diffidenza riguarda quello che a mio avviso è il risultato di spinte “corporative” contrapposte che stabiliscono gratuiti steccati fra albi e discipline (psicologi, sociologi, filosofi, appunto) e inibiscono l’ottimale collocazione delle competenze.
Più pienamente convinto sono sugli esiti di altre esperienze filosofiche non consuete come Philosophy for children, pratica non nuova eppur poco diffusa, intenzionata a fornire ai giovanissimi strumenti concettuali indebitamente sequestrati dai licei e dalle facoltà universitarie. Ragionevolmente convinto sono stato altresì dall’esperienza incontrata ieri a Roma Tre.
Questa è la prima parte della mia riflessione sulla giornata di ieri. La seconda è solo apparentemente più marginale. Ho impiegato mezz’ora a trovare nella facoltà di filosofia di Roma Tre l’indicata sala delle conferenze. Non era presente nella segnaletica. Non era conosciuta dai diversi studenti interrogati né dal personale incontrato. Non era l’aula magna verso cui mi aveva indirizzata una studentessa, meritevole per aver cercato di reinterpretare un codice linguistico. Insomma, infine ho trovato per caso la sala conferenze, salendo e scendendo scale e girando qua e là. Questo mi ha fatto interrogare sull’orientamento degli studenti e sulla loro possibilità di fruire di spazi e opportunità. La perplessità è cresciuta entrando nella sala, accolto con grade cortesia. Non più di 20 ascoltatori. Forse un paio di studenti.
Concludo. Ero e sono convinto che – a differenza di quanto ritengono la Gelmini, Sacconi e Sallustri - non siano troppi i laureati in filosofia o in scienze della comunicazione, come, per altri aspetti, non siano troppi gli attuali docenti precari. Non basta riferirsi alla mitica domanda cui dovrebbe adeguarsi l’offerta. La qualità dell’offerta determina altresì la domanda. Se i cineasti italiani producessero più capolavori la domanda degli italiani si sposterebbe un tantino dal consumo di pizzette e gratta e vinci al consumo di film. Sono troppi filosofi, comunicatori e docenti se restano invariate le attuali opzioni politiche, le nostre scelte di vita e di consumo, se resta quella che è l’intelligenza media degli imprenditori. Sono comunque troppi se non crescono le motivazioni degli studenti, le loro capacità di orientamento, le loro capacità di autoimprenditività e marketing. E se non cresce l’investimento sociale e delle istituzioni formative nella guida e nell’orientamento continuo dei giovani. Nella sala conferenze di Roma Tre ieri non dovevano essere presenti un paio di studenti.
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venerdì 15 aprile 2011
Vittorio Arrigoni: la vita degna di essere vissuta
Il mio primo pensiero è questo: spero intensamente che Vittorio Arrigoni abbia sentito prima di morire che la sua vita è stata degna di essere vissuta. E’ il pensiero che consola sua madre: lo dimostra con il suo quieto dolore, la sobrietà che non appartiene alle madri degli omicidi uccisi, perché anche i figli educano le madri. Questo è il mio modo di esprimere il mio amore per lui. Dico apposta amore perché in suo omaggio vorrei restituire significato alle passioni importanti, come il sentimento gratuito che lui ebbe per Gaza e per le sofferenze della sua gente: è giusto chiamare amore quel sentimento, più che i sentimenti che riguardano i nostri rapporti interessati con l'altro sesso o con i parenti. La sua morte adesso mi conduce a una rete contraddittoria di significati. Ho cercato velocemente su internet di ripassare qualche informazione sui suoi assassini. Ma francamente non mi attraggono molto i dettagli sui salafiti. Mi avvalgo dei miei utili pre-giudizi per arrivare all’essenziale. Sono attratto e atterrito, riscoprendo sinistre vocazioni umane, dalle analogie con altri assassinii e altri assassini, i gruppi minoritari che credono (o fingono di credere) ad una rivelazione - divina o laica che sia -riservata a pochi eletti. Penso agli assassini delle Brigate rosse (fra quelli che fingono di credere, per riempire una vita priva di amore e priva del dono dell'intelligenza) che finsero di credere di spiegare all’operaio Guidi Rossa, col suo sangue, cosa fosse la lotta di classe. Penso a un’altra vittima che conobbi fuggevolmente, ma intensamente: Ezio Tarantelli, incontrato a un seminario, uomo inequivocabilmente mite e generoso, dolcemente "imbranato" con i suoi lucidi e la lavagna luminosa.
