Ho ripensato al film non imperdibile visto giorni fa. Ci ho
ripensato leggendo qualcosa sulle lettere di Céline ai suoi editori. Leggevo delle sue aspre minacce.
Che non si azzardassero a toccare una
virgola del suo romanzo. Invece in
Genius Thomas Wolf (Jude Law),
potenziale scrittore di talento, in
parte subisce, in parte chiede l’intrusione dell’editor. Lo chiede come in rapporto col
padre che non ha avuto. E Max Perkins
(Colin Flint), già editor di Hemingway e Fitzgerald, trova
nel geniale autore il figlio che non
ha avuto. L’editor lavora
di accetta più che di cesello. Così una disordinata e mostruosamente
sovradimensionata opera diventa leggibile e diventa un best seller. Mutatis
mutandis, mi sono ricordato della mia
tesi di laurea. Mancavano pochi giorni e
la relatrice mi impose di sforbiciarla di
almeno un terzo. A mia
discrezione cosa tagliare. Tagliai il capitolo sul tema della professionalità al femminile. Che
mi piacerebbe oggi rileggere, ma non trovo.
Beh, del film mi ha interessato questo. Perché di fatto sempre in
un’opera cogliamo pezzi trasfigurati delle nostre esperienze. Quanti sono
davvero gli autori di un’opera (film, romanzo o altro)? Non
solo lo scrittore, non solo il regista: sceneggiatore, produttore,
editor, insieme agli incontri diretti
dal Caso, grande autore occulto, ed oltre ai lettori o spettatori, ognuno di fronte ad un’opera di
fatto diversa. Sicché poco mi hanno
interessato i rapporti della moglie di
Wolfe (Nicole Kidman) con il marito e l’editor. Il tema della vita divisa fra amore/famiglia e passione
fagocitante per l’arte resta come
sovrapposta nel film. Forse per un
regista teatrale - Michael Grandage - alle prese con la sua prima opera
cinematografica. Beh, cercherò ancora il capitolo soppresso della mia tesi di
laurea.
sabato 19 novembre 2016
mercoledì 16 novembre 2016
Il Veltroni di “ma anche”: più con me che con Renzi
E’ la mia sintesi disinvolta dell’intervista di ieri sera di
Gruber a Veltroni. Che Veltroni votasse
Sì lo immaginavo bene. Lo
davo meno scontato per
Letta. Che però votando Sì fa un
figurone di uomo sopra le meschinità
degli uomini comuni e degli “staisereno”. Spiego a me stesso allora perché io
sento Veltroni più vicino al mio mondo che a al mondo di Renzi. Malgrado il suo Sì e il mio No. Veltroni, dopo aver illustrato le scontate
ragioni del suo Sì, denuncia il clima di rissa e personalizzazione di cui fa
carico a Renzi e ai suoi avversari. Ma implicitamente più al primo che avviò la
personalizzazione. Poi dice che a
referendum concluso la sinistra
dovrà occuparsi dei problemi della sofferenza di milioni di cittadini.
Alla domanda se Renzi sia sinistra non risponde apparentemente , ma in pratica
risponde dicendo che “sinistra” non è
parola da cancellare dal vocabolario del Partito Democratico. Tutt’altro. Serve una risposta di sinistra
alla sofferenza. E alla domanda di Gruber “Cosa pensa della rimozione della
bandiera europea nell’ufficio del
Presidente del Consiglio?” risponde che ne pensa malissimo. Più o meno come
aveva dichiarato Prodi. E ancora: “Sbagliato confondere Grillo con Salvini. Da
una parte ci sono contraddizioni ed un programma confuso ma con idee rispettabilissime. Dall’altra parte c’è il
populismo della destra” . E infine :
“Non si debbono rincorrere i populismi sul loro terreno. Bisogna proporre visioni diverse”. Insomma tutta l’intervista è una polemica
netta contro il renzismo. C’è anche in
Veltroni la nota rivendicativa del suo “ma anche”. E’ connessa all’aspirazione
maggioritaria del partito che aveva fondato. Che voleva essere
maggioritario nel senso di aperto
all’ascolto delle ragioni altrui e intenzionalmente inclusivo. Perché “E’ così…ma anche…”. Nessun rapporto, a mio
avviso, con gli stratagemmi di leggi
elettorali truffa che trasformano in maggioritaria una corposa minoranza. Sento invece un’assonanza con la
rivendicazione della locuzione “nella misura in cui” di Berlinguer in un’intervista di tanto tempo
fa. Berlinguer che quietamente difendeva quella locuzione con l’intervistatore che la riteneva vaga.
lunedì 14 novembre 2016
Disperazione ed astensione
Alle prossime politiche sempre più probabile un mio sterile voto di testimonianza ad una sinistra che non deve vincere o non riesce a vincere restando sinistra. Oppure l'astensione.
