lunedì 24 luglio 2017

Il Medioevo prossimo venturo è già arrivato?


"Il Medioevo prossimo venturo" (1971) il titolo di un esercizio di futurologia di Roberto Vacca. A suo tempo mi impressionò e trovai fondata la prospettiva di una crisi del sistema che parte da un piccolo episodio - un incidente aereo - per svelare la fragilità dei sistemi complessi. Dove davvero un piccolo incidente in Usa può avere ripercussioni fatali sul pianeta intero che velocemente regredisce. Forse Trump è quel piccolo incidente. Oggi il combinato disposto di fuoco (criminalità e stupidità umana) e siccità (ancora criminalità e stupidità, seppur in forme più sofisticate) mi fa pensare che potremmo essere nell'anno da cui partirà la datazione del nuovo Medioevo. Eccoci chiusi in casa per non respirare fumi perché nostri adolescenti passano l'estate a bruciare foreste, dopo l'inverno trascorso a bruciare senzatetto o stuprare coetanee. Eccoci a preparare riserve d'acqua a Roma in previsione dell'annunciato razionamento. Grazie alle furbizie sovraniste - Usa e non solo- che distribuiscono al mondo i veleni prodotti per il Pil nazionale, forse si avvicina il momento in cui avremo Pil nazionali alle stelle e potremo comprare al mercato nero l'acqua razionata con euro di cui non sapremo cosa fare.

sabato 22 luglio 2017

Estraneità


Estraneità o forse decadenza personale in contesto di decadenza: con incendi devastanti e rischio imminente di razionamento acqua. Fare cose così senza convinzione. Perché si è sentito dire che i pensionati le fanno. Ricordarsi che vivo in una città con le tracce incomparabili di una lunga storia e in quartiere, Ostia, di turismo estivo e balneare. Ricordandolo, al mattino mi reco ad Ostia Antica e finalmente riesco a visitare il Castello di Giulio II, altre volte trovato inagibile. Prendo un caffè nel borgo antico poco affollato perché tutti sono a mare. A sera mi sforzo di vincere la pigrizia che mi suggerisce di stare sulla sdraio davanti alla TV. E vado in centro. Dove bar e trattorie invadono ogni spazio con decine e decine di tavolini, ogni giorno di più, e i vigili non ci sono o non vedono. Animazione vera pari a zero. Però gran chiasso. Vacanziero? Prima c'era l'arena con film e cabaret. C'erano Arbore e Mannoia in piazza. C'era Apicella, quello di Berlusconi, per il quale - pensa un po' - presi posto in un bar perché volevo sondare dagli applausi che avrebbe ricevuto il consenso del padrone del centrodestra. Ora c'è la Seat che occupa mezza piazza con video, radio privata e cantante trovato chissà dove. Mostra di pittori dilettanti, molto dilettanti. Chiasso. E cumuli di immondizia. Sempre peggio da quando mi sono trasferito a Roma. Proprio il giorno in cui Alemanno conquistava il Campidoglio. Non sono superstizioso, se lo fossi penserei che ho portato sfortuna alla Capitale. Pensieri così. Guardando la bella signora islamica che spinge la carrozzina. elegantemente vestita di rosso, velo compreso, e col cellulare incollato non so come all'orecchio. Guardando bambini di pochi anni che parlano di cose digitali di cui non capisco nulla, proprio come lo stupefatto Montalbano nell'ultimo romanzo di Camilleri. Ed esercitandomi nell'inutile esercizio di immaginare la loro vita quando io non ci sarò.

Elementi per un socialismo vero e liberale


Sono convintamente socialista, nel senso che credo nell'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. E sono convintamente liberale, nel senso che credo nella massima libertà di ogni uomo di evolvere verso il massimo della sua felicità compatibile con il bene pubblico. Non credo quindi nel posto di lavoro assegnato per tutta la vita: perché i lavori cambiano e noi cambiamo. Un po' per questo la mia forma mentis non è molto "sindacale". Non mi piace che il coniuge più debole debba imporre o desiderare la persistenza del matrimonio per paura di restare senza reddito. E del Jobs act non è la libertà di licenziamento che non mi piace. E' l'assenza assoluta di strumenti che accompagnino il lavoratore da un "datore di lavoro" che non ti gradisce e forse non ti è gradito ad un altro. Soprattutto non mi piace che non sia previsto il licenziamento del cosiddetto "datore di lavoro". Per me l'imprenditoria privata è accettabile solo come affidamento o concessione condizionata. Finché mostri di funzionare nell'interesse pubblico. Ci sto pensando intensamente ora, dopo aver letto l'ennesimo esempio di arbitrio padronale. L'addetta al bar, pagata in nero (3,5 euro l'ora), licenziata in tronco dal barista romano perché aveva osato chiedere di poter andare in ospedale per un malore. Era recidiva perché prima aveva chiesto di assentarsi per i funerali dello zio (permesso negato). Ecco, in attesa del socialismo che verrà, questo vorrei subito: la licenziabilità dell'imprenditore. Non la multa, ma la revoca definitiva della libertà di intraprendere e assumere.

giovedì 20 luglio 2017

A proposito dei fatti di Genova


Non ho mai chiamato "sbirro" un poliziotto. Neanche in mente. Solidarizzo con i poliziotti impegnati nell'ordine pubblico. Sono convinto che dovrebbero godere di ben più alta considerazione e retribuzione. Sono molto perplesso anche per quella libertà concessa all'accoltellatore del poliziotto cui esprimo la mia solidarietà e gratitudine. Ciò detto, non ritengo che l'infezione che si manifestò a Genova nei corpi di polizia e fu confermata con Cucchi, Aldrovandi, etc. sia guarita. La notizia che i colpevoli (una parte), scontata la lieve pena, stiano per essere reintegrati nel loro lavoro mi fa gelare il sangue. In ciò peraltro d'accordo con lo scandalizzato Roberto Settembre, già giudice nella Corte d'Appello che giudicò i fatti della Diaz. Con il Jobs act si accetta che anche ottimi lavoratori possano perdere senza colpa il loro lavoro. I poliziotti torturatori invece no. Io non chiedo che non abbiano più lavoro. Chiedo e pretendo che si occupino d'altro: di spalare immondizie o di qualsiasi altra cosa che non li metta a contatto con esseri umani. Lo pretendo in nome della credibilità dello Stato, oltre che per il rispetto dovuto alle vittime.

martedì 18 luglio 2017

La Sicilia dell'oltraggio

Non può esserci un dna siciliano a spiegare tanti eroi, tante vittime e tanti che non so come chiamare. Da dove nasce in Sicilia lo straordinario impegno di tanti al dovere fino a dare la vita fra troppi indifferenti? Da dove nasce in Sicilia il piacere di oltraggiare i monumenti alle virtù civili? Ieri il busto di Falcone. Oggi la stele di Livatino, irriso in vita come "giudice ragazzino" dalla massima autorità repubblicana. Guardo da lontano, come da esiliato, la mia Sicilia e non so davvero se ho voglia di rivederla. A volte sì. Oggi no. Come se avessi repulsione a respirare la stessa aria di quelli che non so nominare


