domenica 4 agosto 2013

Guerra civile?


Guerra civile? Gli italiani si dividono come per un colpo di accetta, se si parla di lui. Come ai tempi di Coppi e Bartali. I coppiani e i bartaliani però condividevano gli stessi valori e gli stessi piaceri, con lievi sfumature. Come ora. Tutti a gustare le stesse granite, tutti sui lettini al mare. Qualche volta tiro a indovinare. Che giornale starà leggendo il mio vicino di cui ho letto uno sguardo di ammirazione simile al mio verso il bikini rosso fuoco? Io leggo la Repubblica. Lui starà leggendo Repubblica o il Giornale? Accidenti, sta leggendo il Giornale. Staremo in due eserciti contrapposti nella guerra civile di Bondi, pur amando le stesse granite, lo stesso mare, lo stesso bikini? No, non è come nel mondo arabo, purtroppo diviso su tutto - cibo, alcol, sessualità - dal discrimine "laici" e "integralisti". In Italia solo i miracolati dal berlusconismo, quattro gatti, un milioncino di parassiti al massimo, con Bondi in testa e accanto Daniela Santanché, rischierebbero la guerra civile, tentando di farla combattere alla massaia berlusconiana e al pensionato che ammira tanto Berlusconi perché lui è "maschio". Mi impegnerò a chiarire al pensionato che anch'io, come lui, sono ammirato per quello splendido bikini rosso. Se bisognerà sparare, alla fine spareremo nella stessa direzione. Visualizzazioni: 2

lunedì 29 luglio 2013

Verso la civiltà del cortile


Qual è la nostra casa? Il luogo in cui mangiamo e dormiamo? La città in cui ci riforniamo di beni e servizi? Lo Stato con le leggi che condividiamo? L’Europa? Il mondo? Un po’ tutto questo, ovviamente, ma con diversa (assai diversa) accentuazione e consapevolezza. La crisi economica – temo – sta producendo, fra varie tossine, un ritorno agli spazi esclusivi e ristretti del cortile. Un episodio di ieri. Ad Ostia, nella centrale e “borghese” via Delle Baleniere. E’ una strada relativamente curata e pulita, per gli standard romani e nazionali. Peraltro negozi e boutique contribuiscono al decoro della via, pagando servizi supplementari di pulizia. Verso sera non c’è molta gente. Anch’io, con moglie, mi avvio verso il lungomare ove d’estate si concentra il passeggio. Vicino a noi cammina una coppia matura. E’ un attimo. Sento qualcosa rotolare vicino ai piedi. C’è una signora in abito di casa, davanti all’ingresso di un condominio. Non ho visto il gesto. Ne sono informato dopo. Intanto le proteste veementi di mia moglie. E’ stata sfiorata e forse schizzata un tantino da una coppa di gelato. Insomma, la sconosciuta signora ha trovato la coppetta poggiata sul muretto del condominio ed ha pensato bene di liberare il suo condominio da quell’oltraggio, mediante una manata che trasferiva la cosa indecorosa lontano, verso il marciapiede che evidentemente non sentiva proprio. Mia moglie e i passanti solidali protestano. Io osservo un po’ incredulo, un po’ rassegnato al peggio in arrivo. Sono, come spesso, affascinato dalla capacità degli uomini di mentire a stessi, di trovare giustificazioni anche all’assurdo. “Non l’ho messa io la coppetta sul muretto. Dovevo lasciarla là?” Piccoli indizi della civiltà prossima ventura. Abbiamo già conosciuto nel passato la civiltà degli spazi ristretti, del cortile e della città. Allora aveva un senso. Era ragionevole. Troppo difficile che il volo di una farfalla nella strada o nel paese vicino influisse più di tanto nel nostro cortile. Ma ora? La condomina mi appare l’avanguardia dei nuovi barbari, senza consapevolezza, rinchiusi nei propri recinti, ottusamente convinti delle loro ragioni. Nei cortili esclusivi e contrapposti che rischiano di essere spazzati via tutti insieme da forze incomprensibili, dal micidiale volo di una farfalla.

