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giovedì 7 gennaio 2021

Quello che mi suggerisce l'assalto del "popolo" al Campidoglio


Giudico la nostra Costituzione non perfetta, emendabile, e però saggia nei principi fondamentali, oltre che tendenzialmente progressista. Gli ultimi eventi shock negli Usa dovrebbero insegnarcelo. Anche se nell'ultimo quarto di secolo la saggezza della nostra Carta è stata sfregiata da un nuovo senso comune partorito dal craxi-berlusconismo. Si è dato vita così ad una Costituzione materiale rozza e di segno populista ed autoritario. La nostra è (era?) una Repubblica parlamentare. Ma i populisti (ed i fascisti e parafascisti) intendono il Parlamento come un nemico della sovranità popolare. Che per essere piena dovrebbe essere priva di mediazioni: in un rapporto diretto ed esclusivo fra popolo e capo. Quella del capo sarebbe l'unico trono legittimo mentre le "poltrone" sarebbero un retaggio del passato da disprezzare e ridurre (vedi l'ignobile narrazione del taglio delle "poltrone"). Enormi i guasti apportati dalla nuova filosofia: dal presunto "governo eletto", ai partiti col nome del capo, alle primarie nei partiti che riducono a cornici gli organi intermedi. Per i populisti (trumpiani, salviniani, etc.) il capo è eletto dal popolo e solo al popolo risponde. E il capo elegge come suoi collaboratori di fatto ministri ed anche giudici. Ma rileggiamo la nostra Carta all'art.1:
" L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE"
Penso che i populisti non comprendano la parte che ho scritto in maiuscolo. Penso che volentieri la cancellerebbero. Perché dovrebbero esserci limiti alla sovranità popolare? Per la verità io giudico infelice quella espressione. Sarebbe stato meglio scrivere "nelle FORME DISEGNATE DALLA COSTITUZIONE". Voglio dire che LIMITI non ci sono. Non ci sono limiti alla sovranità popolare almeno, ma alla maggioranza sì. Ci sono "forme" cioè modalità con le quali l'astratto principio della sovranità si fa concreto. Non ci sarebbe sovranità popolare se decidesse tutto la maggioranza. Se la maggioranza decidesse "democraticamente" (?) di privilegiare bianchi, uomini, eterosessuali, etc. Il che succederebbe facilmente non solo se non fossero definiti i diritti delle minoranze, bensì anche se il "popolo" nella sua maggioranza -mutevole di giorno in giorno- nominasse, direttamente o coi suoi rappresentanti, i giudici chiamati a giudicare la legittimità di un comportamento (vedi Usa). Il popolo insomma non è la maggioranza e non è neanche ovviamente una minoranza (similtrumpiana) investita da un dio o che si autoinveste. Penso quindi alla saggezza delle mediazioni imposte dalla nostra Costituzione parlamentare ed alla saggezza stravolta della Prima Repubblica. Dove nessun capo era insostituibile e la politica faticosamente cercava il compromesso come incontro fra le varie sensibilità e i vari interessi presenti entro il popolo variegato. Sapremo tornare indietro?

domenica 27 gennaio 2019

Democrazia Socialista


Il mio partito che non c'è si chiama Democrazia Socialista. Nulla di simile all'orizzonte. Democrazia Socialista rifiuta i gorilla e rifiuta gli imperialismi. Non confonde Maduro con Allende o Mandela o Mujica. Non si fa distrarre da nemici di comodo:quelli che ti impediscono di stampare moneta, indebitando i posteri. Non ama Macron, ma ancor meno i gilet gialli e quelli che menano le mani a casaccio. Crede poco al reddito di cittadinanza, soprattutto se ingolfato da paletti e minacce di prigione. Crede nel lavoro di cittadinanza senza se e senza ma. Perché possibile utile e giuso che ognuno abbia un lavoro vero. Crede nell'appropriazione pubblica degli strumenti di produzione. Crede che il merito si possa sposare con l'eguaglianza: oggi può bastare un rapporto uno a 10 fra il meno e il più ricco, domani basterà un rapporto uno a due.Crede in una Europa federale e democratica. Crede nell'Organizzazione delle Nazioni Unite senza Consiglio di sicurezza fatto dagli antichi vincitori con diritto di veto. Democrazia Socialista per ora ha un solo iscritto: io.
P.S. Quanti amici perderò stavolta? Non è tempo di conformismo e pensieri pigri. Meglio rischiare.

