Ho partecipato ieri a un incontro sul tema “Un filosofo in ogni azienda” presso l’Università Roma Tre. Relatori erano i protagonisti di una esperienza formativa/lavorativa realizzata, oltre che da Roma Tre e dalla Sapienza (facoltà di lettere e filosofia), da Epistematica, società di servizi di knowledge management alle imprese. In breve la società sostiene le aziende interessate a formalizzare e archiviare il patrimonio di conoscenze possedute affinché non siano disperse e ne sia socializzata e ottimizzata la fruizione. Dopo essersi naturalmente dotata di competenze informatiche, Epistematica ha compreso il bisogno di una competenza diversa che mettesse in comunicazione e unificasse i linguaggi multidisciplinari prima di immetterli nel calcolatore. La competenza è stata individuata nella filosofia e nella logica filosofica. E l’Università ha completato la preparazione filosofica di base, “curvandola” al compito previsto, con un tirocinio rivolto a laureati specialistici di filosofia. Attualmente Epistematica collabora, ad esempio, con l’Ente Spaziale Europeo cui fornisce strumenti logico-filosofici-informatici.
La filosofia in azienda non è una novità assoluta. E’ presente da qualche tempo, in competizione con sociologia o psicologia delle organizzazioni, nella forma di consulenza filosofica per chiarire e sostenere le motivazioni aziendali, in particolare dei dirigenti. Su questo cerco di esprimere il mio favore e la mia perplessità. Il mio favore riguarda la giusta intuizione che il clima aziendale, i valori e le credenze di proprietari, dirigenti e operatori siano decisive quanto e più di una battaglia vinta con la concorrenza o con il sindacato. La mia perplessità riguarda invece il rischio che vedo concreto della inefficacia pratica di molte “consulenze”, della ritualizzazione della formazione e consulenza con formule seduttive, della ricerca snob in talune aziende di atteggiamenti “colti” e innovatori. Su questo avevo e conservo una riserva critica. Altra diffidenza riguarda quello che a mio avviso è il risultato di spinte “corporative” contrapposte che stabiliscono gratuiti steccati fra albi e discipline (psicologi, sociologi, filosofi, appunto) e inibiscono l’ottimale collocazione delle competenze.
Più pienamente convinto sono sugli esiti di altre esperienze filosofiche non consuete come Philosophy for children, pratica non nuova eppur poco diffusa, intenzionata a fornire ai giovanissimi strumenti concettuali indebitamente sequestrati dai licei e dalle facoltà universitarie. Ragionevolmente convinto sono stato altresì dall’esperienza incontrata ieri a Roma Tre.
Questa è la prima parte della mia riflessione sulla giornata di ieri. La seconda è solo apparentemente più marginale. Ho impiegato mezz’ora a trovare nella facoltà di filosofia di Roma Tre l’indicata sala delle conferenze. Non era presente nella segnaletica. Non era conosciuta dai diversi studenti interrogati né dal personale incontrato. Non era l’aula magna verso cui mi aveva indirizzata una studentessa, meritevole per aver cercato di reinterpretare un codice linguistico. Insomma, infine ho trovato per caso la sala conferenze, salendo e scendendo scale e girando qua e là. Questo mi ha fatto interrogare sull’orientamento degli studenti e sulla loro possibilità di fruire di spazi e opportunità. La perplessità è cresciuta entrando nella sala, accolto con grade cortesia. Non più di 20 ascoltatori. Forse un paio di studenti.
Concludo. Ero e sono convinto che – a differenza di quanto ritengono la Gelmini, Sacconi e Sallustri - non siano troppi i laureati in filosofia o in scienze della comunicazione, come, per altri aspetti, non siano troppi gli attuali docenti precari. Non basta riferirsi alla mitica domanda cui dovrebbe adeguarsi l’offerta. La qualità dell’offerta determina altresì la domanda. Se i cineasti italiani producessero più capolavori la domanda degli italiani si sposterebbe un tantino dal consumo di pizzette e gratta e vinci al consumo di film. Sono troppi filosofi, comunicatori e docenti se restano invariate le attuali opzioni politiche, le nostre scelte di vita e di consumo, se resta quella che è l’intelligenza media degli imprenditori. Sono comunque troppi se non crescono le motivazioni degli studenti, le loro capacità di orientamento, le loro capacità di autoimprenditività e marketing. E se non cresce l’investimento sociale e delle istituzioni formative nella guida e nell’orientamento continuo dei giovani. Nella sala conferenze di Roma Tre ieri non dovevano essere presenti un paio di studenti.
