venerdì 27 marzo 2020

La scoperta marziana


Nella Terra, benché ci siano enormi bisogni insoddisfatti, molte persone vengono mantenute per non fare nulla. Dicono che non c'è lavoro, anche se facciamo fatica a capire cosa vogliono dire.
Pochi fanno il lavoro che preferiscono o che meglio sanno fare. Fra i pochi le percentuali più alte sono fra gli artisti e i ricercatori (100%), fra medici ed infermieri (99,9%), fra insegnanti (50%). Minimamente sono previste remunerazioni più alte per chi fa bene e con passione il suo lavoro, fino al sacrificio spesso, e tanto meno per chi fa un lavoro sgradevole. Misteri che dovremo chiarire prima del contatto prossimo venturo.

sabato 21 marzo 2020

La Terra dopo il 2020 secondo il professore marziano


La pandemia del 2020 fu salvifica per la Terra. Tutti i nodi vennero al pettine, come si dice sulla Terra. I terrestri avevano creato un sistema assurdo e mortifero, come vi ho già spiegato. Ripassiamo. Lì avevano inventato la proprietà privata. Qualcuno possedeva fabbriche e ville. I più non possedevano niente. Se per un qualsiasi caso i terrestri si innamoravano di nutella o di tabacco o di scommesse, i proprietari facevano in modo che si innamorassero sempre di più per diventare più ricchi. Così "davano lavoro" dicevano per giustificare la loro ricchezza. E tutti ci credevano. Anche quelli che si dicevano di sinistra (cioè egualitari, più o meno).
Quel poco che invece era di proprietà pubblica, come spesso le scuole e gli ospedali, era chiamato "costo" e quindi andava ridotto al minimo. Chi lavorava nel pubblico era tenuto in scarsa considerazione o addirittura disprezzato. Si vincevano le elezioni tagliando il costo di istruzione e sanità.
Quel mondo di diseguali però credeva a modo suo nell'eguaglianza. Aveva una strana concezione dell'eguaglianza. Ad esempio diceva di assicurare eguale istruzione a tutti, offrendo scuola gratis fino a 15 anni o 18. Solo che molti studenti odiavano la scuola che non era a misura di ognuno e la fuggivano.
Anche la cosiddetta sinistra non se ne dava troppo pena. Invece pensava di prolungare ancor più la tortura dello studio in aule sovraffollate e a rischio di crolli e con docenti talvolta inadeguati. Tutti i docenti, se solo vincevano un concorso, erano considerati eguali. Anche se qualcuno avrebbe meritato più del padrone della Nutella e qualcuno niente. Non veniva in mente che apprendimento, intelligenza, cultura e voglia di studiare dipendevano soprattutto dal contesto di nascita. Ma queste cose, i privilegi veri, non si toccavano. Sembrava addirittura naturale che i figli ereditassero dai genitori ricchezze (o povertà).
Con l'epidemia vennero a luce i guasti e gli errori del sistema sanitario. Medici ed infermieri si trovarono in guerra. In Paesi come l'Italia, il più bel Paese della Terra, dovettero richiamare in servizio medici ed infermieri che prima avevano incentivato ad andare in pensione. Avevano una strana idea del lavoro per cui chi lavorava toglieva lavoro ai giovani. Molti medici ed infermieri morirono, loro che prima erano apprezzati e pagati meno del padrone della Nutella e dei campioni del pallone. Mancarono i respiratori. Per l'etica terrestre della eguaglianza il soccorso alla salute doveva essere eguale per tutti. Anche se non lo era davvero, in alcuni Paesi lo era poco e in altri per niente. I più ricchi non dovevano aspettare mesi per una visita o un esame, ma si rivolgevano a strutture private a pagamento.
Mancarono i ventilatori, dunque. Si finse di non distinguere fra giovani e vecchi. Ma si dovette distinguere alla fine. Si finse di non distinguere fra un malato assassino ed un malato scienziato prezioso. Ma si dovette distinguere.
Poi successe l'imprevedibile. Qualcuno riuscì a formulare un pensiero preciso e chiaro su quella crisi e sulla crisi mentale che l'aveva prodotta. Fu una rivoluzione dolce, senza sangue. Nacquero gli Stati Uniti Socialisti del Mondo. Ciò che più conta, le cose fondamentali, vennero decise dal potere federale. Ad esempio l'abolizione della proprietà privata, tranne piccole imprese cooperative e lavoro autonomo. Cosa produrre e cosa consumare fu scelto dagli Stati continentali e giù giù fino alle nazioni ed ai Comuni. Fu il Rinascimento che oggi ci rende simili e prossimi finalmente ad un incontro. Ne parleremo.

