sabato 22 febbraio 2020

La netturbina, spaccato dello spreco


Mi incuriosisce la netturbina che da qualche tempo ramazza il marciapiede di fronte casa mia. Mi incuriosisce perché è molto bella.Perché è elegante ed aggraziata. Infine ho scoperto che parla un italiano eccellente, preciso e raro in questi tempi. L'ho scoperto perché rallento, e talvolta fermandomi ad accendere una sigaretta di cui farei anche a meno, quando la vedo e sento conversare con amici ed amiche, causa la mia inguaribile curiosità verso le vite in cui casualmente mi imbatto.
Lo so, dovrei pensare che è normale. Perché una netturbina non dovrebbe essere bella, elegante ed istruita, magari laureata? Però un tale pensiero - progressista, politicamente corretto? - non è il mio pensiero. Un giorno, quando saremo tutti belli ed istruiti sarà normale. Oggi no. Oggi no, mentre agli sportelli incontro spesso (non sempre) impiegati/e scortesi, sgradevoli ed ignoranti. Oggi no, mentre nei musei troppi sono inadeguati. Oggi no, mentre troppi giornalisti-intervistatori sono sgarbati fino a lanciare via il libro dell'intervistato (Giletti vs Capanna). Insomma, scrutando la netturbina scruto il Grande Spreco del mio Paese.

venerdì 21 febbraio 2020

Gli ultimi restino ultimi
Il reddito di cittadinanza è l'ultimo dei provvedimenti che potrei contestare ai 5Stelle. Che nessuno debba soffrire freddo e fame è un obiettivo minimo, giusto e perseguibile. Soprattutto se al contempo ci si impegni per l'eguaglianza. Ma l'obiettivo di eliminare almeno la povertà, come memorabilmente annunciato da Di Maio, è stato clamorosamente mancato. E' stato mancato soprattutto perché proprio i più poveri fra i poveri sono stati dimenticati. A parte che il reddito non spetta agli stranieri con meno di dieci anni, gli stessi italiani, quelli senza tetto e domicilio, sono esclusi. Incredibilmente solo una minima parte dei Comuni ha voluto dare soluzione all'ingiustizia attribuendo un domicilio convenzionale ai senza tetto. Sicché oggi proprio chi più ha bisogno manca di aiuto. A volte anche per "responsabilità" del senza tetto che è privo dei minimi strumenti culturali (o addirittura dell'interesse) per avere informazione del suo diritto e per avvalersene. Il mio governo auspicabile non avrebbe come obiettivo principale distribuire mance al ceto medio o all'imprenditoria o dare risposta ad interessi legittimi di chi non soffre freddo e fame. Penserebbe prima agli ultimi, poi ai penultimi, terzultimi, etc. Agli ultimi non solo con reddito, ma anche con una presa in carico sociale ed educativa, quella di cui si fa carico solo il generoso volontariato, per quanto possibile. Per finire tutto il resto della legge istitutiva potrebbe essere, se possibile, abrogato. Mi riferisco all'obbligo di accettare un lavoro ad x kilometri da casa a seconda del tempo della improbabile chiamata al lavoro. E mi riferisco ai celebrati (da Di Maio) navigator: a quei precari o disoccupati vincitori di un concorso per trovare lavoro ai disoccupati. Sono certo che Di Maio colpevolmente non sapesse che col nome italiano di "operatori dei centri per l'impiego" i navigator suggeritigli dall'italo-americano messo a capo dell'agenzia per il lavoro (Anpal Servizi) c'erano già e certamente con competenze più mature di quelle dei navigator. Aggiungo che la facoltà di impegnare in attività socialmente utili i percettori del reddito è cosa ottima e deve diventare sistema. Il lavoro socialmente utile può e deve diventare un percorso per l'inserimento nel settore pubblico o privato. Nell'agenda politica tutto c'è però tranne ciò che serve ed urge davvero. reddito-di-cittadinanza-requisiti/Gli ultimi

