sabato 28 settembre 2013

Il maestro riluttante di Massimo Recalcati e l'eros indirizzato al sapere


Nel numero di Repubblica dello scorso 20 settembre un bel pezzo di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano. Recalcati polemizza con due interpretazioni a suo avviso erronee del mestiere di docente. La prima è quello del docente che tenta di travasare saperi. Inutilmente perché il discente non è un sacco vuoto da riempire. Penso intendesse dire che nessun sapere può essere ospitato eguale a se stesso in ogni discente. Ospitiamo solo trasformando ciò che ci è proposto. Oppure semplicemente lo rigettiamo perché per noi privo di senso. Il maestro riluttante del titolo è Socrate che appunto rifiuta l'invito del discepolo a trasferigli il suo sapere. Al docente che travasa,che tenta di travasare, è coerente l'ossessione burocratica e valutativa. Giacché si può amministrare e pesare solo ciò che è numerabile. E inutile, vuole dire Recalcati. L'altro no è verso il docente- psicologo che intrattiene rapporti personali con gli allievi e tende a surrogare il genitore assente. Qui consento parzialmente. Voglio dire che di una figura siffatta i giovani avrebbero sì bisogno. Ma è tutt'altra cosa del docente. Lo chiamerei tutor o mentore e sarebbe prezioso per una consulenza personale su progetti di vita e di lavoro. Ma Recalcati propone un'altra tipologia di docente: l'unica che abbia senso per lui. E anche per me. Il docente che trasmette passione, eros verso il sapere. Cita una sobria docente di lettere in tailleur grigio che ebbe la fortuna di incontrare in un istituto professionale e che gli cambiò la vita. Giulia Terzaghi il suo nome. Lo capisco. Anch'io ricordo un nome o poco più. Gli altri docenti sono facce senza nome. Il mio nome, o almeno il primo è: Letizia Polto. La penso somigliante alla Giulia Terzaghi di Recanati. Insegnante di lettere al ginnasio. Memorabile la lettura dei Sepolcri con lei. “arbore amica le ceneri di molli ombre consoli” Perché “arbore amica e non albero amico”? E i tentativi di risposta di noi allievi: “è un latinismo”. “Sì, ma perché usa un latinismo? Non sentite che il maschile non vi suggerirebbe eguale protezione sulle tombe?” E poi le sue valutazioni sobrie, precise e “orientanti” che ti suggerivano punti di forza e di debolezza. Quando annunciò che ero il migliore in italiano e poi aggiunse “almeno nello scritto”. O quando mi riconsegnò le mie stupidissime poesie che le avevo dato su pressione dei compagni. Riconsegnate senza un commento, come per dire: “non è il tuo genere”. Aveva ragione: non ho più scritto una poesia in vita mia. Aggiungo il docente di latino e greco al liceo, Attilio Rametta. Da lui ho appreso forse più filosofia che dal docente titolare di filosofia di cui non c'è traccia apparente nella mia mente. Anche da lui infine – senza sfrenati psicologismi – mi sono sentito compreso e aiutato a comprendermi. “Venuleo, e tu adesso le passerai la versione, no?”, osservando la bella compagna di classe che improvvisamente è diventata carina con me. Oppure, riferendosi al mio spirito contemplativo: “Quando ci sarà la fine del mondo, Venuleo si godrà lo spettacolo, fumando in cima a una collina”. All'Università, Santo Mazzarino che mi fa sentire un imbecille per aver accolto acriticamente la storia raccontataci al liceo. Nerone, pazzo e incendiario, Caligola che fa generale il cavallo? Ma chi scriveva la storia se non i senatori espropriati di potere e privilegi dagli imperatori? Nerone per di più è il peggiore di tutti perché realizza una riforma monetaria che punisce i possessori di oro. L'esatto contrario fece Costantino, penalizzando i più poveri. E infatti sarà sempre considerato il Grande Imperatore. Da qui il tentativo di Mazzarino di una Storia dei vinti, maltrattati o ignorati dalla storiografia. Da allora – credo - una mia vocazione al sospetto verso ciò che appare chiaro, evidente, acquisito. Quando Recalcati parla del docente che infonde eros per il sapere, credo che intenda questo. A che serve “svolgere il programma”, dalla preistoria alla seconda guerra mondiale o ai giorni nostri, un programma di cui progressivamente perderemo traccia? L'unica cosa che serve è prendere un pezzettino qualsiasi dello scibile possibile e farne analisi critica, esibirne la esemplarità tale che poi autonomamente si possa continuare ad apprendere, fino alla fine, non fino al diploma scolastico o di laurea. Dovrebbe discenderne una riflessione vera sul rapporto fra apprendimenti formali e informali. Se ne parla fra addetti ai lavori. Solo fra loro. Nulla cambia però nel modo in cui pensiamo alla scuola e all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Forse solo qualche lampo di pensiero subito compresso dall'abitudine alle cose come stanno e resteranno, all'assurdo invincibile.