sabato 16 luglio 2016

Democrazia è

Democrazia è
Democrazia è governare con la maggioranza relativa dei votanti pari al 25% degli elettori e al 15% degli aventi diritto?
Democrazia è governare col consenso dei nominati (che, se non ti votano, non saranno più nominati)?
Democrazia è scegliere il candidati in rete con il primo che ottiene 20 voti e il secondo 10?
Democrazia è votare candidati e programmi sconosciuti o non avendo strumenti per capire quel qualcosa che si propone?
Democrazia è prendere tutto conquistando il partito di maggioranza relativa con 1.500.000 voti?
Democrazia è scegliere il nostro leader fra quelli scelti e resi visibili dai media?
Democrazia è governare nei limiti decisi dal garante (Grillo, famiglia Casaleggio, esercito turco, Ayatollah iraniano)?
Democrazia è governare col consenso della maggioranza lasciando senza tetto la sfortunata minoranza?
Oppure?

domenica 26 giugno 2016

La casa della democrazia

Oggi l'arma atomica del senso comune e della destra si chiama "democrazia". E l'ancella della democrazia si chiama "referendum". Il popolo decide a maggioranza dei votanti. Anche addirittura quando i votanti sono minoranza. A Napoli ad esempio. A maggior ragione quando sono maggioranza, come nel referendum britannico. Poi si scoprono i paradossi cui non c'è rimedio. Quali sono i confini di un popolo? Quanti popoli nel Regno Unito? Tutti hann...o diritto ad autodeterminarsi. Sicchè oggi non solo Scozia e Irlanda possono chiedere di uscire dal Regno Unito e di tornare in Europa. Il rischio è che lo chieda anche la capitale Londra, manifestatasi largamente a favore di Remain. Numerose le firme infatti sulla petizione del giornalista James O' Malley che chiede l'indipendenza della capitale. Che diventerebbe una sorta di San Marino accerchiata dall'Inghilterra. Il più sublime dei paradossi è questo: se i popoli decidono autonomamente (democraticamente?) e se ogni gruppo è libero di definirsi popolo, il risultato apparirà incomprensibilmente orrendo ai "democratici" e ai referendari pur ovunque vittoriosi, qualcosa di simile alla giungla.
Ma non finisce qui. Perché anche i giovani sono un gruppo, come gli anziani, come gli operai, come le casalinghe. E i giovani del Regno Unito hanno votato Remain perché amano gli spazi aperti e non i muri degli anziani. E se i giovani chiedessero anch'essi di separarsi? Difficile perchè non hanno un territorio che è tradizionalmente parte di uno Stato. Ma forse nel futuro ci saranno Stati senza territorio,magari con capitale in una birreria londinese. Oppure...Oppure avrà forza ed evidenza quanto oggi sostiene il professore Alessandro Rosina su Repubblica. Ha senso che il corto futuro di un ottantenne pesi quanto il lungo futuro di un giovane? Se non ha senso, bisogna allora superare la prassi per cui uno (l'ottantenne) valga uno (il ventenne).