mercoledì 18 marzo 2020

Capire/giustificare


Poco o nulla potendo fare contro il virus, provo a dedicarmi all'igiene del linguaggio. "Capire" e "giustificare" (col loro rapporto) sono i verbi su cui più vorrei chiarezza. Giacché la confusione semantica produce equivoci e disastri comunicativi. "Capire" è sinonimo di comprendere ed è un valore. Non ci si può dolere in nessun caso di capire. La capacità di capire anche le efferatezze è cosa buona per la nostra intelligenza. "Giustificare" invece è proprio di una scelta etica. Si può giustificare o condannare un massacro, dopo averlo compreso. Però è invalso l'uso di dire "non capisco", volendo dire "non giustifico". Come se il non capire accentuasse la nostra distanza da ciò che condanniamo. Esempio: "non capisco perché tu sprechi il tuo denaro in smartphone e video giochi". Io cerco di capire. Dopo condanno o giustifico. Mettiamo ordine ai nostri verbi ed ai nostri concetti!

Solidarietà buona e solidarietà così così nei giorni del coprifuoco


Nella mattinata silenziosa e spettrale prendo il mio boccone d'aria col ragionevole pretesto di buttare nel cassonetto proprio di fronte casa un bel po' di rifiuti cartacei (giornali). Non mi è sembrato necessario dotarmi di autocertificazione e carta di identità. Però poi mi viene in mente di comprare un pacchetto di veleno legale (sigarette), il cui acquisto, a differenza di mutande e calzini, non è interdetto. Debbo fare neanche 100 metri per raggiungere il tabaccaio. Però un vecchietto (cioè un signore con pochi anni più di me) con maschera e guanti mi ferma. Esercita nei miei confronti la forse malsana solidarietà di difesa dagli "sbirri" (chiedo scusa ai tutori dell'ordine). "Stia attento. mi dice, invisibili, dietro l'edicola, ci sono i carabinieri. Stanno fermando tutti. Le chiederanno perché non ha la mascherina, dove va, etc. etc.". "Debbo avere la mascherina introvabile? Non credo." Comunque dovrei affrontare i rimbrotti e rischiare la multa? Decido di no, vilmente o magari per non deludere il vecchietto. Torno a casa.
Mia moglie invece che è una cittadina migliore di me, osservante assoluta di leggi e regolamenti, lei che mi fa una lunga scenata se si accorge che sbaglio qualcosa nella differenziazione dei rifiuti, scende a comprare pane e giornali. E siccome è più empatica di me (benché io lo sia abbastanza) è presa da pena per il giovanissimo giornalaio, così disponibile nell'assisterla per scannerizzazioni o altro, per cui spesso ordinava un caffè nel bar vicino ora chiuso. "Come fai col caffè? Te lo preparo io". E gli porta una bottiglietta di caffè fatto in casa. "Me lo hai portato davvero"? Per inciso, a Roma si usa sempre il tu, a differenza che nella mia lontana Sicilia.
Nuovo vicinato solidale riscoperto nell'era del coprifuoco.