P.S. Aggiungo questa nota a distanza di ore, al risveglio. Ieri ero troppo turbato. Vorrei dire che quelli che non so nominare non sono i mafiosi. Sono quelli che incontrai all'ingresso del condominio dove viveva Falcone. I condomini infastiditi per i capannelli di gente davanti all'albero di Falcone dove erano affissi biglietti di ringraziamento. Sono quelli che chiedevano a Falcone e Borsellino di abitare fuori città per non disturbare col suono delle sirene i vicini di casa e per non metterli in pericolo. Sono quelli che dicevano e dicono che il nemico è lo Stato e che lo Stato è il peggiore estorsore (parole che mi rivolse un gioielliere della mia città durante una ricerca/azione sul pizzo in cui ero impegnato quando militavo nel Pci). Ho la certezza morale che i loro figli siano gli autori degli oltraggi ai giudici assassinati.

lunedì 17 luglio 2017

Bruciare la foresta per farsi un uovo al tegamino


E' una metafora che mi è cara. La uso spesso e da tanto tempo sicché non so neppure se, all'origine, l'autore sia io o chi altri. La uso per esprimere la contraddizione fra piccolo interesse privato e assai più consistente interesse pubblico. Come far crollare un palazzo per fare un'opera di interesse privato, quale la modifica strutturale di una stanzetta. Come costruire un complesso alberghiero per pochi che sottrae il mare ai più. Come mettere in pericolo la pace per fare un po' di soldi con le armi. Come regalare illegalmente appalti miliardari per avere in cambio una inutile terza casa. Etc. Etc. Oggi però la metafora non è solo metafora. Ho il fuoco a Castelfusano non distante da casa. E aspetto con ansia che mia figlia arrivi qui ad Ostia dal centro di Roma. E mio nipote, ospite dei nonni, ha il fuoco vicino, là sul Vesuvio Appunto, un disastro nazionale per un uovo al tegamino: il piacere di dar fuoco o rendere edificabile un'area o trovare lavoro come spegnitore di incendi o cose così. Almeno servisse il disastro come lezione per apprezzare una buona volta il valore della convivenza e dei beni comuni...

sabato 15 luglio 2017

Appunti da una vacanza londinese

So che in quattro giorni non posso aver visto e capito molto. Mi consolo perché neanche in quattro anni avrei visto e capito molto. Ho visitato Londra confrontandola inevitabilmente a Roma e a ciò che conosco un tantino di più. Londra mi è sembrata una metropoli molto vivace, ordinata, dalla bellezza diffusa, con equilibrio fra antico e contemporaneo (vedi i grattacieli avveniristici sullo sfondo della Torre di Londra). La città mi è apparsa particolarmente ricca di una pedagogia nazionale. Vedi le tante statue. di personaggi che hanno illustrato il Paese e fatto l'impero (politici, generali, artisti). A partire da Nelson in Trafalgar square o dai sepolcri concentrati nell'Abbazia di Westminster.

Non ho scorto vistosi esempi di degrado. Comunità etniche integrate e nessun segno di lavavetri, finti lavori e cose così. Abbastanza pulita. Episodio osservato di spirito civico: la signora inglese che rimuove un sacco di immondizia su una aiuola che piega un alberello.
Unico esempio nettamente negativo all'uscita dal British. Stanchi ed affamati ci sediamo ad un ristorante romano lì di fronte: Roma bella. Prendo spaghetti alla bolognese perché mi sembrano meno rischiosi. Ma la pasta galleggia sull'acqua. E il ristoratore romano ci batte uno scontrino da 28 sterline, chiedendoci però 5 euro supplementari di servizio (in nero). Dapprima paghiamo. Poi torniamo indietro: "O ci dà uno scontrino comprensivo di servizio o ci restituisce 5 euro". Ce li restituisce.

Londra: quel che è meglio e quel che è eguale
Meglio i trasporti, come in parte già detto. Ho sempre trovato un posto per sedere, giù o in alto per godere il panorama. Meglio l'assenza totale di banchetti e lenzuolate di cianfrusaglie, come invece a Castel Sant'Angelo o al Colosseo. Solo qualche raro box di souvenir o di noccioline. Meglio la pulizia; rispetto a Roma almeno. Ma qua e là qualche lattina di birra abbandonata c'era. E a sera a Westminster un uomo che orinava dietro una colonna c'era. Assai meno accattonaggio. E solo di senzatetto. Talvolta aggregati in comunità dialoganti con gli altri, con il 99.9% del mondo. Il fenomeno dei senzatetto è uno scandalo permanente della nostra inadeguatezza e della nostra cecità. A Londra, come a Madrid e a Roma.

Le sorprese di Londra: autisti africani, inglesi e cinesi
Riesco a scrivere e a dire qualcosa in inglese, capisco ben poco col mio pessimo orecchio. Peraltro fobie varie sconsigliano mia moglie e me di usare la metro. Bus quindi, oltre che lunghe, faticose, interessanti esplorazioni a piedi . La sorpresa è stata la disponibilità incredibile dei conducenti. Facendomi le mie solite domande nei primi giorni mi chiedo: "perché tutti neri i conducenti"?. Gli autisti mi danno spiegazioni di ogni tipo. Addirittura uno non mi fa pagare il biglietto per lasciarmi al posto in cui prendere il bus giusto. Con la mia mappa mentale propendo che la spiegazione della gentilezza debba essere cercata nel loro essere neri. Ma poi mi capitano autisti bianchi. E sono egualmente disponibili. Correggo il pregiudizio: la gentilezza, straordinaria per uno che vive a Roma, è degli autisti inglesi, non dei neri. L'ultimo giorno però l'autista è una giovane asiatica (cinese, mi pare). Appena apro bocca per chiederle qualcosa mi rimbrotta aspramente e si irrigidisce con lo sguardo fisso davanti. Ri-correggo i miei giudizi: tutti gentilissimi i conducenti a Londra, tranne i cinesi.