venerdì 29 aprile 2011
venerdì 15 aprile 2011
Vittorio Arrigoni: la vita degna di essere vissuta
Il mio primo pensiero è questo: spero intensamente che Vittorio Arrigoni abbia sentito prima di morire che la sua vita è stata degna di essere vissuta. E’ il pensiero che consola sua madre: lo dimostra con il suo quieto dolore, la sobrietà che non appartiene alle madri degli omicidi uccisi, perché anche i figli educano le madri. Questo è il mio modo di esprimere il mio amore per lui. Dico apposta amore perché in suo omaggio vorrei restituire significato alle passioni importanti, come il sentimento gratuito che lui ebbe per Gaza e per le sofferenze della sua gente: è giusto chiamare amore quel sentimento, più che i sentimenti che riguardano i nostri rapporti interessati con l'altro sesso o con i parenti. La sua morte adesso mi conduce a una rete contraddittoria di significati. Ho cercato velocemente su internet di ripassare qualche informazione sui suoi assassini. Ma francamente non mi attraggono molto i dettagli sui salafiti. Mi avvalgo dei miei utili pre-giudizi per arrivare all’essenziale. Sono attratto e atterrito, riscoprendo sinistre vocazioni umane, dalle analogie con altri assassinii e altri assassini, i gruppi minoritari che credono (o fingono di credere) ad una rivelazione - divina o laica che sia -riservata a pochi eletti. Penso agli assassini delle Brigate rosse (fra quelli che fingono di credere, per riempire una vita priva di amore e priva del dono dell'intelligenza) che finsero di credere di spiegare all’operaio Guidi Rossa, col suo sangue, cosa fosse la lotta di classe. Penso a un’altra vittima che conobbi fuggevolmente, ma intensamente: Ezio Tarantelli, incontrato a un seminario, uomo inequivocabilmente mite e generoso, dolcemente "imbranato" con i suoi lucidi e la lavagna luminosa.
E' il mio modo per dare un significato all'assassinio di Vittorio Arrigoni.
Un altro rimando mi suggerisce la ritualità di quegli assassinii: la ritualità delle esecuzioni di Stato in cui la macchina cieca della giustizia asetticamente uccide, in assenza di passioni, ormai spente, come accadde per Saddam.
E allora sento l'amore indignato di Lucrezio (De rerum natura, Liber I) nel ricordare il sacrificio di Ifigenia: "Tantum religio potuit suadere malorum"! A quanti orrori inducono religioni (o superstizioni), anche laiche, nella sconfitta della ragione!
Restiamo umani era l’invito di Vittorio. Diventiamo umani è la correzione che gli proporrei, oppure Torniamo animali, amputando da noi le perversioni dell’umano.
E' il mio modo per dare un significato all'assassinio di Vittorio Arrigoni.
Un altro rimando mi suggerisce la ritualità di quegli assassinii: la ritualità delle esecuzioni di Stato in cui la macchina cieca della giustizia asetticamente uccide, in assenza di passioni, ormai spente, come accadde per Saddam.
E allora sento l'amore indignato di Lucrezio (De rerum natura, Liber I) nel ricordare il sacrificio di Ifigenia: "Tantum religio potuit suadere malorum"! A quanti orrori inducono religioni (o superstizioni), anche laiche, nella sconfitta della ragione!
Restiamo umani era l’invito di Vittorio. Diventiamo umani è la correzione che gli proporrei, oppure Torniamo animali, amputando da noi le perversioni dell’umano.
venerdì 1 aprile 2011
A volte ritornano
Oggi mi piacerebbe non avere memoria. Mi piacerebbe non aver studiato quel poco di storia d’Italia che ho studiato. Mi piacerebbe non poter trovare nella cronaca politica di questi giorni sinistre analogie con l’avvento del fascismo. Invece le trovo e mi manca il respiro. Ho sentito la Russa vantarsi del proprio “coraggio” nell’affrontare fischi e monetine lanciate dai manifestanti davanti a Montecitorio e poi aggiungere, rivolto a Franceschini e ai banchi dell’opposizione: “Voi non avreste avuto questo coraggio”. Confrontate per favore queste parole con quelle che nella seduta del 30 maggio del 1924 pronunciano i fascisti – lo squadrista Roberto Farinacci in primis – contro Giacomo Matteotti (nel suo ultimo discorso) che contesta le violenze che hanno impedito a tanti cittadini di votare nelle recenti elezioni. “Perché avete paura. Perché scappate” è l’insulto machista alla scarsa virilità dell’opposizione. E non giovò allora la replica di Filippo Turati.”Si, avevamo paura, come quando nella Sila c’erano i briganti”. * Perché penso che non giovò quella risposta che noi “radical chic” giudichiamo “colta”, nitida e tagliente ? Ho il ricordo amaro di una esperienza didattica che ebbi qualche tempo fa con un gruppo di detenuti. Un esercizio di drammatizzazione con il testo del resoconto di quella seduta del 30 maggio. Grande passione e sforzo interpretativo dei detenuti. Poi chiedo un commento sui protagonisti. Lì avviene la sorpresa. I miei allievi stanno con i fascisti. Ne condividono la veemenza, la forza, la “virilità”. Matteotti e gli oppositori sono deboli e perdenti. Non si possono ammirare. Una lezione per me indimenticabile.
Il vaffa del famigerato ministro alla Presidenza della Camera non fa temere che possa un giorno non lontano risuonare in Parlamento qualcosa di simile al mussoliniano “Io potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli”? Del resto definire le camere attuali sorde e grigie non sarebbe neanche una falsità. Perché questo è un problema. Difendere le istituzioni mentre il premier lavora a rendere gli attori che le incarnano, a partire dai parlamentari, sempre più squallidi e ricattabili si da preparare il consenso per il giorno in cui lui o il suo erede decideranno di sbarazzarsi di tutti. Cos’altro? L’insulto di un leghista, Massimo Poliedri, alla deputata, disabile, Ileana Argentin: “Handicappata di merda”. Come un pensiero troppo a lungo trattenuto e che ora si pensa di poter finalmente urlare. Non si perdono voti. Tutt’altro. Si parla alla pancia della gente, col linguaggio dei giovani disoccupati che preferiscono alle manifestazioni lo stadio dove vuoto e disperazione trovano il bersaglio del “negro” e dello “handicappato”. E poi, e poi tutto il resto che in questo periodo ci tocca registrare. Pensionati e massaie che, quando non invidiano o non ammirano, assolvono le spregiudicate pratiche erotiche del premier. “Gli piacciono le donne. Embè? Dovrebbero piacergli i gay?” Quanto lavoro ancora per il movimento delle donne del 13 febbraio sceso in piazza anche contro il machismo della sopraffazione, dell’omofobia, della tronfia stupidità.
