venerdì 11 novembre 2016

Il falso bersaglio

Allora. Con la Presidenza Obama il benedetto Pil americano è risalito. La disoccupazione si è più che dimezzata. Però i processi lunghi della globalizzazione hanno tolto il lavoro a molti americani, in numero minore di chi un lavoro ha ottenuto, ma molti. Lo ha tolto a quelli che lavoravano nelle acciaierie giacché l'acciaio cinese, assai più economico, sostituisce in America quello americano. Per inciso qualcuno annota che Trump riceve il voto degli operai dell'acciaio licenziati o a rischio di licenziamento e però costruisce Trump Towers altissime grazie a quell'acciaio economico. Ma il punto vero è che chi perde nella globalizzazione protesta mentre i nuovi occupati non sanno di dover ringraziare la globalizzazione ed Obama. Né, tanto meno, la potenziale erede Clinton. Bisognerebbe che qualcuno lo spiegasse loro. Poi servirebbe riattrezzarsi bene in Usa e nel mondo per una globalizzazione più morbida e/o per ammortizzare l'impatto della mobilità di merci e di uomini: cosa sì e cosa no, chi sì e chi no. E soprattutto come e a quali condizioni. Per me, ad esempio, i negozi cinesi no, il mega Mc Donald a Borgo Pio assolutamente no.

Stop the hate

E' un cartello agitato in una manifestazione a New York di cittadini shoccati dalla vittoria di Trump. Mi ha colpito e mi è piaciuto. Come un programma politico. Breve, intenso e tutto da sviluppare. Per l'America, per il mondo. Anche per la rete, direi, dove l'odio è di casa. Non è neanche un cartello contro Trump. E' un monito a tutti. Per iniziare un nuovo corso. Penso che sarà piaciuto a Francesco, se lo ha visto.

mercoledì 9 novembre 2016

Trump: nuntio vobis gaudium magnum

Trump, quindi: “Nuntio vobis gaudium magnum”. Vi do notizia della scoperta. Il Grande Vecchio non esiste. Se esistesse sarebbe rincoglionito (pardon). Non c’è. Non c’è nessun onnipotente che potesse decidere la narrazione della prima donna dopo il primo nero alla Casa Bianca. Il Grande Vecchio non c’è. Non avrebbe scommesso e perso tanto denaro puntando sulla perdente. Non c’è. C’è l’onnipotente Caos. Lì, fra le pieghe del Caos (che si può chiamare “caso”), ci sono al più alcuni sapienti. Sapienti abbastanza nel fare affari e difendere privilegi. Ma che litigano fra loro, fra grossi e piccoli. Quelli interessati alle frontiere aperte e quelli che le frontiere le vogliono chiuse. Tutti a reclutare adepti fra noi, il 99%. Noi che combattiamo le loro battaglie, sempre meno nelle piazze, sempre più su facebook. 
Ogni tanto, raramente, forse i sapienti convergono. Ci hanno lasciato una politica piccola, piccola, in gran parte meramente simbolica, bianchi contro rossi, Renzi contro Grillo, sì contro no. Non si allarmano certo per questo i sapienti. Combattiamo battaglie per loro o come mero passatempo per ingannare la paura della inattività e della morte. Solo se tocchiamo il tema proibito dell’eguaglianza di tutti gli uomini, TUTTI, non i connazionali, allora è come se i sapienti smettessero i loro conflitti e facessero quadrato. Migliaia o milioni di volontari, giornalisti, blogger, internauti, perditempo, sono stimolati ad indossare veri elmetti di guerra per deridere e stroncare le vecchie, minacciose ideologie: la pace, la decrescita felice, il socialismo. No, è un modo di dire. Non c’è nessuna riunione di saggi. C’è un pilota automatico congegnato per intervenire al bisogno. Per la contesa Clinton- Trump non serviva intervenire. I sapienti sono stati liberi di confliggere fra loro, sapendo che nessuno si sarebbe fatto troppo male.