sabato 27 luglio 2013

Invece del lavoro


Lo classificherei come un esempio di turismo low cost, abbondantemente oltre i confini del lecito. Oppure della versione giovanile del tirare a campare, dei percettori irregolari di reddito, esclusi dal lavoro produttivo, forse non meno numerosi degli inoccupati. Entro nel bar dello stabilimento balneare e assisto a una scenata impietosa dell'anziana titolare che sta alla cassa. Lui è un giovane saccopelista che, mogio mogio, sorseggia un caffè. Non so come faccia a goderselo. Lei inveisce e lui continua a scusarsi: "le ho chiesto scusa, le ho chiesto scusa". Insomma - capisco dall'invettiva implacabile della titolare - lui ha provato a fregarla asserendo di averle dato un biglietto da 10 euro. Invece era da 5 e lui lo sapeva bene. Perciò non c'è nulla da scusare. Purtroppo credo alla signora. Un po' perché la conosco, ma anche per l'atteggiamento del giovane, tipico di chi è preso con le mani nel sacco. E mentre la politica discute di nulla, tanti, troppi, sempre più sopravvivono rubacchiando nei supermercati, se donne o anziani, lavando vetri o tentando di vendere oggetti orribili e inutili alla gente al mare, se giovani e "abbronzati", esercitando piccoli tentativi di imbroglio, se giovani saccopelisti. La base autenticamente produttiva sempre più ristretta e insofferente alla pressione fiscale, non percepisce come tassa occulta il mantenimento di chi tira a campare. Del resto nel litorale di Ostia ripetutamente incendiato dal racket ci si lagna del rischio dell'incremento dell'1 % di IVA ma mai dell'esproprio progressivo attuato dai clan mafiosi. L'Italia in compenso si assomiglia sempre più. Tanto tempo fa mi sconvolse in Sicilia sentire un venditore di preziosi, intervistato sul pizzo, affermare: "Il peggiore estortore è lo Stato". Prova di viltà assoluta di chi, abituato a subire soprusi, finge (a se stesso) di pensare che è meglio pagare la mafia piuttosto che tasse, scuole e ospedali. Coraggio quindi ai pochi lavoratori veri sopravvissuti. Dovranno lavorare per figli, genitori, mafiosi, venditori di cianfrusaglie e giovani turisti low cost. Però, forse, non pagheranno l'Imu.

sabato 20 luglio 2013

Qual è la normalità?


