venerdì 27 settembre 2019

Anche nel M5S qualcosa di giusto


C'è sempre un motivo per decidere di dire o non dire ciò che si pensa. Io, ad esempio, spesso decido di non dire ciò che mi appare giusto e però difficile da spiegare. Oggi però voglio dire che mi è piaciuto il nuovo ministro della P.I. e dell'Università, il pentastellato Lorenzo Fioramonti, intervistato a PiazzaPulita. Lo dico per suggerire l'utilità di sostenere le idee giuste anche quando provengono da esponenti di partiti e movimenti da cui siamo distanti. Credo insomma all'autonomia delle idee rispetto a chi le formula. Ieri il ministro ha detto diverse cose molto apprezzabili. Ne ricordo due. La prima è la sottolineatura dell'obiettivo dell'educazione degli adulti. E' un tema sostanzialmente ignorato nel dibattito sull'istruzione. Prima di Fioramonti solo il ministro Tullio De Mauro, un grande e concreto intellettuale, aveva posto il tema. Denunciando i bassi livelli di istruzione nel nostro Paese, l'analfabetismo di ritorno e l'analfabetismo funzionale e criticando la nostra resa al riguardo, come se l'ignoranza degli adulti dovesse risolversi solo con la loro dipartita. Come se, fallita l'occasione di istruirsi nell'età "giusta" (secondo il senso comune) non potessero esserci occasioni ulteriori.
L'altra cosa che mi ha favorevolmente impressionato è stata la netta presa di distanza del ministro grillino dal suo capo politico Di Maio riguardo il vincolo di mandato. Fioramonti ha dichiarato di non condividerlo per niente e di avere espresso il suo dissenso al capo politico. Bene. Il M5Stelle è un magma nebuloso di pensieri e progetti molto (troppo) diversi e contraddittori. Salviamo ed ospitiamo a sinistra quelli giusti e condivisibili.

sabato 21 settembre 2019

La tristezza della vecchiaia


Frequentando ambulatori vari inevitabilmente incontro persone anziane, anche più vecchie di me. Ieri c'era davanti a me una suora in carrozzina. Sembrava poco presente a se stessa, oltre che malmessa e senza denti. Ho valutato che doveva aver vissuto un secolo. Era accompagnata da altra suora più giovane, forse sessantenne. La curiosità ha prevalso sulla discrezione. Ho chiesto: "Sono indiscreto se le chiedo quanti anni ha la sorella"? "89", ha risposto la suora, e lei"?.Ho capito di aver fatto una gaffe. La mia domanda sottointendeva che la suora apparisse centenaria; e invece non lo era. Infatti chi la accompagnava mi chiedeva: "E lei"? Mi sono giustificato ammettendo che l'assenza di denti mi aveva ingannato.
Poi mi è capitato di osservare il confronto fra una madre più o meno ottantenne, con bastone, e una figlia sessantenne, più o meno. Una cosa che mi ha riempito di rabbia e tristezza. Credo di aver capito che la figlia contestava alla madre di averla costretta ad una lunga attesa. La madre non si era preoccupata di far annotare sulla ricetta la patologia che avrebbe permesso una priorità di accesso. "Aspetteremo ore, aspetteremo ore, cosa hai combinato"? Lo diceva con sguardo torvo e cattivo. Ripetutamente, mentre l'anziana signora rispondeva sommessamente qualcosa e,quando la figlia si allontanava, guardava attorno verso i vicini come per scusarsi o scusare la figlia inviperita. Ho provato estrema empatia. Mi sono immaginato debole ed umiliato fra qualche tempo in situazione analoga. Che ne sarà di me? Meglio essere umiliato da una figlia o finire in casa di riposo, indifeso di fronte a probabili violenze di operatori improvvisati? Meglio ricevere il dono di finire prima. Neanche questo è nell'agenda della politica, non lo era di quella gialloverde e non è di quella giallorossa; temo non lo sia neanche di quella rossa (magari con falce e martello), troppo distratta da mille banalità populiste distraenti e ancor meno, penso, di Italia Viva che di tutt'altro si preoccuperà.