C’è un’altra Italia, d’accordo. C’è l’Italia dell’anziana di Lampedusa che, nella sua semplicità vera, grida al premier di vergognarsi per l’esibizione di quella casa acquistata tempestivamente nell’isola (in tutto, la dodicesima?) “mentre la gente fa fatica a comprare una rosetta da 20 centesimi”. C’è un’altra Italia, ma è in difficoltà e non capisce come uscire dall’incubo mentre i suoi rappresentanti si dividono perché ognuno, come Giulio Cesare, preferisce essere primo in un villaggio che secondo a Roma.
*http://it.wikisource.org/wiki/Italia_-_30_maggio_1924,_Discorso_alla_Camera_dei_Deputati_di_denuncia_di_brogli_elettorali#cite_note-2
Il vaffa del famigerato ministro alla Presidenza della Camera non fa temere che possa un giorno non lontano risuonare in Parlamento qualcosa di simile al mussoliniano “Io potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli”? Del resto definire le camere attuali sorde e grigie non sarebbe neanche una falsità. Perché questo è un problema. Difendere le istituzioni mentre il premier lavora a rendere gli attori che le incarnano, a partire dai parlamentari, sempre più squallidi e ricattabili si da preparare il consenso per il giorno in cui lui o il suo erede decideranno di sbarazzarsi di tutti. Cos’altro? L’insulto di un leghista, Massimo Poliedri, alla deputata, disabile, Ileana Argentin: “Handicappata di merda”. Come un pensiero troppo a lungo trattenuto e che ora si pensa di poter finalmente urlare. Non si perdono voti. Tutt’altro. Si parla alla pancia della gente, col linguaggio dei giovani disoccupati che preferiscono alle manifestazioni lo stadio dove vuoto e disperazione trovano il bersaglio del “negro” e dello “handicappato”. E poi, e poi tutto il resto che in questo periodo ci tocca registrare. Pensionati e massaie che, quando non invidiano o non ammirano, assolvono le spregiudicate pratiche erotiche del premier. “Gli piacciono le donne. Embè? Dovrebbero piacergli i gay?” Quanto lavoro ancora per il movimento delle donne del 13 febbraio sceso in piazza anche contro il machismo della sopraffazione, dell’omofobia, della tronfia stupidità.
C’è un’altra Italia, d’accordo. C’è l’Italia dell’anziana di Lampedusa che, nella sua semplicità vera, grida al premier di vergognarsi per l’esibizione di quella casa acquistata tempestivamente nell’isola (in tutto, la dodicesima?) “mentre la gente fa fatica a comprare una rosetta da 20 centesimi”. C’è un’altra Italia, ma è in difficoltà e non capisce come uscire dall’incubo mentre i suoi rappresentanti si dividono perché ognuno, come Giulio Cesare, preferisce essere primo in un villaggio che secondo a Roma.
*http://it.wikisource.org/wiki/Italia_-_30_maggio_1924,_Discorso_alla_Camera_dei_Deputati_di_denuncia_di_brogli_elettorali#cite_note-2
mercoledì 30 marzo 2011
La guerra, il dolore, il corpo, la morte degli altri
Colpita una contraerea, colpito un tank libico. Questo il linguaggio dei giornali e dei media. Efficace, direi. Quando vedo ripetutamente proposta dalle TV nazionali l’immagine di quel tank puntato dai radar e poi l’esplosione, per un momento mi dico: “Evidentemente quelli di Odissea all’alba che hanno consegnato il filmato alle TV sanno che non c’era nessuno dentro il tank”. Ora mi do dell’imbecille per essere stato per qualche attimo incantato dalle parole e dall’effetto videogame delle immagini.
So che inevitabilmente il dolore di una persona, vista in TV, con quel corpo, quel viso, quelle urla, come la donna che a Tripoli dichiara di essere stata violentata dalle milizie di Gheddafi, vale incommensurabilmente di più della morte di un anonimo libico in un tank. Perché di lui, appendice di una macchina, non sappiamo niente. E poi – ma forse è un altro discorso – pensiamo (io ci penso) che non avrà sentito nulla, non si sarà accorto dell’arrivo del missile, il suo corpo si sarà sciolto nell’impatto, senza dolore. Così a Hiroshima e Nagasaki. Quanti, duecentomila, quelli fortunati rispetto ai sopravvissuti, arsi o disintegrati dalle atomiche? In ogni modo duecentomila sono la stessa cosa che duecento, la stessa cosa che uno perché sentiamo duecentomila come un solo evento, una sola morte. Nessuna lezione, nessun rimprovero. Io, come tutti, non ho al pensiero di Hiroshima emozione paragonabile a quella provata vedendo in TV i disperati che dalle Torri gemelle di New York si lanciavano nel vuoto scegliendo di non morire fra le fiamme.