Da cinque anni a Ostia, lontano dalla Sicilia in cui ho vissuto una vita, mi capita di stupirmi di piccole cose e poi chiedermi se ciò che è nuovo e mi stupisce dipende dal nuovo ambiente o dai cinque anni passati o eventualmente dal fatto che sono cambiato io. E non so proprio rispondere. Se cammino sul marciapiede non succede mai che chi mi viene di fronte - persona o gruppo - si sposti un tantino. E' sempre occupato con qualcosa, mangiare una fetta di pizza, consultare un Ipad o chiacchierare o anche niente, un niente che pare non gli consenta di vedermi. A volte - di fronte a gruppi numerosi - debbo aggirare l'ostacolo scendendo dal marciapiedi. Grande convivialità ma rigorosamente circoscritta al gruppo. Non ho ricordi simili per la Sicilia. Devo stare attento a non operare frettolose deduzione. Forse semplicemente allora mi capitava raramente di passeggiare. Forse. Ma l'altra sera ero a Torvaianica. Sapete quell'orrore edilizio che fa apparire piacevole la maggior parte degli orrori perpetrati sulle coste calabresi e siciliane dove mafia e 'ndrangheta decidono. Attraversavo la strada principale sulle strisce con moglie e una coppia romana. Vedo arrivare un Suv. C'è piena luce e la strada è diritta. Continuo ad attraversare con totale fiducia. Ma il conducente deve avere un'urgenza del diavolo. Sembra addirittura accelerare. E sì, accelera per fare in tempo a superarci a destra senza falciarci. Solo sfiorandoci. Mentre io faccio spallucce, stimolato a farmi le mie oziose domande sul mondo, il mio amico romano urla romanissime imprecazioni. L'indomani a Ostia, dopo un paio d'ore di ozio sulla spiaggia libera, prima di salire in auto, mi dirigo verso la fontanella pubblica per non portare sabbia a casa. Venditori di cocco asiatici mi mettono in imbarazzo, scusandosi se mi faranno aspettare pochi secondi per rinfrescare la loro merce. Mi imbarazzano come se si sentissero ospiti sgraditi nel pianeta Italia. Sicché io cerco di sorridere il più possibile e di rassicurarli. Quando tocca a me, ho appena immerso un piede sotto la fontana che una signora con una bottiglietta da 1/4 semivuota, mi chiede se non posso farle riempire il suo recipiente. Ritiro il piede. Perplesso, però lo ritiro. Ricomincio. No. Arriva un'altra signora. Lei è più "collaborativa" della prima, diciamo così. Mi chiede di potersi lavare le mani. "Ma non si disturbi - precisa - lei continui pure". Ovvero dovrei lavare il mie piede con l'acqua che ha lavato le mani della sconosciuta signora. Invece dico "prego" e ritiro il piede. A me stesso dico tutto e il contrario di tutto. Mi dico che sono un igienista maniaco e, in contraddizione con i miei principi ecologici, uno sperperatore di acqua. Però la fontanella per la verità - come spesso a Roma - è sempre aperta. Mi dico che le signora esprime la promiscuità romana cui io non sono abituato. Non riesco ad escludere d'altra parte che la signora o una delle due signore sia la stessa che al supermercato mi ha chiesto di saltarmi alla cassa perché lei aveva solo due pacchetti e io tre. E che magari sia moglie o sorella di quell'impavido autista di Suv di Torvaianica. Confronto anche il comportamento dei romani con quello degli asiatici venditori di cocco. Differenze culturali nei quali romani e italiani sarebbero soccombenti. Così sono a posto almeno con la coscienza di democratico, aperto alle culture immigrate. Purtroppo stamattina, ancora alla fontana, una famigliola, una coppia con bambino, asiatica - Bangladesh probabilmente - devasta la mia sistematizzazione, il mio tentativo di mettere ordine nella mente, classificare e capire. C'è mia moglie col piede alla fontana. Lui chiede di aggiungere il suo piede a quello di mia moglie. Intanto il bambino la pressa e quasi le si infila sotto la gonna. Mia moglie sarà pure più a sinistra di me, ma è un po' meno comprensiva di me. Infatti sbotta: "E aspetti...". Non è finita. L'uomo è chiaramente disturbato dal fatto che della fontanella ho bisogno anch'io. Anche se sono velocissimo. Non più di quindici secondi. In crisi le spiegazioni culturali/razziali etc. Forse lo spirito dei tempi. Il mondo un circuito in cui superarsi, senza regole, come nella corsa di bighe di Ben Hur. Non solo e non tanto un mondo degli egoismi, non nell'accezione banale del tornaconto materiale. Non credo che la signora, l'asiatico, l'autista di Suv avessero cose urgenti da fare. Semplicemente dovevano dimostrare a se stessi di poter prevalere, superare precedenze e regole e dare così un senso -immagino - alla vita.

