giovedì 27 giugno 2019

Salvate i ragazzi!




Carola, per la sua parte, lo sta facendo. Penso che le ragazze abbiano sogni, progetti e migliori risorse per salvarsi da sole. Al più alcune (non poche) debbano imparare a non idealizzare la dimensione maschile: sicurezza, forza, audacia, e cosucce simili. Debbono imparare a sottrarsi alla sindrome di "io ti salverò", anticamera della testa chinata al femminicidio. Ma assai più numerose sono quelle che studiano e si laureano (assai più che i ragazzi e con voti più alti) e intanto aggraziate servono ai bar. Mentre qualcuna , più pericolosamente, si prende cura degli ultimi in fuga da guerra e miseria.
I maschi oggi rischiano assai più delle nostre ragazze. Hanno il terrore di fallire e deludere. Una volta era il rischio fatale della prestazione erotica. Ora è il lavoro, la competizione perdente coi padri, quella incerta coi pari. Si inventano allora progetti sadomasochisti: dar fuoco al senzatetto, seviziare un disabile, sferrare un cazzotto al primo che passa (in voga a Trastevere, ho appreso) per divertire le amiche. O infilzarsi saltando un cancello. O salire sul tetto di un treno e farsi fulminare dall'alta tensione. O farsi un selfie guidando a 200 l'ora. Etc. Etc. Talvolta con svariate vocazioni etniche e religiose: ammmazzare il giornalista o il politico riformista nella stagione perversa, italiana ed europea, del terrorismo o ammazzarsi per ammazzare nella perversione di stampo islamico.
Per favore, non perdiamo tempo con frivolezze politiche: antieuropeismo d'accatto, minibot, quota 100, navigator e nomi inventati che non si sa di cosa riempire. Offriamo ai nostri ragazzi progetti alternativi all'andare fuori di testa. Serve aver cura della nostra intelligenza per aver cura della loro intelligenza. E serve l'esempio di chi pianta un albero contro chi distrugge rumorosamente foreste. Serve l'esempio di Carola.























mercoledì 26 giugno 2019

Perché Carola lo fa


Ho speso, come tanti, parole di ammirazione per Carola, la capitana Antigone della Sea Watch. Con il consenso di alcuni, amici fb, silenzio di altri (che magari non condividono o semplicemente non mi leggono). Però significativo è soprattutto il commento di una amica (amica fb, naturalmente): significativo perché – ritengo – rappresentativo di un sentire maggioritario. Obietta l'amica al mio elogio:
“ chissà quanto la pagano...della serie: "neanche il can mena la coda per niente..."
Ho pensato che l'amica fb rappresenta il mio Paese assai più di me. Un Paese della serie “a me non la dai a bere”. Un Paese che esclude passione e generosità come moventi dell'agire umano. Un Paese caricaturalmente “materialista”. Di quel materialismo che il materialista Marx avrebbe collocato nel “materialismo volgare” cioè ingenuo, cioè superficiale. Marx che aveva disvelato le strutture economiche e materiali sottostanti alla pretesa autonomia di ogni soggetto.
Ecco, spiego a chi la pensa come l'amica che, da materialista, non solo non credo nell'anima. Soprattutto non credo – come lei non crede – che sia possibile superare il proprio Ego. Impossibile, insomma, agire senza personale tornaconto. Ma il tornaconto non è per forza misurabile in euro o in dollari. Non guadagna dollari il genitore che sacrifica la vita facendo scudo al proprio figlio. Guadagna l'intensa felicità di un istante. Alcuni egoismi sono straordinariamente altruistici. E così difficile comprenderlo, Francesca? Il proverbio sul cane è corretto. Va solo interpretato al di là delle suggestioni materialistiche che oggi ci conquistano perché ci esimono dall'accettare che ci siano persone migliori di noi. Bene, io che ho tanti vizi, non ho questo. Riconosco che Carola è molto migliore di me ovvero assai più utile al mondo di quanto non sia io. E le sono grato. P.S. Sono convinto che il materialista Marx mi darebbe ragione.

lunedì 24 giugno 2019

Qual è la mia casa?


