domenica 2 ottobre 2011

Della Valle e Gelmini: se non si sa di non sapere

Diego Della Valle ha pagato a caro prezzo (in euro sonanti) il clamore suscitato dalla sua uscita sui principali giornali italiani, POLITICI ORA BASTA. E molti a chiedere “che ci guadagna?”, “a cosa punta?”. E’ costume nazionale - o forse costume umano - dubitare del disinteresse, della gratuità di qualsiasi investimento. Adoriamo diffidare. Di tutto, compreso il mecenatismo e l’impegno sociale e politico non retribuito. Io invece credo alla gratuità dell’impegno di Della Valle per il suo Paese, come alla gratuità dell’amore filiale, materno, etc. L’ho detto e vado avanti. Naturalmente le reazioni sono state diverse a seconda che Della Valle appaia potenzialmente un avversario (per la destra), un concorrente (per la sinistra) o un amico (per il centro casiniano/montezemoliano). A me pare che nel manifesto di Della Valle manchi una diagnosi delle ragioni del disastro. La cosiddetta classe politica sembra una sventura venuta dal nulla o da Marte. Manca anche una proposta di metodo per la formazione di una nuova classe dirigente. Riforma elettorale? Primarie? Limite ai mandati (tre, due, uno)? Divieto di far politica per gli inquisiti? Legge rigorosa sul conflitto di interesse? Acquistare all’estero i politici? Nessuna risposta.
Fra le critiche (in mezzo a elogi ed elogi a metà) non ho riscontrato quella relativa al linguaggio e all’italiano del manifesto di Della Valle. Il manifesto, in trentaquattro interminabili righe, dice quel che era già nel titolo. POLITICI ORA BASTA. Mi viene in mente l’ansia del compagno di banco al liceo che mi chiedeva “tu quante pagine hai scritto?” Ma esaminiamo le tre righe conclusive che ribadiscono quanto detto nelle trentuno precedenti, di cui do il link in nota. 1)
A quei politici, di qualunque colore essi siano, che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e di amor proprio per le sorti del Paese, saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi.
Di qualunque colore siano qualifica il linguaggio che il democratico Andrea Sarrubbi classifica correttamente come “da bar” nel pezzo “Bar Diego” del suo blog.2) Diciamo pure che Della Valle vuole parlare agli italiani al bar. Altrimenti avrebbe detto: “A qualunque schieramento appartengano “ oppure “siano di maggioranza o di opposizione”. Ma deve rivolgersi a quelli che, stando al bar, non hanno molto tempo per studiare le parole giuste. A Della Valle sfugge che al bar la comunicazione verbale è accompagnata da quella paraverbale (sospiri, il tono che si alza o si abbassa) e da quella non verbale (scuotere la testa, sorridere, etc.). Di questo non dispone la scrittura.
Una perla preziosa, effetto della inerzia e vischiosità del linguaggio, è in quello “amor proprio” per le sorti del Paese. Ma amor proprio non significa “amore, stima per se stessi, autostima”? No, “amor proprio per le sorti del paese”. Non avrà riletto. Infine “A quei politici …. saremo in molti a volergli dire di vergognarsi”. “A quei… volergli”? D’accordo, all’università non ho neanche sostenuto l’esame di italiano e al bar anch’io ripeterei forse il complemento di termine “A quei… “volergli” e lo ripeterei con gli singolare invece che con loro plurale. Peraltro gli per il plurale non è per la verità neanche scorretto. Qui il linguaggio parlato recupera i modi della grammatica più antica, quella Di Boccaccio, ad esempio. Potremmo dire che lo gli di Della Valle ignora le convenzioni attuali del linguaggio scritto oppure che Della Valle sbagliando indovina. Ma il patron della Tod’s ha pubblicato un manifesto sui massimi giornali italiani e con l’ambizione di redigere un manifesto “storico”, ritengo. E allora arrivo alle considerazioni