Insisto sullo spreco. Che ci impoverisce. Che, in ultima analisi, è spreco di persone e di competenze, competenze invisibili, non registrate o non verificate. Penso a me stesso, solo come esempio. Forse non servono più le cose che facevo in materia di formazione ed orientamento o forse potrei fare da tutor - come tanti - ad uno studente che perde il filo nella didattica a distanza. Mi sono ricordato di avere un patentino di infermiere acquisito durante il servizio di leva militare. Una puntura saprei farla. Forse anche vaccinale. Se non io, troppo vecchio, anche se me ne dimentico, quanti potrebbero e dovrebbero essere (ri) chiamati in servizio? Perché mai poi un uomo o una donna dovrebbero essere abilitati ad un solo mestiere? Ragione vorrebbe che ognuno fosse accompagnato da una costellazione di competenze certificate, disponibili quando i bisogni sociali lo richiedono. Competenze ri-verificate periodicamente giacché assurdamente i titoli di studio e professionali, a differenza della patente di guida, valgono una volta per sempre. Altro che "quota 100" penso. Ragione vorrebbe anche che si possa smettere il lavoro, provvisoriamente o no, in età non prefissata, pagandone il prezzo eventualmente, o non smettere mai o avviare una carriera discendente, con più tempo libero, ma non senza lavoro alcuno. Ragione non vorrebbe l'abrogazione dei licenziamenti. Vorrebbe invece il passaggio da lavoro ad altro lavoro o l'alternanza di lavoro e formazione (professionale o no, ma qualunque formazione è di fatto anche professionale). Insomma sono insofferente dello status quo e della stantia cultura del lavoro ed anche dei conflitti fra liberisti e garantisti. Roba vecchia, mi pare. L'unica condizione necessaria invece per la valorizzazione piena delle competenze si chiama "appropriazione collettiva degli strumenti di produzione e del nostro destino". Urgono elementi di socialismo come condizione di nuove libertà e di nuova ricchezza.
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lunedì 4 gennaio 2021
venerdì 1 maggio 2020
Primo maggio: oggi lotta, domani Festa
Se il Primo Maggio è di chi lavora oggi non è Festa per i molti privati del diritto-dovere al lavoro. Oggi è Festa per alcuni, nemmeno per tutti quelli che un lavoro lo hanno, se temono di perderlo, e neanche per chi lo ha sottopagato e neanche per chi svolge un lavoro non corrispondente con le proprie competenze. Non è una festa per la maggioranza, non almeno nel significato comune di “festa”. Può essere un giorno di lotta invece o di festa nel senso di festa della consapevolezza. Se c'è la consapevolezza. Di cui vedo poche tracce. Loro, la destra, i populisti stanno stravincendo. Gli espropriati sono in gran parte con loro. Sedotti dalle sirene distraenti che indicano bersagli di comodo perché il Capitale la faccia franca: i neri, i gialli, gli antifascisti, la misteriosa finanza giudaico-massonico, l'Europa taccagna che ci fa pagare i prestiti, etc. Restano a sinistra quelli che difendono quello che hanno, ceto medio e pensionati. Perché non c'è una Sinistra che spieghi che il lavoro non è un privilegio o un dono, non è una impresa ardua, realizzabile solo con i condoni ai proprietari e le mani libere a distruggere la Terra. E' realizzabile invece facendo incontrare i bisogni infiniti degli uomini e le competenze, sapendo che non c'è persona senza competenze e se la proprietà privata e l'anarchia del Capitale sono l'ostacolo, questo ostacolo va rimosso (vedi art. 4 e art. 53). Sarà Festa come è Festa il 25 aprile della Liberazione, quando si sarà liberati dall'incubo del lavoro che non c'è o che c'è come chimera oppure tormento (sia Ilva, sia bracciantato schiavile), quando la Costituzione sarà realizzata. Quando la promessa di un diritto effettivo al lavoro (art. 4) sarà finalmente esaudita. Buon Primo Maggio di lotta e consapevolezza.
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sabato 11 aprile 2020
Creare o ridurre lavoro?
Stefano Massini, nei suoi monologhi televisivi è sempre affascinante, più o meno. Ieri a PiazzaPulita era convincente, anche se non originale, nel rivendicare l'utilità delle cose inutili (arte, cinema, teatro, cultura) che i decreti hanno cancellato perché non essenziali. Ma poi ha detto qualcosa per me irragionevole, inaccettabile. Mi sono arrabbiato perché capivo che purtroppo quello spunto sarebbe piaciuto a quasi tutti. A me no. Quindi mi sentivo solo e sconfitto. Si riferiva al lavoro che producono arte e spettacolo. Al cantante che col suo show "dà lavoro" a tanti tecnici, elettricisti, fonici, operai, etc. E se invece l'artista potesse fare da sé sarebbe peggio, sarebbe un guaio? Il senso comune "luddista" dice che sarebbe un guaio. Io resto forse il solo a pensare con una convinzione che non ho tanto frequentemente che non è così. Per me tanto più lavoro occorre per fare qualcosa tanto peggio è. Sarà bellissimo quando ci sarà poco lavoro. Significherà semplicemente che potremo soddisfare i nostri bisogni con minore investimento in fatica. E divideremo il lavoro necessario fra i competenti (tutti o quasi), lasciando oziare i non necessari o incompetenti. Chi lo vorrà potrà lavorare per gioco, dipingendo o scavando buchi nella sabbia per poi riempirli. Sono disperatamente certo di non essere preso sul serio. P.S. Se non fosse chiaro, ho opposto la libertà e la razionalità socialista alla libertà e (ir)razionalità liberista.