Italiani a Londra
Naturale che confronti la Londra che ho intravisto in quattro giorni con la Spagna del mio precedente viaggio di pochi mesi fa. A parte i prezzi, più o meno doppi a Londra, confronto gli umori dei giovani italiani incontrati. Questa è stata davvero una sorpresa. In Spagna (Madrid, Siviglia, Toledo, Cordova e, prima, Barcellona) i giovani, incontrati in bar, ristoranti, ma anche grandi magazzini, si dicevano felici e indisponibili a tornare in Italia. Tutti. A Londra per niente. Erano loro quasi sempre a cercare un colloquio. Paghe buone, di almeno 1.400 sterline mensili (circa 1.600 euro), ma anche 2.000. Ma assoluto scontento. Londra e il lavoro troppo stressanti in sintesi. Caro alloggi e distanze eccessive. "Tornerei a casa, se potessi". Non solo i barman e i camerieri. Anche una professionista del diseign che avvicina me e mia moglie, sentendoci parlare italiano. Ben pagata ma infelicissima. Avrei voluto capire di più. Un altro, incontrato ai magazzini Harrods, aggiunge il suo trauma che mi sorprende. Sente la Brexit come una sberla immeritata. "Mi sentivo londinese, ma non potrò più votare il sindaco della mia città".

Il talento di strada
Happening continui a Covent Garden. Dove, per inciso, ho incontrato la bellezza assoluta di un'araba, fra le poche non velate, forse degli Emirati. Mia moglie, un tantino meno entusiasta di me, ha condiviso. Incredibilmente efficace comunque la prestazione di un artista di strada nei panni di Charlot. Peraltro capace di coinvolgere il pubblico, compreso un talentuoso bambino. P.S. Da inserire nel capitolo enorme dei talenti non adeguatamente riconosciuti e pagati.
Mai visto una fila così lunga per prendere un gelato come a Chinatown. Ho dovuto rinunciarvi. Ma doveva essere squisito a giudicare dai volti di chi lo gustava. A Soho concentrazione di casinò, sale varie di azzardo e massaggiatrici. Ho osato avventurarmi in stradine discutibili ricevendo sorrisi di invito, a dispetto di mia moglie accanto a me.

Sobri segnali del terrore e dell'Islam
Pensavo di trovare molti segnali della strage recente sul ponte di Westminster. Invece solo blocchi di cemento o metallo per prevenire una replica. E pochi messaggi. Forse i più sono stati rimossi o forse i londinesi sono particolarmente sobri. Interessante e - direi - disperato il messaggio del musulmano che professa il suo amore per Gesù.

A proposito di British museum e di musei in genere
Ho dedicato, come da canone, due mezze giornate dei miei quattro giorni a Londra ai due musei più celebri: il British e la National Gallery. Con i sensi di colpa per non visitarli per intero e per non visitare il Tate e altro. Avrei dovuto rinunciare a vagare per Piccadilly o ad assistere agli happening di Covent Garden o al cambio della guardia a Buckingham Palace? Mi sono consolato così: in ogni caso non vedrò mai tutta la bellezza del mondo. Un Tintoretto in più o in meno non cambia molto. Più radicalmente mi sono chiesto: "Ma ha senso questa "abbuffata" di arte, passando dall'antica Mesopotamia a Leonardo da Vinci?". Risposta: "No".

Ritorno a casa
Tornare a Roma dalla breve vacanza londinese è uno choc. Innanzitutto termico. Afa opprimente. Ma è uno choc soprattutto riadattarsi alla logica illogica dei trasporti. Arrivo alle 22.00. Faticosamente individuo lo spazio in cui dovrebbe arrivare il bus per Ostia. In caratteri minutissimi su un foglietto al muro c'è l'orario delle partenze: la prossima partenza sarà fra mezz'ora. Aspetto. Non arriva bus alcuno. Nessuno mi dà spiegazioni. Mi ero abituato male. A Londra gli autisti e chiunque si fanno in quattro per spiegarti. Dovrò rassegnarmi ad un costoso taxi? L'autista di un'altra compagnia finalmente mi spiega che è normale che Cotral, la compagnia di cui attendo il bus, salti una corsa. Infatti prendo la corsa delle 23.30. Cerco di timbrare il biglietto, ma qualcosa non funziona. Non vedo nessuno timbrare. Capisco che non è il caso che complichi la vita all'autista. Avrei preferito pagare il triplo un servizio normale. Rieccomi a casa




I



giovedì 6 luglio 2017

A proposito di migranti e di altro: chi è il mio prossimo e chi decide per lui


Siamo divisi su questo. Il mio prossimo è chi mi è più vicino nel territorio e per sangue o chi ha più bisogno di me, anche se lontano o proveniente da lontano? E decide per il suo bene, se lui non può, la collettività -Stato o la sua famiglia? Antigone o Creonte? Prendo atto che le ragioni del sangue e quelle della famiglia oggi sono più popolari e condivise. Infatti sul caso più emblematico e drammatico di questi giorni i politici, attentissimi ad emozioni e sondaggi, stanno con Antigone. Io no. Sono attento alle ragioni dell'antipaticissimo Creonte. Volevo sobriamente dirlo.

mercoledì 5 luglio 2017

Italexit: in nome dell'umanità, non per qualche euro in più


E' il colmo. Lo so. Ma dovrei postare un “mi piace” a persone lontane da me. Come Juncker che giustamente si scandalizza per il Parlamento europeo deserto quando si parla di immigrazione. Ed è rimbrottato dall'italiano Taiani che presiede la seduta. Dovrei postare un “mi piace” anche al Presidente Inps, Boeri, che dimostra, controcorrente, quanto sia preziosa la risorsa immigrati con i tanti miliardi che sono il saldo fra contributi versati e assistenza fornita agli stranieri. Risorsa per l'Europa in declino demografico e soprattutto per l'Italia che diversamente si spopolerebbe.


Non può piacermi invece l'egoismo – che è di fatto masochismo – dell'Europa tutta. A partire dal deludente Macron, dal governo spagnolo e da quello austriaco. Di sinistra quest'ultimo. Ma in quale senso di sinistra, se minaccia di schierare i blindati al confine? I tempi sono durissimi con sfide prima impensabili. Però la sinistra è senza parole, priva di idee, proponendo pannicelli caldi in rincorsa alle vincenti parole d'ordine della destra. Da europeista convinto porrei un ultimatum all'Europa: o ritrova l'anima o l'Italia va via. L'Italexit così motivata sarebbe cosa infinitamente più seria della futile Brexit, motivata da sciocchezze e calcoli insipienti. Sarei orgoglioso del mio Paese. 

lunedì 3 luglio 2017

Villaggio e la corazzata Potemkin

E' morto Paolo Villaggio. Mi piace ricordarlo perché è stato un comico che mi ha insegnato qualcosa e in qualche modo sollecitato al coraggio. A parte la verità della sua rappresentazione dell'impiegato inerme sotto il tallone del dispotismo del capo e la rappresentazione del conformismo consumistico di cose e valori del ceto medio, a parte ciò, la sollecitazione al coraggio di pensare in autonomia. Memorabile per me in tal senso il grido liberatorio di Fantozzi che, nel cineforum, rompe il rituale del culturalmente corretto: "La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca". A molti amici non piacque quel grido. Come l'apologia dell'ignoranza insensibile all'arte. Come - immagino - non piacesse a Nanni Moretti che detestava Sordi, confondendo a mio avviso la cialtronaggine con la sua rappresentazione. Per me grande Sordi e grande Villaggio. Debbo in parte a quel grido contro il capolavoro di Eisenstein un po' del mio pizzico di coraggio ad uscire dalla logica conservatrice della cultura cui in qualche modo appartengo.