Quindi capisco che noi – occidentali - abbiamo vinto, pur perdendo noi stessi. Abbiamo vinto perché abbiamo imparato a dare una morte asettica. O, ed è la stessa cosa, abbiamo vinto perché abbiamo imparato a non chiamare morte l’annientamento dell’altro, l’incenerimento dei corpi che la nostra tecnologia ci consente. Così quietamente dominiamo (ancora per un po’) il mondo, istruiti a esorcizzare il rimorso. Il mio bravo professore di storia al liceo mi raccontava delle guerre di indipendenza e poi del colonialismo e delle ambizioni italiane per un posto al sole, etc., etc., etc. . Non ricordo una parola sull’uso da parte dei militari italiani di gas tossici sui ribelli libici. Come a un corollario penso a quanto ci sia facile accettare che seimila persone (o solo corpi) se ne stiano ammassati a Lampedusa, privi di servizi igienici e di tutto. E ci sorprendiamo a sentire che persone con la pelle più ambrata della nostra possano gridare in TV: “E’ da sette giorni che non faccio una doccia!”. Anche loro? Quali curiose pretese! Non sono figli nostri. Non dobbiamo loro l’accoglienza -caffè e pasticcini – che riserviamo ai nostri obesi vicini di casa.
So che inevitabilmente il dolore di una persona, vista in TV, con quel corpo, quel viso, quelle urla, come la donna che a Tripoli dichiara di essere stata violentata dalle milizie di Gheddafi, vale incommensurabilmente di più della morte di un anonimo libico in un tank. Perché di lui, appendice di una macchina, non sappiamo niente. E poi – ma forse è un altro discorso – pensiamo (io ci penso) che non avrà sentito nulla, non si sarà accorto dell’arrivo del missile, il suo corpo si sarà sciolto nell’impatto, senza dolore. Così a Hiroshima e Nagasaki. Quanti, duecentomila, quelli fortunati rispetto ai sopravvissuti, arsi o disintegrati dalle atomiche? In ogni modo duecentomila sono la stessa cosa che duecento, la stessa cosa che uno perché sentiamo duecentomila come un solo evento, una sola morte. Nessuna lezione, nessun rimprovero. Io, come tutti, non ho al pensiero di Hiroshima emozione paragonabile a quella provata vedendo in TV i disperati che dalle Torri gemelle di New York si lanciavano nel vuoto scegliendo di non morire fra le fiamme.
Quindi capisco che noi – occidentali - abbiamo vinto, pur perdendo noi stessi. Abbiamo vinto perché abbiamo imparato a dare una morte asettica. O, ed è la stessa cosa, abbiamo vinto perché abbiamo imparato a non chiamare morte l’annientamento dell’altro, l’incenerimento dei corpi che la nostra tecnologia ci consente. Così quietamente dominiamo (ancora per un po’) il mondo, istruiti a esorcizzare il rimorso. Il mio bravo professore di storia al liceo mi raccontava delle guerre di indipendenza e poi del colonialismo e delle ambizioni italiane per un posto al sole, etc., etc., etc. . Non ricordo una parola sull’uso da parte dei militari italiani di gas tossici sui ribelli libici. Come a un corollario penso a quanto ci sia facile accettare che seimila persone (o solo corpi) se ne stiano ammassati a Lampedusa, privi di servizi igienici e di tutto. E ci sorprendiamo a sentire che persone con la pelle più ambrata della nostra possano gridare in TV: “E’ da sette giorni che non faccio una doccia!”. Anche loro? Quali curiose pretese! Non sono figli nostri. Non dobbiamo loro l’accoglienza -caffè e pasticcini – che riserviamo ai nostri obesi vicini di casa.
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venerdì 18 marzo 2011
Rapporto sul pianeta Terra
Capo Provvisorio, la mia missione è finita. Ho trascorso due giorni nel pianeta Terra. Nel primo ho guardato e ascoltato un po’ qua, un po’ là. Nel secondo mi sono concentrato sull’Italia, una penisola immersa nel Mediterraneo che ho scelto perché mi è sembrata rappresentativa di tutta la Terra.
Il riassunto che ti faccio è in una parola sola: spreco.
Lo spreco delle donne. Sulla Terra hanno una strampalata organizzazione sociale. All’inizio si comportavano più sensatamente. Le donne, essendo meno dotate di muscoli, erano esentate dalla caccia. Si occupavano dei piccoli che difendevano e nutrivano, in grotte e capanne. Ma oggi anche sulla Terra non servono più i muscoli. Gli uomini non se ne sono accorti, mi pare, e continuano a relegare le donne nei compiti meno importanti. Ne sprecano l’intelligenza e la voglia di fare che oggi, dopo secoli di lotte, le donne hanno sviluppato. In Italia, Capo Provvisorio, quasi la metà delle donne lavorano solo in famiglia, come nella preistoria. Quando poi lavorano fuori casa sommano un lavoro all’altro. Non ho capito bene perché subiscano questo dagli uomini di cui continuano ad innamorarsi. Forse in questo non sono molto intelligenti.