domenica 22 settembre 2013

Br, Rodotà, Alfano: comprendere e non comprendere


Le Br in un comunicato tentano di collegarsi alla No-Tav, promuovendola come nuova occasione di scontro violento. Stefano Rodotà commenta:" parole deprecabili ma comprensibili". Bufera. Per Alfano questo è tipico dei cattivi maestri. Anche a dispetto della storia personale di Rodotà mai indulgente col terrorismo. Cosa avrebbe potuto o dovuto dire Rodotà? Che quelle delle Br erano parole incomprensibili? Che lui non le capiva? Che non era abbastanza intelligente per capirle? Rodotà ha dovuto precisare l'ovvio: che comprendere non significa giustificare. Alfano non è abbastanza intelligente per non capire la differenza? Forse. O forse gioca col senso comune e con il logoramento del nostro linguaggio. Per prendere le distanze da qualcuno o qualcosa siamo avvezzi a definire quel qualcuno o qualcosa: "incomprensibile". A forza di dire così però finiamo per non capire davvero e di censurare l'intelligenza. Comunque credo che Alfano, che non è un'aquila, non sia neanche così stupido. Semplicemente gioca sporco.

giovedì 12 settembre 2013

L'undici settembre di Salvador Allende


L'undici settembre di quarant'anni fa, moriva Salvador Allende, Presidente della Repubblica cilena. Conserviamo foto e ricordo di lui affacciato a una finestra del Palazzo de La Moneda, con elmetto e fucile, perché fosse chiara e visibile con la sua impossibile resistenza l'opposizione al golpe che consegnava il Cile alla dittatura di Pinochet. Fra le sue ultime parole infatti queste: Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento. Ha avuto ragione. Non per caso questo circolo oggi lo ricorda con gratitudine mentre Pinochet è confinato da morto nel disprezzo di tutti i democratici. Ha avuto ragione. A cosa serve prolungare la vita a costo di renderla detestabile? Aveva tentato, da Presidente minoritario, vincitore, ma con la maggioranza del parlamento ostile, di realizzare il cambiamento socialista nella democrazia e nella legalità assoluta. Nazionalizzazioni, esproprio dei latifondi e svariate misure di sostegno ai deboli. Coalizzò contro di sé forze smisurate, interne ed esterne: gli Usa, i militari, i latifondisti, le corporazioni (a partire dagli autotrasporti). Non poteva farcela. Enrico Berlinguer trasse ispirazione dalla tragedia cilena per una svolta strategica verso il compromesso storico. Impossibile il socialismo o il governo della sinistra senza il sostegno della grande maggioranza del popolo o di una larga coalizione di forze.