Torno a casa (Ostia) dopo un breve ritorno a casa (Siracusa). Non ho partecipato ad eventi culturali. Neanche le rappresentazioni classiche al Teatro Greco, come invece pensavo avrei fatto. Non ho neanche rivisitato il Caravaggio del seppellimento di Santa Lucia. Ho mangiato granite di mandorla, cassatine siciliane e peperoni alla brace: sapori irraggiungibili, specialmente i peperoni. Ha prevalso la voglia di rivisitare i miei luoghi, le case abitate ad Ortigia e in borgata e i luoghi dove giocavo bambino. E poiché appartengo a quest'epoca malgrado io faccia lo schizzinoso, ho fotografato quei luoghi. Malamente perché sono un pessimo fotografo né ho voglia di imparare. Per la verità non ho tempo e voglia di imparare niente. Ho fotografato, irriconoscibile per la vegetazione spontanea che lo cela, l'antico arsenale greco, a pochi metri da casa, dove giocavo da ragazzino. I giochi crudeli dei ragazzini, dando fuoco a colonie di formiche e tagliando la coda alla lucertole. Lì una volta ragazzi più grandi presero una biscia e mi inseguirono per la borgata per tirarmela addosso. Mi tuffai in una casa a pianterreno, con la porta spalancata, e quelli lanciarono la biscia là dentro. Due signore si presero cura di me e mi sedarono con vino cotto. Le mie prime esperienze del prendersi cura. Come, poco dopo, il custode del circolo nautico che mi raggiunse a nuoto: appena in tempo. Non sapevo nuotare ed ero caduto mentre praticavo una pesca facile con la canna ed un amo -arpione in un mare affollato di cefali perché lì sboccava una fogna, paradiso per quei pesci. Il custode mi portò a casa sua e mi fece fare una doccia. Sua sorella lavò i miei panni e li stirò. I miei non hanno saputo niente della mia avventura. Mentre ancora mi chiedo se io mangiassi i cefali che più volte avevo pescato lì. Non lo ricordo o non voglio ricordarlo. Mia moglie invece ricorda bene che buttai fra i rifiuti i cefali che anni dopo, ignara dei miei traumi, aveva comprato al mercato del pesce. Ho rivisto i superstiti compagni di lavoro nella solita pizzeria presso l'inespugnabile Castello Eurialo (poi espugnato dai romani). Ho incontrato Natale e Peppe, vecchi compagni della mia militanza nel Pci, ora dispersi a sinistra. Mi sono unito al pranzo squisito organizzato dai compagni di scuola di mia moglie: i superstiti. Poi una preziosa conoscenza del tempo in cui lavoravo e che ora mi appare felice: la professoressa Maria Giovanna, adesso acquisita amica fb. Con lei e con MariaGrazia, esempio della gioventù italiana impegnatissima nella cura ai migranti, fra i non pochi conosciuti in rete e diventati amici veri, ho consumato – ad Augusta - la granita più buona.
Per il resto ho visitato Siracusa anche da turista. Perplesso. Una città divisa fra l'isola di Ortigia ripulita, elegante ed affollata di ritrovi per i turisti, e la vecchia borgata ed anche la Siracusa nuova dove – ancora in costruzione – trovavo monete greche, romane e bizantine. Marinavamo la scuola noi improvvisati archeologi quando una pioggia leggera rendeva visibili le antiche monete sul terriccio. Borgata degradata e Siracusa nuova, decadente e spopolata. In borgata ho fatto fatica a ritrovare la vecchia casa sul vecchio negozio di famiglia. Ho chiesto ad un vecchietto dove fosse il caffè Bottaro che stava proprio di fronte casa e negozio e dove imparai a bere caffè a ripetizione. Quello mi ha dato il numero della strada, aggiungendo "unni uora ci stanno i niuri". Era irriconoscibile, tranne che per il vecchio nome quasi illeggibile. E frequentato da neri in effetti.
Per il resto i luoghi del turismo sembrano tutti assomigliarsi, come tutti sembriamo assomigliarci, seduti in bar che si assomigliano e con eguali smartphone. Si assomigliano anche le ragazze che servono ai tavoli: a Roma, Berlino, New York e Toronto. Adoro quelle ragazze che non hanno tempo per smartphone e si prendono cura di me e di noi. La ragazza siracusana che mi serviva la granita davanti alla antica Chiesa di San Giovanni dove recitai ragazzo, già ateo, nella parte di un fervido credente,quando la Chiesa (con latomie) era governata dal mitico frate, Padre Pacifico (tale e quale il suo nome) che ci dirigeva, quella ragazza – dicevo – era tale e quale – bella e gentile - a quella che ci serviva la cena a Toronto un mese fa circa. Che accompagnava ogni servizio – portare acqua, vino, sparecchiare, etc. - con un aperto sorriso accompagnato da un "Are you enjoy"? Avrà chiesto dieci volte se eravamo contenti. Ma lo diceva con tale grazia che avrei gradito un undicesimo "are you enjoy?". Con la stessa grazia Alessandra, del bar vicino casa ad Ostia, domani mi saluterà con il suo "Ciao, Salvatore". Non vedo l'ora.