domenica 2 luglio 2017

Seguendo Vasco da estraneo interessato (come quasi sempre)


Ho seguito il concerto in Tv. Non sono pazzo di Vasco come di nessun cantante. A suo tempo mi piacque "Vita spericolata" e qualcos'altro. Mi ha impressionato la partecipazione emotiva dei giovani. Maggiore di quella per una giocata di un campione di calcio, come Maradona o Messi. Maggiore di quella per un leader politico amato: Renzi, Grillo o gente così. Non è un caso che gli arrabbiatissimi contro stipendi e privilegi dei politici o anche di presentatori come Fazio non battano ciglio per i compensi incommensurabili dei cantanti (e anche dei campioni) amati. Ne prendo atto. Immagino che i fan considerino impagabili quelle emozioni e invece farebbero a meno di qualsiasi leader senza dolore alcuno. Seguendo quelle ragazze e quei ragazzi "persi" in Vasco e che conoscevano ogni parola di ogni canzone, ho pensato che il tema d'italiano avrebbe dovuto riguardare Vasco e non Caproni. Mi sono chiesto se ci fosse in Vasco un messaggio e quale messaggio. Non so. Penso di no. Forse semplicemente lasciarsi vivere senza pensare di cambiare il mondo. Una sorta di neoepicureismo, un vivi nascosto (alla politica). L'illusione che intanto la politica che non cambi invece non cambi te. Certamente ci ho pensato. Ho pensato che l'unità e la passione di quei giovani potrebbero rovesciare o raddrizzare questo mondo se solo qualcuno indicasse una direzione percorribile e appassionante.

sabato 1 luglio 2017

Le mie strane contraddizioni


Sono socialista. Non nel senso in cui (non) lo è il Pse. Credo nell'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. E, come primo passo, nell'instaurazione di precisi elementi di socialismo: nazionalizzazione dei servizi e delle produzioni strategiche, diritto effettivo al lavoro per tutti, salvaguardia di ambiente e futuro. Però non amo la testimonianza impotente di nomi e bandiere. Credo nello sporcarsi le mani e nel compromesso necessario. Non vedo leader socialisti attorno a me, in Europa e nel mondo. Tranne forse Corbyn e Sanders. Forse. Perciò finisco con lo scegliere Angela Merkel. La statista Angela Merkel. Che non fa capricci e battutine, che non ammaina il vessillo della Ue. Che tiene il punto con Trump sugli irrinunciabili valori europei. Che sa fare politica. Anche ieri, dopo avere lasciato libertà di scelta ai suoi parlamentari, dicendo: "Io ho votato no al matrimonio gay. Ma è stato un dibattito serio e impegnativo di convinzioni diverse. di cui essere fieri". Insomma,sono lontano da Merkel, ma invidioso della Germania che ha almeno una guida conservatrice di tale livello.E che non ha alternanza, se alternanza significa disfare la sera la tela del mattino. Ciò detto, torniamo ai tweet spiritosissimi e al tifo italiano

venerdì 30 giugno 2017

Macron e Ventimiglia

La narrazione di Macron è affascinante. Per chi ha voglia di essere affascinato. Giovanissimo e con una intrigante love story con l'ex sua professoressa. Ma al dunque della politica non cambia nulla. I cani della gendarmeria francese scagliati per rintracciare i fuggitivi da Ventimiglia al territorio francese. E Macron che alle proteste italiane per l'assenza di solidarietà della Eu, dopo le pacche consolatorie sulle spalle, obietta: "Però l'80% dei migranti arrivati in Italia sono migranti economici, non da guerra". Non serviva Macron per dire questa sciocca ovvietà. Avrebbe potuto dirla anche Hollande o Sarkozy o un banale presidente sposato con una coetanea. P.S. Come spiega molto bene oggi Altan la differenza fra un migrante da guerra e uno economico è che il primo non vuole morire sotto le bombe, il secondo non vuole morire per fame. .

mercoledì 28 giugno 2017

Il braccialetto e il rompighiaccio

Nella mia Italia così impegnata in sofisticate disquisizioni politiche oggi non si trova un braccialetto elettronico come ieri non si trovavano rompighiaccio per liberare i sepolti dalla neve.

Dal tabaccaio

Dal tabaccaio da cui - ahimè - mi rifornisco di veleno debbo mettermi ogni volta in coda per una lunga fila. Non dietro i fumatori, ma dietro pensionate che fanno incetta di "miliardario" e altre cose così. "Me ne dia una da 5 euro e una da 10". Probabilmente pensionate d'oro o con sistema retributivo e che imprecano contro tasse e balzelli. In un angolo appartato quasi tutti uomini che tormentano le macchine mangiasoldi. P.S. Non ho voglia di parlare di politica.

venerdì 23 giugno 2017

Il vocabolario della sinistra che non c'è


Penso che la bussola che indica destra e sinistra sia necessaria. Ma forse non è sufficiente. Se lo è, a cosa dovrei attribuire le differenze fra me e i miei amici, visto che tutti ci diciamo di “sinistra”? Dovrei pensare che qualcuno si inganni su se stesso. Possibile. Magari io sono inconsapevolmente di destra. Sarà per questo che sono piuttosto estraneo al fronte anti-jobs act e anti buona scuola. No, non dall'altra parte, ma propriamente estraneo. Così come sono estraneo al fronte del No. Pur avendo votato No, conservo – confesso - stima per le ragioni di molti che hanno votato Sì. Se non sto a destra forse c'è bisogno di altre coordinate da aggiungere a destra e sinistra. Faccio un esempio che al momento mi sembra il più “duro”. C'è una sinistra che è contro il fiscal compact, è irritata con l'Europa che non ci consente sforamenti. In alcune frange è euroscettica. Crede che occorra stimolare i consumi (di chi?) per stimolare crescita ed occupazione. Su queste tematiche è difficilmente distinguibile dalla destra. Si direbbe quasi che, tolte di mezzo le incompatibilità personali e caratteriali, sia possibile un fronte comune da Salvini a Bersani e anche con quelli che custodiscono falce e martello, passando per Renzi.
Poi c'è una sinistra minoritaria, molto minoritaria, che pare occuparsi d'altro. Del rapporto fra uomini e Terra. Ne ho postato un esempio giorni fa. Jason Hickel evidenzia che la pur necessaria lotta contro le emissioni non è sufficiente a salvare il pianeta. Non bastano le rinnovabili, se le rinnovabili servono a produrre ciò che oggi produciamo. Non bastano se continuiamo con l'agricoltura industrializzata. Non bastano se la competizione riempie il mondo di spazzatura. Serve un nuovo sistema economico-sociale insomma. Ecco, non credo proprio che Jason Hickel perderebbe tempo ad inveire (dal suo punto di vista) contro il pareggio di bilancio. Non credo che chiederebbe bonus per stimolare i consumi . Dico per stimolare i consumi e non per alimentarsi correttamente giacché per la sinistra maggioritaria che condivide molto (o troppo) dei miti della destra le persone sembrano scomparire per diventare funzionari del consumo che darebbe “un po' più di lavoro, un po' più “ come dice un politico di sinistra che non nomino. Oggi l'emergenza idrica che tocca anche l'Italia mentre fa crescere i deserti nel mondo e crescere i fuggiaschi dovrebbe farci riflettere su come calcoliamo le diseconomie del sistema. Ma il sistema è culturalmente attrezzatissimo. Riesce infatti addirittura a parlare di “opportunità derivanti dal terremoto”. Come altre volte ha parlato di “opportunità derivanti dalla ricostruzione post bellica”. Hickel non cita la locuzione “decrescita felice”. Immagino perché consapevole della sua impopolarità. Troppo difficile spiegare che Latouche non intendeva “decrescita” come ritorno all'età della fame endemica e della peste. Alla sinistra minoritaria manca il vocabolario sequestrato tutto da destra-centro-sinistra. Mancano anche a me le parole per definire una sinistra egualitaria che crede al diritto alla felicità di tutti gli uomini del mondo, compresi quelli che verranno.

