martedì 22 maggio 2012

Brindisi, il romanzo di una strage


L’ultimo scempio di umanità consumato a Brindisi mi ha riportato alla storia tragica delle stragi italiane e a un film visto da poco. Marco Tullio Giordana, col suo Romanzo di una strage, ha svolto un'opera meritoria. Ha raccontato ai giovani che non sapevano e agli adulti che avevano dimenticato cosa accadde a Milano quel 12 dicembre del '69. Ne ha raccontato il sangue e il dolore. Ne ha raccontato le vittime e i carnefici più o meno accertati. Con un po' di conformismo, ha preso atto delle parziali conclusioni attuali e della riconciliazione delle vedove, facendo degli antagonisti di allora, Pinelli e Calabresi, due avversari leali, diversamente schierati entrambi contro il male, l’anarchico testa calda, Valpreda, da un lato, la questura di Milano, complice o omertosa, dall'altro. Il resto però, il perché e il come, i mandanti, la catena delittuosa ha potuto solo ipotizzarlo, suggerirlo, se non inventarlo. Ha sceneggiato le ipotesi della cultura democratica e della teoria del complotto. Gli anarchici forse manovrati da servizi stranieri e da pezzi dello Stato, i fascisti infiltrati (Merlino) che si fingono anarchici, i milionari "radicali" (Feltrinelli) che vogliano altro che il denaro. E' vero, nella stagione delle stragi si è ipotizzato il concorso straniero: la Cia, il Kgb, addirittura entrambi, collaboranti. Per ottenere cosa? Per allontanare la sinistra dalle stanze del potere, evento sgradito perché "eversivo" dagli Usa, perché riformista e compromissorio per il Partito comunista sovietico. Però quello che gli uni e gli altri avrebbero tentato di impedire, anche con la complicità delle Br e il sequestro Moro, avvenne invece con l'ingresso del Pci nella maggioranza di solidarietà nazionale (1978). Una strategia fallita con ogni evidenza. Come per Piazza della Loggia, come per Bologna. Come oltre le nostre frontiere. Quale fu nel settembre 2001 la strategia di Osama bin Laden, con l’abbattimento delle Twin Towers? Seguì l’invasione dell’Afghanistan (stesso anno) e dell'Irag (2002) fino all’esecuzione dello stesso santone di Al Qaeda. Era questa la raffinata strategia di Osama? Era questo che voleva? Morire? E con l’attentato ai treni a Madrid (2004) si voleva quel che ci fu, la vittoria di Zapatero? La storia delle stragi “politiche” pare intrecciarsi talvolta in Italia alle stragi di mafia. Difficile contestare la contiguità fra mafia e politica (pezzi della politica) e probabile che servitori dello Stato siano finiti nel libro paga di Cosa nostra. In compenso la mafia, quella che uccise Falcone e Borsellino e poi congegnò gli attentati degli Uffizi, del Velabro, etc. è disintegrata. Rimane l’istituzione mafiosa, ma capi e gregari sono in galera. Il capo supremo, dopo Riina, il mandante degli assassini degli ultimi decenni, Bernardo Provenzano, malato e forse demente, è disperato al punto di tentare il suicidio infilando la testa in un sacchetto di plastica. Anche la libertà di morire gli è preclusa. E’ questo il premio atteso per una stagione di stragi? No, non voglio dire che non ci siano stati complotti. Ma insomma non con tanti eterogenei protagonisti alleati nell’arco di una e più generazioni. Sì, nella lunga lista di colpevoli e complici tratteggiata, Marco Tullio Giordana (come tutti i teorici del complotto politico) qualcosa avrà azzeccato. Il perché politico di tale mobilitazione di agenti del male però resta oscuro. Resta oscura la ratio politica perché a mio avviso, essa, quando è presente è spesso un pretesto, non negli "impiegati" dei servizi segreti quanto negli ideologi della violenza. I loro progetti quasi inevitabilmente falliranno. Vico e altri dopo di lui hanno parlato di eterogenesi dei fini. Gli effetti delle nostre azioni sono spesso opposti alle nostre azioni. Quanto più complessa è la realtà, per la molteplicità di azioni e retro-azioni, tanto più probabile è ottenere risultati opposti a quelli desiderati. Credo che noi mitizziamo le potenze occulte che manovrerebbero alle nostre spalle, sia quando ne ipotizziamo a sproposito l’esistenza sia quando le immaginiamo dotate di una straordinaria intelligenza. Credo che il dolore e il sangue di questi anni nascano dalla disperazione dei manovali delle stragi più che dalla presunta intelligenza di menti raffinate. Se cresce la disperazione, i sempre più numerosi disperati hanno sempre facilità a crearsi capi e santoni (cioè pretesti) e viceversa questi ultimi hanno facilità di trovarsi entusiasti assassini e kamikaze. E nel brodo di cultura del nichilismo anche i gesti isolati (il norvegese Breivik è solo l'ultimo) si moltiplicano. Il benessere, frutto del saccheggio delle ultime risorse della terra e quindi del futuro, ci ha regalato una società con tassi decrescenti della violenza primordiale e "razionale", quella di chi cerca cibo, sesso, denaro. Meno rapine, meno stupri. Crescente invece la violenza gratuita “ideologica”, quella che cerca bandiere e appartenenze, simboli da coltivare e simboli da abbattere, per riempire il vuoto di vita e progetti. In tal senso è possibile transitare dalle bandiere del tifo a quelle dei clan mafiosi a quelli politici delle estreme che offrono appartenenze e semplificazioni alla portata di tutti. Credendo questo, non mi interessa molto il chi e le cosiddette responsabilità che la giustizia talvolta riesce ad accertare. Mi interessa più il perché che però credo di conoscere. Non appartiene alla politica. La politica lo produsse e ne è prodotta: è la mutazione antropologica che fa scoprire all'uomo la sua solitudine. Per questo di Romanzo di una strage mi sono rimasti i pochi minuti di Moro (uno straordinario Fabrizio Gifuni) con la sua “confessione” all’amico prete. A fronte del male, delle omissioni colpevoli, delle stragi, un Moro sfinito confessa di arrivare ad auspicare che la natura prenda il sopravvento e cancelli quel progetto andato a male, l’Uomo, per poi ricominciare pian piano la sua opera rigeneratrice. Ecco, credo che lì nei guasti irredimibili denunciati da Moro ci sia il massimo di verità, quella che l'arte è capace di suggerire. Non sento come una contraddizione che quella verità mi stimoli a renderla falsa, a fare politica per cambiarmi e cambiarci.