sabato 31 agosto 2013

Quanto costa un senatore a vita, quanto costa Berlusconi


Molte critiche a Napolitano per la nomina dei quattro senatori a vita. Critiche soprattutto da destra, ovviamente, ma qualcuna anche da sinistra. Specificamente da destra la critica alla parzialità delle scelte. Si comincia col dire che sono eccellenti ma poi si aggiunge che sarebbero state possibili scelte diverse e politicamente più equilibrate: Zeffirelli, Muti, etc. Probabilmente sì anche se è indubitabile che la cultura, la scienza e l’arte stanno un tantino più a sinistra che a destra e che in quell’area di sinistra è più facile scegliere. Ieri a In Onda (la 7) lo affermava nettamente Gomes, ma lo confermava da altri versanti, Ventura e addirittura Belpietro. Con la chiosa di una alleanza interessata fra sinistra e cultura (uno scambio di favori). Ma tant’è : la dislocazione della cultura a sinistra è un fatto come è un fatto la dislocazione a destra degli uomini di spettacolo più popolari e seduttivi, a partire da quel Mike Bongiorno – ricordava Gomes – che Berlusconi avrebbe voluto senatore a vita. Insomma – riassumerei – a ciascuno la sua dote. E quella della destra apparentemente apolitica di Bongiorno, De Filippi, etc. infine pesa sulle opinioni e –per vie indirette – sulla politica un po’ più che quattro senatori a vita. C’è poi il sospetto – ragionevole – che le nomine servano a rafforzare un presunto Letta bis con altra maggioranza deberlusconizzata. Può darsi. Embè? Le precedenti nomine nella storia della Repubblica erano nomine asettiche e libere da ogni disegno? Ne dubito. La nomina dei senatori a vita è un istituto monarchico, un residuo difficilmente compatibile con la democrazia, come tanti ritengono? Lo si sostiene anche a sinistra; oggi Lerner sul suo blog, ad esempio. Tento una mia risposta. Per me solo una concezione piatta e banale di democrazia giustifica l’opposizione di principio alle nomine. Per me la concezione più banale e piatta fra tutte è quella della democrazia diretta. I suoi esiti spessissimo sono tali che: o i votanti si pentono del voto espresso o il popolo si dissolve in una frantumazione di tesi che occulti manipolatori hanno messo sul tappeto. Una democrazia compiutamente diretta insomma implicherebbe maggioranze quotidianamente variabili e una politica dell’avanti/indietro permanente. Così accadrebbe in partiti e movimenti. Se non ci fosse il “più eguale degli altri” (Grillo, ad esempio) ad attaccare e staccare l’interruttore del web. Così – quel che è peggio – accadrebbe nello Stato. La rappresentanza – fino a prova contraria –continua ad essere il punto di equilibrio fra volontà popolari molteplici e variabili. Si ipotizza – fondatamente, malgrado alcuni momenti quale quello attuale sembrino dimostrare quasi il contrario - che i rappresentanti del popolo non siano meri portavoce ma interpreti chiamati a dar sintesi e coerenza al frastagliato/incoerente. Permane comunque la minaccia dell’argomento platonico: ti affideresti a un timoniere scelto dal popolo o lo vorresti scelto da altri esperti timonieri? L’obiezione democratica è che il timoniere scelto dai timonieri posto di fronte alla scelta sacrificherebbe i passeggeri (il popolo) per salvare i propri elettori. Non si esce mai davvero dai dilemmi drammatici. Si sceglie di tagliare il nodo, sapendo che così non lo si è sciolto. Perché non si può. Il popolo non avrebbe mai scelto gli ultimi senatori a vita. Non sarebbe venuto in mente di candidarli. Se si fossero candidati in libere elezioni (che oggi non ci sono) non avrebbero prevalso su una Santanché e neanche su uno Scilipoti. Insomma la loro nomina appare un correttivo – modesto, ma comunque valido come pro-memoria – alla volontà popolare senza mediazioni. Il Presidente eletto dai rappresentanti del popolo, nomina. In qualche modo il popolo nomina. In attesa che la forbice fra rappresentanti e rappresentati si stringa e che il popolo spontaneamente dibatta se sia Muti o Abbado ad onorare meglio la Patria. Che questo un giorno possa avvenire a me sembra la giusta scommessa di una democrazia radicale. Un giorno. Oggi – prendiamone atto – il popolo non ha preso a calci quei Tizi seducenti che hanno chiesto quanto costerà allo Stato la ipoteticamente lunghissima permanenza al Senato della troppo giovane ricercatrice (51 anni). Io, da matematicamente sprovveduto, non ho neanche capito quale sia la differenza di costo fra 50 anni di stipendio per una giovane o di 25 anni per 2 meno giovani destinati l’uno a subentrare all’altro. E’ un fatto però che segnala l’egemonia culturale di una destra, pur povera di intellettuali, che oggi i blog, oltre che i giornali del perseguitato, siano piene di contumelie per lo spreco di denaro pubblico che le nomine senatoriali comportano. Nell’economia della brava massaia questo è un costo. Non è un costo l’evasione fiscale del padrone di Mediaset. Ancora più difficile spiegare ovviamente il costo connesso a quella operazione criminale che ha potuto costruire fondi per comprare pezzi di Parlamento, già riempito di odalische e analfabeti.