che mi interessano e non sono state fatte. Della Valle non dispone di un ghostwriter , di uno che traduca i suoi pensieri in un italiano meno sciatto, più nitido e pulito che possa accompagnare un documento alla storia? Eppure disponiamo di migliaia, decine di migliaia di laureati in lettere e di vituperati laureati in scienze della comunicazione . Ricordate? “Ma come pensa di poter lavorare con quella laurea inflazionata”, provocazione di un celebre giornalista a un giovane laureato disoccupato in un talk show, variamente replicata poi da ministri della Repubblica. Si è sprecata l’ironia sul comunicato della Gelmini, a proposito dei neutrini che avrebbero attraversato la famosa galleria. Non aveva scritto lei il comunicato, si è difesa la ministra. L’autore, vero o presunto tale, si è dimesso dall’incarico (no, non è finito senza lavoro), a tutela del buon nome della ministra. Nessuno è tenuto a sapere dei neutrini e nessuno a sapere del complemento di termine. Però, come ha detto qualcuno, “bisogna sapere quel che non si sa”, insomma essere consapevoli delle proprie ignoranze. La Gelmini ha dimostrato di non avere tale conoscenza se ha scritto lei il comunicato o di non aver conoscenza dei limiti dell’incaricato, da lei scelto con tutta probabilità per motivazioni diverse dalla competenza. La stessa ironia allora dovremmo rivolgere alla pagina di Della Valle che ha dimostrato di “non sapere di non sapere” l’italiano. E vero, la pagina di Della Valle è coerente con le modalità espressive populistiche dei nostri tempi . Lo scritto è assimilato all’orale di cui replica la melodia e, non disponendo di toni e sospiri, rinuncia alla chiarezza dell’informazione e sposa l’ambiguità. All’indomani della gran seduta del 29 luglio dell’ufficio di presidenza del Pdl che sanciva la cacciata di Fini, mi capitò di leggere una bella analisi linguistica del documento di quel partito, sciatto né più né meno di quello di cui sto discutendo. La lettura, puntualissima e critica, era opera di un giovane filologo italiano, rigorosamente disoccupato in quanto filologo e italiano. E si capisce perché i nostri bravi laureati in lettere e scienze della comunicazione debbano restare inoccupati. E’ un tema che sollevo periodicamente qua e là, senza fortuna, quello della competenza degli imprenditori. Sui saperi e le competenze dei politici è gioco facile. Tutti ci siamo o stupiti o divertiti o indignati per le interviste volanti di qualche tempo fa delle Iene ai parlamentari. Confondevano il Darfur con una marca di caramelle, sbagliavano di decenni e secoli le date della scoperta dell’America e della proclamazione del Regno d’Italia; dimostravano ignoranza grave del testo della Costituzione, etc. Ma gli imprenditori? A loro si contesta al più di essere imprenditori. Di spostare l’azienda dove essa è più redditiva. Sì, magari il sindacato e l’opposizione diranno che l’imprenditore non ha saputo capire che quella impresa a Termini Imerese o in Sardegna può avere un brillante futuro. Ma è ovvio che si tratta di un copione scontato. Non mi è mai capitato invece di sentir contestare all’imprenditore di essere incapace di valutare la qualità dei suoi dipendenti. Non si contesta ai giovani virgulti di Confindustria, eredi di fortune familiari, di non essere preoccupati abbastanza della propria formazione sì da dover tutto delegare a costosissimi manager. E non si contesta a Della Valle di non saper delegare la scrittura del suo manifesto, di non sapere di non sapere, esattamente come la Gelmini. Se i nostri ministri e i nostri imprenditori credono di sapere siamo veramente fritti. Per fortuna io, radicalmente socratico, so di non sapere praticamente nulla. Di questo sapere mi accontento.


1) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2011/10/01/pop_dellavalle.shtml
2) http://www.andreasarubbi.it/?p=6675

venerdì 30 settembre 2011

Xenofobia e vari preconcetti

Vado al cinema per un film – Cose dell’altro mondo – che mi delude. Ottimo spunto e buone intenzioni sprecate. Il razzismo opportunistico presente nella società veneta che vede avverarsi l’auspicio lungamente formulato. Da un giorno all’altro, misteriosamente, gli odiati immigrati non ci sono più. Non ci sono più infermiere e badanti, operai e mungitori. Tutto si ferma. E avviene di conseguenza la conversione dei cuori: il riconoscimento del valore dell’altro. Praticamente l’effetto che lo sciopero degli immigrati di qualche mese fa avrebbe voluto realizzare, senza successo. Il film però è noioso e la noia non giova alla causa.
La “mia” Ostia non è il Veneto o quel Veneto. C’è una buona integrazione, bambini di tutti i colori giocano e studiano insieme, molte coppie sono bianco/nere . Spesso nella coppia è visibile lo scambio, quando lui, ad esempio, ha 20 o 30 anni più di lei. Tu mi dai la giovinezza, io ti do la cittadinanza. Dobbiamo abituarci, senza troppo giudicare, a tante cose, anche al ritorno del vecchio matrimonio di convenienza. Però anch’io ho bisogno di tempo perché non è facile smettere le vecchie lenti. Incontro talvolta in metro una coppia sicuramente interrazziale, con un bambino di qualche mese. Lui romano che più non si può, trasandato, sciupato, fra i sessanta e i settanta. Lei bionda, gradevole, slava, più o meno ventenne. E’ sempre lui a tenere in braccio il bambino. Lei non parla e non fa niente, tranne porgere il biberon, a richiesta dell’uomo. Lui si rivolge sempre al bambino che vezzeggia e pare adorare. Ho sempre dato per scontato che l’uomo fosse il nonno e la madre gli fosse nuora. Il pregiudizio era evidentemente così radicato da non essere scalfito dalle parole del “nonno” fra un bacio e una carezza “amore mio, bello di papà”. Anch’io ogni tanto mi rivolgo a mio nipote con un “bello di mamma”. E’ solo lei, improvvisamente parlante, che fa crollare il pregiudizio, quando dice qualcosa come “stai bene con papà?”.
All’uscita dal cinema però vedo una scena finora non vista. Un’adolescente bianca 14/15 anni e un adolescente nero coetaneo che si scambiano un bacio. Una immagine più convincente del film. Non è il bacio degli adolescenti o dei giovani, coppie bianche o miste, cui assisto abitualmente, il bacio esibito in pubblico e prolungato, non per il piacere di scambiarlo ma per una (inutile) provocazione sociale. Questo è un bacio semplice e veloce. Spontaneo, senza scopo alcuno. Di due adolescenti che hanno già vinto e non hanno conti in sospeso. Un’immagine più persuasiva di ogni insistita pedagogia anti-razzista.
La sera decido di andare in piazza per il concerto di Mariano Apicella. L’alternativa, in altro spazio sarebbe l’incontro dibattito con D’Alema. Nell’intervista con Zorro, il blogger, D’Alema piglierà le distanze da Pacs, Dico e dalla Concia. Non ho perso nulla. Mi interessa di più Apicella. Mi incuriosisce il pubblico. Come sarà? Applaudirà, come sere prime un pubblico diverso applaudiva le digressioni politiche della Mannoia? O qualcuno fischierà, come osservato con la Vanoni durante un exploit forse mal congegnato contro il premier? Guarda un po’ dove cerco i segni del cambiamento del clima politico. Vado. E appena seduto, con moglie accanto, mi accorgo che il problema sono io più di Apicella e del pubblico. Chiedo a mia moglie: “Tu applaudirai?” . “Ci penserò”. Insomma non mi risponde. Ma io sono meno spontaneo di mia moglie e degli adolescenti bianconeri che si baciano. Se meriterà l’applauso, lo applaudirò? O non potrò perché mi sembrerà di applaudire il premier? Ma, se farò così, non dovrò controllare poi la fede politica del mio macellaio? Dove stiamo andando, accidenti? Apicella è abbastanza gradevole e professionale. Nessuna digressione politica, diversamente dalle “mie” Mannoia e Vanoni. Poi il pubblico. In prima fila signore popular chic ingioiellate e troppo chiaramente sue fan, sue di Apicella e sue del premier. Dialogano con il cantante e lo applaudono con calore. Vicino a me donne e uomini che applaudono con le mani alzate per esprimere consenso assoluto. Con sorpresa, davanti a me applaude allo stesso modo un giovane cui avevo pregiudizialmente attribuito appartenenza ai radical chic, notoriamente avversi al governo attuale e al suo stile. Come può applaudire un giovane in jeans e con polo dal colletto, con trascuratezza snob, metà dentro metà fuori il maglioncino a V? Questo doveva essere un giovane che partecipa alle liturgie antiberlusconiane, non che applaude Apicella. E io? Proprio l’entusiasmo dei fan mi convince a non applaudire comunque. Ma, insomma, non si può dire che mi goda il concerto. Fra l’altro ho mia moglie a sinistra (in tutti i sensi), con le mani rigorosamente in grembo, e una signora a destra (in tutti i sensi) che è fra le più accanite con le sue braccia alzate in applausi continui. E poi mi scruta, prima come per interrogarmi “perché non applaudi?”, poi critica severa ad ogni mio mancato applauso. Temo di aver avvelenato un tantino la sua serata. Termina infine il concerto e mi vien fuori un applauso di congedo. Di compromesso. Di liberazione. Di pacificazione. Con Apicella. Eventualmente col mio macellaio. Un auspicio di tempi meno faziosi.