giovedì 12 marzo 2020

Incubi notturni e diurni


Da qualche tempo il mio sonno è pieno di incubi. Già prima del virus. E non so perché. Più spesso torno studente liceale o universitario alle prese con esami impossibili. E' un classico, no? Stanotte però la mia psiche deve essere stata investita da dilemmi etici provenienti dal dibattito attuale. Non so perché e non so chi lo aveva deciso. Io dovevo morire in giornata. Ingoiando una pillola. Strana era l'atmosfera. Qualcuno sapeva. Qualcuno no. Ma a nessuno interessava nulla del mio imminente e prescritto suicidio. Neanche a mia moglie. Si faceva sera. Visto che nessuno era interessato a darmi una via di uscita, mi dicevo:"A che serve aspettare?". Ed ingoiavo la pillola. Subito cominciavo a sperimentare i miei consueti esercizi consolatori. Mi ripetevo Lucrezio: "Come nulla sentimmo quando i Cartaginesi invadevano il nostro territorio, così nulla sentiremo quando gli atomi dell'anima si separeranno dagli atomi del nostro corpo". Poi pensavo, come di consueto, a "Via col vento" girato prima della mia nascita e lo usavo come usavo Lucrezio. Però non morivo. Però mi pare di stare un po' male, pensavo. Macché, non morivo. Credo di essermi svegliato grazie (grazie davvero) alla prostata. Allora mi è stato chiaro che l'incubo veniva dalle ultime sul virus. Precisamente dal dilemma morale affrontato (e talvolta negato) nei talk show e nelle interviste agli esperti ( anche di etica dell'emergenza) ed ai tuttologi. Se sia giusto riservare i residui presidi di rianimazione ai più giovani giacché i più vecchi hanno vissuto abbastanza. Se la scelta fosse obbligata io direi di sì. Poi la mente inquieta mi domanda: "E se la scelta fosse fra un giovane operaio o impiegato e uno scienziato che può salvare il mondo?" E poi penso a quel film in cui il capo dell'unità antiterrorismo deve decidere se rischiare la vita dell'innocente bambina pur di uccidere il terrorista ed evitare un massacro. "Così fra tali fantasie si annega il pensier mio e il naufragar mi è amaro in questo mare".

Letteratura e cinema: quelli che videro meglio


Ho regalato Cecità di José Saramago ad un giovane amico per il suo 91esimo compleanno. Un capolavoro capace di anticipare disastri prossimi venturi in forma di epidemie di origine sconosciuta. Saramago mostra con drammatica efficacia come una epidemia sovverta valori e regole. Anche la donna amata può essere ceduta in cambio di un piatto di lenticchie se si ha troppa fame. Ho scelto questo, ma certamente oggi appaiono attuali altri capolavori. Avrei potuto scegliere anche due libri, un po' romanzo il primo, saggio il secondo, di Roberto Vacca. Due libri da leggere in sequenza. "Il medioevo prossimo venturo" (1971) e "Rinascimento prossimo venturo" (1986). Nel primo c'è la suggestione di come un piccolo evento in un sistema mondiale iperconnesso possa produrre esiti catastrofici a valanga. Il nuovo Medioevo si profila velocemente a partire da un banale incidente aereo. Vacca scrisse dopo il "Rinascimento prossimo venturo". Lì la prospettiva è capovolta. Si apre uno scenario potenzialmente virtuoso che apre ad una riscossa mondiale. Purché...purché ad esempio si apprendano i mestieri di cui c'è bisogno e che nessuno sa fare. La coppia dei libri suggerisce quindi una alternativa aperta e la responsabilità della scelta.
Penso anche a due film. Il primo del 73 (guarda caso l'anno della crisi petrolfera) è "2022, i sopravvissuti" di Richard Fleischer, con Charlton Heston e Edward G. Robinson 1973. Un mondo sovraffollato ed al collasso. Classista più che mai, in cui solo la élite consuma i residui prodotti della Terra e gli altri sono sfamati con misteriose gallette. Mentre gli anziani sono accompagnati ad un confortevole suicidio assistito. Attualissimo, no? Fino alla scoperta che l'impresa monopolistica delle gallette che di fatto governa il mondo si serve dei cadaveri dei suicidi per produrre le sue piatte polpette.
Se non lo avete visto, suggerisco di vedere "Snowpiercer" del premio Oscar coreano, Bong Joon-ho. Il film del 2013 mi è piaciuto non meno del premiatissimo "Parasite". Distopico, catastrofico. Ma aperto alla speranza. Sopravvissuti, drasticamente separati in classi sociali nei vagoni che corrono nel treno che senza fine percorre il globo. E la scoperta di una regia del treno, dispotica (e illuminata?) che si serve delle rivolte per contenere la insostenibile crescita demografica. Cercate di vederlo. E cerchiamo insieme di coltivare la fantasia intelligente in epoca di coronavirus.