giovedì 29 agosto 2013

A proposito di Pennac, del corpo e della politica


Realismo: cioè? La storia e l’arte si sono occupate quasi sempre dell’eccezionale: uomini e donne eccezionali che cambiano il mondo, uomini e donne che vivono eventi eccezionali. La storiografia più recente – quella degli Annales, ad esempio – scoprì che la storia non è fatta da uomini o eventi eccezionali, bensì da onde lunghe costituite dalla geografia, dai mutamenti climatici, dalla cultura materiale (del cibo, del sesso, etc.). Rispetto a ciò gli uomini e gli eventi eccezionali sono increspature di onda. La letteratura e il cinema –verismo, neorealismo – scoprirono poi a loro volta il significato e/o la bellezza del quotidiano. Le nostre strade non sono affollate né da Antigone, né da fratelli Karamazov, né ci capita facilmente di tramutarci in un insetto come capita a Gregor ne La metamorfosi di Kafka. Verismo e neorealismo tentarono di interpretare il significato della vita di masse anonime. D sciuscià, di pensionati e di ladri di biciclette. Ma realismo ha altri significati possibili. La maggior parte del tempo degli uomini eccezionali come di quelli normali è speso ad occuparsi del proprio corpo. Il realismo, nelle sue varie declinazioni, si occupa pochissimo della maggior parte del tempo umano. Fa astrazione del tempo speso nel sonno. Fa astrazione del tempo speso nel bagno, fa astrazione del tempo speso a grattarsi, etc. Ritiene di non poter dire nulla di interessante o di emozionante (esteticamente significativo) al riguardo. Ritiene che invaderebbe inutilmente, morbosamente, quella sfera che è considerata intima (interna, segreta, non pubblica). La domanda è se invece possa essere utile o emozionante invadere quella dimensione. La risposta è stata positiva con tutta evidenza per ciò che attiene la sfera sessuale e il genere porno, perifrasi dell’oggetto anatomico. Anche questo genere comunque è mera astrazione. Prescinde da storia e sentimenti e anche dalle sensazioni che la cinepresa e la scrittura, nel porno come nella descrizione anatomica, non possono rappresentare. Insomma qualunque realismo è comunque astrazione, scegliendo un punto di vista che obbliga ad escluderne altri. Il corpo chimico, il corpo chimico, etc. Attorno a realismo quindi, qualunque realismo, immaginiamo sempre le virgolette. Ma parliamo ora di “realismo” del corpo. Di cosa parliamo quando diciamo io, tu, lui, noi, voi, loro? Sono triste, sei felice, è impegnato, siamo attratti, siete respinti, sono sperduti. Le parole che spendiamo nella vita quotidiana parlano pochissimo del corpo come membra e come organi. Quelle dell’arte quasi mai. Parliamo di noi al più parlando dell’intero corpo, dell’intera persona che si sposta, si commuove, vive, muore. Se però, soli con noi stessi, pensiamo, allora pensiamo al braccio destro, al piede sinistro, al fegato a ciò che ci fa male, o ci produce piacere. Quindi, in tal senso, l’arte è sempre lontana dalla realtà o dal realismo o anche da ciò che occupa il maggior spazio della nostra mente. Un altro realismo Daniel Pennac ha tentato l’intentato. Storia di un corpo è la storia del protagonista, dalla età di 12 anni fino alla fine. Storia della sua evoluzione. Storia di sensazioni tattili, di odori, sapori, rumori corporali. L’autore immagina di redigere un diario del proprio corpo, diario da destinare, dopo morto, alla figlia. Il diario dimostra – lo dico subito – che è impossibile parlare del proprio corpo a prescindere dalla propria mente. La mente seleziona, connette e dà senso agli eventi del corpo. Pennac non può infatti a prescindere dalla narrazione della propria rete affettiva, della propria carriera professionale e politica. Dalla Tata indimenticabile che gli insegna come fare pipì e di cui non scorderà mai l’odore del corpo o i colori/sapori/profumi della colazione, alla iniziazione sessuale, dono della compagna partigiana, al rapporto con una giovanissima collaboratrice che all’età di 73 anni gli segnala l’impensata possibilità di riscatto di un corpo provato e ritenuto impotente etc. Diciamo che in tali narrazioni il corpo è l’interlocutore del protagonista, la sorgente e il terminale delle sue emozioni. Sicché ad esempio la paura non è solo