giovedì 29 aprile 2021

Eraclito e il terrorista padre affettuoso

 

Cosa hanno conservato di quel che erano 40 anni fa i terroristi arrestati in Francia? Scommetto che non conservano nulla. “Non ci si bagna due volte nelle stesse acque” sentenziava il filosofo Eraclito. Incontrovertibile, credo. Non solo i terroristi, nemmeno io sono eguale a quel che ero 40 anni fa. Benché più somigliante a quel lontano me stesso di quanto non lo sia Pietrostefani (organizzatore dell’assassinio del commissario Calabresi). Lui è cambiato di più perché il colore della sua mente è cambiato di più. Ma allora si vogliono condannare e punire persone che non esistono più? E’ una questione complicatissima che si può sciogliere solo con l’accetta. Anche gli stupratori presunti di quella maledetta villa in Sardegna non sono più quelli di due anni fa. E anche l’omicida preso da un “raptus” d’ira non è lo stesso dopo pochi minuti. Allora, se ha ragione Eraclito, liberi tutti? Oppure, malgrado Eraclito, nessun libero?
I nostri pensieri, la nostra personalità, cambiano talvolta totalmente nel tempo, mentre la materia che costituisce il nostro corpo è sicuramente diversa totalmente. Però c’è l’Io, quella funzione psichica (o cos’altro) che pare assicurare e governare la continuità. Per quell’Io diciamo che quel brigatista è sempre lui anche se rinnegasse tutto il suo passato.
Non solo si può cambiare totalmente nel tempo. Nello stesso tempo, nella stessa persona, convivono spesso persone diverse: sono degli Io indivisibili per nessi imperscrutabili. Lo dice molto bene, con una intelligenza ed una empatia straordinarie, oggi Gemma Calabresi, moglie del commissario ucciso, spiegando al figlio giornalista il senso del suo perdonare. “Quel terrorista, quell’assassino, non è e non era solo un assassino. Forse era o è anche un padre affettuoso e tante altre cose”. Ha ragione Gemma Calabresi. In certo modo sembrano aver ragione anche gli intellettuali (Adriano Sofri, Oreste Scalzone, etc.) che oggi si indignano per quegli arresti, tanti anni dopo. Con la differenza che non provano eguale empatia per le vittime e per la sofferenza dei familiari, direi per inciso. Insomma nella mia mente le ragioni di Eraclito sono ben presenti. Come sono presenti le ragioni delle filosofie deterministiche che escludono libertà e responsabilità. Ed anzi spesso sorrido dell’arbitrio del diritto e della psicopatologia forense, per cui si può assolvere un omicida perché incapace di intendere e di volere. Perché mai un raptus, effetto magari di chimica del cervello o di sostanze, dovrebbe assolvere e non assolvere invece una storia di violenze subite o di “mala educazione” (come quella, ad esempio, del pargolo di un ricco comico con villa in Sardegna). Perché non dovrebbe assolvere (o essere un’attenuante) avere la sfortuna di ereditare una fortuna?
Ecco, sembrerà che io sia fautore dell’indulgenza e del liberi tutti. Invece è il contrario. Nella mia mente le ragioni della politica della convivenza spazzano via le ragioni della filosofia. Penso che la convivenza sarebbe impossibile se non fingessimo la responsabilità e la libertà, insieme alla continuità e permanenza dell’Io. Senza quella che chiamo “utile finzione” sarei autorizzato di fatto ad ogni delitto. Anche se mi si chiedesse il pentimento per essere assolto. Anche se mi si chiedesse un pentimento sincero, esplorato non so come. Potrei rubare, stuprare, uccidere, programmando (o fidando in) un futuro pentimento. Perciò è utile ed è indispensabile che la persona che oggi insegna italiano o fa applaudite conferenze a Parigi risponda di quella persona di 40 anni fa che programmò l’uccisione di un commissario o assassinò con le sue mani un servitore dello Stato. Senza dimenticare la portata rieducativa - oltre che deterrente - della pena e "premi" equilibrati al ravvedimento, nella misura in cui il ravvedimento è accertabile.