Intervistato da Gruber ed altri sul direttorio "abrogato" da Grillo, Fico, fra gli ex del direttorio, risponde: "Non c'è mai stato. E' una invenzione. Il direttorio di M5S è M5S". Risposta suggestiva. Però che il direttorio non ci sia mai stato lo scopro stasera. Pazienza. Ma poi Gruber incalza chiedendo in cosa M5S o Fico si senta vicino a Trump. E lì salto dalla sedia. Perché Fico risponde come temevo. Dà proprio la risposta che io gli imploravo di non dare. "Trump ha rinunciato alla indennità presidenziale di 400.000 dollari annui". 400.000 dollari, quanto potrebbe servirgli per aggiornare la rubinetteria d'oro di uno dei suoi bagni. Mia autentica disperazione.
domenica 13 novembre 2016
Burocrazia" = Senato?
Avevo detto più giù delle mie perplessità sull'uso ossessivo in Renzi di parole come "poltrone". Manco a dirlo poco fa a Napoli il premier mi dava ancora ragione. Per la milionesima volta il suo discorso citava le maledette poltrone (quelle degli altri). Ma, riflettendo, vorrei dire che evidentemente un problema è costituito dalla scarsa padronanza lessicale del segretario-presidente: ampiezza del vocabolario e proprietà di linguaggio. Altra parola infatti che gli è molto cara è "burocrazia". Quasi quanto "poltrone". Non so se capita a voi. A me qualche volta capita che se una persona (soprattutto se affidabile e/o presuntivamente colta) usa una parola cui dà significato diverso dal mio, resto in imbarazzo, col dubbio di mia grave lacuna personale. Renzi dice spessissimo che la riforma vuole ridurre la "burocrazia". Ma non lo dice parlando di impiegati o dirigenti. Lo dice parlando di senatori o di consiglieri provinciali. Almeno quando ha intenzione di parlarne in senso dispregiativo: cioè sempre. Ogni volta ho avuto il dubbio di fraintendere o di essere ignorante. Finalmente oggi, stremato dal dubbio, ho controllato su qualche dizionario. No, accipicchia, negli esempi di "burocrazia" gli eletti del popolo non sono citati. Vedi ad esempio la definizione: "Burocrazia è L'insieme degli uffici e dei funzionari della pubblica amministrazione: b. statale, regionale; l'organizzazione e le pratiche cui costringe, spesso con valore spreg.: c'è tanta b."
Così ho capito: Renzi ha frainteso. Ciò che è una conseguenza possibile della burocrazia, l'eccesso di pratiche, con conseguenti lungaggini, diventa per lui l'essenza della parola. Ogni cosa che richieda tempo, troppo tempo, diventa burocrazia. Quindi il Senato,soprattutto il Senato, e i consiglieri provinciali e forse la democrazia per come l'abbiamo fin qui interpretata. Domani - chissà - anche la lunga gestazione di un figlio.
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Le maledette poltrone
Forse Renzi coordina, dirige, lavora e produce tweet seduto su uno sgabello oppure addirittura in piedi. Perché non mi ero accorto di queste fantomatiche poltrone che affollano gli incubi del segretario-premier. O forse Renzi non è così fantasioso come si crede. In un messaggio alla nazione e in un altro pure, in un twett e nell'altro pure c'è l'invettiva contro queste benedette poltrone. Il Paese è paralizzato da mesi per un referendum che ci chiede se vogliamo togliere poltrone. Ebbene sì. Le vogliamo togliere. Tutti su sgabelli o in piedi. Poi facciamola finita e occupiamoci di cose serie.
sabato 12 novembre 2016
Il duello dei populisti e il popolo assente
Le parole si logorano. Nell’era del politicamente scorretto
quel che era denigratorio è rivendicato come merito. Così avviene per
“populismo”. Grillo è stato forse il primo a rivendicarlo come merito: “Siamo populisti”. Forse quindi sarò
costretto a cercare un’altra parola per indicare
chi seduce il popolo per distrarlo dai suoi interessi e dalle sue battaglie.