Lo spreco dei giovani. Benché abbiano sterminati bisogni insoddisfatti, gli umani non fanno lavorare i giovani. Molti giovani passano il tempo studiando cose per le quali non hanno nessuno interesse. Entrano annoiati e tristi a scuola e sono contenti solo quando ne escono: così naturalmente non riescono ad imparare nulla. Certo, è strano: fanno studiare loro cose che poi non useranno né nel lavoro né nella vita. Non so spiegarlo, Capo Provvisorio, ma tanti studiano ragioneria e poi fanno gli operatori ecologici o i vigili urbani; altri studiano ingegneria e poi lavorano nei call center. Dicono che i giovani acquisiscono comunque una “cultura generale”. Io non me ne sono accorto. Credo che con la “cultura generale” cerchino di giustificare l’anarchia e l’incapacità di elaborare progetti educativi sensati. Perché non insegnano direttamente questa “cultura generale” invece che sperare che venga acquisita inconsapevolmente studiando ingegneria o ragioneria? Potrebbero insegnare ai giovani come il corpo si deteriori nei riti alcolici degli happy hour o delle discoteche in cui fingono di divertirsi o potrebbero insegnare come funziona lo Stato. I figli dei ricchi frequentano scuole private che costano tanto per essere autorizzati a non studiare. E’ un cosa strana: prendono così più facilmente, senza sforzo, un pezzo di carta che si chiama diploma, che sembra sia apprezzato anche se non significa niente. In ogni caso i ricchi sono quasi sempre figli di ricchi, soprattutto in Italia. Non hanno bisogno di essere competenti e utili al prossimo per essere ricchi.
Lo spreco degli anziani. Gli umani lavorano solo per un terzo della vita: cominciano a lavorare tardi e finiscono presto, qualche volta non fanno in tempo ad imparare davvero un mestiere che vanno in pensione. Gli anziani passano giornate interminabili davanti alla TV o giocando a carte e rimpiangendo la giovinezza. A volte possiedono mestieri e saperi che scompariranno con la loro morte: li insegnerebbero anche gratis o in cambio di un abbonamento al teatro o di un sorriso se qualcuno li volesse imparare. Adesso in Italia molti sono terrorizzati perché il governo vuole che il malato vicino alla fine possa essere imprigionato in un letto fra tubi che gli entrano in gola e nel naso ed essere alimentato. Dicono che non è giusto che muoia quando voglia: deve prima soffrire. Forse succede solo in Italia perché il governo dice che così vuole un Grande Capo Non Provvisorio che sta in cielo. Non so come il governo faccia a sapere cosa voglia il Grande Capo Non Provvisorio, vista la limitatezza delle loro tecnologie di comunicazione.
Lo spreco della vita e del pianeta. Il problema principale secondo i terrestri è la mancanza di lavoro. Esattamente il contrario che da noi. Noi ci lamentiamo se dobbiamo ancora lavorare cinque minuti ogni tanto. Lì è il contrario, quando si entra nell’età lavorativa, tutti si danno da fare, imprecano, si fanno raccomandare per trovare un posto. Perché non lavorando non potrebbero nutrirsi né far nulla. La disperazione di chi non trova lavoro diventa spettacolo televisivo. Ho visto una trasmissione, “Il contratto”, in cui i capi dell’azienda scelgono il più bravo fra alcuni concorrenti. Quello conquista un lavoro “ a tempo indeterminato” che è una cosa rara e bellissima per gli umani. Chi vince piange di felicità. Chi perde piange per la disperazione. Gli spettatori si appassionano e pare che così le aziende facciano pubblicità e che questo crei nuovo lavoro. Si inventano lavori strani: continuano a fare gonne e pantaloni che buttano via appena indossati; così dicono che si crea altro lavoro. Fanno case per chi ne ha già sette o otto e che non abiterà mai. Più riempiono la terra di rifiuti più dicono che aumenta il Prodotto Interno Lordo, cioè la ricchezza e quindi – dicono – lo sviluppo e l’occupazione. Hanno inventato centrali nucleari per avere più energia e produrre oggetti che diventeranno immondizia. Ogni tanto qualcuna si guasta. Muoiono migliaia di uomini e forse un giorno moriranno tutti. Ma loro dicono che questo è il prezzo da pagare per la civiltà. Qualcuno dice anche che questi disastri – guerre, terremoti, fusioni del nucleo nelle centrali nucleari - fanno crescere il PIL perché stimolano la produzione. Per la verità, dopo un terremoto in una città dell’Italia, so che alcuni che pensavano di poter ricostruire le case abbattute ridevano contenti. Gli umani si sono indignati. Non capisco perché. E’ normale che qualcuno rida in un sistema in cui la fortuna degli uni dipende dalle disgrazie degli altri. Anche quelli che seppelliscono i morti sono contenti quando c’è una catastrofe. Eppure nel tempo alcuni uomini saggi avevano capito qualcosa. Duemilacinquecento anni fa in un posto che si chiamava Atene avevano capito la democrazia e avevano inventato l’ostracismo affinché nessun uomo fosse troppo importante e i capi fossero provvisori come da noi. Ora invece in tutta la terra i capi possono essere capi per sempre o per venti , trenta, quarant’anni e quando si cerca di sostituirli resistono fino a provocare stragi. Gli umani avevano inventato un’organizzazione sociale razionale che somiglia molto alla nostra. La chiamavano socialismo. Ma hanno guastato anche quella. Ora l’hanno buttata via e non se ne può neanche parlare. Perché gli uomini spesso buttano via il bambino con l’acqua sporca.
Capo Provvisorio, per me sono semplicemente pazzi, tutti pazzi. Tu fra poco lascerai la tua carica. Sono contento per te. Chiederò al tuo successore che non mi faccia tornare laggiù.
Il riassunto che ti faccio è in una parola sola: spreco.
