domenica 30 aprile 2017

Dividersi per Renzi o godere insieme il caffè al sole?


Ho amici “reali” assai meno numerosi degli amici facebook. Ma li ho. Alcuni, pochi, erano amici solo digitali diventati “reali”. La maggior parte degli amici reali sono nonni , come me, trasferiti a Roma da svariate regioni d'Italia, dopo il pensionamento, per accudire nipoti, semplificare la vita dei figli, realizzare un po' di welfare all'italiana e dar senso all'ultima fase della propria vita. Evidentemente la condivisione del ruolo crea solidarietà ed amicizie addirittura più solide di quelle culturali e politiche. Pensavo a questo stamani recandomi in piazza Anco Marzio per un appuntamento al bar con una coppia di nonni di origine napoletana. Con mia moglie e con loro riflettiamo un po' se prendere il caffè pagandolo meno nel bar senza sole o pagandolo assai più per remunerare la rendita “sole”. Paghiamo la rendita. Privilegio di pensionati con sistema parzialmente retributivo. In piazza godiamo (più o meno) lo spettacolo dei gazebo contrapposti: quello del PD, con lunga fila, per le primarie e quello del M5S peraltro quasi sempre in piazza, stavolta per promuovere un referendum locale. Mi sono reso conto da tempo che la maggior parte dei nonni amici, forse tutti, sono renziani. Il caso ha voluto così. Per mio conto farei volentieri a meno di parlare di politica e soprattutto di Renzi. Ma i miei amici renziani non riescono a non parlarne. Pago quindi il prezzo dell'amicizia replicando il consueto scontro fra le ragioni dell'ex premier e quelle dei suoi avversari e dei “traditori”. Un dialogo sterile col nonno, fresco di voto per Renzi alle primarie, in cui nessuno convince nessuno. Intanto siamo “disturbati” da svariate tipologie di richiedenti monete. Dalla mendicante tradizionale al giovane nero che prima cerca di venderti qualcosa di rigorosamente inutile e poi si fa mendicante chiedendoti “qualcosa per mangiare”., etc. L'anno scorso erano di meno e l'anno prima ancor meno. Questo però mi libera dal dibattito inconcludente su Renzi sì e Renzi no. Colgo infatti l'occasione per ribadire una mia vecchia tesi. Perché non mettere al lavoro tutta questa gente? Perché non chiamarla a ripulire la città e l'arenile o costruire argini o fare i badanti? Potremmo chiamare i più bravi (ci saranno forse insegnanti e geometri o anche ingegneri fra i mendicanti e venditori ambulanti) a insegnare l'arabo in corsi di educazione parallela o permanente o controllare la stabilità dei ponti. Non costerebbe necessariamente più della somma delle elemosine e del prezzo degli acquisti inutili praticamente estorti. E saremmo tutti più ricchi e felici alla fine. Stranamente il nonno amico finisce per convergere. Anzi lui mi dice che nazionalizzerebbe tutto. Solo che è difficile, non si può, dice. Insomma, se si mette da parte Renzi, si scopre una larga area di condivisione e di discussione feconda. Ne prendo atto. Lo so. Commetto purtroppo l'errore di cercare di connettere il discorso sulla mendicità e lavori socialmente utili al discorso precedente su Renzi. Lui ci divide e ci fa smarrire progetti ed obiettivi, dico. Una volta i leader inutilmente divisivi erano accantonati. Ora si è tutti impegnati a seguirli fino in fondo, fin nel precipizio. Rischio di “litigare” di nuovo col nonno napoletano. Appena un po'. Ci separiamo perché lui ha da vedere in TV, la partita in cui la Lazio può battere la Roma, favorendo il Napoli: più appassionante delle primarie. Tornato a casa, respiro, sentendo in TV Francesco parlare ai giovani dell'Azione Cattolica con l'invito ad entrare in Politica, “Quella con la P maiuscola però, non con la minuscola” sottolinea con la mano. Ho capito.
Buona domenica a Francesco, papa “laico” e rosso. Più degli inutili Rizzo e Turigliatto, se posso dirlo.