martedì 27 settembre 2011

Cosa siamo diventati


Mi serve davvero come appunto personale. Praticamente non ho nulla da aggiungere, se non il titolo di questo post, a commento dell’episodio di cui abbiamo avuto tutti notizia. Domenica mattina, nello storico Caffè Platti di Torino, una donna di 66 anni, frequentatrice abituale del locale, si è chiusa in bagno e si è sparata alla testa. Il locale non ha ritenuto di sospendere l’attività. Quando informati dell’accaduto, con l’arrivo dei vigili del fuoco prima e dei necrofori dopo, alcuni clienti sono andati via, altri sono rimasti a consumare vari rinfreschi che il bar ha continuato a servire ai tavoli. Una foto, da archiviare perché tanto rappresentativa dei tempi che stiamo vivendo (che abbiamo scelto di vivere), mostra signore sedute all'aperto che volgono il capo verso il furgone che porterà via il cadavere; un'altra resta così com'era seduta, con le spalle al furgone, occupata con un oggetto (un cellulare, è probabile) in mano. Avrei potuto annotare prima – mesi fa, anni fa – fenomeni analoghi. Gli accaldati bagnanti sulla spiaggia, fra un tuffo e l’altro, con al centro un cadavere pietosamente coperto. I passanti che nella metropoli italiana aggirano frettolosamente, o addirittura saltano, il corpo senza vita che ostruisce il marciapiede. Lo faccio adesso perché nella succinta e ingenua spiegazione della proprietaria ci sono risposte che aiutano a capire.
Dice la proprietaria. “Non ho chiuso il bar perché non mi è sembrato opportuno; si è trattato di un fatto molto grave, ma voluto dalla signora”. “Un fatto molto grave” - bontà sua – ma “voluto dalla signora”: ecco la discriminante. Si può aver pietà delle vittime della violenza altrui e solo di queste. Per analogo sentire, Piergiorgio Welby, che chiese di morire, non poté avere i funerali religiosi, chiesti dalla moglie, cattolica.
La titolare continua:” Perché chiudere il bar? Aspettavo per pranzo 100 turisti in arrivo da Milano ed il locale era pieno di gente. Io devo pensare al locale, a pagare i dipendenti …”.
Per me è l’inconsapevole (e perciò più vero e definitivo) epitaffio sulla banda dei quattro: Crescita, Mercato, Consumo, PIL.