martedì 10 marzo 2020

Ognuno a casa sua


Ognuno a casa sua. Persone e popoli. O almeno non a casa nostra. Secoli fa (ieri) eravamo (erano) atterriti dagli sbarchi. L'Italia non può accogliere tutta l'Africa, si diceva. Come se i 100 di oggi si potessero sommare ai 100 di domani e a quelli di dopodomani nello sguardo miope della aritmetica. Ecco. Ha vinto Salvini. O ha perso Salvini? La seconda. Porti spalancati, Tanto nessuno vuole venire. Quelli che ci sono vogliono fuggire. Romeni e romene scappano a casa per non finire intrappolati in Italia. Sono soddisfazioni. L'Italia agli italiani superstiti. E ognuno cambi il pannolone dei propri vecchi. Lavorando a distanza o non lavorando proprio.

lunedì 9 marzo 2020

Patate, esterofilia e Americafobia


Ad Ostia tutti i fruttivendoli sono egiziani. Dispero di capire come si sia realizzato il monopolio. Oggi mia moglie ha consentito a cercare insieme a me le patate dolci, "americane", un mio moto nostalgico proveniente dall'infanzia e dai miei nonni materni. Le chiediamo ad una bottega, egiziana naturalmente. "Avete patate dolci americane"? Il giovane risponde: "Dolci egiziane. Perché americane"? Non ero culturalmente attrezzato a replicare. E poi avevo capito vagamente il senso della provocazione. Mi sono riservato di approfondire. Quello, il giovane egiziano, si spiega meglio: "Gli americani pensano ai fatti loro: Trump, dazi. Chiamiamole patate dolci e basta". Un conato anti-americano e contro la potenza Usa prepotente ed una larvata critica forse al provincialismo e all'esterofilia italica. Però, accidenti, le patate dolci sono americane!. L'incontro con l'egiziano mi ha costretto a spendere un'ora e più di ricerca in rete. Le patate dolci sono americane come le altre e comunque le due patate in comune hanno solo il nome, appartenendo a due distinte famiglie di ortaggi. Mi preparo così al prossimo incontro con l'egiziano.