sabato 29 aprile 2017

La metro mi suggerisce di non votare Salvini


Nel primo pomeriggio devo recarmi a Termini. Al mattino mi reco nel vicino centro commerciale per acquisti. In fila alla cassa. Davanti una splendida africana con una deliziosa figlioletta dai capelli ricci, nera, nera, nera. Stavolta è mia moglie ad osservare ed aprire il discorso. “Hai visto come sono belle, madre e figlia”? “Visto, bellissime” Sospettoso su me stesso mi viene da pensare che in me, e forse anche in mia moglie, esista un pregiudizio a favore dei neri, ideologico o quasi per dispetto, che non mi consente obiettività. Avrei detto “bellissime” per una coppia di madre e figlia bionda, europea? Non so. Ma l'altra cosa sorprendente per me, abituato al veloce tramonto di congiuntivi e condizionali, è l'italiano di madre e figlia. La figlia, 4 o 5 anni, chiede: “Mamma, pensi che potrei andare a passare il pomeriggio a studiare a casa di Laura”? La madre: “Potresti andarci se conoscessi sua madre. Ci andrai quando la avrò conosciuta” Accipicchia, da far venire i brividi ai nativi italiani, a partire dal grande politico!. Penso che spetterà a loro custodire la lingua di Dante. Quando peraltro, come l'Istat ci ricorda, gli italiani superstiti nella strage demografica e culturale saranno milioni e milioni di meno, oltre che acciaccati dagli anni.
Vado a Termini allora. Nella fermata della metro si libera un posto. Io faccio per sedermi, ma titubo un attimo, pur difendendo il posto col mio corpo, indeciso se offrire il posto a mia moglie o ad una matura signora più vicina. “Prego, signora, prego”. Ma la signora pare non sentirmi. E mia moglie guarda altrove. Non faccio in tempo a sedermi. Un giovane dalle fattezze italiche, sui trent'anni, col berretto americano assai bisunto, mi spinge con una gomitata da rugby e mi soffia il posto. E si immerge nel suo mondo digitale. Come quasi tutti attorno.
Nella metro del ritorno mia moglie prende subito posto. Io resto in piedi. Ma c'è un angelo slavo, una badante, immagino, che mi fa segno di prendere il suo posto accanto a mia moglie. Dico di no, un po' per i consueti giochi di bon ton, un po' perché davvero mi rattrista il fatto di apparire tanto vecchio ad una donna neanche giovanissima. Ma lei insiste e non sente ragione. Quasi come fanno i turisti giapponesi che nella mia esperienza considerano intollerabile restare seduti lasciando in piedi qualcuno coi capelli bianchi. Che c'entra Salvini? C'entra perché, con tutti miei esercizi d'ascolto alle ragioni umane, comprese quelle di Salvini e al suo “prima gli italiani” , proprio non riesco a capire perché dovrei ingaggiare battaglie per il giovane indigeno col cappello Usa pesantemente incontrato all'andata, preferendolo all'angelo polacco che mi ha ricordato dolcemente i miei anni. E perché dovrei preferire la sintassi italiana di non dico chi a quella impeccabile della donna e della bimba nere incontrate al mattino.

venerdì 28 aprile 2017

La lunga filiera dai migranti in taxi alla prestigiosa maglietta in boutique

Molto interessante Piazza Pulita di ieri. Prima la documentazione e il dibattito sui taxi del mare, polemica innescata dal vicepresidente della Camera. Con rilevante responsabilità del procuratore di Catania. Poi uno spaccato impietoso della filiera tessile che parte da un comprensorio campana e si chiude negli eleganti uffici di un grande marchio.
Bravo ed equilibrato Formigli che, pur non nascondendo il suo punto di vista, ascolta e stimola pazientemente le ragioni del rappresentante M5S. Orbene le Ong umanitarie (o qualcuna? O una?) sarebbero complici degli scafisti, anzi da loro finanziati, per traslocare nei taxi del mare i migranti. Possibile che accada. In qualche caso. Possibile che si debbano fare accordi con i criminali affaristi per salvare vite umane. Evidente che dovrebbero essere le marine degli Stati a presidiare le acque marine e salvare i profughi. Ma gli Stati europei si ritraggono. Quindi ragionevole che i disperati debbano considerare “amici” i trafficanti che a caro prezzo offrono un'alternativa al morire sotto le bombe o nelle carestie. Né più né meno sono corteggiati dai disperati i caporali che nel foggiano e altrove reclutano bracciantato per quattro soldi. Nell'assenza della legge e dello Stato. A maggior ragione come non apprezzare i volontari che offrono gratuito soccorso?
Nella seconda parte della trasmissione scopriamo l'Italia che si arricchisce sul lavoro semigratuito e in nero degli immigrati. Nell'esempio indagato dallo squadra di Formigli scopriamo la filiera del tessile che sviluppa a partire da laboratori malsani e manodopera bengalese pagata poco più di 2 euro l'ora. Quei laboratori ricevono commesse da una ditta locale che fa da intermediario col committente lontano. Così il committente resta “pulito” infatti. Non è tenuto a sapere e non vuole sapere “di che lacrime grondi e di che sangue” la filiera. La maglietta che il laboratorio produce ad 1 euro è quella che compreremo in boutique a 36 euro. La differenza invero non è profitto netto, ma prevalentemente investimento in immagine, pubblicità, marketing. Comprando quella maglietta insomma compriamo prevalentemente un logo, uno status simbol. Fra le cose che la trasmissione mi ha suggerito c'è questa: “austerità” è parola tutt'altro che spregevole, se nel segno del rifiuto del consumismo di “immagine”, oltre e più che di beni tangibili.
P.S. Almeno sul referendum promosso dalla CGIL per attribuire piena responsabilità all'azienda appaltante sulla filiera sottostante non ho la minima obiezione.