P.S. Non sto sposando una tesi. O sto sposando una sola tesi, questa: che la democrazia è un valore, ma nessuno sa bene cosa sia, che la democrazia non può acquietarsi in nessuna sua interpretazione o consegnarsi a ideologi da strapazzo, perché la democrazia è ricerca perenne; ha una direzione, ma non una casa.

venerdì 13 luglio 2012

Ortografia, sintassi e democrazia


Una volta nel linguaggio scritto erano considerate inaccettabili imperfezioni, errori ortografici, sgrammaticature, cose del tutto accettate nel linguaggio parlato. Questo inibiva i meno colti nell’uso della scrittura. Diciamo che era un limite all’espressione del pensiero e alla democrazia. Mi pare che tali timidezze siano superate. Oggi l’ortografia dei messaggi murali somiglia assolutamente a quella delle lettere di una volta alla fidanzatina di campagna o agli sms. Ho letto sui muri di Ostia un manifesto e un titolo che solo per un attimo mi ha procurato un soprassalto. Poi ho fatto spallucce. Il manifesto era intitolato PRESIDIO DI MANIFESTAZIONE DI DISSENZO. Il presidio era minacciato per lo scorso 11 luglio davanti a Montecitorio da una sedicente legaitalica Ho scoperto vivendo da poco nel territorio romano quanto normalmente la Z prenda il posto della S. Non molto tempo fa scoprii l’insegna di un negozio che impavidamente pubblicizzava BORZE. Poiché non sono un purista e poiché voglio essere un democratico, ho polemizzato un tantino con mia moglie che continuava ad arricciare il naso davanti al manifesto. Al di là della Z il problema era invece a mio avviso nel testo. Era una violentissima quanto assolutamente vaga invettiva contro il governo delle tre banche (non chiedetemi quali siano), contro le tasse ingiuste (senza dettaglio alcuno) e contro l’immancabile Equitalia che pare avere preso il posto degli immigrati. Mi venga un colpo ma, mentre capivo benissimo che dissenzo significa dissenso, nulla ho capito della proposta politica. Non era comprensibile per l’incerta sintassi o viceversa la carenza di proposta partoriva quella sintassi? Certo la grafica e i colori, decisi non so come, non aiutavano. L’indomani in ospedale mia moglie ed io sentiamo gli stessi suoni ma è come se sentissimo sintassi e toni diversi. C’è un giovane medico, forse uno specializzando, che così si rivolge in corridoio a un paziente, indicandogli, col braccio, una direzione: “mi segue…”. Mia moglie mi sussurra: ”anche i medici…”. Io faccio il finto tonto perché non sono sicuro di aver ascoltato quello che lei ha inteso. E lei, paziente, chiarisce: ha detto “mi segue”; come è possibile che un medico non sappia che avrebbe dovuto usare l’imperativo e dire “mi segua”? Mia moglie non è particolarmente cattiva ma io evidentemente sono un buonista, un avvocato del diavolo che troverebbe attenuanti al peggiore assassino. Infatti dico: forse c’era un punto interrogativo, forse ha chiesto “mi segue?” Non è che non sapeva usare l’imperativo, non voleva usarlo per una forma di cortesia. Come se avesse detto: le dispiace seguirmi? Oppure usava una forma inusuale di indicativo, descrittivo, come se descrivesse il futuro prossimo: io vado avanti e lei mi segue. Non sta comandando niente, sta descrivendo quello che sta per succedere, con lui avanti e il paziente dietro. Poi, a casa, mi chiedo, quando e quanto ci serva il purismo. La difesa delle regole e della legalità è in qualche rapporto con il purismo e l’intransigenza ortografica o con la sintassi? Possiamo liberalizzare ortografia e sintassi in nome della democrazia e insieme insegnare ai cittadini, analfabeti di ritorno, la sintassi appropriata e soprattutto il suo scopo? E dove dovremmo farlo, nelle inesistenti istituzioni di educazione degli adulti? E, riguardo il medico, ci servirà trovare scuse a attenuanti per capire le ragioni dello scempio dell’ultimo ventennio e non perdere contatto con gli italiani innamorati di quello scempio? O forse la “comprensione” inevitabilmente raffredda la nostra rabbia e la nostra reazione?