mercoledì 31 agosto 2011

Archeologia della bellezza

Il viaggio da Ostia alla farmacia del Vaticano comincia male. Uscito di casa, sono testimone di un conflitto fra riciclatori presso il cassonetto delle immondizie. Ostia è piena di persone, immigrati mi sembrano tutti, che vivono grazie ai nostri rifiuti. Non ho idea dove conferiscano quel che trovano frugando fra i bidoni e se abbiano una organizzazione. Riconosco lui perché è il meno giovane e quello con l’aria più professionale, compiaciuta. Normalmente usa una maglia per non sporcarsi infilando tronco e testa dentro il bidone, con le gambe per aria e senza smettere di fumare. Adesso, inveisce, dopo averla inseguita, contro una “collega” munita di carrello e grosso cartone da imballaggio. Forse è un ”caporale”, forse si tratta di invasione di campo. Andiamo avanti. Deve essere normale. I vigili inflessibili contro le auto che sostano fuori dagli spazi assegnati, non hanno nulla da dire.
Il trenino che in questo giorno di fine agosto porta a una Roma senza romani è poco affollato. Il trenino è lurido come sempre. Ho vicino una famiglia: una madre con tre bambini fra i quattro e i sette anni. E’ una famiglia con i segni distintivi della povertà di questo tempo, con un po’ di euro in tasca . La madre è obesa, con piercing al naso e tatuaggi vari. Soddisfatta, rimpinza i due figli minori di merendine che scarta continuamente. Il più piccolo sembra star bene, sdraiato con le scarpe contro la parete e la mamma è molto contenta del suo benessere. La bambina è quella che somiglia più alla madre, per obesità. Il maggiore ha l’aspetto più sano, rifiuta merendine perché troppo occupato con svariate telefonate e operazioni varie al cellulare per le quali gli chiederei una consulenza.
Nella scala mobile della stazione metro scorgo una figura che dovrebbe essere elegante e avvenente: una modella, chiaramente. Sono alla ricerca di un segno di bellezza in una giornata di unto e bruttezza. Ma non è neanche lì, in quella figura insipida, inespressiva nella sua presunta perfezione.
Sulla strada che conduce alla città del Vaticano ci sono quasi solo turisti, affannati e accaldati con le bottiglie di plastica in mano, dietro guide con le bandierine sollevate. Poverini , devono visitare San Pietro per poter raccontare di esserci stati. Una guida ammonisce un’altra guida che si avvicina a un gruppo in formazione. “Sono miei” grida. E i gruppi marciano, scansando mendicanti che esibiscono mutilazioni, loro strumenti di reddito nel paese settimo o ottavo nel mondo per Prodotto interno lordo.
Poi nella sala di aspetto della città del Vaticano, fra impiegati molto “romani” nella confidenza eccessiva con i visitatori in attesa di visto, un’altra apparizione. Ha un’età indecifrabile, sopra gli ottanta comunque. Magra della magrezza prescritta, con abiti leggeri di alto costo. Ma il viso è un incubo. E’ uno di quei dieci o venti visi che si replicano nelle donne che si sottopongono a chirurgia facciale perché dieci o venti, non più, debbono essere i modelli, i calchi, cui si ispirano i chirurghi estetici. Il volto è teso e levigato come il marmo, le labbra gonfie sono le solite labbra gonfie,il naso sottilissimo preannuncia la scarnificazione della morte. Che strano aver compassione per la ricchezza. Non fosse stata assillata dalle seduzioni delle offerte che si rivolgono alle persone ricche, questa povera donna non si sarebbe ridotta così.

Va bene, dura poco. Si torna a casa. Rifletto e metto ordine ai pensieri. Gli amici esperti di psicologia e costruttivismo mi spiegherebbero che oggi c’era una mia predisposizione a scorgere il brutto. Gli statistici mi direbbero che è normale, essendo i “normali” in vacanza, che la bruttezza anormale occupasse la scena. A me viene da pensare di aver incontrato l’orrore prodotto dalla invenzione della ricchezza e della povertà: bruttezze radicali e diverse, da eccesso e da carenza di proteine, da eccesso e da carenza di informazione, etc. Ma lasciamo perdere. Fra poco godrò della solitudine nella mia sedia sdraio preferita, nel mio terrazzo. Poi mi dedicherò a cose serie: la politica, il circolo on line.
Quasi a casa, sul marciapiede, l’evento. Non è la prima volta che la trovo lì, rannicchiata per terra. E’ snella e minuta. Fra i quindici e i diciotto anni, direi. Veste gonna e camicia anonime, chiare. Sa che non le darò l’elemosina. Non la do’ mai. Non ha arti deformi da esibire. Non ha un cartone stropicciato con su scritta una storia patetica. Non supplica, non parla. Ha solo un bicchiere di carta, vuoto, per raccogliere monete che non ho mai visto donarle. Stavolta la guardo un po’ più e un po’ meglio. E lei, sempre così immobile e quieta, ha un gesto minimo, appena accennato. Un gesto come per aggiustare in qualche modo il colletto della camicia. Riesce a farm i sentire come un colpo al cuore, simile a quello delle cotte giovanili. Come, ricevendo un sorriso inaspettato da una sconosciuta. Sono misteriosamente certo che non guarda la TV e non sa nulla di Berlusconi.
Devo saper darne testimonianza per il futuro, quando i nipoti cercheranno la bellezza che il tempo avrà finito di spazzar via, con le armi apocalittiche della ricchezza e della miseria.