giovedì 27 aprile 2017

Filippini su Marte


I miei compagni di viaggio, mia moglie compresa, non notano nulla. Loro leggono libri o riviste o chattano, anche in piedi. Io non riesco a far nulla di questo sulla metro, neanche seduto. Godo i vantaggi dei miei handicap. E osservo. Mi sono seduto grazie alla gentilezza della coppia filippina, con l'uomo che piglia in braccio il figlioletto dagli occhi immensi e nerissimi. Davanti a me c'è una coppia di stranieri (inglesi, credo) molto tenera, con le mani intrecciate che ogni tanto si separano per una carezza sulla gamba. Sensualità e tenerezza. Normale. La nuova normalità delle coppie gay. Normalità accolta, tranne forse da qualche branco di periferia. Però mentre gli italiani non sembrano osservare e continuano a chattare, e mentre il marito filippino guarda fisso davanti a sé, lei, la moglie, guarda verso la coppia, poi guarda me. Capisco che vorrebbe una spiegazione. Ripetutamente guarda avanti e poi verso me. Ma da me non arriva nessuna risposta ovviamente. Mi piacerebbe darle conto dei nuovi mondi che la turbano e sorprendono. Non posso. Posso solo provare tenerezza per il suo stupore, come provo tenerezza per tutti quelli che per varie ragioni si sentono su un pianeta alieno e non protestano, non fanno cortei e falò. Aspettano di capire da un compagno di viaggio che non può rispondere. Scendo.

martedì 25 aprile 2017

25 aprile 2017

A tutti gli amici un felice 25 aprile. Un pensiero speciale a quanti, come me, credono che non si può essere felici circondati da infelici.

lunedì 24 aprile 2017

Le Pen contro Macron: campagna e periferie contro le città.


Macron vince in Francia e stravince a Parigi mentre Le Pen vince in provincia e straperde a Parigi. Come Clinton contro Trump. Come Renzi contro l'accozzaglia (diciamo...), come il No contro Erdogan. Città contro periferie sostituisce destra/sinistra. Ma solo perché la sinistra ha le vertigini. Non nomina il capitale, insegue la destra sovranista, insegue gli eurofobici, non sa che pesci pigliare. Non avrei votato Macron, ma da presunto cittadino che guarda a sinistra, alla sinistra sempre sconfitta, non mi sento di esibire ciò che di lui non può piacermi. Dico invece che mi è piaciuto il coraggio di circondarsi di bandiere dell'Europa e di rilanciare lo spirito di Ventotene. E' più facile nascondere in cantina la bandiera dell'Europa, come la furbizia renziana ci insegna. Infine oggi la politica conta poco per quel che fa mentre il mondo si muove mosso da altro e contano più le narrazioni che qualcosa cambiano nelle emozioni e nel senso comune. Fragile la riforma sanitaria di Obama. Incancellabile invece il dato per cui un nero può raggiungere il top. Mal che vada Macron sdoganerà i mariti 39enni con mogli 60enni e che danno il biberon al nipote della moglie. Bella storia di amore e di libertà che riempirà i mass media.