enunciata come tale ma è lo strizzamento dei testicoli. E la vecchiaia è il deteriorarsi della pelle e la difficolta di minzione. La storia del corpo è storia di secrezioni. E’ storia dell’intimità che l’arte stenta a dipingere: le deiezioni più degli orgasmi e della “materia” del sesso. Anche quelle comunque non come un trattato di clinica, ma sempre, necessariamente per le rappresentazioni mentali che le accompagnano. Mi sono chiesto se l’autore non abbia avuto tabu. Mi sono risposto che li ha avuti. Descrive le caratteristiche delle proprie feci, con digressioni che includono lo scopino da water, descrive l’imbrattamento da sperma, descrive il nipotino sorpreso a masturbarsi. Il pudore però vince riguardo la descrizione della donna amata. Nulla sappiamo in dettaglio del suo corpo. Sappiamo della sua andatura. Apprendiamo il particolare tenero che l’autore non avrebbe rimediato allo spazio angusto fra la porta del suo studio e la libreria perché questo costringeva la sua donna a quel movimento che lui ha ammirato per decenni. L’attenzione ai discorsi del corpo consente a Pennac di individuare la genesi delle nostre credenze e dei nostri pre-giudizi. Così riguardo il corpo femminile l’autore giunge a ipotizzare che lo scherno maschile sul ciclo, diversamente incomprensibile, sia la ripicca per un senso di inferiorità inconfessato. Il maschio ritiene che il ciclo sia purificatore e che tale purificazione sia preclusa ai maschi. E ritiene altresì che “regole” sia termine che allude al rapporto privilegiato femminile con la natura. Anche su questo, per inciso, rivelatrice del nesso corpo/mente la semplicità con cui il protagonista accenna al fatto che il ciclo non abbia mai interferito nella sua pratica sessuale con la compagna. Lo dice proprio e solo riguardo la compagna, un corpo non confrontabile con altri corpi. Altri parlerebbero, semplicemente o grossolanamente, di amore. L’eros ha gran parte nel romanzo di Pennac. E’ meritoriamente un eros pervasivo quello del romanzo. Dico meritoriamente perché guarda a ciò che è frequente più che a quello che è eccezionale. E’ meritorio voglio dire esplicitare la dimensione erotica di uno shampoo praticato da mani femminili. Un eros democratico – per così dire – che accompagna la vita di tutti ben al di là delle pratiche certificate come sessuali e di quel fenomeno chiamato amore che riempie cinema e letteratura moderni. L’interrogarsi sul corpo e le emozioni altrui, senza l’impaccio dei pregiudizi, consente all’autore la scoperta più intima del punto di vista omosessuale. L’apertura consente scoperte altrimenti impossibili. Così il protagonista può ricevere dal prediletto nipote, omosessuale, la deliziosa lezione: Vi interrogate sempre su chi sia “attivo” o “passivo” nel rapporto omosessuale, ma non capite il vantaggio di un rapporto fra eguali che sanno come dare quello che hanno appena ricevuto; questo è precluso alle coppie eterosessuali. Sì, mi accorgo che ricorro a perifrasi. Non sono Pennac e non mi sento autorizzato a nominare le cose con il nome che diamo loro quando le pensiamo. La politica del corpo L’ultima domanda che mi faccio è questa: al di là dell’emozione estetica, sarebbe utile – pragmaticamente utile, politicamente utile – un’arte che recuperi il giacimento inesplorato della coabitazione col nostro corpo? La mia risposta è sì. Penso che la rappresentazione della sofferenza di una vescica piena nel centro inospitale di Roma, privo di toilette pubbliche e dove, arrivati al bar e consumato il caffè, si trova l’avviso “toilette guasta” possa accompagnarsi nelle antologie del dolore all’evento luttuoso o ad un abbandono. E concorrere ad una politica dei servizi pubblici. Allo stesso modo ”sentire” la sessualità gay, anche nei suoi presupposti fisiologici, darebbe concretezza e vigore nella lotta contro l’omofobia e contro l’amputazione delle potenzialità erotiche dell’uomo. E “sentire” mentre si è politicamente attivi, la fatica del salire le scale o la perdita del respiro suggerirebbe urgenze sulla libertà di morire ben più pressanti dell’Imu ed ora compresse dal malinteso pudore. Ecco, da questo “realismo” la politica può riacquistare senso. Non dallo pseudo realismo della politica politicante.