venerdì 26 agosto 2011

L'estetica invece della politica

All’inizio erano due estetiche, opposte e insieme alleate per stringere il paese in una tenaglia. Quella berlusconiana dell’avvenenza e della gioventù con le ragazze in tubino nero, “anche laureate con il massimo dei voti” (Carfagna, Pascale, Minetti, etc., etc.). Opposta, alleata e concorrente era quella popolare di Bossi, maschio, sudato in canottiera.
Poi la crisi del berlusconismo e l’archiviazione della Minetti , del tubino nero e delle “feste eleganti “. Il Pdl, per le divisioni interne e nel tentativo di appeasement con l’opposizione, mette la sordina anche al proprio linguaggio e mezza museruola al ghigno di Cicchitto e della sua versione femminile, l’acidissima Santanché.
La Lega invece, stretta fra la necessità di dividere le proprie responsabilità da quelle di Berlusconi e la paura di nuove elezioni, non riesce a trovare la “quadra”. Balbetta qualcosa. Sentito fallito il federalismo ri-minaccia la secessione. Alla fine sceglie l’estetica e abbandona la politica.
Sceglie l’estetica della comunicazione, verbale e non verbale. Credo sia un Iapsus di Bossi il suo inveire contro i 102 anni della Montalcini, obiettivamente più giovane e in salute di lui. Oppure conta sulla pietas e la buona creanza da prima Repubblica dell’opposizione dalla quale anch’io fatico a dissociarmi.
Poi nella Lega si dividono i compiti. A Bossi l’estetica della comunicazione non verbale. A Calderoli e altri quella verbale. Nella palese carenza di fantasia, il capo rispolvera la canottiera “popolana” esibita per un giorno intero, in mezzo agli amici “borghesi”, evidentemente posando come una modella in quegli abiti che non si portano mai. Può bastare questo ai padani delusi?
A Montezemolo che si candida alla politica, minacciando i voti residui della Lega, l’elegante ministro della Repubblica, Roberto Calderoli, rivolge un raffinato discorso politico: “Finalmente sono arrivati i Montezemolo, quelle scoreggie d'umanità che non hanno mai lavorato in vita loro.”
Gli ultimi esempi in questa odorosa settimana politica (?) sono più spregiudicati. Intenzionalmente (ma non ne sono sicuro), si fa sfoggio di confusione fra arbitrio e governo. Ma forse davvero i leghisti non distinguono le due cose.
Il senatore della Repubblica, tale leghista Piergiorgio Stiffoni, così “avverte” Famiglia Cristiana che ha osato criticare il governo: “Un'altra volta che il giornale dei Paolini rigioca sporco, allora penseremo sul serio a tassare i patrimoni, in primis quelli ecclesiastici così il giorno dopo la redazione di Famiglia Cristiana deve portare scrivanie e computer in mezzo alla strada”. L’opposizione che, a ragione o a torto, ha una pessima opinione dell’intelligenza degli italiani, non osa replicare all’intimidazione “mafiosa”.
Né replica, mi pare, all’incredibile ministro Calderoli quando, contro i giocatori che osano discutere di contratto e di contributo di solidarietà agita lo spettro di un emendamento che raddoppi per gli amati/odiati professionisti del pallone il contributo discusso. Come i gangster dei filmetti che minacciano di cavare il secondo occhio. Qualcuno, sommessamente rimpiange Pomicino. Ma forse sta per tornare la politica. E una nuova estetica.