domenica 23 aprile 2017

La vendetta sull'assassino che non c'è più


Lo avevo letto e ricordato giorni fa. I farmaci letali stavano per scadere, come scade un antibiotico o l'aspirina. Il governatore dell'Arkansas aveva ordinato di far presto. Sicché ieri è stato giustiziato Ledell Lee. 20 anni dopo la sentenza di condanna. Assassino naturalmente. Nero quasi naturalmente. Non tanto perché la giustizia perseguiti i neri.Un tantino sì, magari. Ma soprattutto perché l'eguaglianza dei punti di partenza è una favola consolatoria e un programma impossibile. Nella corsa ad handicap della vita si è un po' svantaggiati se si nasce donna: Si è molto svantaggiati se si nasce nel corno d'Africa o neri in America. Ma, oltre a questo, a chi ieri il governatore dell'Arkansas ha tolto la vita? Ad un feroce assassino, diranno ragionevolmente quelli che credono alla nostra identità irremovibile. Ad un altro uomo, forse peggiore del primo, forse migliore, ma un altro dopo 20 anni, diranno quanti credono che tutto scorre e non ci si bagna due volte nelle stesse acque.

L'assedio degli "altri" e dei dimenticati


Nella bella domenica di sole compro il giornale da leggere al ritorno dalla passeggiata in centro. Nell'angolo semiappartato delle macchinette dove si tenta la fortuna e normalmente si sperimenta la sfortuna e la ludopatia ci sono uomini ed una donna concentrati. Fuori una elegante signora gratta con la moneta la scheda poggiata sul bidone dei rifiuti. Molte coppie serene, con bambini e carrozzine vanno verso la Piazza pedonale dove vado a sedere a prendere sole e caffè. Sulla strada un gruppo di bianchissimi adolescenti nordici che barcollano sbronzi con bottiglie di birra. Cinque stelle in Piazza.come quasi sempre. E bambini affascinati dal chitarrista davanti al bar.- Godo come posso il sole. E cerco di non provar troppa pena per l'anziana che raccoglie bustine di zucchero dai vari tavoli. E cerco di accettare l'assedio degli africani venditori di rose. Mi limito a formulare il mio inutile pensiero: perché non assegnare un reddito equivalente a quello ottenuto col finto lavoro di vendere rose, proponendo a quei giovani neri di ripulire la città? Infine un ragazzo in carrozzina che chiede qualcosa per un'operazione alle mani. Ok, torno a casa. Dopo pranzo mi immergo nella lettura sulle elezioni francesi e sulle primarie italiane e qualcosa sui diritti di quelli che hanno un lavoro. Non leggo nulla sulla ludopatia, non leggo nulla su chi non avrà mai un lavoro, non leggo nulla sugli anziani che fanno il colpo grosso di razziare zucchero ai tavolini del bar, non leggo nulla sui giovani europei che vengono a Roma ma che preferiscono la birra al Bernini.

venerdì 21 aprile 2017

Se l'Isis vota Le Pen io voto Melenchon.


Non sono portato a credere ad un grande vecchio dell'Isis capace di raffinate strategie in cui inquadrare gli improvvisati ed invasati cani sciolti. Però certamente l'Isis dovrebbe preferire Le Pen. Così come l'Inter una partita col Milan piuttosto che col Varese. Gli estremi si odiano ed amano o almeno hanno bisogno l'uno dell'altro. Se potessi votare, io invece voterei Melenchon. Il meno peggio: ecologismo coerente e progressività delle imposte. Anche se non mancano nel suo programma le sciocchezzuole luddiste del resto oggi vincenti a sinistra e a destra. Vedi pensione a 60 anni e riduzione dell'orario di lavoro. La solita favola del lavorare meno per lavorare tutti. Io vi oppongo la libertà di scegliere se lavorare meno e quando smettere di lavorare. Una opzione esistenziale e non già una trovata pseudo-economica. Comunque Melenchon. E comunque abituarsi a morire di terrorismo come di cancro o di incidente stradale. Fare spallucce agli idioti che credono che vergini stupende aspettino i loro corpi smembrati. E bombardare i loro Paesi di provenienza e le loro comunità in Europa con profilattici e buona letteratura. Il diavolo e il buon Dio di J. P. Sartre non sarebbe male.