Lo spreco delle donne. Sulla Terra hanno una strampalata organizzazione sociale. All’inizio si comportavano più sensatamente. Le donne, essendo meno dotate di muscoli, erano esentate dalla caccia. Si occupavano dei piccoli che difendevano e nutrivano, in grotte e capanne. Ma oggi anche sulla Terra non servono più i muscoli. Gli uomini non se ne sono accorti, mi pare, e continuano a relegare le donne nei compiti meno importanti. Ne sprecano l’intelligenza e la voglia di fare che oggi, dopo secoli di lotte, le donne hanno sviluppato. In Italia, Capo Provvisorio, quasi la metà delle donne lavorano solo in famiglia, come nella preistoria. Quando poi lavorano fuori casa sommano un lavoro all’altro. Non ho capito bene perché subiscano questo dagli uomini di cui continuano ad innamorarsi. Forse in questo non sono molto intelligenti.
Lo spreco dei giovani. Benché abbiano sterminati bisogni insoddisfatti, gli umani non fanno lavorare i giovani. Molti giovani passano il tempo studiando cose per le quali non hanno nessuno interesse. Entrano annoiati e tristi a scuola e sono contenti solo quando ne escono: così naturalmente non riescono ad imparare nulla. Certo, è strano: fanno studiare loro cose che poi non useranno né nel lavoro né nella vita. Non so spiegarlo, Capo Provvisorio, ma tanti studiano ragioneria e poi fanno gli operatori ecologici o i vigili urbani; altri studiano ingegneria e poi lavorano nei call center. Dicono che i giovani acquisiscono comunque una “cultura generale”. Io non me ne sono accorto. Credo che con la “cultura generale” cerchino di giustificare l’anarchia e l’incapacità di elaborare progetti educativi sensati. Perché non insegnano direttamente questa “cultura generale” invece che sperare che venga acquisita inconsapevolmente studiando ingegneria o ragioneria? Potrebbero insegnare ai giovani come il corpo si deteriori nei riti alcolici degli happy hour o delle discoteche in cui fingono di divertirsi o potrebbero insegnare come funziona lo Stato. I figli dei ricchi frequentano scuole private che costano tanto per essere autorizzati a non studiare. E’ un cosa strana: prendono così più facilmente, senza sforzo, un pezzo di carta che si chiama diploma, che sembra sia apprezzato anche se non significa niente. In ogni caso i ricchi sono quasi sempre figli di ricchi, soprattutto in Italia. Non hanno bisogno di essere competenti e utili al prossimo per essere ricchi.
Lo spreco degli anziani. Gli umani lavorano solo per un terzo della vita: cominciano a lavorare tardi e finiscono presto, qualche volta non fanno in tempo ad imparare davvero un mestiere che vanno in pensione. Gli anziani passano giornate interminabili davanti alla TV o giocando a carte e rimpiangendo la giovinezza. A volte possiedono mestieri e saperi che scompariranno con la loro morte: li insegnerebbero anche gratis o in cambio di un abbonamento al teatro o di un sorriso se qualcuno li volesse imparare. Adesso in Italia molti sono terrorizzati perché il governo vuole che il malato vicino alla fine possa essere imprigionato in un letto fra tubi che gli entrano in gola e nel naso ed essere alimentato. Dicono che non è giusto che muoia quando voglia: deve prima soffrire. Forse succede solo in Italia perché il governo dice che così vuole un Grande Capo Non Provvisorio che sta in cielo. Non so come il governo faccia a sapere cosa voglia il Grande Capo Non Provvisorio, vista la limitatezza delle loro tecnologie di comunicazione.
Lo spreco della vita e del pianeta. Il problema principale secondo i terrestri è la mancanza di lavoro. Esattamente il contrario che da noi. Noi ci lamentiamo se dobbiamo ancora lavorare cinque minuti ogni tanto. Lì è il contrario, quando si entra nell’età lavorativa, tutti si danno da fare, imprecano, si fanno raccomandare per trovare un posto. Perché non lavorando non potrebbero nutrirsi né far nulla. La disperazione di chi non trova lavoro diventa spettacolo televisivo. Ho visto una trasmissione, “Il contratto”, in cui i capi dell’azienda scelgono il più bravo fra alcuni concorrenti. Quello conquista un lavoro “ a tempo indeterminato” che è una cosa rara e bellissima per gli umani. Chi vince piange di felicità. Chi perde piange per la disperazione. Gli spettatori si appassionano e pare che così le aziende facciano pubblicità e che questo crei nuovo lavoro. Si inventano lavori strani: continuano a fare gonne e pantaloni che buttano via appena indossati; così dicono che si crea altro lavoro. Fanno case per chi ne ha già sette o otto e che non abiterà mai. Più riempiono la terra di rifiuti più dicono che aumenta il Prodotto Interno Lordo, cioè la ricchezza e quindi – dicono – lo sviluppo e l’occupazione. Hanno inventato centrali nucleari per avere più energia e produrre oggetti che diventeranno immondizia. Ogni tanto qualcuna si guasta. Muoiono migliaia di uomini e forse un giorno moriranno tutti. Ma loro dicono che questo è il prezzo da pagare per la civiltà. Qualcuno dice anche che questi disastri – guerre, terremoti, fusioni del nucleo nelle centrali nucleari - fanno crescere il PIL perché stimolano la produzione. Per la verità, dopo un terremoto in una città dell’Italia, so che alcuni che pensavano di poter ricostruire le case abbattute ridevano contenti. Gli umani si sono indignati. Non capisco perché. E’ normale che qualcuno rida in un sistema in cui la fortuna degli uni dipende dalle disgrazie degli altri. Anche quelli che seppelliscono i morti sono contenti quando c’è una catastrofe. Eppure nel tempo alcuni uomini saggi avevano capito qualcosa. Duemilacinquecento anni fa in un posto che si chiamava Atene avevano capito la democrazia e avevano inventato l’ostracismo affinché nessun uomo fosse troppo importante e i capi fossero provvisori come da noi. Ora invece in tutta la terra i capi possono essere capi per sempre o per venti , trenta, quarant’anni e quando si cerca di sostituirli resistono fino a provocare stragi. Gli umani avevano inventato un’organizzazione sociale razionale che somiglia molto alla nostra. La chiamavano socialismo. Ma hanno guastato anche quella. Ora l’hanno buttata via e non se ne può neanche parlare. Perché gli uomini spesso buttano via il bambino con l’acqua sporca.