domenica 15 settembre 2019

Riflessioni leggere su "malattia", "colpa" ed "innocenza"


La sala d'aspetto della Asl è sempre una gabbia di matti (se è permessa la locuzione). L'altro giorno ho ritirato il mio scontrino e sono entrato nella gabbia in attesa del mio turno per ritirare i risultati delle mie analisi (meno brutte di quanto temevo, ma è un altro discorso). C'era una coppia con un adolescente affetto da disturbi comportamentali, infantile, iper-attivo. Come tutti subivo ed accettavo "doverosamente" il disturbo: non si condannano le patologie, naturalmente. E provavo empatia ed ammirazione per quei genitori che provavano a governare quel ragazzo. Avrei voluto dire: "Non preoccupatevi troppo. Non provate disagio. Sono e siamo tutti con voi". Bene. Poi è entrato un signore anziano, anziano e ben messo, in apparente buona salute. Ha chiesto qualcosa alla quarantina di persone in attesa. Non ho capito cosa. Se ne è andato via non so dove, senza aspettare risposta, borbottando. Ho chiesto alle persone a me vicine cosa avesse chiesto. Aveva chiesto cosa dovesse fare per ritirare le sue analisi e la gente commentava, qualcuno divertito, qualcuno perplesso, i più irritati, la stranezza della sua reazione. Quando è tornato gli hanno chiesto gentilmente spiegazioni e gli hanno suggerito cosa fare. Si è allontanato di nuovo e di nuovo ci sono stati commenti. Quella persona non poteva dirsi "normale", ma non era abbastanza "anormale" per essere considerato irresponsabile delle sue stranezze ed essere "assolto". Infatti, a differenza del ragazzo iper-attivo, suscitava irritazione. Beh, così funzionano i nostri meccanismi mentali di attribuzione di colpa o assoluzione. Quindi però è successa una dinamica nuova. Una signora ha osservato che effettivamente la Asl non offriva a lcun servizio di informazione, sicché era normale che gli utenti nuovi provassero disorientamento. L'osservazione ha ricevuto largo consenso. Insomma la signora è riuscita a ri-orientare il significato dell'episodio in una direzione "politico-amministrativa", ben oltre le categorie emotive del "simpatico-antipatico". Mi è sembrata una lezione da appuntare anche per ben altri dibattiti. Quando l'irrequieto signore è tornato in sala un giovane nero gli ha offerto il suo numeretto che avrebbe consentito d i fare prima. L'anziano è sembrato disturbato. Non capiva la gentilezza. Abbiamo tutti sorriso di ciò, improvvisamente diventati comprensivi. Infine il signore ha capito ed ha preso il numero. Si è formato un abbozzo di comunità.