giovedì 20 aprile 2017

La disperazione infinita e il reddito di inclusione


Me lo dico da solo. La mia è una idea stramba. Anzi non è neanche una idea: è un sentimento. Mi ha assalito recentemente quando Gentiloni ha presentato i decreti attuativi delle misure contro la povertà. Si vuole dare sollievo a quattrocentomila famiglie ovvero a circa un milione e mezzo di persone classificate fra le più povere. Lo si farà con un assegno mensile pari a 480 euro per nucleo familiare. Oltre che con misure di inclusione (accompagnamento al lavoro). Lo si farà per una quota dei sette milioni di poveri e dei quattro milioni di italiani certificati in povertà assoluta. Dovrei essere contento. Meglio qualcosa che niente. Meglio qualcosa per qualcuno piuttosto che per nessuno. Meglio un timido avvio di una politica vagamente somigliante alle politiche in atto in quasi tutti i Paesi di Europa. Già, ma chi mi dice che è un avvio? Chi mi dice che progressivamente si risponderà alla disperazione dei sette milioni di variamente disperati? E' egualmente probabile che il soccorso al milione e mezzo di persone non sarà più finanziato in avvenire. Forse subentreranno altre esigenze: premiare l'impresa che altrimenti delocalizza, un bonus a chi già ha qualcosa per incrementare i consumi, super-stipendi e vitalizi. Esigenze dei politici più che esigenze del bene comune. E poi c'è quel mio strano sentire. Quello che mi porta a dire che le disperazioni non possono essere né sommate né sottratte. Che l'infelicità di un padre che perde lavoro e casa e non sa cosa dire ai figli occupi uno spazio infinito. Infinito. Mille o un milione di storie simili occupano lo stesso spazio infinito. Non pretendo che la collettività sia capace di sopprimere ogni disperazione. Dico solo che riconosco come sinistra l'intenzione di farlo. Almeno questo. Non riconosco come sinistra chi assume altre priorità. Per questo sono orfano della sinistra oggi.

mercoledì 19 aprile 2017

La polvere sotto il tappeto

L'ultimo viadotto crollato è una tragica, efficace metafora dell'Italia che scricchiola e poi crolla. Sette crolli negli ultimi tre anni. Tre negli ultimi sei mesi. E non solo viadotti, ma case, scuole, argini. Ruffolo oggi su Repubblica ricorda per contrasto i miracoli di ingegneria realizzati nei decenni trascorsi dal nostro Paese sul territorio nazionale e all'Estero. Cosa succede allora oggi? Certamente le privatizzazioni, i nessi torbidi fra politica ed affari. Certamente la amoralità dilagante del business che lucra economizzando cemento e ferro. Certamente e soprattutto lo scarto fra il consenso nell'inaugurare opere e l'inesistente ritorno politico della buona manutenzione, quella che non procura voti. Da dove cominciamo allora? Da una rivolta etica contro le logiche familistiche dei favori. Da una semplificazione delle reti delle responsabilità. Dalla indisponibilità a farsi abbagliare da eventi. Dalla capacità di scorgere la polvere nascosta sotto i tappeti dei Grandi Leader.

sabato 15 aprile 2017

Da Bush a Kim a Casaleggio

Cominciarono gli Usa, mi pare. Andando avanti cominciammo ad andare indietro. A Bush senior subentrò Bush jr. Però dopo breve intervallo. Perché non si pensasse che gli Usa sposavano l'odiata monarchia ereditaria. Non ebbe bisogno di intervallo la dinastia consolidata di Kim nonno cui successe Kim figlio e poi il ridicolo Kim nipote. Strano epilogo della Repubblica popolare democratica di Corea. E poi venne l'Italia con Casaleggio Jr successore di Casaleggio senior. L'uno vale uno oggi va cercato nella monarchia costituzionale del Regno unito. Dio salvi la Regina!
P.S. Appunti per spiegare al nipotino cose difficili da spiegare a me stesso.

giovedì 13 aprile 2017

Antologia delle parole futili 4: "cambiamento"


Il partito del cambiamento dispone della maggioranza assoluta. Ne fanno parte i favorevoli al liberismo senza laccioli e gli statalisti. Gli antieuropeisti e quelli di Ventotene. Quelli che "a casa mia inquino come mi pare" e quelli che "nessuno tocchi una foglia". Gli altri - la minoranza - si occupano di politica. Ognuno cambiando e conservando.

Antologia delle parole futili 3: "garante".