Capo Provvisorio, per me sono semplicemente pazzi, tutti pazzi. Tu fra poco lascerai la tua carica. Sono contento per te. Chiederò al tuo successore che non mi faccia tornare laggiù.
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sabato 5 marzo 2011
La violenza come incompetenza
La violenza disgustosa esercitata in una caserma romana verso una donna lì custodita da tre carabinieri e un vigile urbano è stata ampiamente commentata dai media. Io aggiungo un punto di vista da diversa angolatura. Sorvolo sul fatto che i bellimbusti siano ancora in servizio, seppur trasferiti: nell’Italia che un giorno dovremo pur cambiare il posto di lavoro, soprattutto per quelli che lo hanno pubblico, è sacro.
Rifletto invece sulle giustificazioni degli appartenenti alle “forze dell’ordine”: “era consenziente”, “era una cosa amichevole”, “volevamo passare una seratina”, “avevamo bevuto”. Nessuno – che io sappia – ha preso sul serio queste “giustificazioni” che non giustificano niente. Io però sono esterrefatto che quei “professionisti” abbiano potuto pronunciare quelle parole, credendo di giovarsene. Che la divisa procuri in tanti una vertigine di potere e di impunità è un fatto. E’ un fatto che abbiamo toccato con mano nella storia recente, da Genova della Diaz a Stefano Cucchi. E’ un fatto anche che i democratici siano spesso timidi nel denunciare tali soprusi, preoccupati di non perdere simpatie fra le forze dell’ordine. E’ un fatto poi che sempre, e ancor più nell’Italia della precarietà e del mercato del lavoro duale, la famiglia e le risorse amicali si mobilitino nel progetto di assicurare un posto di lavoro stabile e rispettato, al giovane in cerca di “sistemazione”. Nell’anarchia del sistema familistico vincente, dalla Sicilia cuffarizzata, alla Roma di parentopoli e Alemanno, alla Milano di Moratti, le persone assumono ruoli fuori da ogni logica di competenza o incompetenza. Tutte vittime alla fine della propria furbizia o, meglio, di un sistema che induce a coltivarla. Giacché se è “razionale” la mobilitazione della famiglia per ogni suo membro, non è razionale la disattenzione verso i costi che il sistema ci fa inevitabilmente pagare: quando in ospedale siamo operati dal chirurgo raccomandato o quando, in prigione, siamo custoditi dal carabiniere senza vocazione. Chissà, l’operatore ecologico che deve oggi ringraziare Alemanno sarebbe stato un ottimo carabiniere e il carabiniere imbecille sarebbe stato un ottimo operatore ecologico, non dovendo essere chiamato a capire che una persona in cella non è libera e non può essere consenziente, concetto non facilissimo per persona dalle competenze cognitive modeste.
Riassumendo, dal punto di vista delle competenze, gli uomini dell’ordine (per così dire), come persone, hanno dimostrato di non essere capaci di sentire l’altro e i suoi sentimenti; di non essere capaci di chiedere né sesso né, con ogni probabilità, amore.
E, nell’occasione, come professionisti:
1. Credevano che una persona “custodita” potesse esprimere consenso verso le proposte del “custode”
2. Credevano che una ragazza madre, peraltro colta a rubare, fosse di per sé una ragazza disponibile
3. Credevano di violare un imperativo categorico maschile, rinunciando all’opportunità di sesso facile e gratuito
4. Credevano che la solidarietà maschile avrebbe fatto muro contro una improbabile pretesa di diritto.
Insomma, se la competenza è l’insieme delle caratteristiche personali, dei saperi e dei saper fare relativi ad una posizione lavorativa, quei tutori dell’ordine erano assolutamente incompetenti.
Erano incompetenti i loro selezionatori.
Erano incompetenti i loro formatori che avranno preparato splendidi lucidi e powerpoint con le cose inutili che si propongono nei programmi formativi.
Infine siamo cittadini incompetenti noi che scegliamo di occuparci di tutt’altro.