lunedì 10 febbraio 2020


Il razzismo terrestre secondo il maestro marziano
Cari ragazzi, oggi parleremo del razzismo. Sulla Terra hanno strane convinzioni. I terrestri si dividono fra razzisti ed antirazzisti. I primi, i razzisti, sono praticamente idioti. I loro avversari però spesso non brillano per intelligenza. I razzisti credono che la propria etnia sia superiore: più intelligente, più onesta o più meritevole del paradiso. Molti di loro credono che se gli altri popoli scomparissero, la Terra sarebbe migliore. E qualcuno ci ha provato. Un certo Hitler con gli ebrei. Molti anzi vorrebbe che Hitler risuscitasse per completare l'opera. I razzisti più moderati si limitano a desiderare che altri popoli non si mescolino con il loro. Dicono che il meticciato sia una brutta cosa. La cosa buffa è che i razzisti diano la colpa ai neri o ai gialli per difetti di cui sono colpevoli loro, i razzisti. Ad esempio gli aguzzini di Hitler che scortavano gli ebrei in carri bestiame, ammassati, senza aria, acqua e servizi igienici, insultavano le vittime dicendo che puzzavano. La stessa cosa pensavano gli schiavisti americani riguardo i loro schiavi, trattati non troppo differentemente degli ebrei. Credevano evidentemente che loro, i nazisti e gli schiavisti, se costretti in quei carri bestiame, avrebbero conservato il loro odore di pulito. I razzisti credono naturalmente che i popoli più poveri siano responsabili della loro povertà. Non riescono a capire (o forse fingono di non capire) che quei popoli – gli africani, ad esempio - sono stati derubati delle loro ricchezze e della loro libertà, prima con le armi e ora con il neocoloniasmo capitalistico. Ma – ve l'ho detto – i razzisti sono quasi tutti idioti e quelli che non lo sono invece sono furbi, i capi in genere, Però anche molti antirazzisti non brillano per intelligenza. Sono impegnati a non riconoscere alcuna differenza. Riconoscerla sarebbe da razzisti. Non ammettono che un alto Watussi quasi certamente salterà più in alto di un pigmeo e che un pigmeo più facilmente si nasconderà nella foresta. Se in un territorio si sviluppa una epidemia, mentre i razzisti sparerebbero a vista su neri o gialli contaminati, gli antirazzisti "ingenui" aprirebbero tranquillamente le frontiere senza controllo alcuno. I terrestri spesso considerano un difetto o una colpa il pre-giudizio. Molti non capiscono che un grado di pregiudizio è necessario e salutare. Se si vuole buttare un legno a mare è intelligente il pre-giudizio che ci dice che il legno galleggerà, prima di buttarlo a mare. Egualmente, se una donna torna a casa di sera è un utile pregiudizio evitare l'incontro con maschi sconosciuti. Se un maschio invece teme di incontrare le donne, temendo di essere violentato, beh, quello è un pre-giudizio stupido. Perché lo stupro – lo sapete?- sulla Terra è praticato dai maschi perché più forti e perché più abituati al rischio e alla violenza.
Quello che voglio dirvi, cari allievi, è che la filosofia dominante sulla Terra è nominalistica e dualistica. Si decide senza fondata ragione un concetto ed un nome – razzismo ad esempio – e poi il suo contrario – antirazzismo. E i terrestri non riescono a liberarsi dei loro pretestuosi nomi e concetti. Si dividono fino a difendere l'indifendibile e si fanno guerra. Ignorano la Ragione e la ragionevolezza. Sappiatelo quando libereremo la Terra.

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giovedì 6 febbraio 2020

1917: il grande massacro





Candidato all'Oscar come film, regia, sceneggiatura. Film ben costruito, quello di Sam Mendes con George MacKay e Dean-Charles Chapman ( ed un cammeo di Colin Firth). Non un capolavoro però e forse neanche da Oscar Mi aspetterei invece tanti Oscar per l'ultimo Loach, quello di "Sorry we missedi you". 2017 è una storia esemplare di coraggio e di solidarietà cameratesca. Il protagonista affronta un viaggio nel territorio di nessuno fra le linee del suo esercito e quelle dei tedeschi per consegnare un messaggio che può salvare un battaglione dal massacro. L'aspetto più crudo e più efficace del film è in quei cadaveri abbandonati di commilitoni e nemici calpestati nel viaggio: rappresentazione puntuale di quella guerra di trincee, di assalti e carneficine. Non evidente però – se c'è nelle intenzioni – un messaggio antimilitarista. Nulla di paragonabile in questo con i "miei" classici pacifisti del cuore: da "All'ovest niente di nuovo" di Lewis Milestone, ad "Orizzonti di Gloria" di Stanley Kubrik, con la migliore prova di Kirk Douglas proprio oggi scomparso (a 103 anni) fino all'italiano "Uomini contro" di Francesco Rosi, con GianMaria Volontè.