mercoledì 3 luglio 2013

Diario di un viaggio a casa mia: quello che resta e quello che muore


Ogni anno a giugno, per due settimane, il pellegrinaggio in Sicilia. Nella mia Sicilia, sempre meno “mia” e in ultima analisi mai “mia”. Visita doverosa, con moglie, a mamma e suocera. Visita al dolore cui non si porta rimedio. Visita alle istituzioni inventate per contenere vecchiaia, malattia e abbandono: la casa di riposo, la badante. Il muro è caduto anche per questo, perché avessimo badanti a prezzo accessibile. Nella casa di riposo un campionario incredibile di sofferenze, fisiche, mentali e di abbandoni. Lo dico subito: il pellegrinaggio annuale in Sicilia mi allontana radicalmente dalla politica e dalle sue priorità. Ventimila posti di lavoro che saranno contesi da milioni di giovani, il rimando dell’Iva per tre mesi o forse per sei, Renzi o Cuperlo. Cosa dovrebbe appassionarmi? Con gli anni (diciamo pure invecchiando) divento più “radicale”. Nel senso di sentirmi sempre più fuori posto. L’autostrada da Catania a Siracusa mi imbuca in orride gallerie che escludono dal paesaggio. Non saprei dove e come trovare il punto di ristoro in cui si consumava la pagnotta calda condita con olio, sale e origano. Rivedo la mia città e cerco inutilmente di provare emozioni. Poco è cambiato. Ogni tanto un viso che indovino essere un viso incontrato venti anni fa. Qualcosa è peggiorato. Entro nel parcheggio “Talete” sul porto piccolo, un mostro immane di cemento. Il parcheggio è buio, deserto e devastato dalle immondizie. Gli scarti umani vi trovano riparo la notte. Sono andato a trovare un amico già compagno di militanza nel Pci (ora con Diliberto). Lui riaccompagna me e mia moglie al parcheggio, con fare protettivo. Incontro un altro amico, anch’egli vecchio compagno di militanza (ora con Ferrero) nell’agriturismo di cui si occupa, malgrado gli esiti di un ictus. Poi incontro per la pizza annuale gli ex colleghi di lavoro, sempre di meno. Consumiamo il rito della pizza sulle colline circostanti Siracusa presso il Castello Eurialo, baluardo delle fortificazioni nord, inespugnabile, eppure espugnato dall’esercito romano (212 A.C.), malgrado le geniali tecnologie belliche di Archimede, grazie “al tradimento di alcuni siracusani”, come tiene a dire sempre il custode. Lì, in pizzeria, almeno ho il piacere dell’incontro con Laura. Ha voluto incontrarmi, dopo 15 anni. Voleva ringraziarmi perché con lei il mio lavoro di “orientatore” era stato proficuo. L’avevo anche aiutata a superare le resistenze dei genitori per un corso di studi lontano da casa. Poi incontro per una granita di mandorla Marina che da brillantissima precaria collaborava con me e che ora è più precaria e insicura di prima. Nel frattempo il candidato Garozzo, renziano, sostenuto dal PD, dalla sinistra, ma anche (non esplicitamente) da pezzi di destra (a partire da Stefania Prestigiacomo) stravince al ballottaggio. Grande regista il boss Gino Foti, ex Msi, ex DC, ora esponente di spicco del Partito democratico. Si prepara la cementificazione del porto (a cura di Caltagirone) con alberghi in mezzo al mare, immagino in stile Dubai, presso le acque in cui la flotta ateniese fu distrutta (412 A.C.) durante la guerra del Peleponneso. Dimentico pure di visitare le latomie dei cappuccini, le cave di pietra in cui furono imprigionati i superstiti dell’esercito ateniese. Avevo promesso a me stesso di rivederle finalmente, anni dopo la riapertura al pubblico . Lì, incredibilmente, in uno scenario infinitamente più suggestivo rispetto ad ogni evento ospitato, da studente avevo recitato I sepolcri di Foscolo e l’ Adelchi di Manzoni. Voglio ricordarlo. Nell’ Adelchi, dopo “S’ode a destra uno squillo di tromba”, “ “A sinistra risponde uno squillo”, avrei dovuto entrare in scena con “D’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren”. Ma gli studenti/attori eravamo dispersi in un back stage fra rocce e piante profumate, lontani dal palcoscenico. Ed io ero preso da Rita, minuta e perfetta, che corteggiavo nelle modalità impacciate dei primissimi anni ’60. Insomma miracolosamente sentii il finire della seconda battuta “da cavalli e da fanti il terren”. Nessuno mi aveva detto di preparami. Piantai in asso Rita, cominciando a gridare la mia parte fuori scena, entrando sul palcoscenico più o meno sull’ultima sillaba, stremato. Molto efficace però, al di là delle intenzioni. Perché mi sono dimenticato delle latomie? Forse perché, pur passandoci accanto per comprare i dolci di mandorla, il nuovo assetto urbanistico, con rotatorie e altre diavolerie, mi ha fatto dimenticare dov’ero. O forse ho voluto dimenticare per paura della delusione conseguente al ritorno. Niente altro per due settimane. Sicché decido di verificare almeno se ci sia in Sicilia una Sicilia che mi sembri Sicilia. Decido di cercarla sulle piste di Montalbano. Anche perché è il percorso più vicino alla mia Siracusa. Il barocco ragusano, il mare ragusano, la campagna ragusana. Tutto un po’ meno devastato dall’omologazione del petrolchimico, delle inutili gallerie di cemento, della seconda orribile casa per tutti. Fino a Puntasecca che le insegne annunciano subito con riferimento al commissario. Faccio la mia stupida foto davanti alla terrazza sul mare di Montalbano. Come fanno altri turisti montalbaniani. Rinuncio al bagno perché lì di fronte all’Africa la giornata è troppo ventosa. Poi consumo il mio arancino nel locale di fronte intitolato (guarda caso…) “Gli arancini di Montalbano”. Al ritorno percorro la costa sud verso est in direzione Pachino e Marzamemi (gradevole borgo ed ex tonnara). Faccio le mie provviste di pomodorino secco e di bottarga di tonno. La “vacanza” è finita. Mi aspetta la mia Ostia e la dieta opportuna dopo due settimane di peperoni arrostiti alla brace, granite di mandorla e dolci di ricotta in tutte le varianti possibili (frittelle, cannoli, cassate e cassatine) quel che resta diverso e locale, risparmiato dall’implacabile ed estraneante globalizzazione.