lunedì 26 agosto 2013

Leader da inventare, leader da consumare


Una volta i leader avevano vita lunga. Occupavano la scena, a destra, sinistra e centro quasi sempre per la durata della loro vita. Si contendevano uno spazio, un passettino avanti, uno indietro, un altro avanti. Perdevano la segreteria del partito e acquisivano la premiership di governo oppure diventavano capicorrente. Se uscivano di scena, questo avveniva morbidamente. De Gasperi, Togliatti, Nenni, Andreotti, Malagodi, La Malfa. Una volta. Erano sintesi stabili degli orientamenti. Ora elenco: Fini, Bossi, Di Pietro, Ingroia, Monti. Di quale malattia si sono ammalati? Scomparso Fini. Una drammatica evoluzione, da Fiuggi al ripudio drastico del fascismo, al “che fai mi cacci?” rivolto impavidamente al padrone d’Italia in una platea servile e ostile. Futuro e libertà fra musica, canti e oratoria del bravo Barbareschi (che poi avvedutamente cambia idea). Apertura ai gay, agli immigrati. Dimenticato il ruolo opaco nei massacri di Genova 2001. Vezzeggiato dalla sinistra. Poi la casa a Montecarlo, l’alleanza con Monti. E la fine. Bossi, grande aggregatore dello scontento del nord. Operai, artigiani, piccoli imprenditori tutti insieme contro il capro espiatorio del Sud e dell’immigrato perché c’è sempre oggi nel leader innanzitutto l’esigenza che sia definito il nemico. Assai meno i risultati attesi dalla sua leadership. Peraltro nella seconda Repubblica la costituzione materiale dice che tutto è permesso se il popolo (una frazione compatta di popolo) lo vuole. Si possono minacciare sollevamenti, fucilate e cannoneggiamenti, come il buon Bossi ha fatto. Chi si azzarderà a minacciare processi? La viltà, non il coraggio, suggerisce che l’avversario sia battuto politicamente, non nei tribunali. L’alibi per l’impotenza. E poiché l’avversario trionfa in una partita a carte truccate, il suggerimento implicito è di subire o di accettare una corsa ad handicap in cui è impossibile vincere. Ma i leader si sconfiggono da se stessi. Ad esempio col il consueto voler troppo. Sistemare, ad esempio, moglie e figli secondo l’odiato costume sudista. Indifendibile. E la fine. Di Pietro, protagonista assoluto di Mani pulite, inquisitore di Craxi. Poi politico rozzamente efficace. Vero antagonista assoluto del padrone d’Italia cui non ha mai concesso sconti. Foto di Vasto, da vincitore. Poi ancora Report, Gabanelli con storie di case e conti confusi fra partito e famiglia. E la fine. Ingroia, idolo del popolo viola e dei militanti della legalità. Incarico in Guatemala. Ritorno in Italia come leader di Rivoluzione civica. Flop. Ridicolizzato da Crozza che non perdona. L’indolenza dolente e la sconfitta. E la fine. Monti, salvatore della patria. Novello Cincinnato lascia l’università, chiamato da Napolitano. E’ scontato: sarà Presidente della Repubblica se ascolta i consigli di Napolitano. Ma non li ascolta. Un disastro elettorale. E la fine. Credo che oggi, più di prima, un leader nasca un po’ per caso. Un mix di talento e di caso. Fra cento o mille leader potenziali ed equivalenti il caso decide. Era nelle cose, possibile ma non fatale, che l’Italia avversa alle regole trovasse un suo leader contro la “gioiosa macchina di guerra” di Occhetto. L’oscuro imprenditore di Arcore prima aveva trovato, con l’aiuto di consulenti e stallieri le risorse economiche, poi