Il "garante" non sostituisce la democrazia. Semplicemente dice se una elezione è democratica o no. Può deciderlo prima o può deciderlo ad elezione avvenuta. E' un po' più di Domineddio. Decide il perimetro di compatibilità. Tutto il resto è coerente con la democrazia comunemente intesa. Magari online. Magari con percentuale minima di votanti. Ma questi pare siano dettagli.

mercoledì 12 aprile 2017

Antologia delle parole futili 2: "signori"


"Signori" prende più o meno il posto di "professoroni". Sprezzante come quest'ultimo. "Signori" sono tutti quelli che hanno usurpato il suo posto di unto del Signore (con la maiuscola) o del Popolo. Giudice dell'unzione avvenuta è solo l'unto.

martedì 11 aprile 2017

Antologia delle parole futili: "palude".


"Palude" è parola che piace a quelli che vogliono prendere tutto il pacchetto azionario con il 30% o, al massimo, se non si può fare violenza maggiore alla rappresentanza e all'uno vale uno, col 40%. A forza di sbarramenti e premi di maggiorana. Cioè premi alla minoranza più grossa perché diventi maggioranza. Il dialogo, l'incontro, il compromesso sono "palude".

mercoledì 5 aprile 2017

La strage degli innocenti

Di fronte all'ultima strage in Siria, la mia reazione è di sgomento, ma anche di rifiuto assoluto di schierarmi per il meno peggio. Non ho idea di cosa sia il meno peggio. Assad, i ribelli "moderati", quelli radicali, la Russia, gli Usa, o addirittura l'Isis? Guardo perplesso a tutti i politicanti, liberal, conservatori o "fasciocomunisti" che hanno deciso e sempre decidono a prescindere. Resto solo. E resto con una sola domanda. Se disponessi della forza necessaria, cosa farei? Mi asterrei o interverrei? Pacifismo o neutralità impotente (risolvano i siriani i loro problemi) come in Ruanda o imporre con la forza ed il sangue la pace? Il pensiero proibito è che non ci sia soluzione alle tragedie del mondo. Si sceglie la tragedia preferita. Nient'altro.

domenica 2 aprile 2017

Erano tutti miei figli: attualità del familismo assassino e delle sue varianti


Torno dal Quirino di Roma dove ho assistito alla rappresentazione di “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller. Con particolare emozione. Il teatro fu la mia scoperta giovanile: in particolare Shakespeare, Sartre e Miller. Prediligevo nel teatro la dialettica fra i protagonisti che non ha soluzione e spesso la pietà sui carnefici e vittime dei conflitti. “Erano tutti miei figli” poi ha rappresentato la mia prima prova impegnativa da dilettante. Osammo rappresentarlo, io e compagni di lavoro, nel centro di formazione professionale in cui lavoravo. Era il 1979. Epoca di pedagogia appassionata e un po' retorica. Con il mitico tentativo di incontrare la classe operaia. Mi feci crescere i baffi allora per invecchiarmi un po' ed interpretare Jo Keller, il magnate protagonista sessantunenne. Ora, riprovandoci, dovrei compiere l'operazione inversa di ringiovanirmi.
Mi piaceva l'opera giovanile di Miller per il suo impegno quasi ingenuo, quell'impegno che mise Miller, poco dopo, sotto l'indagine spietata del maccartismo. Straordinaria allora, nel 79, ed oggi l'attualità del dramma. Il conflitto irrisolvibile fra le ragioni familiari e quelle della comunità. E la scoperta dei meccanismi culturali che ancora oggi nella coscienza dei protagonisti e dei loro familiari complici giustificano i crimini contro l'umanità. “Io vivrei con 25 cent al giorno” dice l'industriale protagonista. “Quel che ho fatto l'ho fatto per la mia famiglia.” Per la famiglia è lecito anche mettere in conto il rischio di uccidere vendendo al governo pezzi difettosi per aerei di combattimento. Miller esplora sgomento i meccanismi di autoassoluzione, insieme ai silenzi e alla scelta di non sapere e non capire della famiglia. Jo Keller capirà infine che c'è un mondo oltre le pareti domestiche del quali portiamo la responsabilità. Capirà che erano tutti suoi figli, anche i piloti caduti per sua responsabilità. E la scoperta sarà insostenibile. Mi è capitato qualcosa di imbarazzante durante la rappresentazione. Soprattutto nei momenti in cui Chris, figlio dell'industriale e voce del Miller impegnato, espone sdegno per una società così “pratica” in cui tutti sono dediti agli affari e in cui tutti sono contro tutti. Perché quelle lacrime imbarazzanti? Non credo solo per l'intensità del testo. Mi sono convinto che piangevo me stesso rivivendo qualcosa accadutomi 38 anni fa e pensando che 2 su 5 degli attori di allora non ci sono più.