venerdì 14 giugno 2013

Oscar Giannino e l'enigma della competenza


I talentuosi imbroglioni Succedono fatti che dovrebbero indurci in riflessioni radicali o in autentiche rivoluzioni nei modi di pensare. Invece. Invece i commenti si sprecano nella periferia del fatto. Un esempio per me è lo “scandalo” Giannino. Preferisco parlarne ora proprio perché è ormai inattuale ciò che ha scandalizzato. Una forse promettente carriera politica stroncata dalla rivelazione di una bugia. Il professor Zingales, economista prestigioso e titolato, nonché membro autorevole di Fermare il declino, il movimento promosso da Giannino, scopre e senza indugi rivela che il plurilodato giornalista economico ha mentito. Ha vantato nel proprio curriculum un master nella prestigiosa Università Chigaco Booth in cui, disgraziatamente per Giannino, insegna proprio Zingales. Il master in realtà non è stato mai conseguito. Le bugie si scoprono come si mangiano le ciliegie. Una dietro l’altra. Sicché si scopre che anche le due lauree (giurisprudenza ed economia) vantate sono una bugia. Giannino si vergogna – immagino – come un bambino colto a rubare la marmellata e si dimette. Un’altra carriera politica troncata da una bugia, come per Fini, Di Pietro, etc. Che dire? Non è una storia nuova. Qua e là nel mondo ministri e politici si dimettono per analoghe bugie (anche più lievi): una tesi scopiazzata, ad esempio. Ma appunto a me non interessa il dato etico. Giustissimo dimettersi. Censurabile l’imbroglio. A me interessa il fatto che nessuno sospettasse la verità. Né i lettori, né i dotti conferenzieri cui si accompagnava Giannino, né i prestigiosi economisti come Zingales. Per tutti – economisti compresi – Giannino era un grande esperto di cose economiche e nessuno si sarebbe stupito se i master fossero stati due invece che uno e le lauree tre invece che due. Non somiglia ad altre storie questa storia? I ragazzi universitari che il giorno prima della laurea confessano che non danno esami da anni, ad esempio. Conclusione tragica qualche volta. Oppure le migliaia di dentisti mai laureati e giustamente perseguiti per esercizio abusivo della professione. Qualche differenza con Giannino, ma lieve a mio parere. La professione di giornalista economico non è tutelata da norma alcuna. E – si può dire – non si rischia di ammazzare nessuno, fingendosi laureati ad Harvard. Però, nella maggior parte dei casi neanche i falsi dentisti hanno ammazzato qualcuno. Non riesco ad escludere che molti imbroglioni abbiano acquisito la competenza odontoiatrica per vie diverse dall’università. E’ probabile che gli abusatori del titolo siano praticoni che posti, di fronte a un problema imprevisto, metterebbero a rischio la salute (o la vita) del cliente. Beh, la stessa cosa può succedere al chirurgo laureatissimo e brillantissimo che soffre di depressione o di alcolismo o di insonnia. In questo caso la vittima potrà tranquillamente dire di essere stato assassinato da un dotto e certificato laureato. E non da un imbroglione. Non da un imbroglione? Non direi: la personalità e i disturbi della personalità sono parte integrale della competenza. Doris Day/Zingales, Clark Gable/Giannino La vicenda Giannino mi ha fatto ricordare un vecchio film, una commedia americana di un certo successo del 1958: Dieci in amore (Teacher’s pet). La citai a suo tempo nella mia tesi di laurea sul tema della formazione professionale. La cito di nuovo perché il tema resta attualissimo, come un nodo irrisolto. Nel film Doris Day è una docente universitaria di giornalismo, figlia di un famoso direttore di un rinomato giornale. Clark Gable è un giornalista valente che non ha dedicato molto tempo allo studio nelle aule, ma che sa tutto del suo mestiere. Brevemente, Gable si finge studente frequentando i corsi della professoressa Day. Ne diventa l’alunno prediletto. Poi la scoperta dell’inganno. Ma, infine, la scoperta che le tesi sul buon giornalismo