sabato 14 settembre 2019

Filosofando a partire dalla toilette


Di sabato prendo talvolta il mio caffè di metà mattina in un bar del centro pedonale. Prima del caffè mi dirigo alla toilette.Sulla porta c'è scritto "bagno guasto". Debbo rinunciare. Però la barista – che non credo di avere incontrato prima – mi dice: "Può andare. C'è solo la catenella rotta, ma basta tirare il filo". Non mi fido della mia perizia e dico:"Non è urgente. Rinuncio". Ma lei insiste. Apre la porta e mi mostra come è facile. E' l'ennesimo incontro con una ragazza che si prende cura dell'altro. Questo mondo in cui ci si prende cura solo di sè è riparato da ragazze che si prendono cura dell'altro. In Italia e altrove. Mi viene in mente al momento l'indimenticabile ragazza che serviva al tavolo a Toronto. Portava l'acqua e chiedeva: "Are you enyioy?". E così per il pane e per ogni servizio. Sorridendo con un sorriso aperto se rispondevo di sì. Mi divertiva. Mi viene in mente per contrasto – e mi sembra di scoprirlo adesso – che nel più recente viaggio – ad Istanbul- non c'erano mai ragazze a servire. Ecco, mi dico, cosa mancava nei bar e ristoranti di Istanbu.
Mentre sorseggio il mio caffè all'aperto passa un anziano malandato, malfermo sulle gambe. La ragazza seduta al tavolo accanto al mio gli rivolge la parola. Si conoscono in qualche modo. Dapprima non capisco. Poi – da guardone e spione quale sono – ascolto meglio. Lui le sta raccontando che non può uscire di casa quanto vorrebbe perché soffre di incontinenza urinaria. Non usa la toilette dei bar per paura di sporcarla (in una città in cui non esistono bagni pubblici, a dfferenza che ad Istanbul o in altre città meno ricche delle nostre). Ma la ragazza – che avrei voluto abbracciare e ringraziere per il vecchietto- lo rassicura. ."E' suo diritto, non si vergogni, se sporca puliranno". Continua a fargli una lezione sui diritti con pacata dolcezza mentre mi allontano. Penso quindi alla vocazione alla cura delle ragazze, particolarmente preziosa in un Paese in cui la dimensione pubblica dell'accudire è tanto latente. Penso anche che a New York la guida ci spiegò che potevamo entrare nel primo hotel incontrato e dirigerci verso la toilette senza neanche chiedere il permesso. A me negli Usa, proprio a ridosso delle cascate del Niagara, capitò di essere accompagnato da una premurosa commessa nella toilette di un grande magazzino che non era neanche ancora aperto al pubblico. In quel caso non saprei dire quanto avrei dovuto ringraziare la commessa e quanto l'ospitalità strutturale del Paese che mi accoglieva. P.S. Quante riflessioni mi sollecita una toilette!

venerdì 13 settembre 2019

Ad Istanbul per cercare il diverso e trovare più spesso l'eguale


A consuntivo di un viaggio confronto inevitabilmente l'esperienza realizzata con quella attesa. E confronto "loro" con "noi". In quest'ultimo senso credo proprio che il turismo come esperienza di contatto con il diverso si impoverisca progressivamente. Ci somigliamo sempre più. Istanbul mi è sembrata europea. Più di quanto immaginassi. Con apparente contraddizione, malgrado la presenza del velo femminile più esteso di quanto pensassi. Il 50% delle donne o forse più. La contraddizione si spiega ammettendo che il velo sia spesso una sovrastruttura. Ho in particolare davanti a me l'immagine di sei ragazze ventenni sedute al tavolino di un bar accanto a me e ai miei. Erano eleganti, sobrie, sorridenti, divertite, espressive: in nulla distinguibili dai gruppi di ragazze che incontro nei bar di Ostia. Solo col velo. Molto occidentali (quasi italiane) anche per lo smartphone nel quale a tratti si perdevano contemporaneamente. E con occhi bellissimi (ma vado fuori tema). Cosa cerco quindi all'estero, cosa ad Istanbul? Ad Istanbul ovviamente la storia che ha lasciato capolavori architettonici celebri: le moschee (Solimano, la moschea blu, etc. Etc.), le sovrapposizioni di architetture cristiane e musulmane (ancora Santa Sofia in particolare), i presidi di culture e fedi diverse (la splendida chiesa del patriarcato greco-ortosso), le .testimonianze dell'occidente e delle repubbbliche marinare (la genovese Torre di Galata da cui si ammira il corno d'oro e il bosforo), i palazzi del potere e dei sultani (Topkapi e il successivo palazzo Dolmabahace, dove resiedette e morì il padre della patria repubblicana, Atataturk), la modernità di piazza Taksim, sede di adunate e rivolte. Nel confronto fra la mia Roma ed Istanbul per l'ennesima volta la capitale d'Italia soccombe. Istanbul è assai più pulita e c'è un mucchio di addetti a ramazzare per strada. I mezzi pubblici attraversano numerosi e frequenti la città; sono puliti e i passeggeri cedono il posto agli anziani assai più di come accade a Roma. Ho avuto l'impressione che tutti paghessero il biglietto. I taxi sono poco costosi e i tassisti quasi sempre onesti. Tutto è poco costoso, a partire dal cibo. Il pasto consumato in un ristorante celebrato in centro è costato 10 euro. Le pietanze sono pesanti, piene di olio, spezie e pepe. Ho trovato invece squisita la colazione dell'albergo con yougurt eccellente e varietà di dolci e miele. I negozi di dolci sono numerosissimi, dai banchetti alle grandi botteghe colorate. Una confezione di frittele di miele costa poco più di 1 euro. Debbo dire poi che ho mangia to il migliore pane (con semi di sesamo)i della mia vita durante la breve incursione nel territorio asiatico raggiunto in battello. Ad Istanbul si respira un'atmosfera di sicurezza. Le donne al più rischiano complimenti audaci e, naturalmente, solo intuibili. Mi ha sorpreso la presenza di polizia con mezzi blindati: uno enorme come non mi è capitato di vedere neanche al cinema, proprio presso piazza Taksim. Ah, voglio aggiungere che anche ad Istanbul l'Italia e gli italiani appaiono avere una immagine positiva e riscuotono simpatia. Quando a domanda rispondi che vieni dall'Italia inevitabilmente ti chiedono da quale città. E lì commentano in un mix di italiano e turco. I turchi sono socievoli non solo coi turisti. Il the è lo strumento per invitare in negozio i turisti, ma anche per socializzare fra i negozianti. Ho visto pochi casi di mendicità (un paio) e di senza tetto (ancora un paio). Ho visto però il lavoro minorile diffuso, con bambini di 10 anni circa che vendevano bottiiglie d'acqua al gran bazar dove ho trovato peraltro il dimenticato mestiere di lustrascarpe. Ultima annotazione. Non sono riuscito a bere qualcosa che somigliasse ad un espresso, la cosa che per 5 giorni mi è mancata dell'Italia. Peggio che in qualsiasi città del mondo da me visitata. Eppure, incredibilmente, l'espresso (dichiarato tale) è fra le cose più care che mi è capitato di trovare nei bar: anche 12 lire e più (l'equivalente di 2 euro).