sabato 19 maggio 2012

Mentana e il politicamente scorretto


Che c'è di peggio dello schierarsi coprendosi con una foglia di fico? Ieri Mentana si è prodotto in un esercizio di viltà assoluta. Commentava il film diffuso dalla 7 "Vi perdono ma inginocchiatevi". Protagoniste erano le donne degli uomini della scorta, a partire dalla giovane Rosaria Schifani che col grido urlato ai funerali nel duomo di Palermo ha ispirato il titolo del film. Ma di fatto il commento era un tentativo di riflessione sulla esperienza del giudice assassinato e sui suoi nemici. I nemici nelle istituzioni, oltre che gli uomini della mafia. Ora io penso semplicemente che non tutti gli avversari di Falcone fossero suoi nemici o vicini alla mafia. Il martirio non rende ipso facto detestabili quelli che furono avversari della vittima. Un pensiero semplice il mio, ma evidentemente controcorrente. Mentana, che non è un eroe, non ha fatto eccezione, facendo intravvedere garbatamente (?) una coalizione aggregatosi contro Falcone, dalla mafia, a uomini della polizia, della magistratura, della politica. Certo, sparando nel mucchio, si può colpire anche chi davvero fu complice della mafia. Peccato che si colpisca egualmente chi ebbe il torto di dissentire dal giudice e che, se avesse previsto la strage di Capaci, prudentemente magari sarebbe stato zitto. Poi l'esercizio spericolato di Mentana. Più o meno questo: "Fra gli avversari a Palermo anche politici attualmente impegnati e - non è corretto far nomi - anche impegnati nel prossimo turno di ballottaggio". Immagino che aver additato Orlando, senza farne il nome, bastasse secondo Mentana a coprirsi dall'accusa di faziosità. Io non dirò invece che il celebrato direttore del TG della 7 abbia voluto tirare la volata al competitore di Orlando a Palermo. Dico che ho assistito a una pessima prova di giornalismo. E metto le mani avanti: qualunque cosa succeda a Mentana, io non c'entro niente.

sabato 28 aprile 2012

Istat, disoccupati e inoccupati: perché non vediamo l'anomalia italiana?