domenica 19 gennaio 2020

Scelgo Berlinguer


Lo scelgo contro quelli che oggi scelgono Craxi. Fra questi il sindaco di Bergamo, Gori, figura eminente del PD. In una intervista di ieri dice: "Berlinguer era l'uomo dell'austerity, il segretario che per superare la crisi proponeva di ridurre i consumi. Ma ci rendiamo conto? Ridurre i consumi!". A parte tutto il resto, dapprima io resto sbalordito per lo sgomento evidente di Gori. Ma poi me ne faccio una ragione. In effetti l'austerità nel dibattito politico e nel senso comune è diventato una parolaccia. Ed il senso comune della cattiva economia ha attecchito a destra e a sinistra. Dopo Craxi il governo Berlusconi nella "pubblicità istituzionale" - ricordate?- invadeva gli schermi con uomini e donne pieni di pacchi che ricevevano un grazie caloroso perché così aiutavano l'economia a crescere". Ed anche a sinistra ho sentito più volte predicare salari più alti, non già perché giusti, non già perché doverosi per i lavoratori, bensì perché utili per l'economia. Sì, un po' tutti contro l'austerità, un po' tutti per i consumi che farebbero crescere il lavoro, un po' tutti per il cemento, un po' tutti per l'Ilva (con un pochino di veleni in meno), un po' tutti per la crescita del debito pubblico (purché chiamato "flessibilità" e sovranità nazionale). Con un surplus di ipocrisia nella sinistra che rinnega l'austerità di Berlinguer e però fai i complimenti a Greta. No, l'austerità di Berlinguer non voleva affamare i lavoratori. Voleva far dimagrire gli obesi con le seconde case e le seconde barche. Senza escludere che anche i lavoratori si liberassero del loro consumismo, quello delle trasferte con la squadra del cuore, del gratta e vinci, dei pasti untuosi di Mc Donald. Il No al consumismo significava investire in ciò che non inquina: in cultura, bellezza, amore, pace. Senza rinunciare ad un panino al prosciutto. Io resto con Berlinguer.

giovedì 16 gennaio 2020

Hammamet: Favino come Craxi, cioè come chi?


Il film di Amelio, insieme all'imminente ventennale della morte di Craxi, sta stimolando riflessioni sul leader socialista. Non trovo però né nel film né nelle riflessioni sulla nostra Storia di fine secolo scorso punti di vista originali. Forse non possono esserci. Craxi resta per gli estimatori un grande statista riformista e l'uomo che a Sigonella difese la sovranità nazionale contro l'invadenza Usa. Per i detrattori resta l'uomo che ruppe col Pci, uomo dall'ego spropositato, disinvolto praticante del finanziamento illegale alla politica, nonché personalmente corrotto, e infine il Presidente del Consiglio che contrastò gli americani per liberare un assassino. Per me è soprattutto il governante che diede via libera a Berlusconi e alla Tv privata, operazione con la quale una pedagogia morbosa da guardoni prese ad intossicare il Paese. Infine è la levatrice del leaderismo di Berlusconi, Renzi, etc.
La maggior parte delle parole spese commentando il film di Amelio riguarda la straordinaria operazione mimetica realizzata da Favino. Identico a Craxi nei lineamenti, nella postura, nelle movenze, nei toni. Bene. E quindi? Il nocciolo estetico di Amelio è nella descrizione di un declino, in parte il naturale declino di ogni uomo che invecchia e si ammala, in parte il declino più difficile da accettare per chi è stato lungamente rispettato o temuto. Favino mi è piaciuto, più che nella sua talentuosa operazione mimetica, ieri alla "Vita in diretta" quando ha tirato in ballo Shakespeare, alludendo a Re Lear. "Ci identifichiamo in un re che perde tutto, potere ed affetti; sentiamo che se succede ai re, può succedere a chiunque".
Verosimile che attorno al re decaduto restino, oltre al nipotino, donne adoranti o passive: la figlia e l'amante diversamente adoranti e la moglie paziente che non chiede nulla. Probabilmente il film avrebbe avuto maggiore compattezza ed efficacia senza interpolazioni fantasiose alla storia vera. Quel che soprattutto succede con l'ingresso nel film del giovane figlio di un protagonista e vittima di tangentopoli.
Concludo ricordando la mia vacanza ad Hammamet nell'estate del 99, contemporanea quindi agli ultimi giorni di Craxi. La nostra guida era un tunisino laureato in sociologia a Trento. Si divertiva un mondo insultando Craxi, anche passando in bus accanto alla protetta dimora. "Qui vive il delinquente vostro ex Presidente". Ricordo la mia irritazione, benché personalmente fossi tutt'altro che vicino all'ospite di Hammamet e di Ben Alì". Successe poi che io – a mio modo – replicai durante la visita alle rovine di Cartagine. "Come si spiega questa moderna ed imponente villa presidenziale sulle rovine"?
E lui: "A noi non piace scherzare su queste cose". Appunti per una storia del troppo frequente uso privato della responsabilità politica. Non solo in Italia e non solo in quegli anni..