mercoledì 12 giugno 2019

A mano disarmata: la mafia che c'è e non vedo


A mano disarmata, è la trasposizione cinematografica diretta da Claudio Benivento dalle memorie di Federica Angeli (Claudia Gerini, l'interprete), la giornalista ostiense protagonista coraggiosa di una lunga battaglia contro la mafia del litorale romano. Ripetutamente minacciata con famiglia e figli dai padroni occulti di Ostia, Federica appartiene allo stuolo di giornalisti sotto scorta per avere osato sfidare i poteri criminali: nel caso di Ostia, mafiosi, imprenditori e politici collusi. Il film (e la storia vera) si sviluppa lungo sei anni, dalla scoperta giornalistica di Federica sul marcio del litorale fino alla vittoria segnata dal processo che con le sue condanne certifica le ragioni di una eroina dei giorni nostri. E' un film utile e necessario. A maggior ragione perché alla scuola è sottratta la storia contemporanea. E perché è un terno al lotto trovare docenti che scelgano di trattare temi attuali e "pericolosi". Se lo fanno poi corrono il rischio di perdere il posto di lavoro: vedi recente esempio della docente palermitana, salvata solo dalla mobilitazione popolare, oltre che da quella dei colleghi. Il film mi ha commosso e spaventato. Sento la stranezza, l'anomalia di vivere da undici anni ad Ostia e di non vedere e sentire per strada, nei locali, nel godibile centro storico Liberty, un riconoscibile puzzo di mafia. Il film mi ha costretto a chiedermelo ancora. Quei bar e ristoranti in piazza o vicino casa quale rapporto hanno con la mafia? Potrebbero essere "loro" i proprietari? I ragazzoni che ti aprono l'ombrellone in spiaggia e le ragazze deliziose che servono ai tavoli sono messi lì o raccomandati da "loro"? E' solo o prevalentemente nel "pizzo" la presenza mafiosa? Solo una tassa aggiuntiva? "Solo" si fa per dire. Ma non è solo questo. E' il litorale largamente cementificato col prezzo risibile delle concessioni che sottraggono risorse alla comunità. E però - ammetto - resto sorpreso che, malgrado questo, malgrado mafie, imprenditori criminali, politici e funzionari corrotti e la zona grigia di chi tace, questa Ostia che mi ha accolto nella mia maturità conservi angoli di bellezza, di gradevolezza, e il sorriso impagabile delle ragazze (ditemi che non hanno rapporto alcuno con "quelli") che servono ai tavoli. E' strano anche questo. Il film mi ha mostrato luoghi noti e da me frequentati: spiagge, viali, porto e il mitico pontile. Me li ha mostrati anche in panoramiche dall'alto, di sera, con le luci. Tutto era reale e però mi sembrava orribile. E' proprio vero - voglio dire- che uno sguardo (quello di Federica e del regista) trasforma in incubo o mostra l'incubo sottostante alla bellezza accogliente. .