per caso incontrò Craxi e il decreto che gli consegnò il potere smisurato di proporre la nuova pedagogia televisiva e di conquistare il cuore di massaie e pensionati, enorme esercito inconsapevolmente al servizio di elusori, trafficanti, frequentatori dei riti del Billionarie. Quindi il pupazzo di neve fu completato col cappello degli intellettuali “eccedenti” nella sinistra che invece nella nuova destra trovarono spazi e retribuzioni impensati. Una forza economica capace di comprare qualsiasi cosa: giovinezza, bellezza, parlamentari. Una valanga nata da un fiocco di neve. Non è diversa la genesi della leadership dell’oppositore di Berlusconi, oppositore di tutto, Beppe Grillo. Certamente irriducibilmente diversi i valori e gli obiettivi. Non diverso il ruolo del caso e, per altri versi, della TV, inventore di leader. Non dal nulla, anche qui, ma privilegiando uno fra cento o fra mille. Un comico di ottima cultura e di buone letture che casualmente incontra un praticone del web e, nella distrazione generale, forse a sua stessa insaputa, occupa uno spazio deserto da cui arringa i piccoli imprenditori delusi, i precari sovra-istruiti, il popolo avverso alle caste. Qui la narrazione vincente è giocata sull’assenza/presenza. Mai presente nei talk show della TV sdegnata, sempre presente e garante di share per la TV che cerca personaggi. Infine l’attraversamento dello stretto vale dieci volte un’apparizione di Berlusconi a rete unificate. Così due Italie hanno trovato i loro campioni. La terza Italia, quella che non amava gli uomini soli al comando è vinta e persuasa. Sarà leader anche qui chi trova un bersaglio attraente e mobilitante. Renzi lo trova nell’apparato del partito. Per la prima volta nella storia del Pci- Ds- Pds- Pd o in quella Dc, Ppi, Margherita, Pd, si può dire “loro”, “voi”, alludendo agli avversari dentro il partito. Anzi si deve dire per vincere. I democratici ora sanno l’essenziale: contro chi sta. Sta contro l’apparato. Il fronte avversario si sfalda. Paradossalmente i rottamati, quelli che lui ha rottamato, passano dalla sua parte. Prima Veltroni e seguito. Poi anche l’ultimo esponente della vecchia Italia e del vecchio PD politicante, Massimo D’Alema, si arrende: sia Renzi il leader. Ah, dimenticavo, vengo anch’io: sia Renzi il leader.

mercoledì 21 agosto 2013

La nostra epoca pacifica


Sulla spiaggia una donna matura se ne sta sdraiata con le palme delle mani sollevate e aperte verso il sole. Posizione yoga o posizione per abbronzare le palme? Sorrido da impenitente scettico. A casa seguo un tantino il tg2. Fra le varie cronache di orrore c'è quella, che viene dalla Germania, di quel tale che fa strage in una riunione di condominio perché - immagino - è inaccettabile che gli altri la pensino diversamente da te. Poi c'è quella, che viene dagli Usa, dei tre ragazzini che sparano, uccidendolo, ad un coetaneo sconosciuto che faceva jogging. Confessano: "non sapevamo che fare". Rivaluto l'innocente mania della signora con le palme rivolte al sole. Andiamo avanti, voltando pagina davanti ad ogni orrore. E' stato detto autorevolmente che questa è l'epoca più pacifica che il mondo abbia conosciuto. Aggiungerei: "e la più stupida". Mai - mi pare - la violenza è stata più gratuita e sciocca di oggi. Se la politica non si interroga su questo, di che diavolo si occupa allora?