sabato 17 giugno 2017

Tutto bene, tranne...


Tutto bene per noi che apparteniamo alla società dei 2/3, di quelli che stanno fra ricchezza e non povertà, di quelli che almeno possono farsi una pizza a settimana. Tutto bene tranne:
1. tranne i “maschi” neofascisti che in Parlamento si vantano di fare a botte come ai bei tempi andati
2. tranne l'incapacità di promuovere una classe dirigente mobile, senza doversi aggrappare ad una faccia inventata dal caos e dal caso e che occupa lo spazio vuoto del contenitore politico
3. tranne la subalternità assoluta alla cultura di destra che non è per forza “neoliberismo” ma è: niente tasse. niente austerità (neanche quella equa), debito pubblico a gogò e i criminali italiani prima delle brave persone immigrate
4. tranne la subalternità ai canoni del luddismo difensivo: lavorare meno lavorare tutti, i robot che ci rubano il lavoro e via favoleggiando avendo smarrito la bussola del socialismo (sostituito dal bertinottismo e frivolezze simili)
5. tranne l'impossibilità di garantire a figli e nipoti che, nella folla di garantiti e raccomandati, sarà loro garantito un posto di netturbino se saranno bravi a ramazzare o un posto di ricercatore se saranno bravi almeno quanto Einstein
6. tranne il lassismo che preferisce fingere di non vedere le bottiglie di birra nel raduno torinese e il decisionismo cieco che non sa dare un posto al mondo ai dimenticati e sgombera l'inferno dei campi rom, dimenticandosi però di sostituire i campi con le case e con le scuole
7. tranne l'ultima banda di carabinieri che si vantava di fare come la mafia, torturando, stuprando, minacciando, i neri (un solo arrestato e gli altri trasferiti per torturare altrove)
8. tranne i concorsi truccati per la selezione dei prossimi servitori dello Stato
9. tranne il cattivismo - facebook e non solo – del “tutti infami, tranne me e pochi intimi”
Tutto il resto va veramente bene.

giovedì 15 giugno 2017

La morte sceglie i migliori


Ho pensato questa cosa apprendendo di Gloria e Marco, i fidanzati dispersi nell'incendio del grattacielo di Londra. Dopo Valeria. Dopo Giulio. Dopo quelli scomparsi in Spagna in incidenti di bus. Sembra che la morte scelga i migliori, i più belli, dentro e fuori. Non è possibile, mi dico. Sembra, ma non è possibile, mi dico. O forse sì. Forse muoiono i nostri figli migliori che abbiamo ben nutrito e ben educato. E che vanno via affrontando il mondo. Perché qui non c'è posto per loro. Trovando la morte per la follia terroristica o perché il profitto vuole economizzare sulla sicurezza di edifici, bus e treni. Un pensiero ai genitori e un pensiero diverso a quelli che non si daranno pace per avere sacrificato tante vite per garantirsi una barca o vacanze stellari.

mercoledì 14 giugno 2017

Bisogni e risorse: non si cercano e non si incontrano


Ad Ostia si stanno moltiplicando. Ramazzano i marciapiedi ed estirpano sterpaglie. Raccolgono le cicche di sigarette che si ammassano fra strada e marciapiede. Perché i romani fumano molto e non cercano (non cerchiamo) i rari cestini spegni-cicca. I ragazzi neri si presentano con un cartello appuntato su un badile, accanto al punto in cui tengono il necessario (buste, ramazze,etc.) per un lavoro che nessuno ha chiesto loro di fare. Succede che i lavori più utili non abbiano committenti nella società del libero mercato. Sui cartelli c'è scritto più o meno così. NON VOGLIO CHIEDERE ELEMOSINA. VOGLIO LAVORARE. VOGLIO PULIRE LA VOSTRA STRADA. DATEMI 50 CENTESIMI PER QUESTO LAVORO. Io, a torto o a ragione, non indulgo ad elemosine. Stamani però volevo pagare quei 50 centesimi e magari anche più. Mi ha preceduto mia moglie che è scesa di casa con qualche moneta e buste per i rifiuti. Poca cosa. Francamente ritengo più utile questo post (addirittura!). Ritengo più utile sensibilizzare. So che nel quartiere ostiense gli abitanti di una strada hanno un accordo per la pulizia con un immigrato felice di essere liberato dalla condizione di elemosinato. Insomma raramente serve la carità se c'è l'intelligenza. Quella che ci manca quando vediamo un problema – come i rifiuti e le sterpaglie- accanto ad una risorsa umana sprecata e non riusciamo a fare incontrare il problema con la risorsa. Preferiamo l'elemosina. Mi aspetterei intelligenza sociale dagli amministratori, più che dai miei condomini. Ma chiedo troppo. Intanto, oltre che i pensionati che frugano nei cassonetti e magari (visto poco fa) recuperano compiaciuti un giornale da leggere, si moltiplicano le persone in ginocchio sui marciapiedi con cartelli imploranti o quelli che nei bar ti chiedono 80 centesimi (non perdono più tempo a spiegare, per suggerire l'emergenza, che di centesimi ne servono proprio 80 quanti ne mancano per il biglietto del bus o una fetta di pizza). E si moltiplicano anche i neri davanti all'ingresso dei supermercati tutti con lo stesso cappelletto egualmente vuoto. L'ultimo che ho visto mi ha fatto pensare: “Forse è un informatico, forse potrebbe darmi consulenza per le mie persistenti difficoltà digitali”. Voglio dire che la ramazza può essere il principio e non la fine se sappiamo elaborare un modello di incontro fra bisogni e risorse umane. Rischieremmo di conoscere la ricchezza, smettendo di cercare la ricchezza dove non c'è e di frignare perché l'Europa non ci consente di indebitarci di più. Rischieremmo di conoscere la ricchezza smettendo di dividerci fra due inferni contrapposti: il “fuori tutti” e il “dentro tutti ma che si arrangino”.
P.S. Ammetto: di Macron, Renzi, D'Alema, Pisapia, Grillo non mi cale mica. Meglio parlare d'altro.