domenica 22 maggio 2011

Gli indignados e i loro nemici

Stèfane Hessel con il suo best seller “Indignatevi” ha chiaramente ispirato il movimento dei giovani spagnoli Indignados. Li ho incontrati in Placa de Catalunya nella mia breve vacanza a Barcellona e li ho ascoltati e fotografati, alla meno peggio , nei miei cinque giorni di soggiorno. Ero in compagnia di un amico che mastica un po’ di spagnolo, ma il catalano è tutt’altra lingua sicché spero di non aver equivocato le parole ascoltate e lette. Che dire? Giovani difficilmente distinguibili dai giovani italiani incontrati nelle nostre piazze nelle proteste contro la riforma universitaria o contro il precariato come assenza di futuro. Colorati e fantasiosi come loro, forse un tantino più arrabbiati. Hanno messo a dura prova governo e istituzioni, divisi sulla possibilità di proibire le manifestazioni e i presidi permanenti che hanno investito le maggiori città spagnole, nell’imminenza di un voto amministrativo in cui sono proibite manifestazioni politiche o di partito (su questa ambiguità si giocava il contenzioso giuridico). Ero in mezzo a loro il 20 sera quando scadeva una sorta di ultimatum e non so proprio come si sarebbe potuto sciogliere quel blocco compatto di migliaia di giovani che riempiva Plaza de Catalunya: per farmi largo e orientarmi verso un’uscita sono rimasto stremato.
I giovani spagnoli scontano un tasso di disoccupazione (40%) addirittura molto più elevato di quello già enorme italiano (30%). Però, come mi diceva il dotto edicolante catalano che mi forniva la Repubblica e mi parlava di Togliatti e Berlinguer, forse quella percentuale più che in Italia comprende masse di giovani lavoratori in “nero”. Anche in Spagna i giovani vivono l’incertezza assoluta sul proprio futuro. Anche lì scarsa correlazione fra studio e lavoro e scarsa considerazione per merito e giustizia.
Il modello della protesta è la primavera araba, col mito non violento del suicida di Piazza Tahir. Le anime sono multiformi: avverse alla privatizzazione dell’università, avverse all’informazione di parte, avverse al nucleare, avverse alla finanza, avverse al Fondo Monetario, avverse alla Casa reale, avverse ai partiti e in particolare ai partiti maggiori. Quando il primo giorno ho chiesto prudentemente a una ragazza che presidiava un gazebo a quale partito o movimento esistente si sentissero vicini ho ricevuto una reazione “indignata”. A nessuno, a nessuno! Su un giornale catalano ho decifrato l’analisi di una studentessa protagonista del movimento, che appariva più ragionevole: “Non compriamo un cd con l’album musicale, scegliamo melodia per melodia”.
Difficile capire le proposte nei dettagli. Il più concreto è il salario di cittadinanza. Ma sono gli spunti dialettici che esibiscono le contraddizioni di una democrazia “formale” ciò che trovo più interessante. Questo, ad esempio: “Non abbiamo eletto i banchieri. Allora perché comandano loro”? Non per nulla il movimento del “15 M” (dalla data di maggio del suo esordio) ha come parola d’ordine “Democracia Real, Ya” (Democrazia reale, subito). Conosciamo quel subito che segnala il rifiuto delle mediazioni della politica, l'impazienza nello slogan del movimento delle donne del 13 febbraio "Se non ora, quando?" o "Il nostro tempo è adesso" del 9 aprile. Democrazia reale (o sostanziale) è quella promessa nella nostra Costituzione nell’articolo 3, secondo comma, che dopo l’affermazione dell’eguaglianza giuridica (formale) chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei cittadini o che nell’articolo 4 chiede che sia effettivo il diritto al lavoro. Promesse radicali e disattese di una Costituzione disarmata.
Mi chiedo se fra gli indignados la critica alla finanza, accompagnata al silenzio sull’industria e sugli industriali, non sia espressione di ingenuità giovanile ovvero di un pensiero ingenuo che rispetta quello che si tocca – l’industria – e non comprende l’immateriale e la finanza (opera del diavolo?) E poi si noti il dilemma sul voto. Sostenere il partito socialista meno ostile al movimento ma considerato responsabile del disastro economico o i conservatori del partito popolare? Nessuno dei due. Non si vota nessuno oppure, in una visione di un bipolarismo fatto di avversari complici - – variante originale – si votano i partiti minori meno responsabili del disastro.
Vincerà il movimento? Cosa otterrà? Non credo che basterà sloggiare la Casa reale o abbattere i costi della politica o tassare la finanza perché sia offerto un futuro ai giovani. E non so se la creatività giovanile potrà essere soddisfatta da progetti di pragmatico compromesso fra istanze di sviluppo e di sicurezza nel segno della flexsecurity. “Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire” minacciano gli indignados. Se non si tratta di mero esercizio espressivo, ragionando sul significato di “Democrazia reale”, credo che il movimento si imbatterà in un’utopia chiamata “socialismo”. Potranno analizzare il significato delle sue sconfitte e immaginare varianti, potranno cambiargli nome, ma lì arriveranno. Oppure torneranno indietro.