Allora, l'Istat ha pubblicato, le rilevazioni relative al 2011 su disoccupati e inattivi. 2 milioni 108 mila sono i disoccupati 2 milioni 897 mila sono gli inattivi che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare. Sono prevalentemente "scoraggiati", persone che ritengono inutile cercare attivamente un lavoro: letteralmente dis-perati, privi della speranza che è presente in chi cerca e in chi lotta per avere o mantenere un lavoro. In quanto a tasso di disoccupazione siamo in linea con l'Europa, anzi meglio, mi pare, rispetto alla media europea. Era un dato "sbandierato" dal precedente governo, senza ricevere repliche (tranne che per il dato pesante della disoccupazione giovanile). Rispetto alle forze di lavoro (chi lavora o potrebbe lavorare, se dico bene) gli inattivi rappresentano l'11, 6% , dato superiore di oltre tre volte a quello europeo (3,6%). Speriamo in un + 0,5 di Pil, quando speriamo (non ora, mentre speriamo solo in una recessione moderata) ), ma l'11,6% di inattivi non è potenzialmente un 11,6% di questo benedetto Pil? Grossolanità la mia, lo so. Magari, tenendo conto di questo e di quello, è "solo" un 5% di Pil. Ma non stiamo parlando di un ordine di grandezza incommensurabile con le piccole cose di cui più spesso parliamo? Ho pensato talvolta di non capire. Forse mi sfugge qualcosa, pensavo. Poi però capitava - qualche volta, non spesso- che una Chiara Saraceno o una Irene Tenagli evidenziassero l'anomalia italiana nei talk show televisivi. E allora mi dicevo: non ho le traveggole. Però - accidenti, ricordo benissimo -nessuno, nè condutore né ospite illustre, recepiva o replicava. Quindi resta la domanda: perché non ci interessa? La mia risposta, la mia ipotesi è che non ci interessa perché gli inattivi che non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare non rappresentano un problema di ordine pubblico o di ordine sociale. Non salgono sui tetti, non fanno picchetti, non incendiano e non si incendiano, non si suicidano. No - preciso - penso che si suicidano, ma il suicidio non è interpretato come suicidio per carenza di lavoro neanche da chi si dà la morte. Sarà attribuito a depressione o sarà attribuito all'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso: un litigio, un amore, etc. Se sopravvivono e non strepitano, se sopravvivono con la paghetta di genitori e nonni o con la generosità della Caritas, perché dovremmo porci un problema? L'infelicità muta, senza desideri, ci fa dormire sogni tranquilli. Forse solo evidenziando il maledetto Pil che perdiamo possiamo riscuotere attenzione al problema. Quindi lo faccio anch'io. Quanto perdiamo di Pil? http://www.istat.it/it/archivio/59542 http://www.corriere.it/economia/12_aprile_19/istat-lavoro-inattivi_...

giovedì 26 aprile 2012

La passione dei vecchi, la ricerca dei giovani e la stanchezza degli altri

Oggi siamo pochi a lezione di inglese nel circolo territoriale Pd di Ostia levante. Entra un signore anziano. Ha voglia di parlare e non sa cosa facciamo attorno a un tavolo né gli interessa. Quindi poggia fra i nostri libri e quaderni ritagli di giornali; c'è una pagina del Messaggero con l'hit parade dei miliardari italiani. C'è Ferrero in testa, non ricordo il secondo, un po' sotto Armani, ancor più giù Berllusconi, etc. L'anziano compagno (così si è qualificato intanto) è scatenato contro Monti che non tassa i patrimoni miliardari, si scandalizza che sia tassata sempre più la sua pensione di 1.500 euro; però lui è con Monti, dice (come diciamo tutti noi del PD). Insomma nessuno sa come dirgli che siamo lì per studiare e anch'io sono un po' contrariato o almeno annoiato a sentire discorsi giusti ma scontati. Poi va via e Simona, giovanissima democratica, ci dice qualcosa dell'anziano compagno. Benedetto (mi pare si chiama così) è un ex professore di latino e greco e soprattutto ha 97 anni. 97. Ora non mi interessa più l'inglese. L'irritazione è verso me stesso. Penso a me fra 20 anni e mi sento di escludere che, se sarò vivo, avrò voglia di ritagliare la pagina del Messaggero, contestare il governo tecnico di Fornero junior e tanto meno dibattere se si tratti di un governo tecnico o tecnico-politico o politico, malgrado le apparenze. Poi vado al cinema a vedere Diaz e mi accorgo di essere solo con quattro coppie di ragazzi attorno ai 20 anni. Non sono una comitiva. Ogni coppia sta su una fila diversa ed è lì per vedere il film, evidentemente per capire cosa accadde a Genova durante il G8 del 2001. Naturalmente mi avveleno lo spirito, rimuginando sull'antropologia dei poliziotti, sul gusto della mattanza, sulla poliziotta che non è più donna ma complice nella umiliazione dell'intimità della giovane arrestata. Anche se fosse successo la metà di quel che il film mostra, sarebbe troppo e intollerabile. E poi i titoli finali che ci ricordano che, per la prescrizione, nessuno pagherà e che nessuno è stato sospeso dal servizio. Così intossicato, solo vagamente consolato dal ricordo dell'anziano compagno che protesta e progetta e magari dalle quattro coppie di ventenni che vogliono sapere cosa accadde a Genova in quei giorni maledetti, sento che il sonno non arriva. Perciò mi confido nel web.