E' il mio modo per dare un significato all'assassinio di Vittorio Arrigoni.
Un altro rimando mi suggerisce la ritualità di quegli assassinii: la ritualità delle esecuzioni di Stato in cui la macchina cieca della giustizia asetticamente uccide, in assenza di passioni, ormai spente, come accadde per Saddam.
E allora sento l'amore indignato di Lucrezio (De rerum natura, Liber I) nel ricordare il sacrificio di Ifigenia: "Tantum religio potuit suadere malorum"! A quanti orrori inducono religioni (o superstizioni), anche laiche, nella sconfitta della ragione!
Restiamo umani era l’invito di Vittorio. Diventiamo umani è la correzione che gli proporrei, oppure Torniamo animali, amputando da noi le perversioni dell’umano.
E' il mio modo per dare un significato all'assassinio di Vittorio Arrigoni.
Un altro rimando mi suggerisce la ritualità di quegli assassinii: la ritualità delle esecuzioni di Stato in cui la macchina cieca della giustizia asetticamente uccide, in assenza di passioni, ormai spente, come accadde per Saddam.
E allora sento l'amore indignato di Lucrezio (De rerum natura, Liber I) nel ricordare il sacrificio di Ifigenia: "Tantum religio potuit suadere malorum"! A quanti orrori inducono religioni (o superstizioni), anche laiche, nella sconfitta della ragione!
Restiamo umani era l’invito di Vittorio. Diventiamo umani è la correzione che gli proporrei, oppure Torniamo animali, amputando da noi le perversioni dell’umano.
venerdì 1 aprile 2011
A volte ritornano
Oggi mi piacerebbe non avere memoria. Mi piacerebbe non aver studiato quel poco di storia d’Italia che ho studiato. Mi piacerebbe non poter trovare nella cronaca politica di questi giorni sinistre analogie con l’avvento del fascismo. Invece le trovo e mi manca il respiro. Ho sentito la Russa vantarsi del proprio “coraggio” nell’affrontare fischi e monetine lanciate dai manifestanti davanti a Montecitorio e poi aggiungere, rivolto a Franceschini e ai banchi dell’opposizione: “Voi non avreste avuto questo coraggio”. Confrontate per favore queste parole con quelle che nella seduta del 30 maggio del 1924 pronunciano i fascisti – lo squadrista Roberto Farinacci in primis – contro Giacomo Matteotti (nel suo ultimo discorso) che contesta le violenze che hanno impedito a tanti cittadini di votare nelle recenti elezioni. “Perché avete paura. Perché scappate” è l’insulto machista alla scarsa virilità dell’opposizione. E non giovò allora la replica di Filippo Turati.”Si, avevamo paura, come quando nella Sila c’erano i briganti”. * Perché penso che non giovò quella risposta che noi “radical chic” giudichiamo “colta”, nitida e tagliente ? Ho il ricordo amaro di una esperienza didattica che ebbi qualche tempo fa con un gruppo di detenuti. Un esercizio di drammatizzazione con il testo del resoconto di quella seduta del 30 maggio. Grande passione e sforzo interpretativo dei detenuti. Poi chiedo un commento sui protagonisti. Lì avviene la sorpresa. I miei allievi stanno con i fascisti. Ne condividono la veemenza, la forza, la “virilità”. Matteotti e gli oppositori sono deboli e perdenti. Non si possono ammirare. Una lezione per me indimenticabile.