martedì 13 giugno 2017

La distanza facebook e i nuovi insulti


Sono sotto il sole del pomeriggio aspettando l'apertura dell'ufficio rinnovo patenti. Faccio un giro del palazzo per ingannare l'attesa. Adesso vicino all'ufficio ci sono due ragazzi. Discutono animatamente con una signora che è nella sua auto lì vicino. La discussione si fa sempre più animata. Non so cosa sia accaduto. Capisco che i due ragazzi debbono avere riso della signora. E non so perché. Capisco che la signora è molto coraggiosa. I ragazzi sono anche robusti. “Noi siamo liberi di ridere quanto vogliamo” E lei scende dall'auto. Diventa più aggressiva. Non c'è nessuno tranne me. Su chi può contare la signora? Su nessuno. I “mortacci tua” si sprecano. Coraggiosa la signora e, tutto sommato, “moderati” i ragazzi. Mi limito a dire: “Basta, salutatevi!”. Non mi ascoltano ovviamente. Noto che comunque tengono una distanza di sicurezza. I bulli sono moderatamente bulli per fortuna. Non più bulli della signora. Poi la situazione sembra precipitare. Succede quando i ragazzi appellano “napoletana” la signora, forse per un accento nella voce. . E quella: “Napoletana sarà tua madre, tua sorella e li mortacci tua”. Diventa paonazza. Temo il peggio. Ma l'ufficio apre e i due ragazzi corrono a prendere il posto superandomi nella fila informale fatta da loro e da me. Anche oggi ho imparato qualcosa, spiando la vita degli altri. 1. I ragazzi si limitavano a un litigio a distanza, stile facebook, semplicemente perché temevano di compromettere qualcosa: forse l'esame di patente. 2. In questa Roma in cui sono immigrato “napoletano” è il peggiore degli insulti.

lunedì 5 giugno 2017

C'è posto: anche a Torino




Quel che è successo a Torino ha più cause. Della prima – la sindrome di panico – si è detto. Poichè quasi tutti i feriti (oltre 1500) sono state vittime dei cocci di vetro delle birre bevute per socializzare in piazza, si cercano ora i responsabili della mancata vigilanza. Prendo la parola solo perché ho in mente un altro colpevole. Si può chiamare “lassismo”oppure “cattivismo” oppure buonismo”, o meglio la futile alternativa fra “cattivismo” e “buonismo” . Comunque si chiami è il contrario della buona integrazione la quale è rigore ed accoglienza cioè integrazione cioè dare ad ognuno un posto al mondo. Ed è figlia della negletta ragione. Il senso comune suggerisce che gli abusivi che “spacciano” bottiglie di birra non ci costino nulla. Nessuno ha osato metterci le mani in tasca (giusta la vulgata antitasse di moda da un quarto di secolo) per dar loro un posto nel mondo. .Destra e sinistra infatti si dividono solo fra il respingerli dal centro storico o il lasciarli fare. Non è all'ordine del giorno l'unica risposta giusta: offrire un lavoro che li renda protagonisti di uno scambio equo fra lavoro vero e reddito. Un lavoro che liberi lavavetri, venditori di rose e di bottiglie di vetro dal bisogno di violare le regole. Eppure – a differenza di quanto ritiene il malsano senso comune – il lavoro disponibile è sterminato come sono sterminati i bisogni umani. Altro che “lavorare meno-lavorare tutti”, altro che “prima gli italiani o i padani o i milanesi”. Altro che le sciocchezzuole che intossicano le menti nel triste esordio del millennio.  

domenica 4 giugno 2017

La competenza ignorata


La competenza di cui si straparla – oggi chiamandola spesso “merito”, ieri “professionalità” - non è quella del cameriere anziano ed esperto che serve a me e a mia moglie il caffè nel locale storico in piazza. Dove si va quando si ha voglia di vedere gente (compreso l'immancabile banchetto 5Stelle) e prendere il sole, se c'è. Sapendo di pagare quattro euro i due caffè per pagare la rendita di posizione del bar. Quattro euro invece che due. Ma non cinque. Invece il cameriere – unico italiano fra camerieri egiziani e slavi – si scorda sempre di portare il resto. Magari fingendo (con se stesso?) che sia una mancia obbligata. Si dà il caso però che io sia contrario alle mance come alle estorsioni. E che mia moglie si innervosisca più di me al ripetersi della dinamica. Sicché ogni volta, dopo aver sperato che a servirci sia il cameriere egiziano o la cameriera slava, se ci serve l'italiano il rito del caffè è avvelenato un tantino. E anche i rapporti coniugali ne soffrono un tantino. Perché, pur ottenendo il resto ogni volta, dopo una o due sollecitazioni, mia moglie trova intollerabile che io le chieda di tornare in quel bar. Dove andiamo sempre più raramente.
La competenza invece è quella della cameriera del ristorante-pizzeria vicino. Affollatissimo. Con i tavoli sempre più numerosi in piazza, oltre che dentro. L'ultima volta ancor prima delle venti a fatica conquistiamo un tavolino. Per del cibo così così, spaghetti e riso entrambi molto al dente. Forse perché i fornelli hanno troppa fretta di cuocere, vista la fila ai tavoli. Però quello strano tipo che son io si sente appagato egualmente. Perché guardo l'efficienza straordinaria dei giovani – ragazze soprattutto- che servono ai tavoli. Ognuno/a che insieme fa più cose: prende ordinazioni, sparecchia il tavolo accanto, fa segno al compagno di lavoro, sorride al tavolo di fronte per dire “arrivo”. Poiché cerco sempre segni d'altro nelle piccole cose, lo spettacolo della passione, della fatica e della competenza giovanile mi sollecita qualche speranza nel futuro. Dulcis in fundo, la ragazza carinissima che più si occupa di noi, scorgendo un attimo di perplessità nei nostri sguardi perché siamo rimasti senza forchette, ci regala un sorriso splendido. “Non vi abbandono” ci dice. Un sorriso e una esibizione di competenza vera che da soli valgono il prezzo della cena.
P.S. Mi capita di chiedermi quanti imprenditori siano consapevoli del valore dei loro collaboratori o anche della loro nocività. Penso siano pochini. Troppo intenti a fare i conti, troppo intenti a cercare il contratto meno oneroso. Insomma non immagino molti imprenditori capaci di valutare la competenza. E neanche il sindacato può farlo. Numeri. Camerieri. Ricercatori. Insegnanti. Tutti accomunati da una qualifica che li fa apparire eguali. Con la stessa qualifica nella scuola uno apre le menti alla curiosità, l'altro le chiude. Con la stessa qualifica uno ti avvelena un ottimo espresso, l'altra ti intenerisce gli spaghetti troppo al dente. Neanche il sindacato può distinguere. Teme, con ragioni inoppugnabili, di dividere distinguendo. Teme che il giovane ricercatore che troverà la soluzione alla malattia più difficile finisca con una paga di trecento euro al mese. Contro i duecento di chi non trova e non cerca niente. Vero. Infatti la soluzione va cercata proprio altrove. Non nelle dinamiche avvelenate del mercato. .