della professoressa e del “praticone” coincidono. Insomma, il buon apprendimento teorico e il buon apprendimento esperienziale conducono allo stesso risultato. Bene. Noi abbiamo separato da tempo i percorsi di apprendimento formale da quelli dell’apprendimento informale (sul campo). E, dopo averli separati, cerchiamo ponti per collegarli, da qualche tempo. Dopo la scuola o l’università uno stage (il famigerato stage che è diventato tutt’altra cosa dall’apprendimento guidato sul campo), il tirocinio oppure – anche in Italia – l’apprendistato. Apprendistato con un intreccio aula/lavoro che non casualmente è nell’agenda degli ultimi governi nazionali. Anzi ha smesso di essere un dispositivo pensato per i mestieri di medio-basso livello, guardando anche alle competenze più alte (formazione superiore). Importiamo dalla Germania del cosiddetto sistema duale (scuola/azienda) il favore al dispositivo. Le competenze invisibili Ma cos’è la competenza di cui parliamo?. Secondo la definizione di Guy Le Boterf, da cui peraltro altre definizioni non sono distanti, “La competenza è un insieme, riconosciuto e provato, delle rappresentazioni, conoscenze, capacità e comportamenti mobilizzati e combinati in maniera pertinente in un contesto dato”. Nella definizione è assente – giustamente – ogni riferimento alla fonte della competenza ovvero ai canali formali (scolastici, universitari), non formali (corsi e attività frequentate a scopo di apprendimento) e informali (l’apprendimento non intenzionale o risultante da attività culturali, lavorative, etc.). Secondo i teorici della descolarizzazione, in prospettiva tutti apprenderemmo in modo informale o non formale. Intanto però l’informale stenta a ricevere quel riconoscimento che può certificare la competenza. O meglio, in diversi paesi europei e in Scandinavia e Danimarca soprattutto, si affermano procedure di riconoscimento. In Italia siamo fermi a qualche sperimentazione. Su questo e sul libretto formativo che dovrebbe raccogliere le competenze maturate dal cittadino. E le sperimentazioni riguardano essenzialmente la certificazione di competenze di mestiere cui non concorre la scuola, ma al più il sistema di formazione professionale. Così per il mestiere di badante, ad esempio. Al più ragioniamo di crediti derivanti da esperienze anche di volontariato (così a scuola) che consentirebbero un punteggio aggiuntivo o (università) una riduzione dei tempi del corso. Tutto questo col frequente sospetto di attivare un meccanismo di favore. Insomma è ragionevole pensare che Giannino (e qualcuno dei dentisti imbroglioni) abbia non solo dovuto fare a meno dell’università, ma anche che abbia potuto farne a meno. Costruendo la propria competenza con i propri ritmi, pause di mesi o di anni, immersioni in convegni e biblioteche, ricerca, confronto, lavoro. Perché mai Giannino non avrebbe dovuto ricevere una certificazione equipollente al titolo di laurea o al master? O, meglio, quale giustificazione hanno due distinti e non dialoganti certificazioni, una del sistema formale, l’altra proveniente dalla vita, dal lavoro e dalla validazione continua ricevuta dai pari? Ritengo davvero che quando avremo smesso di fingere di rispondere ai bisogni dei giovani oggi, delle donne domani e degli anziani dopodomani, ci dovremo occupare di questo. Dell’immane spreco costituto dalle competenze non riconosciute che ci passano accanto irriconoscibili quando cerchiamo una badante o un manager. Al contempo siamo assediati da titoli cartacei che nulla dicono sulle competenze possedute. E sappiamo che se dietro quei titoli c’erano un giorno competenze, quelle competenze oggi sono evaporate. Già è un altro tema mai all’ordine del giorno: chi verifica se oggi merito ancora il titolo di ragioniere o quello di ingegnere che meritai trenta anni fa? Immagino che chiedere di replicare periodicamente esami e abilitazioni sarebbe una proposta di riforma senza largo consenso.