venerdì 18 marzo 2011

Rapporto sul pianeta Terra

Capo Provvisorio, la mia missione è finita. Ho trascorso due giorni nel pianeta Terra. Nel primo ho guardato e ascoltato un po’ qua, un po’ là. Nel secondo mi sono concentrato sull’Italia, una penisola immersa nel Mediterraneo che ho scelto perché mi è sembrata rappresentativa di tutta la Terra.
Il riassunto che ti faccio è in una parola sola: spreco.
Lo spreco delle donne. Sulla Terra hanno una strampalata organizzazione sociale. All’inizio si comportavano più sensatamente. Le donne, essendo meno dotate di muscoli, erano esentate dalla caccia. Si occupavano dei piccoli che difendevano e nutrivano, in grotte e capanne. Ma oggi anche sulla Terra non servono più i muscoli. Gli uomini non se ne sono accorti, mi pare, e continuano a relegare le donne nei compiti meno importanti. Ne sprecano l’intelligenza e la voglia di fare che oggi, dopo secoli di lotte, le donne hanno sviluppato. In Italia, Capo Provvisorio, quasi la metà delle donne lavorano solo in famiglia, come nella preistoria. Quando poi lavorano fuori casa sommano un lavoro all’altro. Non ho capito bene perché subiscano questo dagli uomini di cui continuano ad innamorarsi. Forse in questo non sono molto intelligenti.
Lo spreco dei giovani. Benché abbiano sterminati bisogni insoddisfatti, gli umani non fanno lavorare i giovani. Molti giovani passano il tempo studiando cose per le quali non hanno nessuno interesse. Entrano annoiati e tristi a scuola e sono contenti solo quando ne escono: così naturalmente non riescono ad imparare nulla. Certo, è strano: fanno studiare loro cose che poi non useranno né nel lavoro né nella vita. Non so spiegarlo, Capo Provvisorio, ma tanti studiano ragioneria e poi fanno gli operatori ecologici o i vigili urbani; altri studiano ingegneria e poi lavorano nei call center. Dicono che i giovani acquisiscono comunque una “cultura generale”. Io non me ne sono accorto. Credo che con la “cultura generale” cerchino di giustificare l’anarchia e l’incapacità di elaborare progetti educativi sensati. Perché non insegnano direttamente questa “cultura generale” invece che sperare che venga acquisita inconsapevolmente studiando ingegneria o ragioneria? Potrebbero insegnare ai giovani come il corpo si deteriori nei riti alcolici degli happy hour o delle discoteche in cui fingono di divertirsi o potrebbero insegnare come funziona lo Stato. I figli dei ricchi frequentano scuole private che costano tanto per essere autorizzati a non studiare. E’ un cosa strana: prendono così più facilmente, senza sforzo, un pezzo di carta che si chiama diploma, che sembra sia apprezzato anche se non significa niente. In ogni caso i ricchi sono quasi sempre figli di ricchi, soprattutto in Italia. Non hanno bisogno di essere competenti e utili al prossimo per essere ricchi.
Lo spreco degli anziani. Gli umani lavorano solo per un terzo della vita: cominciano a lavorare tardi e finiscono presto, qualche volta non fanno in tempo ad imparare davvero un mestiere che vanno in pensione. Gli anziani passano giornate interminabili davanti alla TV o giocando a carte e rimpiangendo la giovinezza. A volte possiedono mestieri e saperi che scompariranno con la loro morte: li insegnerebbero anche gratis o in cambio di un abbonamento al teatro o di un sorriso se qualcuno li volesse imparare. Adesso in Italia molti sono terrorizzati perché il governo vuole che il malato vicino alla fine possa essere imprigionato in un letto fra tubi che gli entrano in gola e nel naso ed essere alimentato. Dicono che non è giusto che muoia quando voglia: deve prima soffrire. Forse succede solo in Italia perché il governo dice che così vuole un Grande Capo Non Provvisorio che sta in cielo. Non so come il governo faccia a sapere cosa voglia il Grande Capo Non Provvisorio, vista la limitatezza delle loro tecnologie di comunicazione.