Ritorno a casa


Mi sento a casa mentre sono ancora ad Istanbul. Sono al gate del volo che mi riporterà a Roma. E ad aspettare l'apertura del varco c'è una comitiva di italiani anziani che mi alita sul collo la sua italianità. Non posso fuggire: sono inserito in una coda e l'attesa pare infinita. Due anziani signori mi impartiscono una lezione di cui farei assai volentieri a meno. Uno soprattutto mi spiega (spiegando all'altro) praticamente l'origine di tutti i mali italiani. Il nostro attuale disastro (di noi che veniamo dagli anni felici della Prima Repubblica) è nel cambio lira/euro, in quel rapporto di cambio che ci avrebbe punito. Quante volte ho sentito questa storia? Adesso una volta di più. Poi ci sono i dettagli. Se per qualche tempo i prezzi in lira si fossero affiancati ai prezzi in euro non ci sarebbe stata la spoliazione dei produttori e commercianti ai danni dei consumatori. Nella narrazione sparisce ogni idea di "sistema"; sparisce il Capitale e sparisce la legge del mercato, oltre che il processo di globalizzazione nel segno capitalistico. Se l'apertura tarda sicuramente sentirò la storia della punizione fiscale dei consumi di lusso (barche, gioielli, etc.) che penalizza chi lavora in quei settori, con gravi danni akll'occupazione. Poi sentirò del diabolico piano di Soros per fare nera l'Europa. Poi potrei sentire che l'11 settembre non c'è mai stato o che non c'è mai stato lo sbarco sulla luna. Per fortuna ci chiamano in aereo però. Dove mai in Italia potrò parlare di economia reale e vita reale? Ci sarà un posto, un partito, qualcosa in cui discutere nel presupposto che il male non è l'euro o Soros o i migranti, ma l'avere smarrito l'evidenza che stiamo sprecando il nostro prossimo, che stiamo facendo del prossimo cooperante un parassita o un rapinatore? Già rimpiango la Turchia. Almeno lì non capivo i discorsi dei vicini.