Come dovrei chiamare chi suggerisce bersagli facili per ricevere consenso
esplicito dal popolo e consenso implicito dai privilegiati risparmiati dal
grande Vaffa? Non mi arrendo al
politicamente scorretto e non dico
quindi “imbroglioni”.
Alla vittoria di Trump Grillo ha manifestato compiacimento
ed esultanza. “E’ stato un grande vaffa all’è lite” ha detto. Alla è lite
politica forse sì. Non alla élite dei multiproprietari di ville e palazzi, con
le rubinetterie dorate però. Quella è
una élite “popolare” forse. Ma Grillo
si è accorto che il vaffa di Trump è rivolto anche e soprattutto ad un pezzo
caratteristico del programma 5Stelle? Lo è, a meno di credere che l’ecologismo
del M5S non sia solo un orpello raccattato per riempire le pagine del
programma. Lo è perché, al di là della xenofobia e del sessismo che magari
potrebbe apparire un gioco innocente (e non lo è) ,il nucleo concretissimo del
programma di Trump è l’esatto opposto dell’ecologismo dichiarato di Grillo. E’
la scelta del carbone. E’ la scelta delle trivelle. E’ la scelta di denunziare
gli accordi di Parigi sul clima. E’ la
scelta di sfamare il suo popolo saccheggiando il pianeta. E’ la scelta di fare
pagare i costi del saccheggio a quelli che ancora non votano e a quelli che
verranno. Quest’ultima è la scelta
peraltro del populismo contendente: quella di Renzi. Anche lui per grandi opere
e trivelle. Lui impegnato nell’appassionata contesa con Junker. Lui che non la
manda a dire. Lui che –oibò – alla “burocrazia” di Bruxelles antepone la
sicurezza delle scuole e il popolo terremotato. E quindi pretende flessibilità,
cioè deficit, cioè debito da
scaricare al governo prossimo venturo,
nonché ai posteri. Mentre nessuno osa ribattere che le risorse
per la sicurezza e per i senza tetto potrebbero essere recepite con la reintroduzione della tassa sulla prima casa per i più abbienti, con la reintroduzione
della tassa di successione che penalizzerebbe un tantino la povera milionaria erede di
Esselunga o gli eredi di Briatore, e con
la revisione della curva dell’Irpef, accentuandone la progressività . Oltre che abbattendo le pensioni d’oro. Oltre
che abbattendo le remunerazioni d’oro di troppi dirigenti. Oltre che
bonificando l’Italia da consorterie familistiche, amicali, paramafiose, mafiose. Tranquillo, Presidente, nessuno proporrà
nulla di simile. Il senso comune
vincente che ha disarmato il “popolo” non consente di parlare di tasse e sul resto
si può parlare senza essere obbligati a fare. La narrazione renziana è assai
intelligente. Infatti nessuno osa
contraddirla davvero. Al più si può rilanciare più in su o denunciare
l’insufficiente determinazione del premier: “Io pretenderei di più, io userei
parole più pesanti contro la tecnocrazia”: insomma variazioni sulla stucchevole
narrazione. Il senso comune in compenso consente di proporre impunemente la flax tax
al 15% per tutti, poveri e ricchi, escogitata dal terzo populista,
Salvini, fra gli applausi di chi paga il
16% e pagherebbe con il taglio radicale
al welfare lo sconto miserabile dell’1%. Mosse tutte intelligenti (cioè a
loro convenienti) quelle dei duellanti
populisti come quando si nasconda la polvere sotto il tappeto, sapendo che
altri, futuri odiosi governanti che saranno chiamati “tecnocrati” dovranno fare
pulizia perché la nave non affondi. Duellanti ma ispirati da valori largamente
condivisi come (absit iniuria verbis) i duellanti delle gang che si contendono il territorio bevendo le stesse birre e sognando gli stessi sogni. No, mi rifiuto di corteggiare il popolo di
Grillo, Renzi e Salvini. Aspetto che il
popolo scopra l’inganno. Forse
dapprima il popolo che non vota. Con un pizzico di fiducia in alcuni leader
veri interessati al cambiamento vero: Francesco, forse Sanders, forse lo
scamiciato Mujica che però chissà se lascerebbe la sua casetta
con l’orto da coltivare.
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