domenica 8 marzo 2020

Auguri alle amiche, cioè a me stesso e al mondo


Vorrei evitare stucchevoli lodi al mondo femminile. Non penso che uomini e donne siano eguali e neanche che debbano esserlo. L'unica eguaglianza in cui credo è quella nell'eguale diritto alla felicità, conservando le differenze inevitabili e quelle positive. Donne ed uomini non hanno eguale forza fisica. Non hanno eguale aggressività: infatti non sono all'ordine del giorno i maschicidi. Si dice così? Non esiste neanche una parola per indicare un fenomeno quasi inesistente. Con convinzione
(facendo arrabbiare mia moglie e forse tutte le donne) aggiungo che le donne sono meno brave in genere al volante, anche se meno spericolate. Le donne - ho notato- hanno difficoltà a fermarsi e ripartire: sulle strisce, ad esempio. La maggior parte delle differenze nascono dalla Storia. A proposito di guida, ritengo che la spiegazione sia nella minore consuetudine a frequentare spazi esterni alla casa. Ciò detto, penso però di non potermela cavare né nel dire che siamo eguali, né nel dire che siamo diversi. In sintesi penso che nella diversità oggi le donne sono migliori. Cioè danno il contributo maggiore alla società. Talvolta anche per una minore capacità nel gestire scambi ed intrallazzi. Così spiego la loro superiorità nella politica vera. Semplicemente guardano più facilmente al bene pubblico perché meno distratte dal bene personale. Certamente parlo di grandi numeri, per cui l'eccezione Daniela Santanché (o Alessandra Mussolini) ci sta. Ma nel mondo della politica maschile faccio fatica a trovare esempi paragonabili al rigore morale di Tina Anselmi. Fuori dalla politica, negli studi le donne prevalgono nettamente sugli uomini: per numero di diplomate e laureate e per voti. Perché? Escludo fatti genetici. Credo piuttosto che le donne siano mosse da uno spirito di rivalsa. Sapendo che il potere maschile non farà mai loro sconti, si impegnano di più. E peraltro sono un po' meno distratte dalle birrette, dalle droghe, dal bullismo, dalle futili passioni da stadio. Un pochino, abbastanza. Poi però le donne che sono diventate più numerose in magistratura dove fino a pochi decenni fa erano escluse (incredibile, vero? lo abbiamo dimenticato?) nella ricerca, a scuola, nelle università, sono escluse dai vertici (maggioranza fra le insegnanti e minoranza fra i presidi, minoranza assoluta nei dirigenti in genere). Chi perde in questa palese discriminazione? Solo le donne? No, tutti. Abbiamo in Italia un'eccellente sanità, ma mi sentirei più sicuro se ad operarmi eventualmente fosse il chirurgo migliore (probabilmente donna) e non già il chirurgo più politicamente introdotto. Egualmente penso che il ponte Morandi forse (forse e probabilmente) non sarebbe crollato se a curarne la manutenzione ci fosse stata una donna, meno attenta di un uomo al business e più alle persone. Insomma penso che se, da uomo, inevitabilmente approfitto dei vantaggi legati al mio sesso, sarei stupido, assai stupido e masochista, ad accettare o promuovere il generale e persistente dominio maschile. Auguri quindi, donne ed amiche. Facendovi i miei auguri motivati e non di maniera, faccio gli auguri a me stesso e al mondo.

venerdì 6 marzo 2020

Meglio arrendersi?


Non sono un ortodosso o un purista. Quindi mi arrendo all'uso vincente. Mi riferisco all'uso di "piuttosto" o "piuttosto che" con significato disgiuntivo di "o", "o anche". Il problema non è nell'uso "scorretto". E' invece (piuttosto) nella convivenza dei due usi. Ciò produce ambiguità e perenne incertezza interpretativa. Il mio amico, dicendo "andrò in Spagna piuttosto che in Portogallo" voleva dire che preferisce andare in Spagna piuttosto che in Portogallo o voleva dire che le due opzioni sono egualmente gradite? Sarebbe stato preferibile che il nuovo uso non si affermasse. Ma si è affermato. Ieri, sentendo Stefano Massini, subito dopo un noto giornalista, usare "piuttosto" nel nuovo significato, mi sono arreso. Resta l'alternativa: o arrendersi all'ambiguità e interpretare il "piuttosto" dal contesto del discorso o rinunciare per sempre all'uso originale e sostituire il vecchio "piuttosto" con "anziché", "invece dì". Curioso per ogni diverso parere.