giovedì 6 giugno 2019

Il prezzo per salvare Noa


I media italiani (da Repubblica ad Avvenire) hanno frainteso qualcosa. Ed io ho creduto loro. Non credo a d alcuna perfida intenzionalità: solo un fraintendimento. Nessuna eutanasia di Stato nella circostanza, eutanasia pur permessa dalla legge olandese anche per i minori. Non sono convinto però che il rifiuto sia stato giusto. Lo Stato si è deresponsabilizzato, come praticamente in tutto il mondo. Però non l'ha salvata. A me preme che le ragazze come Noa non muoiano più. Che non subiscano violenza e che, se la subiscono, non ne siano devastate. Sento il dovere di non dire cose inutili, di non farmi bello contro questo e quello, inveendo a vanvera. Meglio offrire pensieri divergenti al dibattito. Allora dico che il problema va affrontato dal lato degli stupratori, anche potenziali, con una educazione sessuale vera oggi inesistente, oltre che con una vera liberazione sessuale che risponda anche ai bisogni di eros dei "brutti, sporchi e cattivi" e poi eventualmente con pene severissime (lavori socialmente utili anche a vita e prelievo sul reddito anche a vita, oltre alla prigione). Ma va affrontato subito sul piano delle vittime. E' (anche) la nostra cultura sessuofobica ad uccidere. La sfera genitale è sacralizzata. E' tabù. Se viene indebitamente violata non è come dare un cazzotto sul naso. Se invece insegnassimo che lo è? Se sdrammatizzassimo un tantino la violenza sessuale? Se punissimo egualmente - anche con 30 anni di carcere, se si vuole - chi da un cazzotto gratuito e chi stupra? Si leverà un coro di no. Ma solo sdrammatizzando la violenza sessuale e liberandola da significati mortiferi avremmo salvato Noa.
P.S. Penso che quasi tutti i problemi degli uomini abbiano soluzione. Si tratta solo di pagare il prezzo per risolverli. Sapendo che ogni soluzione apre nuovi problemi. Bisogna scegliere. La nostra vita è costituzionalmente drammatica. Oreste dovette scegliere se essere colpevole di matricidio o di offesa al padre assassinato e non vendicato. Scelse il matricidio. E noi cosa scegliamo?

venerdì 31 maggio 2019

Note da un viaggio nel triangolo americano - New York, Filadelfia, Washington - e propaggine canadese (Niagara e Toronto)