Il vaffa del famigerato ministro alla Presidenza della Camera non fa temere che possa un giorno non lontano risuonare in Parlamento qualcosa di simile al mussoliniano “Io potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli”? Del resto definire le camere attuali sorde e grigie non sarebbe neanche una falsità. Perché questo è un problema. Difendere le istituzioni mentre il premier lavora a rendere gli attori che le incarnano, a partire dai parlamentari, sempre più squallidi e ricattabili si da preparare il consenso per il giorno in cui lui o il suo erede decideranno di sbarazzarsi di tutti. Cos’altro? L’insulto di un leghista, Massimo Poliedri, alla deputata, disabile, Ileana Argentin: “Handicappata di merda”. Come un pensiero troppo a lungo trattenuto e che ora si pensa di poter finalmente urlare. Non si perdono voti. Tutt’altro. Si parla alla pancia della gente, col linguaggio dei giovani disoccupati che preferiscono alle manifestazioni lo stadio dove vuoto e disperazione trovano il bersaglio del “negro” e dello “handicappato”. E poi, e poi tutto il resto che in questo periodo ci tocca registrare. Pensionati e massaie che, quando non invidiano o non ammirano, assolvono le spregiudicate pratiche erotiche del premier. “Gli piacciono le donne. Embè? Dovrebbero piacergli i gay?” Quanto lavoro ancora per il movimento delle donne del 13 febbraio sceso in piazza anche contro il machismo della sopraffazione, dell’omofobia, della tronfia stupidità.
C’è un’altra Italia, d’accordo. C’è l’Italia dell’anziana di Lampedusa che, nella sua semplicità vera, grida al premier di vergognarsi per l’esibizione di quella casa acquistata tempestivamente nell’isola (in tutto, la dodicesima?) “mentre la gente fa fatica a comprare una rosetta da 20 centesimi”. C’è un’altra Italia, ma è in difficoltà e non capisce come uscire dall’incubo mentre i suoi rappresentanti si dividono perché ognuno, come Giulio Cesare, preferisce essere primo in un villaggio che secondo a Roma.
*http://it.wikisource.org/wiki/Italia_-_30_maggio_1924,_Discorso_alla_Camera_dei_Deputati_di_denuncia_di_brogli_elettorali#cite_note-2
Il vaffa del famigerato ministro alla Presidenza della Camera non fa temere che possa un giorno non lontano risuonare in Parlamento qualcosa di simile al mussoliniano “Io potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli”? Del resto definire le camere attuali sorde e grigie non sarebbe neanche una falsità. Perché questo è un problema. Difendere le istituzioni mentre il premier lavora a rendere gli attori che le incarnano, a partire dai parlamentari, sempre più squallidi e ricattabili si da preparare il consenso per il giorno in cui lui o il suo erede decideranno di sbarazzarsi di tutti. Cos’altro? L’insulto di un leghista, Massimo Poliedri, alla deputata, disabile, Ileana Argentin: “Handicappata di merda”. Come un pensiero troppo a lungo trattenuto e che ora si pensa di poter finalmente urlare. Non si perdono voti. Tutt’altro. Si parla alla pancia della gente, col linguaggio dei giovani disoccupati che preferiscono alle manifestazioni lo stadio dove vuoto e disperazione trovano il bersaglio del “negro” e dello “handicappato”. E poi, e poi tutto il resto che in questo periodo ci tocca registrare. Pensionati e massaie che, quando non invidiano o non ammirano, assolvono le spregiudicate pratiche erotiche del premier. “Gli piacciono le donne. Embè? Dovrebbero piacergli i gay?” Quanto lavoro ancora per il movimento delle donne del 13 febbraio sceso in piazza anche contro il machismo della sopraffazione, dell’omofobia, della tronfia stupidità.
C’è un’altra Italia, d’accordo. C’è l’Italia dell’anziana di Lampedusa che, nella sua semplicità vera, grida al premier di vergognarsi per l’esibizione di quella casa acquistata tempestivamente nell’isola (in tutto, la dodicesima?) “mentre la gente fa fatica a comprare una rosetta da 20 centesimi”. C’è un’altra Italia, ma è in difficoltà e non capisce come uscire dall’incubo mentre i suoi rappresentanti si dividono perché ognuno, come Giulio Cesare, preferisce essere primo in un villaggio che secondo a Roma.
*http://it.wikisource.org/wiki/Italia_-_30_maggio_1924,_Discorso_alla_Camera_dei_Deputati_di_denuncia_di_brogli_elettorali#cite_note-2
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