giovedì 6 giugno 2013

La grandezza e la bellezza


Se troviamo affinità e rimandi fra due film lontani, difficile decidere quanto ciò dipenda dai nostri filtri personali o -oggettivamente - dallo spirito del tempo che li ispira e avvolge entrambi. Mi riferisco a due film caratterizzanti questo 2013: l’americano Il grande Gatsby di Luhrmann e l’italiano La grande bellezza di Sorrentino. Io sono portato a sospettare che il comune riferimento alla grandezza non sia un mero caso. E penso anche che la bellezza sia il dominante leit motiv che li apparenta. Il grande Gatsby è stato giudicato film di belle immagine e belle suggestioni musicali. Meno felice nella descrizione dei caratteri, non all'altezza del romanzo di Fitzgerald. Giudizio condivisibile. Anch’io sono stato attratto dalle immagini e dai suoni. Molto attratto dalla bellezza degli abiti e in particolare dal fazzoletto annodato alla testa di Daisy. Daisy è la donna amata in gioventù da Gatsby, quella per cui il protagonista si è fatto ricchissimo. Per meritarla e per offrirle lo sfarzo degno di lei. Non riuscirà però la strategia della conquista. Nel calcolo delle convenienze che contiene e orienta anche l’amore, Daisy sceglierà il conformismo. Non così Gatsby che concluderà nell’incontro imprevisto con la morte la propria ossessione d’amore. Un amore che esclude ogni altro interesse. Daisy e Gatsby – che scopriremo tanto diversi – almeno in ciò sono simili. Non identici. Nella bulimia di bellezza e di lusso. Assoluta in lei che non possiede altri interessi. Strumentale in lui, per arrivare a lei. Il grande Gatsby è anche un film sull'esibizione del lusso. C'è un giudizio del regista su quella esibizione sfrenata? Credo di sì. Nugoli di camerieri. Nelle cene un cameriere dietro ogni commensale. E poi quel domestico ( mi ha provocato quasi un tic, un "no, questo no") che stende un tappeto davanti a Daisy mentre scende dall'auto affinché le sue scarpe non ricevano l'oltraggio della polvere. Ho sentito (è la mia lettura o tutti lo hanno sentito?) l'inaccettabile normalità del lusso, l'inaccettabile, "normale" classismo nelle decine di servitori per un uomo solo. Decine di vite consumate servendo coctail e stendendo tappetini sotto i piedi dell'upper class. Ma anche le vite degli abitanti del lusso sprecate, infine. L'arte è ambigua e noi siamo irrimediabilmente ambigui. Ho ammirato - dicevo- il fazzoletto annodato attorno alla pettinatura di Daisy. La bellezza cioè. Quella bellezza resta bellezza, pur nella consapevolezza indignata che essa è generata dal lavoro oscuro di uomini, operai e servitori al servizio del lusso di parassiti e criminali. Questo è un esempio di assoluta ambiguità. Che ci accompagna e ci accompagnerà sempre. A meno che...Perché anche il Battistero di Firenze e Piazza del Campo e il Colosseo e la Gioconda ci sono perché il lavoro degli ignoti manovali produceva ricchezza mal distribuita che finiva nell'imbuto della domanda dei ricchi e delle remunerazioni di architetti e artisti. E però l'ambiguità fra giudizio estetico e giudizio etico qui si ferma. Perché resto convinto che senza lo sfruttamento e l'ingiustizia endemica, non avremmo avuto né Piazza Del Campo, né la Gioconda, né la bellezza di Daisy. Altrettanto convinto sono però che avremmo avuto altra bellezza, forse un minor numero di capolavori, ma una bellezza più continua e diffusa in ogni angolo del mondo. La grande bellezza di Sorrentino è la storia di una bellezza diversa, di una città dalla bellezza che acceca e uccide (letteralmente nel film, nel turista stroncato da infarto alla vista di Roma dal Gianicolo). Anche in Sorrentino, come in Luhrmann, c’è la bellezza struggente di un ricordo giovanile. Il “quello che poteva essere e non è stato”. Esempio “fra gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza” cui segue la normalità dello “ squallore disgraziato e l’uomo miserabile”. Jep Gambardella (Toni Servillo) è il