venerdì 28 aprile 2017

La lunga filiera dai migranti in taxi alla prestigiosa maglietta in boutique

Molto interessante Piazza Pulita di ieri. Prima la documentazione e il dibattito sui taxi del mare, polemica innescata dal vicepresidente della Camera. Con rilevante responsabilità del procuratore di Catania. Poi uno spaccato impietoso della filiera tessile che parte da un comprensorio campana e si chiude negli eleganti uffici di un grande marchio.
Bravo ed equilibrato Formigli che, pur non nascondendo il suo punto di vista, ascolta e stimola pazientemente le ragioni del rappresentante M5S. Orbene le Ong umanitarie (o qualcuna? O una?) sarebbero complici degli scafisti, anzi da loro finanziati, per traslocare nei taxi del mare i migranti. Possibile che accada. In qualche caso. Possibile che si debbano fare accordi con i criminali affaristi per salvare vite umane. Evidente che dovrebbero essere le marine degli Stati a presidiare le acque marine e salvare i profughi. Ma gli Stati europei si ritraggono. Quindi ragionevole che i disperati debbano considerare “amici” i trafficanti che a caro prezzo offrono un'alternativa al morire sotto le bombe o nelle carestie. Né più né meno sono corteggiati dai disperati i caporali che nel foggiano e altrove reclutano bracciantato per quattro soldi. Nell'assenza della legge e dello Stato. A maggior ragione come non apprezzare i volontari che offrono gratuito soccorso?
Nella seconda parte della trasmissione scopriamo l'Italia che si arricchisce sul lavoro semigratuito e in nero degli immigrati. Nell'esempio indagato dallo squadra di Formigli scopriamo la filiera del tessile che sviluppa a partire da laboratori malsani e manodopera bengalese pagata poco più di 2 euro l'ora. Quei laboratori ricevono commesse da una ditta locale che fa da intermediario col committente lontano. Così il committente resta “pulito” infatti. Non è tenuto a sapere e non vuole sapere “di che lacrime grondi e di che sangue” la filiera. La maglietta che il laboratorio produce ad 1 euro è quella che compreremo in boutique a 36 euro. La differenza invero non è profitto netto, ma prevalentemente investimento in immagine, pubblicità, marketing. Comprando quella maglietta insomma compriamo prevalentemente un logo, uno status simbol. Fra le cose che la trasmissione mi ha suggerito c'è questa: “austerità” è parola tutt'altro che spregevole, se nel segno del rifiuto del consumismo di “immagine”, oltre e più che di beni tangibili.
P.S. Almeno sul referendum promosso dalla CGIL per attribuire piena responsabilità all'azienda appaltante sulla filiera sottostante non ho la minima obiezione.