Lo spreco della vita e del pianeta. Il problema principale secondo i terrestri è la mancanza di lavoro. Esattamente il contrario che da noi. Noi ci lamentiamo se dobbiamo ancora lavorare cinque minuti ogni tanto. Lì è il contrario, quando si entra nell’età lavorativa, tutti si danno da fare, imprecano, si fanno raccomandare per trovare un posto. Perché non lavorando non potrebbero nutrirsi né far nulla. La disperazione di chi non trova lavoro diventa spettacolo televisivo. Ho visto una trasmissione, “Il contratto”, in cui i capi dell’azienda scelgono il più bravo fra alcuni concorrenti. Quello conquista un lavoro “ a tempo indeterminato” che è una cosa rara e bellissima per gli umani. Chi vince piange di felicità. Chi perde piange per la disperazione. Gli spettatori si appassionano e pare che così le aziende facciano pubblicità e che questo crei nuovo lavoro. Si inventano lavori strani: continuano a fare gonne e pantaloni che buttano via appena indossati; così dicono che si crea altro lavoro. Fanno case per chi ne ha già sette o otto e che non abiterà mai. Più riempiono la terra di rifiuti più dicono che aumenta il Prodotto Interno Lordo, cioè la ricchezza e quindi – dicono – lo sviluppo e l’occupazione. Hanno inventato centrali nucleari per avere più energia e produrre oggetti che diventeranno immondizia. Ogni tanto qualcuna si guasta. Muoiono migliaia di uomini e forse un giorno moriranno tutti. Ma loro dicono che questo è il prezzo da pagare per la civiltà. Qualcuno dice anche che questi disastri – guerre, terremoti, fusioni del nucleo nelle centrali nucleari - fanno crescere il PIL perché stimolano la produzione. Per la verità, dopo un terremoto in una città dell’Italia, so che alcuni che pensavano di poter ricostruire le case abbattute ridevano contenti. Gli umani si sono indignati. Non capisco perché. E’ normale che qualcuno rida in un sistema in cui la fortuna degli uni dipende dalle disgrazie degli altri. Anche quelli che seppelliscono i morti sono contenti quando c’è una catastrofe. Eppure nel tempo alcuni uomini saggi avevano capito qualcosa. Duemilacinquecento anni fa in un posto che si chiamava Atene avevano capito la democrazia e avevano inventato l’ostracismo affinché nessun uomo fosse troppo importante e i capi fossero provvisori come da noi. Ora invece in tutta la terra i capi possono essere capi per sempre o per venti , trenta, quarant’anni e quando si cerca di sostituirli resistono fino a provocare stragi. Gli umani avevano inventato un’organizzazione sociale razionale che somiglia molto alla nostra. La chiamavano socialismo. Ma hanno guastato anche quella. Ora l’hanno buttata via e non se ne può neanche parlare. Perché gli uomini spesso buttano via il bambino con l’acqua sporca.
Capo Provvisorio, per me sono semplicemente pazzi, tutti pazzi. Tu fra poco lascerai la tua carica. Sono contento per te. Chiederò al tuo successore che non mi faccia tornare laggiù.