L'impressione immediata arrivando a New York è che lì a lavorare siano solo neri. Neri i controllori e gli inservienti all'aeroporto J.F. Kennedy. Neri i poliziotti e le poliziotte che scorgo sul tragitto per l'hotel, neri i netturbini e neri gi operai nei tanti cantieri aperti. Ancora neri (e alcuni ispanici) a servire nei bar e ristoranti. Eppure i neri, benché numerosi, sono “solo” il 23 % della popolazione. Insomma lo svantaggio dei nipoti degli schiavi è tutt'altro che superato. Altro che ascensori sociali... I bianchi che, da turista, non vedo al lavoro sono evidentemente a scuola, negli uffici o anche nelle fabbriche. Bianchi sono prevalentemente quelli che vedrò nei giorni seguenti correre per strada con il cellulare all'orecchio, destreggiandosi fra auto e pedoni nel traffico incredibile. Il traffico a Manhattan è incredibilmente più intenso e caotico che a Roma. Addirittura. E il rumore di clacson e sirene varie è assordante. Quasi tutti bianchi sono invece quelli che fanno footing a Central Park. Come bianchi sono i bambini in carrozzina accuditi da baby sitter nere: mai il contrario. 
Altra cosa che non mi aspettavo nella dimensione osservata è stata l'obesità. Con punte patologiche nella popolazione giovanile, bianca, nera ed ispanica; fenomeno inter-etnico almeno questo.
Qualcosa non esiste più, non almeno nei termini in cui ci si aspettava. Harlem ad esempio, è un quartiere “normale” e per nulla caratterizzato. Vi ho seguito un concerto gospel, molto bello e però del tutto inserito nei circuiti del turismo, con cantanti ex tossicodipendenti che la guida teneva a qualificare in tal modo. Si consuma la narrazione dell'emancipazione dalla dipendenza drogastica così come si consuma, nella campagna dello Stato di New York la visita alla comunità degli Amish, asceti senza corrente elettrica, ma con fotovoltaico e con caratteristici calessi che ospitano turisti dietro congrue mance.
New York appare tutto un cantiere: di opere nuove e avveniristiche e di restauri e di conversioni. Così a Chelsea dove la linea ferroviaria è convertita in una suggestiva high line, sentiero pedonale panoramico.
A parte gli angoli verdi e riposanti disegnati fra i grattacieli, se debbo scegliere ciò che più mi ha emozionato dirò la vista di Manhattan da Brooklyn: Manhattan dai mille grattacieli, oltre il ponte sull'Hudson sembra inventata per il piacere degli occhi di chi la guarda da Brooklyn.