mercoledì 4 marzo 2020

Ugo e il carabiniere: fra sociologia, diritto e politica



Per la scienza ogni cosa ed ognuno sono necessariamente come sono. Atomi ed elettroni non si muovono a loro piacere, ma come devono muoversi. Anche per le persone è così. L'assassino e il salvatore non sono liberi: debbono essere come sono. La storia generale e personale della persona prescrive ciò che deve essere e sarà. Unica differenza fra fisica e sociologia (o psicologia) è che le scienze umane non sono esatte. Ma semplicemente perché i fatti umani sono più complessi e soggetti a tante variabili da rendere impossibile una compiuta descrizione e quindi una previsione della futura evoluzione. Bene. Questo – bene o male che lo abbia descritto- è intuitivo anche per un non scienziato. Il problema è che la persona comune – giornalisti ed opinionisti compresi- nel giudicare i fatti usa la sociologia ad intermittenza. Poiché la sociologia spiega e apparentemente "giustifica" l'opinionista la userà nel giudicare persone che vuole giustificare o assolvere. Così oggi Ugo, il quindicenne napoletano tentato rapinatore ucciso dal giovane carabiniere minacciato, è assolto da tanti opinionisti (prevalentemente di sinistra, diciamo). Lui, per il contesto ambientale in cui viveva, lui che non andava a scuola e non lavorava non poteva che fare quello che ha fatto. E' innocente. Come innocenti – fanno capire alcuni opinionisti- sono gli amici che per vendicarlo hanno devastato il pronto soccorso dell'Ospedale napoletano. Anche se hanno spintonato la madre appena uscita distrutta dall'obitorio dove aveva dato l'ultimo saluto ad una figlia perduta. Disgustoso. Ma innocenti anche loro. Dico chiaramente che sono d'accordo con gli opinionisti che "comprendono" : tutti innocenti, Ugo e i suoi vendicatori. Se poi qualcuno obiettasse, come spesso avviene, che non tutti i quindicenni in quel contesto fanno i rapinatori spiegherei che non esistono due quindicenni eguali. Un ipotetico fratello gemello magari avrà casualmente incontrato un sacerdote (o un politico) che ha re-indirizzato la sua mente e la sua storia: fortuna che il primo non ha avuto.
Quello che non posso condividere è che la stessa sociologia assolutoria non si applichi all'uccisore che, per legittima difesa o eccesso di difesa o magari per omicidio volontario, ha sparato. Anche lui è di Napoli. Soprattutto anche lui è stato spinto (determinato) da qualcosa. Se non la legittima difesa , nell'ipotesi peggiore, la paura e la rabbia che potrebbero indurre a sparare al rapinatore che fugge. Innocente anche lui quindi: sociologicamente e psicologicamente. Giuridicamente no. Se ritenuto colpevole di eccesso di difesa o di omicidio volontario, correttamente pagherà. Siamo schizofrenici se sociologicamente spieghiamo e "assolviamo" e in tribunale condanniamo? No. Perché la "finzione" della responsabilità personale è indispensabile a contenere gli atti contro la convivenza. E' parte dell'educazione e della prevenzione. Caso mai capisco poco l'istituto giuridico delle "attenuanti". Logicamente (filosoficamente) ha senso dichiarare innocenti (sociologicamente) tutti o colpevoli (giuridicamente) egualmente tutti gli autori dello stesso reato.
Nel terzo livello c'è la politica. Essa è chiamata a cambiare i contesti che producono miseria materiale e culturale ed assassini. Oppure a decidere di non cambiarli per non nucere ad altri (ai privilegiati, agli stessi governanti). Ecco, la responsabilità finale è politica. Anche se pure qui potremmo assolvere tutti. Potremmo usare vari argomenti totalmente deresponsabilizzanti: 1. Noi abbiamo scelto quei politici. 2. Quei politici sarebbero annichiliti se andassero contro la corrente. 3. Etc., etc.
Ma infine è indispensabile che anche in politica si affermi il principio (l'utile finzione) della responsabilità personale (senza vincolo di mandato alcuno). Perciò, fiero di distinguere i piani, in conclusione assolvo tutti e condanno tutti, a partire dai politici, veri uccisori in ultima istanza di Ugo e distruttori della vita del giovane carabiniere.