protagonista della nuova dolce vita romana. Autore di un solo romanzo, quanto basta per definirsi “romanziere”. Anche lui, non dissimilmente da Gatsby, autore di un progetto di grandezza sulla propria esistenza. Un po’ in scala minore. La capacità di far fallire qualunque festa sarà la cartina di tornasole con cui misurerà la propria grandezza. Sullo sfondo quel ricordo giovanile che ferisce come una lama. La giovane fidanzata che gli offre lo sprazzo di bellezza della camicetta d’improvviso slacciata per mostrare i seni acerbi. Dopo quella apparizione solo “lo squallore disgraziato”. La bellezza degli eventi straordinari e irripetibili della vita quotidiana. Più intensi del contatto con la Gioconda e che però non si può tornare ad ammirare, assolutamente non replicabili. Alice che a due anni e mezzo, aspetta con la mamma sulla porta di casa. Vede arrivare in fila prima il papà, poi la nonna e infine il nonno. Ci conta e ci nomina man mano e quando arrivo io dice: “tuttiii”, facendo un gesto inclusivo con le braccine. E io sono felice di sentirmi incluso, parte del suo tutti . Non replicabile. Le chiedo il bis ogni tanto. Ma non è la stessa cosa. La sua voce, il contesto, tutto cambiato. La bellezza degli eventi irripetibili della vita quotidiana. In entrambi i film la festa è la cornice dominante. Il jazz degli anni 20 e la disco music di uno scorcio di anni 2000. In entrambi un ballare fino allo sfinimento. Con la felicità orgastica di un’epoca, quella degli anni 20, che ha incontrato uno sviluppo impetuoso e l’ascensore sociale. Per quei pochi ovviamente che comunque ci lasceranno i colori di un’epoca. In Sorrentino un danzare compulsivo nella bruttezza dei volti rifatti, in una catena di montaggio che assicura prezzi standard e bellezza standard (ovvero bruttezza). La bellezza della città (cioè del passato) e la bruttezza estetica e morale degli abitanti delle feste. La cocainomane che sniffa in cucina. Una Serena Grandi (coraggiosa o masochista) mostrata ora, tanti anni dopo l’aver incarnato l’immaginario erotico degli italiani. O la figura capolavoro del cardinale (Herlitzca) indifferente a fede e speranza e però autentico culture di raffinata gastronomia. Perché non è la fede (l’abito cardinalizio e la gastronomia sì) che può introdurre nel giro che conta. O, quando è la fede, è la fede teatrale della suora ultracentenaria. Sorrentino rinuncia a mostrare i cittadini normali, il lavoro, la fatica, la vita. Li mostra per un attimo nello sguardo perplesso, rassegnato e quietamente severo della domestica immigrata nell' assistere alle sniffate della padrona. Nel Verdone, giornalista di chiaro insuccesso, che annuncia il ritorno nella sua provincia. Sorrentino nasconde tutto nella Roma bellissima e addormentata delle albe e delle notti. Nel Grande Gatsby la bruttezza appartiene alla periferia e ai suoi abitanti, nella Grande bellezza la bruttezza è prerogativa della classe dirigente e dei parassiti che la circondano. Condivido l’interpretazione della Grande bellezza come un seguito della Dolce Vita. Un seguito appunto, non un remake. Direi che La dolce vita è invece assimilabile al Grande Gatsby, nella società che descrive. Nell’uno e nell’altro i fortunati gaudenti hanno anima, speranza, ricerca della gioia e inquietudine. Sono gli esponenti di una classe invidiata e invidiabile. Ma mentre Fellini avvolgeva col suo sguardo pietoso i suoi protagonisti, nella Grande bellezza i personaggi sbiadiscono in una poltiglia di non senso. Il seguito della Dolce vita è quindi una vita vuota e amara. Estetica del privilegio, implacabilmente critica nella Grande bellezza che è più un saggio sulla bruttezza, ambigua nel Grande Gatsby. Anni luce di distanza ovviamente dalla scoperta degli uomini normali, quelli che non fanno né storia né cronaca, anni luce dalla lezione del neorealismo. Così, dopo tanta grandezza e tanta bellezza, mi è venuta voglia di rivedere Umberto D.