lunedì 7 novembre 2016

Onida versus Boschi: il primo impedito, la seconda straripante

Boschi televisiva, brillante e sicura, come sono anche quelli che non sanno di non sapere. Onida più televisivo di Scalfari e Zagrebelsky. Gruber mai vista tanto parziale: largo spazio alla ministra e interruzioni intempestive ad Onida. Sicché non riesco a sentire e capire le spiegazioni del costituzionalista riguardo l'accusa di incoerenza rivoltagli dalla ministra rispetto sue precedenti posizioni. Ministra che protesta, con grande sorriso, ma protesta alla minima interruzione. E però interrompe spessissimo. Oltre - purtroppo - ad esibire scuotimento di capo ("ma che dice"?) ad ogni affondo di Onida. Un po' - ahimè- stile Santanché. Solo un po' però. Onida riesce a dire che è futile e improprio per un quesito referendario costituzionale parlare di riduzione dei costi della politica. Un argomento populista e che implicitamente delegittima la funzione parlamentare. Osa dire anche, come a suo tempo Padoa Schioppa, che la politica oggi non osa essere impopolare perché deve essere simpatica. Infatti non osa decidere oneri fiscali per rispondere all'emergenza terremoto e sicurezza. Onida avrebbe detto forse, se Boschi e Gruber glielo avessero consentito, che il governo preferisce sfondare sul deficit e far crescere il debito a spese di quelli che verranno. Col vantaggio aggiuntivo di poter litigare con Junker, mostrare sovranismo e bullismo che spiazza leghisti e grillini e raccogliere ingenui consensi nazionali.

Fuori, fuori: da che?


Il “fuori fuori” della Leopolda urlato contro i protagonisti del primo PD ha un suono sinistro. Lo ha per l’apparato narrativo, non già per il merito. Chi disegna il recinto rispetto al quale ci si possa dire dentro o fuori? Si potrebbe dire lo Statuto o il Manifesto dei valori. Ho provato a rileggere il Manifesto dei Valori del PD (2008). Beh, mi è sembrato che dentro possano starci comodamente sia Renzi che Bersani. E anche Fassina e Civati. E anche Alfano. Magari Monti. Magari addirittura Meloni. Nessuno legge manifesti e statuti. Neanche prima di chiedere una espulsione dal recinto. Perché i manifesti sono vaghi e hanno bisogno di interpreti. Nel PD oggi l’interprete è Renzi. Come nel M5S è Grillo. Con la differenza che il secondo, da fondatore (id est “da padrone”) del movimento, decide chi è fuori linea, chi da ammonire, chi da perdonare, chi da espellere. Io non credo affatto che le espulsioni siano in sé non democratiche. Mi pare ovvio e desiderabile che si dimetta o sia espulso chi fuoriesce dai valori del recinto. Renzi però non ama le espulsioni. Preferisce le dimissioni. Ancor più preferisce che gli oppositori ci siano, che schiamazzino e non contino. Perché i “traditori”, quelli non obbedienti al leader, sono indispensabili per aizzare la folla. Il “traditore” interno al partito è figura assai più stimolante del normale avversario esterno (Berlusconi, Salvini, Grillo). Più stimolante per stringere le fila attorno al capo. Così il capo, novello Marco Antonio scespiriano sul cadavere di Cesare (il partito), aizza la folla contro i traditori, magari dopo professioni di rispetto (formula usata e abusata da Renzi e consapevolmente ipocrita). “E Bruto è uomo d’onore” diceva Marco Antonio. Lo diceva da spregiudicato provocatore fino a indurre la folla ad apparentemente contraddirlo: “Non uomini d’onore sono; traditori sono”. E si dispiaceva –così diceva Marco Antonio - di aver provocato tanta ira e rivolta. Lui uomo buono e aperto, circondato da traditori.
Ecco, questo apparato narrativo mi sconvolge assai più delle arbitrarie espulsioni grilline. Forse è un problema di estetica. O forse no. Mi sconvolge forse l’immagine del partito in cui ho militato, ridotto a figuranti che fischiano, applaudono e gridano “fuori” secondo un copione scritto da altri.
Credo di capire che oggi i recinti statutari e valoriali sono vaghi perché i partiti sono scatole vuote acquisibili dal miglior acquirente. Forse è inevitabile così perché nulla come una faccia può disegnare oggi i confini del recinto. Solo l’arbitrio personale cioè. Le narrazioni vincenti hanno sconfitto la storia lenta dei partiti, i partiti che evolvevano con te sicché non avvertivi discontinuità e sconquassi ad ogni nuovo segretario. Oggi un leader nuovo pretende un partito nuovo. conservando il marchio del vecchio e del suo patrimonio di fedeli alla Ditta. Pessima parola “La Ditta” vorrei dire al Bersani dai troppi errori. “Ditta” sa di bandiera futile del tifo per una squadra in cui siano cambiati giocatori e proprietari. Bersani disse qualcosa anni fa che mi piacque. Disse: “Sinistra è credere che non puoi star bene se gli altri attorno a te gli altri non stanno bene”. Io mi riconosco in quel valore, non in una bandiera che passa di mano in mano. Perciò chiedo a quel Bersani di non permettere più agli invasati di gridargli ”fuori”, mentre Marco Antonio volge il capo per celare il sorriso compiaciuto. Chiedo a Bersani di uscire da quel recinto e cercare i compagni con cui costruire la sinistra.