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Piazzapulita
mercoledì 6 marzo 2019
Spreco è...
1. Le bancarelle di paccottiglia che sfregiano la bellezza di San Pietro e del Colosseo.
2. Le case sfitte, le stanze inutilizzate, le seconde case inabitate, le devastanti ed inutili colate di cemento.
3. Il giovane nero e robusto (come sottolineerebbe un ministro) che sta all'ingresso di Conad col cappello in mano sperando in improbabili elemosine, mentre non è previsto che qualcuno lo impieghi per spazzare per terra o per liberare il negozio dalle immondizie (o magari per insegnare arabo giacché non è escluso sia un bravo laureato).
4. Sedurre con agevolazioni pensionistiche gli anziani a smettere di lavorare e passare il tempo in panchina.
5. Insegnare a chi non vuole imparare o non vuole farlo al momento e non insegnare a chi vuole imparare, ma non ha i mezzi per farlo.
6. Impiegare un esercito per controllare che gli sposi divorziati non facciano sesso fra loro e non freghino il reddito di cittadinanza.
7. I nuovi operatori dei centri per l'impiego con caratteristiche identiche a quelli già esistenti, pur con l'affascinante nuovo nome di navigator.
8. Non avere una anagrafe delle competenze dormienti e non averne una della domanda di competenze.
9. Il filtro che fa sì che le donne, maggioranza alla laurea, maggioranza fra insegnanti e ricercatori, diventino striminzita minoranza fra presidi e rettori.
P.S. Lista che può crescere a dismisura.
N.B. Abbattere lo spreco di ricchezza e di vite è il mio programma di governo. Il programma opposto (e da tempo vincente) è quello che investe nello spreco che creerebbe -dicono- occupazione e ricchezza.
2. Le case sfitte, le stanze inutilizzate, le seconde case inabitate, le devastanti ed inutili colate di cemento.
3. Il giovane nero e robusto (come sottolineerebbe un ministro) che sta all'ingresso di Conad col cappello in mano sperando in improbabili elemosine, mentre non è previsto che qualcuno lo impieghi per spazzare per terra o per liberare il negozio dalle immondizie (o magari per insegnare arabo giacché non è escluso sia un bravo laureato).
4. Sedurre con agevolazioni pensionistiche gli anziani a smettere di lavorare e passare il tempo in panchina.
5. Insegnare a chi non vuole imparare o non vuole farlo al momento e non insegnare a chi vuole imparare, ma non ha i mezzi per farlo.
6. Impiegare un esercito per controllare che gli sposi divorziati non facciano sesso fra loro e non freghino il reddito di cittadinanza.
7. I nuovi operatori dei centri per l'impiego con caratteristiche identiche a quelli già esistenti, pur con l'affascinante nuovo nome di navigator.
8. Non avere una anagrafe delle competenze dormienti e non averne una della domanda di competenze.
9. Il filtro che fa sì che le donne, maggioranza alla laurea, maggioranza fra insegnanti e ricercatori, diventino striminzita minoranza fra presidi e rettori.
P.S. Lista che può crescere a dismisura.
N.B. Abbattere lo spreco di ricchezza e di vite è il mio programma di governo. Il programma opposto (e da tempo vincente) è quello che investe nello spreco che creerebbe -dicono- occupazione e ricchezza.
domenica 3 giugno 2018
La mente divisa
Avevo 11 o 12 anni quando, uscito da scuola, li incontravo mentre salivo per la collina che mi portava alla villetta dei nonni in campagna. Incontravo edili o braccianti sotto un albero sul ciglio della strada. Mangiavano pani cunzatu (pane condito) con olio, aglio, origano o altro. Pagnotta calda e felicità evidente. Forse per essere premiati dopo un lavoro ben fatto. Quanto invidiavo quella felicità...Quanto li invidiavo per quel pani cunzato... Forse non esiste più quel piacere. O forse percorro strade in orari che non me lo fanno incontrare. Ieri l'ho incontrato all'improvviso. Uscendo da casa alle 21.00 per un percorso inconsueto. Fuori dal mercato c'erano due venditori ambulanti di biancheria. Ne dico sempre male. Dico male -voglio dire - del Comune che li autorizza ad occupare i marciapiedi oppure che non li autorizza e fa finta di non vedere. Ma chissà cos'altro c'è dietro quella merce bruttina che concorre alla chiusura dei negozi...Avevano caricato la merce sul camion e mangiavano. Poggiavano la scodella sul predellino e inzuppavano il pane in un brodo rosato. Ecco, in quegli uomini "abbronzati" venuti da oltremare ho rivisto finalmente la gioia dimenticata di quei memorabili muratori della mia infanzia. Provavo intensa simpatia. E contemplavo, come da fuori, la mia mente divisa, senza contraddizione, fra l'emozione empatica e la ragione che ribadiva che non dovrebbero essere lì, o che dovrebbero essere impegnati in un lavoro vero, fra i tanti lavori di cui la città ha bisogno davvero e che non sa offrire agli uomini venuti da lontano.