mercoledì 25 aprile 2012

La strage per rilanciare l'economia


Ieri, a Ballarò, Paolo Mieli, come se aprisse una innocente parentesi: "La recessione e la stagnazione verificatesi nella prima metà del secolo scorso furono superate grazie - è brutto dirlo - al secondo conflitto mondiale. La ricostruzione promosse nuove energie e sviluppo". Queste più o meno le sue parole. Ma perché "è brutto dirlo"? Il punto è se sia vero o falso. E perché nessuno dei partecipanti replica alcunché all'affermazione "provocatoria" di Mieli? Io direi che la diagnosi era corretta. "Quello" sviluppo fu possibile grazie alla carneficina e alle distruzioni immani della guerra. Egualmente molti parassiti si ingrassano e si moltiplicano grazie ai cadaveri: più cadaveri più vita. E allora quale ipocrita reticenza ci impedisce di auspicare un nuovo conflitto? Ah, le fabbriche aperte giorno e notte a produrre armi! Ah, la domanda di forza lavoro! Ah, i disoccupati, gli inoccupati "scoraggiati" finalmente al lavoro! Niente più suicidi di lavoratori e imprenditori! Solo qualche milione di assassinati, solo tonnellate di macerie e città distrutte che dovranno essere ricostruite. Una pacchia, oltre che per i fabbricanti d'armi, per medici, infermieri, industriali e artigiani di cofani funebri, becchini, ma anche i genere imprenditori e lavoratori. No, non si può dire, non si può auspicare. Si può dire solo dopo, a devastazione avvenuta: "Beh, tutto sommato quell'Hitler, sarà pure stato un criminale, però, senza volere, quanto bene ha fatto!". Non credo proprio di caricaturizzare l'affermazione di Mieli assolutamente condivisa da tanti storici ed economisti. Sola differenza: questi ultimi non ne parlano nei talk show; ne scrivono per pochi dotti lettori o ne parlano in dotti convegni, naturalmente senza nominare parole come "strage" o come "sangue". Si dice di "ricostruzione" conseguente a un evento; in tale "narrazione" la carne e la sofferenza non devono essere nominati. Certo si potrebbe citare il concetto vichiano di "eterogenesi dei fini". I risultati sono difformi e talvolta opposti rispetto all'intenzione degli uomini. Allora la tesi di Mieli può apparire innocente, come se dicesse: "è capitato che una intenzione malvagia, la distruzione e il sangue, senza che nessuno lo attendesse, producessero bene e sviluppo". Una mera costatazione da storico? Non credo, visto come di fatto è condivisa da tanti studiosi dell'economia oltre che storici, studiosi interessati a conoscere il dato per replicarlo, qualora sembrasse utile. Il significato inespribile per pudore è che quel massacro e il conseguente rilancio potremmo replicarlo, se volessimo. Nei secoli scorsi erano il bisogno, l'ambizione, la contesa, la follia a scatenare la guerra e, coerentemente con l'eterogenesi dei fini, benefici non programmati potevano verificarsi. "Graecia capta ferum vincitorem caepit" (I romani vollero conquistare la Grecia che li conquistò). I colonialisti invadevano territori africani e facevano strage di resistenti, a scopo di dominio e ricchezza. Il beneficio non programmato era lo sviluppo e la "civilizzazione" indotti in quelle terre che creavano le premesse per il mondo globalizzato. Ormai sappiamo e non possiamo fingere di non sapere. Domani potrebbero essere tutto programmato ed essere gli economisti a decidere una bella guerra, a tavolino. Non so se ai popoli sarà concesso saperlo. "Sapete? Abbiamo bisogno di rilanciare l'economia. Domani dichiariamo guerra alla Germania. La Merkel è d'accordo". Forse per un po' di tempo sarà necessario inventare una scusa, una provocazione, un conflitto ideale. Poi sarà tutto più limpido. Pensiamoci un po'. Come nella buona fantascienza, l'incubo futuro è già presente nella sua sostanza concettuale. La distruzione già oggi è intesa motore dell'economia. Il tabu è la guerra (quella fra occidentali almeno), non la devastazione ambientale che è comunque guerra all'uomo passando per la natura. In un paese in cui esistono milioni di case inutilizzate, il precedente capo del governo pensava di rilanciare l'economia consentendo l'apertura di un vano, un terrazzino, facendo incontrare i piccoli bisogni del cittadino, in conflitto naturale con i bisogni collettivi, con le ragioni dell'economia che pretende lo scempio perché sviluppo e occupazione siano. Per ragioni che non so pare invece che sia infantile, non scientifico, etc. pensare che gli uomini semplicemente decidano insieme se costruire o abbattere case (non con la guerra, ma con le ruspe, non per il bene dell'economia ma per quello degli uomini). Marx diceva che era questa la differenza fra l'uomo e l'ape: la volontà/capacità dell'uomo di progettare la sua opera. Ma Marx è superato. Sarà riscoperto fra qualche secolo. Insomma mi sarebbe piaciuto che qualcuno replicasse a Mieli. Mi piacerebbe che qualcuno mi convincesse che non c'è altra strada che la distruzione, per salvare l'economia, l'occupazione, la felicità degli uomini. Qualora riuscisse a convincermi, chiederei di scendere, sceglierei un altro pianeta dove vigano altre leggi economiche. .