mercoledì 13 luglio 2011

I ragazzi democratici


I ragazzi democratici li incontro a Caracalla, alla festa dell’Unità. Le ragazze e i ragazzi democratici, prima di iniziare a servire ai tavoli di Ristoro democratico, si mettono in riga davanti alla mensa e intonano l’inno di Mameli e poi Bella Ciao. Lo fanno con convinzione, nel segno del nuovo patriottismo repubblicano che Ciampi e Napolitano hanno felicemente promosso e che forse ci salverà. Poi una volontaria mi consiglia un sublime piatto di tonnarelli cacio e pepe su letto di formaggio fuso. E’ una ragazza molto aggraziata. Non bella. Di più. Socializzante. Ho il vantaggio di essermi seduto in tempo per evitare la ressa e poi seguire doverosamente il dibattito, come fanno i democratico “corretti”. Così ho tempo di scambiare qualche parola e di apprezzare quelle che percepisco come risorse potenziali per il partito e il paese. La competenza comunicativa di Elisa (mettiamo si chiamasse così) non è un dato meramente tecnico. E’ alimentata dall’interesse agli altri, dalla passione per il fare e per il fare bene. Mi accorgo che mentre conversa spontaneamente con me di cucina, di partito e di università, con un occhio osserva la sala, il banco di servizio e gli altri volontari. Quando si allontana sento che è richiamata dalla titolare della trattoria convenzionata. Non avrebbe dovuto aprire una bottiglia del tale vino per darmene un calice. Incassa tranquillamente il richiamo, anzi lo utilizza per mostrare interesse ai criteri per cui una bottiglia si deve dare intera e un’altra non necessariamente. E’ prossima alla laurea specialistica, credo in mediazione linguistica. Ringraziandola per l’ottimo consiglio le manifesto la mia ammirazione per il suo stile e la sua strategia comunicativa. Credo così di darle un piccolo contributo affinché cresca la sua autostima. E la risarcisco anticipatamente perché non sono affatto sicuro che il lavoro o il partito sapranno apprezzarla.
Sono gli stessi sensi di colpa generazionale che mi fanno dire subito sì a Daniele, coordinatore dei giovani democratici di Ostia levante, che mi chiede se io sia disponibile ad un volantinaggio nel pomeriggio di sabato. Lo sono, certo. Siamo solo lui e io. Daniele progetta l’incontro sul tema della primavera araba, da realizzare nel salotto gaudente di Ostia. Pensa lui a invitare prestigiosi relatori, a stampare manifesti, ad affiggerli sui muri. Mentre distribuiamo volantini, verifico che il tema non appassiona più di tanto . Ovvio, ma il volantinaggio non si fa perché serve a qualcosa. Io lo faccio come una penitenza, invece di quello che non riesco a fare. Daniele dice di accontentarsi se il volantinaggio servirà ad acquisire un solo partecipante aggiuntivo. Per me è un ritorno ad anni lontani. Intanto parliamo del voto del PD sull’abolizione delle province che lui, studente di scienze politiche e militante, difende. Poi deve correre a lavorare. Fa il cameriere anche lui.
Non abbiamo molto altro da offrire ai giovani. La loro passione, la loro competenza, il premio per i loro sforzi non sono nel nostro ordine del giorno. Al più corteggiamo questi giovani. Diamo loro ragione, anche quando hanno torto: il tradimento peggiore. Così qualche settimana fa ad un incontro al circolo territoriale, prima della giornata referendaria, quando il giovane moderatore chiede al senatore del PD di “essere concreto” . Cioè? Cioè di dire se sia il nucleare o l’energia rinnovabile a dare più prospettive occupazionali ai giovani. E il relatore a spiegare che dà più occupazione l’energia rinnovabile. E se fosse il contrario? Sceglieremmo il nucleare e il possibile disastro? A questo conduce la paura di un futuro senza lavoro e prospettive. Sento incombente la minaccia di irrazionalismi e di devastanti rivelazioni pseudoscientifiche se non si puntano i piedi nella manutenzione dell’intelligenza. Un giorno, temo, anche i giovani democratici, così diversi nella loro serietà, potrebbero convertirsi a teorie fantasiose e suicide. Qualcuno sosterrà – è già avvenuto – che la guerra è il miglior fattore di occupazione. Avrei dovuto dirlo. Non l’ho fatto. Altro senso di colpa.

sabato 2 luglio 2011

L'Italia che amo

L’Italia che amo, seduto in un bar di Piazza Anco Marzio, il salotto di Ostia, stasera aveva il sapore di buone Krapfen (crema, cioccolato e marmellata) e buon gelato di frutta (coppa piccola per economizzare euro e zuccheri). Aveva le gambe ben tornite delle ragazze in short alla moda. Però l’Italia più bella era quella che scrutavo discretamente, ma continuamente, indifferente al cover di Morandi che cantava su un palco. Tre italiane sobriamente eleganti e una bimba di 7-8 anni, asiatica, adorabile. Gustava con gran piacere la sua coppa di gelato, accudita da madre adottante ( immagino), nonna e zia (credo). Batteva felice le mani come vedeva fare agli adulti, al finire di ogni canzone. Accanto all’Italia che perde tempo e anima in camarille e intrighi, lì l’Italia felice di donare felicità e una bimba felice, venuta da lontano. Vado a dormire rasserenato. Ogni tanto.