martedì 3 marzo 2020

Forse non sono di sinistra
Che io sia di sinistra è cosa controversa. Non ce l'ho con Soros, filantropo miliardario. Perché penso che essere miliardario non sia una colpa, a maggior ragione se si tenta di restituire qualcosa. La colpa è di noi che subiamo miliardari e miseria. Non ce l'ho con l'Europa che ci impedisce di indebitarci troppo, a spese del costoso debito pubblico e delle future generazioni indebitate prima di venire al mondo, Europa che non ci impedisce di tassare i patrimoni che invece sono un tabù anche a sinistra, un po' come il salviniano decreto sicurezza e lo ius culturae. Abbiamo (hanno) solidarizzato con la Grecia, "culla della civiltà, bla, bla, bla", la Grecia strozzata dalle .banche tedesche ( o dall'alleanza di governi imbroglioni e miliardari armatori?). La Grecia, culla della civiltà, che oggi fa annegare o intossica coi fumogeni i bambini o li induce al suicidio, ultima salvezza. La Grecia, culla della civiltà, cui non viene in mente di essere civile oggi, sequestrando le ville inutili dei ricchi per ospitare qualche migliaia di disperati. La Grecia che non riceve aiuto dall'altra culla della civiltà, l'Italia di Lampedusa e Riace che si sono vendicate eleggendo sindaci leghisti. La Grecia che non riceve aiuto dall'Europa opulenta e in calo demografico perché essere sovranisti e cattivi in Europa paga assai più che essere umani ed intelligenti. L'Europa colpevole non già di fiscal compact o analoghi incubi populisti, ma di tradimento osceno dei suoi conclamati valori. P.S. No, non sono di sinistra: me ne infischio del fiscal compact e del diabolico piano di sostituzione etnica del novantenne Soros, bersagli univoci della destra e della sinistra (o della sua parte maggiore e peggiore). Piango i miei nipotini africani e asiatici assassinati dalla civiltà greca, italiana ed europea.

lunedì 2 marzo 2020


Maledetta epidemia, restituiscici almeno la ragione
Non darei mai il benvenuto ad una epidemia. Ragionevolmente ci costerà molto o moltissimo, a parte le vite e le sofferenze, angoscia compresa. Qualche effetto secondario positivo potremmo però scoprirlo, come ci accadde in occasione dello choc petrolifero del 73 con le splendide domeniche a piedi e in bici con i figli sul sellino. Così ora la riduzione dei flussi turistici in entrata restituisce un po' la città ai cittadini e frena l'espropriazione dei centri urbani ad opera dei bed and breakfast. Mentre quella dei fussi in uscita costituisce comunque risparmio ed occasione di riscoprire il proprio territorio.
E' vero soprattutto che l'emergenza stimola risposte e fantasie progettuali. Talune risposte politiche sono assai positive, con il solo inconveniente che, pensate per l'emergenza, saranno archiviate ad epidemia conclusa.
Le scuole chiuse stanno costringendo a promuovere attività didattiche online. Bene. Purché non vengano archiviate ad emergenza conclusa o, viceversa, non si pensi di archiviare la formazione in gruppo (la comunità "classe"), con le sue specifiche valenze. Allo stesso modo la didattica individualizzata, realizzata per i "diversamente pensanti" (i Ligabue compresi), solo in parte riesce ad ispirare un modello di scuola individualizzante per tutti.
Sul fronte più esposto, quello della Sanità, si è costretti a riflettere sugli errori e sui costi conseguenti ad un sistema sanitario penalizzato dai tagli, mentre non si tagliavano le spese militari, né le seconde o terze case, né ostriche e champagne. Si è costretti a riflettere sui numeri chiusi per l'accesso ai corsi di medicina e a quelli chiusissimi per le specializzazioni. Si è costretti a richiamare in servizio i medici in pensione, come in tempo di guerra i riservisti. La speranza è che si comprenda l'assurdo anacronistico di continuare a dividere la vita in tre fasi distinte: l'età del gioco, l'età del lavoro, l'età della pensione. Una scansione burocratica che facilita i conti, ma impoverisce, non tenendo conto del continuum della nostra esistenza. E la speranza è che non si creda più che l'occupazione giovanile si crei grazie alla disoccupazione (chiamata pensionamento) dei maturi (vedi quota 100).
Infine, l'emergenza ha sollecitato un governo unico, nazionale, del sistema sanitario. L'auspicio è che, finita l'emergenza, non si torni sic et simpliciter, alle sanità regionali, con costi amministrativi moltiplicati, il costoso turismo sanitario e le classifiche ospedaliere penalizzanti il Sud. Auspici molti, speranze pochine però.