domenica 1 aprile 2012

Sfregiare la bellezza per essere immortali

Nella scorsa fine settimana sono stato in gita fra i monti laziali e la valle dell'Aniene. Ho visitato fra l'altro il suggestivo monastero di San Benedetto a Subiaco. Non immaginavo tanta bellezza.Io,moglie e amici eravamo forse gli unici italiani, oltre ad una scolaresca, normalmente disattenta e vociante. La prevalenza era di stranieri e di cinesi in particolare (insomma credo fossero cinesi). Poi all'uscita è successo qualcosa che mi succede sempre più di frequente. Quasi un riflesso condizionato di patriottismo e di vergogna che mi induceva a fare scudo col mio corpo affinché i cinesi non vedessero e le loro macchine fotografiche non registrassero. Su una parte del portico un antico affresco e uno scempio incomprensibile. Mani diverse negli anni, con tutta probabilità di scolaresche “in viaggio di istruzione”, avevano sfregiato l'affresco con penne, pennarelli e incisioni con chiavi o punteruoli, variamente segnati dal tempo. Comprensibile (e comunque inaccettabile) che potesse succedere una volta, non immaginando la stupidità e l'incultura dei visitatori. Ma poi? Perché nessuna protezione e nessuna sorveglianza verso le pulsioni all’immortalità dei nostri studenti (studenti di che?). Così per sempre i visitatori sapranno che: Sebastiano ama Maria, Rita ama Federico, Antonio ha fatto l'amore con Anna, etc. D'accordo sulle battaglie simboliche (faccio finta di essere d'accordo), ma quando combatteremo le battaglie vere? E quale conoscenza abbiamo oggi dei nostri ragazzi? Comprendiamo cosa passa per le loro teste quando si esercitano a sfregiare la bellezza? Sfregiano perché sanno o perché non sanno? Per dispetto o per ignoranza? Non dovremmo poter sottrarci a tali domande. Le risposte sono indispensabili per definire obiettivi, strumenti e luoghi della Scuola e della comunità educante e direzione degli investimenti: maggior investimento nella didattica della Storia dell’arte e/o battaglia contro il nichilismo e/o maggior investimento nella proposta di senso per le nuove generazioni. Al monastero intitolato alla sorella di Benedetto, Santa Scolastica, ci aggreghiamo appena in tempo a un gruppo assistito da una giovane guida, preziosa per leggere le stratificazioni architettoniche secolari del monastero, a partire dal periodo romanico. Molto brava davvero. Una laureata in Storia dei Beni culturali? Probabile. Alla fine della visita aspettiamo di capire come e a chi pagare il servizio. La giovane guida ci anticipa. “Chi vuole può lasciare un’offerta in quel cestino”. Si allontana per non metterci in imbarazzo e il cestino raccoglie qualche euro in moneta. Così l’Italia dai mille campanili da 40 anni continua a perdere posizioni anche nell’economia del turismo. Il paese più ricco di storia e di bellezza nel mondo oggi ha 44 milioni di visitatori contro i 54 della Germania e i 79 della Francia. E i nostri archeologi, restauratori, storici dell’arte si dannano l’anima per un contratto co.co.co., accettano una offerta modesta da noi tranquilli pensionati, tranquillamente ignoranti, oppure prendono la paghetta da genitori e nonni. In questo assoluto non senso diventiamo variamente complici degli anonimi giovani sfregiatori di affreschi, in-sensati come loro. “Beni culturali e spreco. Promemoria per Bondi e Brambilla” era il titolo di precedenti riflessioni su temi a questo analoghi. http://www.rossodemocratico.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=2496194