Preparo la valigia per Londra


Direi che Il combinato disposto dell'ennesima strage terroristica e del disastro di Torino (quasi strage) mi angoscia, se non fossi già angosciato da tempo, come molti. Esaurite le parole di condanna e quelle di solidarietà, ribadisco la convinzione che non c'è molto da fare contro il terrorismo ormai endemico e contro il nichilismo che lo genera e rigenera. Si può contenerlo al più con misure di sicurezza più efficaci, sacrificando un po' i sovranismi nazionali in materia. Più radicalmente si può pensare di vincerlo (nei decenni a venire) lavorando ad una cultura planetaria della pace e dell'eguaglianza, una cultura che non appaia e non sia cristiana o occidentale. E' il lavoro su cui si sta spendendo Francesco. Con nessuna garanzia di successo nel tempo e sicuramente non nell'immediato. Nell'immediato l'unica terapia possibile è inscrivere il rischio di morire per mano di un folle che cerca le vergini nel paradiso di Allah nel grosso rischio della vita stessa: gli incidenti stradali o domestici, un male covato nei contesti insalubri, etc. Dirsi che il rischio di morire per un folle è statisticamente minimo. E fare tranquillamente le valigie per Londra (come sto per fare). Sapendo anche che la paura può uccidere più del terrorismo.

venerdì 2 giugno 2017

La timidezza di Rossi, l'arroganza di D'Alema e il salvagente Bersani


So di dare forse un dispiacere agli amici indirizzati, come me (pur senza entusiasmo) a votare Art. 1. Ma è giusto ed utile essere sinceri. Ieri mi è capitato di entrare in crisi seguendo sulla 7 prima Enrico Rossi poi Massimo D'Alema. Rossi alla domanda se ritenesse opportuno nazionalizzare le banche salvate dal danaro pubblico rispondeva con qualche timidezza che no, non pensava a nazionalizzazioni. Pensava semplicemente ad una partnership pubblico-privato. Era chiaro che la parola “nazionalizzazione” lo metteva in imbarazzo. Insomma non ci venga in mente di avere in Art. 1 qualcosa che assomigli troppo al Labour di Corbyn. A Corbyn invece la parola “nazionalizzazione” piace. E lo dice.
Poi ho sentito D'Alema. Diceva cose abbastanza condivisibili. Col solito tono del primo della classe. Un po' come un antirenziano sfegatato che condivide stile e arroganza dell'avversario. Damilano ha osato farglielo notare. Poi, soprattutto ha osato contestargli la famosa caduta di Prodi attribuita alle manovre dalemiane. Mal gliene incolse all'imprudente Damilano. D'Alema gli ha dato seccamente dello stupido. Francamente io avrei lasciato immediatamente lo studio. Damiliano è rimasto invece . Imbarazzato. Molto imbarazzato. Fino a ricevere qualcosa di simile alle scuse. Dico che continuo a non riconoscermi nello stile dalemiano, troppo simile a quello renziano. Si dirà che lo stile non è sostanza. Ma non lo credo. In assenza di progetti davvero radicalmente alternativi, lo stile è quel che ci rimane. E' la condizione per una fase di convivenza in cui si possa confrontarsi e progettare. E scrivere qualcosa di radicale e sensato sulla lavagna bianca. Poi stamattina ho letto l'intervista di Bersani a Repubblica. Altro stile per fortuna e altra concretezza. Meglio che niente per un altro clima. Senza radicalità purtroppo. Ed anche l'ipotetico nome della lista alle imminenti elezioni – Alleanza per il cambiamento – mi appare scialbo e - direi - renziano. Nonché timido come il definirsi di centrosinistra e non chiaramente di sinistra. Di centro-sinistra sono eventualmente le coalizioni che vedono insieme centro e sinistra, come credo volesse dire l'amico Alfredo Morganti in un post recente. Aspetto qualcuno e qualcosa che nomini la parola proibita: “Socialismo”.

Non è colpa di Renzi


Non è colpa sua se è costretto a chiedere ad Alfano il piacere di bocciargli il “suo” governo. Per convenzione un partito non può bocciare il suo governo. Ma è una convenzione insensata. Perché mai il PD non dovrebbe volere un governo sempre suo ma diverso, con il segretario, ristabilito, nuovamente al comando? Dicono che non giovi all'Italia andare a l voto. Ma questo è opinabile. Sempre è opinabile il rapporto causa /effetto nelle azioni politiche. Forse con Letta avremmo avuto un'Italia meno distante dall'Europa. O forse il contrario. L'unica cosa certa è che più di un milione di votanti alle primarie ha scelto Renzi. Si ascolti la loro voce. Non la voce dei cinque o sei o più milioni di dispersi a destra e manca. E finalmente superiamo le stupide convenzioni che costringono a comprarsi un killer mentre si potrebbe dare una esplicita buona morte.    