Cattive acque: la buona scuola (buona davvero) al cinema


A volte penso di avere appreso della storia moderna e contemporanea più dal cinema che dalla scuola e dai libri. Soprattutto riguardo la storia americana che il Liceo e l'Università mi facevano ignorare. In questi anni recenti i registi Usa ci hanno proposto tanti film sulla storia della schiavitù e sul tema razziale, ma anche sul tema del dominio delle corporation ovvero – diciamolo – sul capitalismo ed i suoi guasti. Al filone della cinematografia liberal (o, se si vuole, liberal-socialista) appartiene l'ultimo film visto ieri al cineclub di Cineland di Ostia, "Acque cattive". E' un film del regista Todd Haynes e soprattutto di Mark Ruffalo, attore protagonista, produttore del film ed attivista. La storia vera di una battaglia legale di un avvocato di successo, Rob Bilott, socio di uno studio che prevalentemente difende le ragioni delle imprese. Un uomo indotto ad una conversione etica per la disperazione di un contadino allevatore che "sa" che la moria terribile del suo bestiame è da attribuire all'inquinamento delle acque per la produzione della potente DuPont, quella delle pentole Teflon. E' una battaglia lunga 20 anni e mai del tutto conclusa. A costo degli inevitabili conflitti coniugali, alquanto scontati e poco distinguibili dalle simili narrazioni che oppongono mariti coraggiosi a mogli (qui Anne Hataway) che si fanno carico delle ragioni familiari, la parte meno utile del film. L'avvocato progressivamente capirà che il "sistema" che comprende produttori, politici, giustizia ed anche i presunti interessi dei lavoratori e della popolazione costituisce un blocco troppo difficile da frantumare. Direi, guardando soprattutto all'alleanza innaturale ( o forse perfidamente naturale) dei lavoratori contaminati dai veleni con gli avvelenatori, che la storia narrata è uno spaccato delle ragioni della vittoria di Trump. Ci ricorda anche inevitabilmente la nostra Ilva ( e il polo petrolchimico di Priolo-Melilli- Augusta. Mi sono chiesto però perché il film nulla dica della storia assai simile raccontata da Michael Moore nel suo Farenheit 9/11, nella parte dedicata ai veleni che la General Motors scaricava sugli abitanti di Flint , peraltro prevalentemente neri, con la complicità delle autorità locali e addirittura – duro a dirsi – con la passività (o qualcosa di peggio) del Presidente Obama: incredibile nel film documentario di Moore la scena in cui Obama beve un goccio di acqua presuntivamente inquinata per rassicurare gli abitanti di Flint. Perché? Immagino perché neanche i progressisti, progressisti prudenti, vogliono rovesciare il sistema né correggerlo troppo, non fino al punto da mettere a rischio il lavoro degli avvelenati, se non gli interessi delle corporation. A me il film ha ribadito le ragioni per rovesciare il tavolo e liberare gli avvelenati dal ricatto, negli Usa come a Taranto.