venerdì 23 aprile 2021

Pandemia, occasione perduta per ripensare la Scuola


Sulla Scuola, come su molto altro, non si ha il coraggio di guardare l’evidenza. Non si ha il coraggio di vedere che la didattica a distanza, variamente corretta da momenti di presenza reale, con modulazione disegnata dal virus e non dalla pedagogia (ovvero da una teoria dell’educazione e dalla diffusione reale di tecnologie e saperi informatici), è un fallimento. Gli studenti hanno sprecato un anno e mezzo muovendosi a tentoni e privi di guida alcuna, ora sentendosi liberati, ora sentendosi abbandonati. Per verificarlo basterebbe interrogarli. Ma non lo si è fatto e non si farà. Non ci sarà ricerca che documenterà come hanno vissuto questo periodo. Non li si interrogherà seriamente nemmeno sui loro apprendimenti. Per tranquilizzarli (risarcirli?) li si rassicura che non subiranno vere interrogazioni ed anche per i maturandi l’esame sarà “leggero”. Così “promuovendoli” (assolvendoli o assolvendoci?) li terremo buoni. Io, facendo il mio consueto esercizio di cancellazione della realtà, credo di scoprire che tutt’altro approccio – emergenziale (ma non solo emergenziale) – era possibile. Cancellare la realtà significa sottrarsi all’adesione acritica a quello che c’è. Cancellare la lezione a distanza che nella sua realizzazione è una replica infelice della lezione in presenza nella quale il docente può regolare e correggere le sue parole interrogando i visi degli studenti (partecipi, annoiati, distratti, stanchi?). Ma cancellare mentalmente la realtà esistente significa anche cancellare la presunzione che qualcosa (cosa?) resterà nelle menti degli allievi. Cancellare la realtà della Scuola per inventare una Scuola dell’emergenza o una nuova Scuola tout court, una Scuola che parta da bisogni reali. Ad esempio, mi sembra lampante che i più non sappiano davvero cos’è una percentuale. Se no, non entrerebbero in panico apprendendo che in un caso su un milione il vaccino provoca la morte. O almeno proverebbero un’ansia maggiore leggendo che il farmaco che normalmente usano la morte la dà 10 volte più spesso, 10 casi su un milione. Sono convinto che il nostro sistema di istruzione non si occupa di verificare l’apprendimento “vero” della percentuale ovvero la capacità di farne uso nella vita. Questo vale anche, ad esempio, per la conoscenza dei nostri principi costituzionali e per tanto altro.
Gli apprendimenti sconnessi della didattica a distanza non sono apprendimenti veri se non organizzati in un sistema di connessioni e di senso: un sistema che meglio, e comunque debolmente, è realizzato nella classica lezione in presenza in cui gli studenti si danno le spalle per ascoltare le parole del docente. Si danno le spalle perché le interazioni e gli apprendimenti fra pari (fra studenti) non sono considerati significativi.
A me pare che l’emergenza pandemica avrebbe dovuto suggerirci l’esplorazione di altre modalità di apprendimento, peraltro da conservare poi nella normalità post pandemica. Ci sono saperi che melio si apprendono in gruppo, altri da soli, altri da soli con guida. Penso a una configurazione di strategie didattiche su più moduli: 1) l’offerta di materiali didattici (anche a distanza), 2) piccoli gruppi (4/5 studenti) in presenza in funzione di apprendimento/socializzazione, 3) la guida personalizzata (uno ad uno: esperto-studente) che dia senso, direzione, correzione e sistematizzazione agli apprendimenti. Sottolineato quindi che proprio la modalità di lezione frontale, con gruppi di 20/30 appare la meno produttiva, interroghiamoci particolarmente se abbiamo competenze utili per il modulo 3? Penso di sì. Li abbiamo fra i docenti della scuola, fra i docenti pensionati, fra filosofi, psicologi, etc. Le competenze ci sono, ma non sappiamo trovarle e certificarle. Forse ci sembra che tali figure somiglino ai precettori di un lontano passato e che il passato è passato e che è assurdo riproporlo. E invece – credo –il passato è un deposito anche di buone pratiche da attualizzare. Il precettore era per pochi. Ma possiamo/dobbiamo pensare ad un precettore-tutor-mentore-orientatore che recuperi l’unitarietà educativa in un sistema moderno e pubblico di apprendimenti personalizzati. Nel futuro – ma già ora – avremo bisogno – studenti, giovani e adulti (adulti, questi dimenticati, spesso analfabeti funzionali) – di chi ci sta a fianco e ci guida più di chi declama la stessa lezione – online o in presenza – standoci di fronte. E nel futuro (ma sarebbe stato meglio già adesso e soprattutto adesso) le competenze “orientative” saranno possibili come competenze iscritte nella costellazione di saperi certificati che dovrebbe accompagnarci e pronte ad essere mobilitate come accade ai riservisti in tempo di guerra. Se neanche la pandemia ci sollecita a questo…
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domenica 18 aprile 2021

La Provvidenza o il Caos

 

La mano invisibile del mercato (Adam Smith), la provvidenza laica che fa sì che dalle nostre “libere” scelte discenda il migliore dei mondi possibile, il meglio per ognuno di noi, è una bufala pazzesca. La mano invisibile non assicura che la mia competenza incontri una domanda e mi dia lavoro e reddito. Non assicura che i migliori non debbano essere sottoposti ai peggiori. Non assicura che una donna eccellente non abbia un capo maschio incompetente. Non assicura che il fortunato imprenditore non fallisca e finisca a dormire in auto e ricorrere alla Caritas. Non assicura che il vaccino arrivi a tutti, neanche a chi vorrebbe/potrebbe strapagarlo. Non assicura nemmeno che da morti non dobbiamo finire per mesi in un deposito in attesa di avere sepoltura. Non c’è Pil che tenga, non c’è Draghi che tenga. Il mondo è da rifare nel segno di una gerarchia delle priorità di cui non troviamo segno nei risultati del mercato.

La morte ed io

 Non risolvo il mio problema cognitivo riguardo la morte. Benché sappia che non è un problema, che non c'è nulla da dire, soprattutto per chi - io fra questi - non crede in alcuno aldilà. Eppure la morte mi sbalordisce. Sicché oggi non smetto di pensare al vicino di casa, all'amico Giuseppe, "scomparso", come si dice. Era troppo vivo quando l'ho visto giorni fa, giovane settantenne in bici, troppo vivo per essere ora morto, mi dico. Ed è come se non riuscissi a credere che lui non sappia di essere vissuto. Egualmente (o di più) non riesco a credere che io smetterò di esistere e nulla saprò di quello che diranno di me, che insomma sarò assente alla mia morte. "Non crediamo in ciò che sappiamo" dice il filosofo Slavoj Zizek. Deve essere così. Poi penso con sbalordimento ai conflitti dei morituri. Come ci salta in mente di farci guerra? Di ingiuriarci. Di corrompere, imbrogliare per una seconda casa o per godere un piatto di ostriche? Boh, pensieri inutili o insensati.