Identità nazionali e fraintendimenti 
In viaggio si va per stupirsi. Stupirsi se ci si scopre eguali e se ci si scopre diversi. Più spesso si annotano le diversità, come io faccio qui. Senza esagerare e generalizzare. Ho detto degli americani più obesi. Obesità inconfrontabili per diffusione e gravità alle nostre. Dico ora degli americani più gentili. Almeno confrontando newyorkesi con romani. A Roma non mi capita quasi mai di sentire “scusi”. A New York, ma anche a Filadelfia e Washington e pure in Canada, a Toronto, era un continuo “Sorry”. Anche se solo ti si sfiorava salendo in ascensore. Adulti e ragazzi. Con un sorriso e un cenno della mano. Cito anche un episodio particolare e significativo di una gentilezza che non è di maniera. Presso il versante americano alle cascate del Niagara un improvviso “bisogno” fisiologico costringe a cercare un bagno di emergenza. C'è un grande magazzino che sta per aprire. Si chiede aiuto ad una addetta. Quella si mobilita e ti accompagna in un bagno aperto al piano superiore. Sono poco patriottico a pensare che in Italia si sarebbe risposto con gesti significanti “si arrangi”? A proposito di bagni, quelli degli alberghi a New York sono aperti a chi ne ha bisogno, senza formalità alcuna. Resto sull'argomento “bagni” anche come spaccato o pretesto per esibire differenze e fraintendimenti. Scopro che in ogni restroom (bagno) Usa c'è una scritta sopra il lavello che invita a lavarsi le mani. Non ero sicuro di averne capito il senso dapprima. Peraltro le scritte non sono identiche. Ma il senso è che gli addetti del locale debbono lavarsi le mani prima di tornare al lavoro. Mai visto qualcosa di simile in Italia. Anzi invito gli amici a correggermi eventualmente. Con i compagni di viaggio nasce una discussione. Perché la scritta in un bagno aperto al pubblico? Se l'invito è rivolto ai dipendenti non basterebbe rivolgerlo in privato? La mia ipotesi è che si vogliano rassicurare i clienti di bar e ristoranti sulla igiene e sulla pulizia di chi li serve. Qualcuno pensa invece che camerieri e cuochi americani siano mediamente meno puliti di italiani, europei o stranieri in genere e quindi abbisognino di raccomandazioni diffuse. Dubito. Non mi è capitato di osservare in Usa fruitori di bagni (in qualche caso certamente dipendenti) che non lavassero le mani dopo l'uso del WC. A differenza che in Italia. Ma, insomma, sto mescolando troppe cose insieme: cultura materiale, linguaggi, intenzioni, equivoci.
Passo ad altro con la mediazione del tema dello “equivoco”. Un equivoco che quasi mi procura una sincope si verifica mentre attendo con gli amici il bus che ci porterà ad Harlem. Come forse sapete, a New York il fumo è interdetto ben oltre i luoghi chiusi: anche nei parchi ed anche nei pressi immediati di edifici pubblici ed aperti al pubblico. Io sto fumando allora una delle mie poche sigarette quotidiane, abbastanza distante dall'agenzia in cui abbiamo acquistato i biglietti del tour. Succede che un tale mi chiama verso di sé sventolando una banconota. Brivido. Sono convinto che sia un agente in borghese che mi vuole multare. Come sosterrò la reprimenda di mia moglie mal rassegnata al mio vizio? Respiro. No, non è un agente. Quel signore mi sta offrendo un dollaro per avere in cambio una sigaretta. Visto che un pacchetto negli Usa può costare 20 dollari, un dollaro è il prezzo giusto. E quel signore evidentemente non può permettersi di comprare un pacchetto. Non prendo il dollaro naturalmente e racconto allo stupito interlocutore che in Italia un pacchetto costa meno di 5 dollari, con suo grande stupore.
Nota finale. In Italia la bandiera sta solo negli edifici pubblici. Negli Usa la bandiera stella e strisce sta negli edifici pubblici, ma anche nelle fattorie di campagna. E le narrazioni nazionali sono frequenti assai più che da noi. Vedi il Parco di Filadelfia, la vecchia capitale, con i luoghi in cui fu firmata la Dichiarazione di indipendenza e la Costituzione. E vedi i monumenti e i memoriali di Washington, capitale attuale, dedicati a Jefferson, Lincoln, M.L. King. Senza dimenticare il cimitero di Arlington o il recente spazio di Ground Zero, memoriale della prima grande tragedia del secolo. Spazi e monumenti tutti affollati, oltre che da turisti, da folte scolaresche in divisa. Un po' più disciplinate che in Italia, mi è sembrato. Un po' meno distratte da cellulari e, soprattutto nei musei, molto coinvolte dai docenti che invitano per esempio gli studenti ad assumere la posa dei personaggi dei quadri. Vorrei anche dire che la diffusione dei simboli, bandiere ed eroi mi è sembrata paragonabile negli Usa a quella osservata nella rivale Cuba dove vidi il Che, insieme all'eroe della indipendenza nazionale, Josè Martin, presenti in ogni borgo, con monumenti, quadri, foto e detti memorabili. Niente di simile in Italia con Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele. Magari somiglieremo a Usa e Cuba in futuro con i nipoti in pellegrinaggio – chissà- al mausoleo di Salvini. Dopo qualche decennio di educazione al “prima gli italiani, prima l'Italia” potrà succedere, probabilmente nelle forme grottesche di un neofascismo. Non nelle forme sobrie con cui Ciampi provò a rilanciare i simboli dell'identità nazionale come compatibile e in armonia con l'identità europea. Senza troppo successo.