mercoledì 23 maggio 2018
Salario di cittadinanza e la bussola che non c'è
Se dovessimo seguire i canoni dell'economia reale, non dovremmo dimenticare che solo il lavoro vero - quello che produce ricchezza alla collettività, insieme a reddito a chi lo esercita - conta davvero. Per me lavoro vero è quello dei migranti che ripuliscono le strade di Ostia in cambio di una moneta facoltativa. Pessima modalità per un lavoro vero. E' lavoro vero quello dei giovani sottopagati, in attesa di un salario minimo a venire, che servono con grazia nei bar e ristoranti. Non è lavoro vero quello dei gladiatori di latta al Colosseo. No è lavoro vero quello degli abusivi che riempiono i marciapiedi di merci fasulle. Non è lavoro vero quello dei tabaccai che vendono mille varianti di gratta e vinci alle pensionate. Se questo è vero, ci sono tanti lavori finti da promuovere e tanti da rimuovere. Se questo è vero, il salario di cittadinanza non è spreco solo se accompagnato da lavoro socialmente utile o - meglio - se inserito in un quadro di apprendistato pubblico che accompagni o ri-accompagni al lavoro chi lavoro non ha. Un anno di tempo per riformare i servizi per l'impiego? Un anno può bastare solo nel caso difficilissimo che si acquisisca la bussola giusta.
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venerdì 18 maggio 2018
Promemoria per il tempo atteso della serietà e della ragione
Non dire e non proporre cose come "dare lavoro" o "creare lavoro". Sono frasi infette. Perché suggeriscono che sia auspicabile qualunque attività che dia reddito, compreso l'impiego nelle slot machine, come gladiatori al Colosseo, come impiegati nelle fabbriche di mine, come operai addetti alla cementificazione delle coste, etc. Perché suggeriscono che gli sprechi, i consumi e i festini dei più ricchi sono una manna per i più poveri che vi trovano impiego. Perché non bisogna separare il reddito di chi lavora dalla bussola dei servizi alla collettività. Diciamo allora: "Non sprechiamo nessuno". Diciamo: "Tutti al lavoro vero". Si può e si deve.
mercoledì 14 marzo 2018
Quel che penso del salario di cittadinanza
Se dovessi solo dire Sì o No al cosiddetto "salario di cittadinanza" dei 5 Stelle direi Sì. Senza dubbio alcuno. E ne pagherei insieme a tutti il prezzo modesto. Per finanziare l'uscita dalla povertà di milioni di concittadini rinuncerei volentieri alla pizza settimanale. Mi accontenterei di una al mese. Altri dovrebbero accontentarsi di mezzo bicchiere di vino invece che di un bicchiere intero. Altri forse dovrebbero rinunciare alla terza casa o alla quarta barca. Comunque - 15 o 30 miliardi che siano - il salario di cittadinanza costerebbe poco per gli effetti che produrrebbe. Per ricordare l'ordine di grandezza, 15 o 30 miliardi sono meno della metà o forse un quarto degli interessi che paghiamo per il debito pubblico. In cambio non incontrerei mendicanti o rovistatori di immondizie o almeno non ne incontrerei ogni giorno. In cambio la mia unica pizza mensile avrebbe un sapore più buono. Direi Sì, Sì, Sì. E manderei gentilmente al diavolo quanti - quasi tutte le forze politiche - promettono (o realizzano) meno tasse, flax tax e simili banalità distraenti. . Però, dicendo Sì, conserverei la mia opzione netta per qualcosa di più: per un'ampia appropriazione collettiva degli strumenti di produzione, per nazionalizzazioni fatte efficienti da una nuova meritocrazia, per il diritto-dovere effettivo ad un lavoro per ognuno, tranne ai totalmente invalidi. Sapendo che si può. Perché c'è bisogno di tanto lavoro. Per ripulire le città, per riempire buche, per mettere in sicurezza scuole e torrenti, per istruire gli adulti, per accudire gli anziani, etc. etc. La piena occupazione non è solo un imperativo morale. Sarà riconosciuto come imperativo economico, quando ci saremo liberati dall'economia magica e contraddittoria in cui siamo stati educati. Questo penso. E penso quindi - senza contraddirmi con quanto prima dicevo- che il salario di cittadinanza è una sciocchezzuola, una stupidata. Ma una stupidata assai meno stupida dell'inerzia attuale e della rassegnazione a milioni di poveri nella società opulenta sommersa dai rifiuti da troppi consumi inutili. Consumi-sedativi coi quali tentiamo di cancellare il mondo che abbiamo reso incomprensibile.
mercoledì 10 febbraio 2016
Ferdinando Bosco: uno fra tanti
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martedì 2 giugno 2015
La festa è ribellarsi
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