sabato 11 gennaio 2020

Loach, più terribile che mai


Ho letto critiche straordinariamente coincidenti nell'apprezzamento dell'ultimo Loach, quello di "Sorry we missed you". Un mio contributo non può che essere in qualche digressione un po' al di là del film e in qualche distinguo rispetto alla narrazione dell'autore. Ad esempio non riesco a condividere il relativo ottimismo dell'autore sulla solidità dell'istituto familiare che nel film appare infine salvarsi mentre il resto va a pezzi. Ken Loach narra lo scempio di vite stritolate dalla gig economy. Lo fa dopo avere esplorato accuratamente, con il suo sceneggiatore (Paul Laverty), quel mondo e dopo aver trovato gli interpreti ideali per rappresentare persone normali: a partire da Kris Hitchen, il protagonista, e Debby Honeiwood, coprotagonista, interpreti che, pur essendo attori, non fossero attori noti perché ciò non avrei facilitato l'empatia con i personaggi. Interpreti lontani dai divi holliwoodiani e dagli eredi dell'Actors Studio con le loro vistose smorfiette. Una scelta vicina a quella del neorealismo che spesso preferì interpreti presi dalla strada. Nel film la nuova economia è l'inganno del lavoro fintamente autonomo di trasportatori, liberi di impiccarsi con le proprie mani, scegliendo i ritmi più incalzanti delle consegne. Liberi di scegliere il furgone più grande e più costoso, liberi di scegliere se curarsi o rischiare la vita per non subire sanzioni economiche insostenibili, liberi di scegliere fra un figlio a rischio e il lavoro. Il film è anche la storia di una famiglia. Con lei – la moglie - che sacrifica se stessa per consentire l'avventura lavorativa di lui, lei badante-infermiera a domicilio che rinuncia, come sono abituate a rinunciare le donne, alla sua auto perché lui possa comprare il furgone. Chi potrebbe fare diversamente da quanto fa? Non potrebbe fare diversamente il protagonista che ha perduto il suo lavoro di operaio subordinato. Non può fare diversamente l'aguzzino che gestisce per conto degli occulti proprietari la squadra dei liberi schiavi. Non potrebbe perché se rinunciasse ad applicare pesanti sanzioni a chi scegliesse moglie e figli rispetto alla puntualità delle consegne, i conti societari ne soffrirebbero ed egli perderebbe il posto di caporale, posto ingrato, ma meno ingrato del posto di corriere. Non potrebbero fare diversamente probabilmente il dirigente ed il padrone occulto. Se scegliesse un caporale più “umano” l'amministratore delegato dovrebbe rispondere di minori profitti e sarebbe licenziato. E se non fosse licenziato la società rischierebbe il fallimento per la concorrenza di altre società più spregiudicate. Insomma, lo spazio riformista nella gig economy e forse nella nuova economia tout court è minimo. Dico nella economia tout court perché anche le acciaierie e chi nelle acciaierie lavora deve sceglere fra inquinare, uccidere, essere ucciso o fallire e morire. Lo stesso per le cooperative ed i piccoli imprenditori in gara per gli appalti. Anzi mi aspetterei un Loach che esplori anche i drammi dei piccoli padroni. La differenza con la gig economy è solo che qui l'ingranaggio appare del tutto spersonalizzato, regolato dagli implacabili e “razionali” algoritmi chiusi nello smartphone da cui il corriere è guidato e spiato e che non conosce umanità. Troppo complicato, troppo discrezionale, troppo irrazionale, sarebbe tener conto di mogli sole, di sorelle impazzite o di figli drogati. Quel che facciamo più fatica ad ammettere è però che le stesse persone spremute e schiavizzate come lavoratori ricevono in cambio il dono malsano dei consumi a basso prezzo che consentono di avere l'ultimo imperdibile aggeggio elettronico, la maglietta col logo, la pizza con ingredienti low cost a domicilio. In cambio della perdita di affetti, dei figli perduti nei mondi misteriosi e inaccessibili delle loro chat, di momenti conviviali, dello scambio di auguri col negoziante vicino, possiamo trovare l'intera offerta filmica (forse non c'è Loach però) nella multisala a qualche kilometro da casa e fare una vacanza prima impossibile affittando una stanza lì nel centro della città ormai abbandonata dai vecchi residenti. Anche su questo scambio malsano l'insostenibile sistema si sostiene, additandoci magari ogni tanto l'orrore delle economie pianificate e illiberali o irridendo alla decrescita felice. Giusto per ricordarci che non c'è scampo e l'alternativa sarebbe un inferno peggiore. Come la penso su questo, andrebbe troppo oltre ad un commento al film di Loach. E comunque è intuitivo: dobbiamo costruire l'alternativa o perire.