Panorami naturali ed umani
Cerchiamo questi e quelli nel viaggio. Io forse un po' più i secondi, pur sapendo che gli uni e gli altri si intrecciano spesso. Nella parte del viaggio dedicato al Canada – un pezzo, quello prossimo al Niagara – ho visto più natura che uomini, anche perché con le persone ho parlato poco. Ho camminato in una gola attraversata da un torrente impetuoso e una cascata, il Watkins Glenn Canion. Ho ammirato la potenza del Niagara. Ho visitato piccole città: Niagara on the Lake, la città più vicina alle cascate mi ha colpito per il suo essere un mero divertimentificio. Con grandi Luna Park, Casinò e cose simili. Una piccola Las Vegas o una piccola Atlantic city (che non ho mai visto), immagino. Il contrario del posto in cui vorrei vivere. Ma è interessante anche capire ciò che rifiuto. Poi ho dormito nella cittadina di Ganonoque, tutt'altra cosa. Con pochi abitanti, dispersi in casette unifamiliari sul lago Ontario. Curatissima. Pulitissima. Con bei giardini e piante colorate. Con le sedi pubbliche ben esposte e che pubblicizzano i loro servizi: il Comune, la biblioteca. E il parco sul torrente. Segue la gita in battello sull'Ontario con le mille isole; che in realtà sono assai più di mille, molte antropizzate da villette e castelli. Vedo poco Toronto. Mi sembra una città modernamente armoniosa, dominata dall'alto obelisco, con una parte più nuova costruita sotto la più vecchia.
Poi il ritorno a New York. Dove ho trovato tracce frequenti d'Italia. I ristoranti, sia quelli italiani, sia quelli americani che però hanno sempre prodotti dal nome italiano: pizza, panino, spaghetti, etc. L'Italia e l'italiano presenti nel cibo più ancora che nella moda. Due volte a cena da Eataly che si affaccia sullo splendore dei grattacieli illuminati di Madison Square. Lì ho conosciuto Thomas, giovane irlandese che studia canto e lirica e perciò parla italiano e ama l'Italia, presente ovunque come dice la sua felpa. Anche Esther, la nera che ci ha guidato ad Harlem, parlava un ottimo italiano ed anche lei aveva imparato la nostra lingua studiando canto e praticando la lirica. L'ultima sera, vicino all'albergo, abbiamo festeggiato il compleanno di una cara amica in un ristorante italiano, con chef italiano di Brindisi e la sorella cameriera. Bravissimi entrambi. Che non torneranno in Italia, se non in vacanza. L'Italia si svuota, disseminando il suo cibo, la sua moda, la sua musica, la sua lingua e la sua gioventù nel mondo.

giovedì 30 maggio 2019

A proposito di Cuperlo e di razzismo (presunto)


A volte penso che il politicamente corretto sia un veleno per la logica e la ragione. Ammettiamo pure che Cuperlo avesse voluto dire (e pare proprio che non volesse dirlo) che certi insuccessi formativi (abbandoni, bocciature) e insomma cattiva istruzione ed ignoranza spieghino il successo della Lega in Sardegna. Ammettiamolo pure. Non avrebbe detto che tutti i Sardi sono ignoranti o stupidi per una sorta di inferiorità "razziale". Al più si sarebbe riferito al 33% di cui parlava che non completano la media superiore e che voterebbero Lega, prevalentemente. Una ipotesi comunque interessante, cioè degna di essere dibattuta . Interessante l'ipotesi che il basso livello di istruzione conduca a destra, come interessante sarebbe l'ipotesi opposta (che oggi appare poco sostenibile) per la quale l'ignoranza (o, meglio, il basso livello di istruzione formale) conduca a sinistra, magari perché correlato a povertà e domanda di eguaglianza. Francamente più sciocchina mi sembra la tesi che cultura e istruzione formale non abbiano alcuna correlazione col voto. Possibile che due fattori di tale rilevanza - istruzione e motivazione politica - siano del tutto indipendenti, senza correlazione alcuna? E inoltre, se fosse vero che si possa essere consapevoli e padroni delle proprie scelte anche facendo a meno di istruzione, perché mai la Sinistra e i democratici dovrebbero avere fra le proprie priorità assolute l'istruzione? Che c'entra il razzismo, citato a sproposito? Per capirci e per capire il senso del post, io affermo che il gioco subdolo delle destre populiste è quello di corteggiarci dicendoci eguali per lasciarci diseguali. P.S. Così credo di aver chiarito il senso del mio precedente, ellittico post.