domenica 4 marzo 2012

A che servono questi quattrini?

Ho assistito al "Nino Manfredi" di Ostia alla commedia "A che servono questi quattrini" rappresentata dalla compagnia di Luigi De Filippo. Non pensavo di divertirmi e pensavo che il lavoro di Armando Curcio mi avrebbe indotto a giudizi critici giacché sono un siciliano refrattario alla “saggezza” di molta produzione meridionale. La commedia era stata rappresentata nel '40 dai fratelli De Filippo e successivamente era diventata un film. Mi sono divertito moderatamente. Ma quel che mi ha agitato durante la rappresentazione è stato il pensiero dell'estrema attualità del testo. In sintesi, è la storia di un nobile, già ricco e poi fallito, un po' professore di filosofia stoica (naturalmente sempre fraintesa dagli allievi) un po' imbroglione, convinto assertore dell'inutilità del lavoro e del denaro e però certo che all'occorrenza basti fingere il possesso del denaro, senza la fatica di guadagnarlo. Insomma penso che per colpa prevalentemente del circolo, di alcuni amici, e degli stimoli ricevuti dal circolo, sono stato lì ad esaminare analogie. Su fb avevo condiviso una storiella che dimostrava come, senza produzione alcuna, 100 euro consegnati all'albergatore, passando per svariate mani e saldando svariati debiti producessero benessere a un gruppo numeroso. E un amico mi aveva fatto notare di aver ideato anche lui una storia simile. Solo che il denaro in oggetto nella sua variante era falso. Ma prima ancora avevo letto un articolo di Federico Rampini che riferiva di una teoria dello sviluppo iperkeinesiana che sta acquistando spazio crescente negli USA, la Modern Monetary Theory. Per capire mi limito a citare il titolo di Rampini. "E se la risposta alla crisi fosse stampare più soldi?" . E’ possibile? E’ possibile che l’economia reale, la fatica degli uomini, lo sforzo imprenditoriale di interpretare i bisogni umani, di organizzare l’impresa, di scegliere tecnologie e competenze sia cosa inutile o secondaria? Che conti solo l’intuizione politica/economica che basti pompare denaro, liquidità nelle vene del sistema perché tutto si aggiusti? Sì, certo, sto pensando alla droga. Ma non fa differenza. Siano vitamine o siano droga i quattrini, che differenza c’è? O la differenza c’è? Se c’è è la differenza fra l’economia di carta e quella reale. Spero che chi avrà imparato a prescindere dall’economia di carta, chi si sarà occupato di produrre banalmente cibo sano, di difendere le colline, Pompei e la scuola alla fine vinca. Come il passista nelle corse di bici che non insegue chi scappa (non teme lo spread). Continua col suo passo e pian piano raggiunge e lascia ai margini della strada un fuggitivo dopo l’altro. Fuor di metafora, mettendo tutti al lavoro. Semplicemente. http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/21/se-la-risposta-alla-crisi-fosse.html