sabato 5 novembre 2016

In guerra per amore: fra grottesco e militanza

Cerco di capire perché il secondo film di Pif mi è piaciuto meno del primo, “La Mafia uccide solo d’estate”. Molte cose in comune: la Sicilia, la mafia, la struttura narrativa alquanto favolistica. Nel primo film di Pif la mafia è quella sanguinaria di Riina, quella di Ciancimino e del sacco edilizio di Palermo. Nel secondo è la mafia prevalentemente agraria dell’inizio degli anni ’40.
Pif, italo-americano, o meglio siculo- americano, che si arruola nell’esercito americano che si appresta a sbarcare in Sicilia. Lo fa per amore, per chiedere la mano dell’amata al padre che vive nell’Isola. Come nel primo film l’ingenuo protagonista scoprirà pian piano il dominio mafioso che governa l’Isola. Nel film i comprimari, a partire dall’interprete del mafioso boss e poi sindaco del paesino dal nome inventato, sono più efficaci degli stessi protagonisti. Sempre sul piano del grottesco e di allusioni molto plateali. Vedi il discorso del neo sindaco mafioso con l’elogio della democrazia…cristiana, nella Sicilia liberata. Liberata dai tedeschi e consegnata alle cosche. Ove la platealità grottesca diventa un lasciapassare alla scelta militante. Toni “militanti” ed epici in entrambi i film. In “ La mafia uccide solo d’estate” mi colpì molto e mi emozionò la conclusione col protagonista, diventato padre, che guida il figlio per la Palermo delle stragi mafiose a mostrargli le targhe sui muri di cui è disseminata la capitale siciliana in ricordo degli eroi uccisi: un pellegrinaggio martirologico. Qui la conclusione vede il protagonista aspettare imperterrito davanti alla Casa Bianca di consegnare a Roosvelt la lettera testamento del tenente italoamericano assassinato, venuto anche lui in Sicilia per amore, ma per l’amore della libertà. L’allusione è al rapporto Scotten oggi desecretato in cui il governo Usa manifesterebbe di scegliere la mafia per il governo della Sicilia occupata. Ancora una volta Pif sceglie dunque il registro favolistico e grottesco, prossimo al rischio di addolcire l’orrore. Un po’ come nel Benigni di “La vita è bella”, che infatti a molti piace, a molti no. Qui si spinge un po’ oltre e forse è per questo che il film di Pif mi convince meno del primo. Poi c’è la lettura di un siciliano come me, che lasciò anni fa la Sicilia della mafia per trasferirsi nella Roma di mafia capitale e che va a vedere i film di Pif per rivedere paesaggi dimenticati e riascoltare parlate locali. Di uno come me che si infastidisce abbastanza ascoltando gli interpreti ipoteticamente concittadini del paesino del sudest parlare uno con accento palermitano, l’altro catanese, l’altro siracusano. I “continentali” non ci faranno caso.

giovedì 3 novembre 2016

Di Battista versus Scalfari

29 anni contro 92. Come nel confronto Renzi De Mita mi è capitato di condividere le ragioni dell'anziano politico contro le ragioni del Sì e di Renzi, anche ora ad Otto e Mezzo riconosco la fondatezza degli argomenti del vecchio giornalista, fondatore della Repubblica, contro M5S. Ma ora come allora mi resta lo sgomento per le patologiche amnesie che attribuisco all'età. Di Battista in bicicletta per i paesini della Calabria, sarebbe il tour in moto per l'Italia del leader 5 stelle? E poi strane divagazioni. Penso proprio che la TV non sia adatta al protagonismo degli anziani. E' una preoccupazione personale però quella di trovare un ruolo per la terza età. Sulla carta stampata i rischi sono assai minori. Continuerò a leggere Scalfari la domenica.