Rifletto invece sulle giustificazioni degli appartenenti alle “forze dell’ordine”: “era consenziente”, “era una cosa amichevole”, “volevamo passare una seratina”, “avevamo bevuto”. Nessuno – che io sappia – ha preso sul serio queste “giustificazioni” che non giustificano niente. Io però sono esterrefatto che quei “professionisti” abbiano potuto pronunciare quelle parole, credendo di giovarsene. Che la divisa procuri in tanti una vertigine di potere e di impunità è un fatto. E’ un fatto che abbiamo toccato con mano nella storia recente, da Genova della Diaz a Stefano Cucchi. E’ un fatto anche che i democratici siano spesso timidi nel denunciare tali soprusi, preoccupati di non perdere simpatie fra le forze dell’ordine. E’ un fatto poi che sempre, e ancor più nell’Italia della precarietà e del mercato del lavoro duale, la famiglia e le risorse amicali si mobilitino nel progetto di assicurare un posto di lavoro stabile e rispettato, al giovane in cerca di “sistemazione”. Nell’anarchia del sistema familistico vincente, dalla Sicilia cuffarizzata, alla Roma di parentopoli e Alemanno, alla Milano di Moratti, le persone assumono ruoli fuori da ogni logica di competenza o incompetenza. Tutte vittime alla fine della propria furbizia o, meglio, di un sistema che induce a coltivarla. Giacché se è “razionale” la mobilitazione della famiglia per ogni suo membro, non è razionale la disattenzione verso i costi che il sistema ci fa inevitabilmente pagare: quando in ospedale siamo operati dal chirurgo raccomandato o quando, in prigione, siamo custoditi dal carabiniere senza vocazione. Chissà, l’operatore ecologico che deve oggi ringraziare Alemanno sarebbe stato un ottimo carabiniere e il carabiniere imbecille sarebbe stato un ottimo operatore ecologico, non dovendo essere chiamato a capire che una persona in cella non è libera e non può essere consenziente, concetto non facilissimo per persona dalle competenze cognitive modeste.
Riassumendo, dal punto di vista delle competenze, gli uomini dell’ordine (per così dire), come persone, hanno dimostrato di non essere capaci di sentire l’altro e i suoi sentimenti; di non essere capaci di chiedere né sesso né, con ogni probabilità, amore.
E, nell’occasione, come professionisti:
1. Credevano che una persona “custodita” potesse esprimere consenso verso le proposte del “custode”
2. Credevano che una ragazza madre, peraltro colta a rubare, fosse di per sé una ragazza disponibile
3. Credevano di violare un imperativo categorico maschile, rinunciando all’opportunità di sesso facile e gratuito
4. Credevano che la solidarietà maschile avrebbe fatto muro contro una improbabile pretesa di diritto.
Insomma, se la competenza è l’insieme delle caratteristiche personali, dei saperi e dei saper fare relativi ad una posizione lavorativa, quei tutori dell’ordine erano assolutamente incompetenti.
Erano incompetenti i loro selezionatori.
Erano incompetenti i loro formatori che avranno preparato splendidi lucidi e powerpoint con le cose inutili che si propongono nei programmi formativi.
Infine siamo cittadini incompetenti noi che scegliamo di occuparci di tutt’altro.
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sabato 26 febbraio 2011
2111. Memorie dell'Italia dei radical chic
I radical chic vissero a cavallo fra gli ultimi anni a.B. (prima dell’era berlusconiana, convenzionalmente coincidente con il 1994 d.C. , anno della discesa in campo) e i primi anni d. B. (dopo l’ avvento di Berlusconi). Il presente studio, a quasi un secolo di distanza dalla loro scomparsa, si fonda su materiali rinvenuti in salotti dell’epoca e nei luoghi tipici delle manifestazioni di questa curiosa tipologia umana (Piazza del Popolo a Roma, Piazza del Duomo a Milano, etc.).
Il look. Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini: pantaloni, magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.
Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e seni piccoli o cadenti.
Le pettinature erano senza fantasia. Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.
Abitudini igieniche. Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare – anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.
Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi , come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico, meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.
I radical chic pensavano che si sarebbero dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado di capire che tali politiche, trasformando in musei le città, sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.
Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente riconoscevano quale diritto da estendere al genere femminile, tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece di tutelare un presunto diritto all’amore degli omosessuali, categoria che infettava il paese prima di essere meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.
In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavano anatemi contro la corruzione, malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile motore dell’economia.
Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta, o a quella, a più alto reddito, degli odiosi intellettuali, artisti e comici di sinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo, pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.
Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lap dance, spacciatori, etc.) .
Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..
Politica e sovranità. Avevano un’idea curiosa della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze, dopo essere stati battuti ripetutamente da Silvio con il 30% o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna: avete perso le elezioni!”. D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.
Dicevano di venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano più importanti della volontà popolare.
Prima di immetterlo in rete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara, fondatore della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.
Il look. Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini: pantaloni, magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.
Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e seni piccoli o cadenti.
Le pettinature erano senza fantasia. Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.
Abitudini igieniche. Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare – anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.
Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi , come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico, meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.
I radical chic pensavano che si sarebbero dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado di capire che tali politiche, trasformando in musei le città, sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.
Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente riconoscevano quale diritto da estendere al genere femminile, tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece di tutelare un presunto diritto all’amore degli omosessuali, categoria che infettava il paese prima di essere meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.
In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavano anatemi contro la corruzione, malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile motore dell’economia.
Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta, o a quella, a più alto reddito, degli odiosi intellettuali, artisti e comici di sinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo, pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.
Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lap dance, spacciatori, etc.) .
Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..
Politica e sovranità. Avevano un’idea curiosa della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze, dopo essere stati battuti ripetutamente da Silvio con il 30% o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna: avete perso le elezioni!”. D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.
Dicevano di venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano più importanti della volontà popolare.
Prima di immetterlo in rete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara, fondatore della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.
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