domenica 28 maggio 2017

The Dinner: di chi sono i nostri figli


Invece (a differenza di Get out che è piaciuto a tutti tranne che a me) mi è piaciuto è mi ha preso The dinner. E' il terzo film tratto dal romanzo Het Diner di Herman Koch (2009).  scritto e diretto da Oren Moverman, con protagonisti Richard GereLaura Linney Steve Coogan e Rebecca Hall. Il secondo è stato “I nostri ragazzi” che l'amica Paola Bernardi ci aveva invitato a vedere e che ora mi incuriosisce di più per un confronto. Le trasposizioni cinematografiche suggeriscono che il tema inquieta le nostre coscienze. Al centro della cena lussuosa offerta dal politico in rapida carriera (Gere) c'è un “incidente” che rischia di distruggere la vita dei quattro commensali e degli adolescenti coinvolti. Gli altri sono il fratello mentalmente labile di Gere (Steve Coogan, bravissimo, anzi il più bravo) e le mogli dei due uomini. In quanto padri e in quanto madri, ma anche in quanto mogli e mariti. Credo che l tema inquieti perché sappiamo bene che i nostri figli non sono più figli nostri in questo malato esordio del ventunesimo secolo. Non c'è attenzione e intenzione educativa che possa rassicurarci. E non basterebbe neanche quella alleanza educativa fra famiglia e scuola spesso auspicata, ma sempre più fragile. Perché – credo – i nostri figli sono figli soprattutto di questi tempi,.di esempi mancati, di prospettive incerte, di assenza di merito, di maestri incontrati in rete. Figli del Caso. La cronaca ci ripropone di frequente l'emergere di questi alieni, bulli o assassini. E quasi mai troviamo spiegazione. Al più ci consoliamo ricordando giovani di un altro pianeta: come Valeria Solesin e Giulio Regeni. La mia opinione franca e minoritaria è che l'istituzione famiglia non sia solo malata, bensì moribonda. In quale senso amiamo questi nostri figli? Normalmente nel senso dei tifosi che non vogliono che ognuno abbia il suo; vogliono la propria squadra vincente comunque. Vogliamo che il giocatore falloso, se della nostra squadra, la faccia franca. La domanda è se questo serva al giocatore falloso e ai nostri figli. E' la domanda che diventa centrale durante la cena. E' spiazzante che a porla sia l'antipatico politico, antipatico come i politici oggi. Spiazzante perché solo lui per un attimo ha chiaro che per il bene dei figli, i figli non debbano essere “protetti”, ma debbano pagare. Per un attimo. Poi la vita con la sua complessità e il groviglio delle convenienze personali ha il sopravvento. Purtroppo.






venerdì 26 maggio 2017

Nostalgia e masochismo


E' inevitabile. Molti artisti per noi sono personaggi legati ad un tempo finito, assai più breve della loro vita intera. Non so voi, ma io provo qualcosa di sgradevole e amaro quando Carlo Conti ci ripresenta quelle facce così cambiate. Così poco fa, sfuggendo alla politica e a Carminati proposti in TV, ho rivisto Karen Lynn a 40 anni di distanza di quella "Febbre del sabato sera" di cui fu protagonista con Travolta. Conti sviluppa la sua operazione nostalgia. Io guardando Karen Lynn, irriconoscibile, scendere incerta e malferma le scale ripide dello studio, sento che sto compiendo su di me una sorta di operazione masochistica. Forse passo a vedere il seguito delle gesta di Carminati.

mercoledì 24 maggio 2017

Una domanda irriverente


Vedo in diretta TV l'incontro fra Francesco, Trump e il suo seguito. Trump sorridente e Francesco un po' imbronciato. I due non potrebbero essere più diversi. Il sovranista contro l'internazionalista, quello dei muri contro quello dei ponti, l'ecoindifferente contro l'autore di "Laudato si'", l'enciclica sull'ambiente e il mondo casa comune. Enciclica che il Papa regala a Trump. E sembra una provocazione. Fra il serio e l'imbronciato dunque Francesco. Che però si illumina quando Trump gli presenta moglie e figlia, così eleganti. Una domanda irriverente: un Papa può non essere indifferente alla bellezza femminile?.

25 anni dopo: pensando all'inconsapevole complicità


Ho seguito in TV il 25esimo anniversario di Capaci. Soprattutto a sera nella complicata trasmissione di Fazio. Che dire? Credo che sia stato tutto utile per ripassare qualcosa e per trasmetterla ai figli che non c'erano. Non ricordavo esattamente il numero delle conclamate vittime di mafia. Ora so che sono più di 900. Non ricordavo bene la storia della ragazza di famiglia mafiosa che denuncia la mafia e poi si suicida. Al di là del ragazzino sciolto nell'acido, non ricordavo i particolari delle vendette sulle famiglie dei pentiti, famiglie sterminate. Utile ricordare. Utile riconoscere che quelle morti illustri – Falcone, Borsellino e tanti altri - non sono stati inutili. In qualcosa però non riesco a riconoscermi. Non mi piacciono le reiterate allusioni alle complicità dello Stato. Allusioni troppo vaghe, senza nomi. In generale sono fra i pochi che non credono ai complotti. Sarà grave, ma preferisco dire come la penso. Penso che la mafia di quegli anni aveva una capacità stragista senza eguali. Penso che non tutti gli avversari di Falcone e Borsellino fossero in cattiva fede o complottisti. Penso che molti credevano ai rischi di una gestione centralizzata della lotta alla mafia. Col senno di poi sbagliavano. Ma non erano necessariamente complici consapevoli di Riina. Al più alcuni riuscivano a credere che fosse istituzionalmente corretto quanto conveniva alle loro carriere. Alcuni coltivavano umane invidie. Ma non riesco a credere a tavoli complottisti fra mafiosi e premier di governo o cose simili. Credo di più alla viltà. Credo alla paura di esporsi. Credo a patti silenziosi o impliciti fra politica e mafia, nel segno della convenienza, patti così impliciti e negati a se stessi da consentire a uomini delle istituzioni di guardarsi allo specchio. Credo al coraggio di Falcone e Borsellino. Credo alla straordinaria complessità della Sicilia in cui vivevo. Con i condomini di via Notarbartolo, dove Falcone abitava, che scrivevano lettere alla stampa lamentandosi per la loro vita disturbata dalle sirene della polizia e proponendo che i magistrati abitassero in villette fuori dal centro. Mi è capitato di verificare personalmente i segni di quella ignavia impudente. Quando visitai l'albero di Falcone, con tanti biglietti di ringraziamento per il suo sacrificio. C'era tanta gente davanti al condominio . Mia figlia che era con me e stava per iscriversi alla Sapienza di Roma pensò per un attimo che se la Sicilia era quella davanti all'albero di Falcone, poteva restare a studiare in Sicilia. Ma la Sicilia non era solo quella. Una signora elegante si fece largo fra la gente per entrare nel portone del suo condominio. Lo fece indispettita, sbuffando. La Sicilia era anche questo. Come era la folla enorme e indignata che rompe i cordoni della polizia davanti alla Chiesa in cui si celebrano i funerali perché vuole onorare Borsellino e inveire contro le istituzioni sentite come complici. E stringe in una morsa pericolosa Scalfaro, capo dello Stato. La Sicilia che ricordo era tante cose in un conflitto tragico sconosciuto altrove.

martedì 23 maggio 2017

Lettera aperta all'aspirante terrorista


Debbo farti una rivelazione: non ci sono vergini prosperose ad attendere in paradiso i martiri. Per inciso: e se un martire preferisse le magre? Se sei una donna, sei doppiamente fregata. Non hanno previsto uomini vergini ad attenderti, ammesso che possano interessarti.
Ma sono convinto che neanche tu credi a queste invenzioni. Fingi di crederci perché non sai cosa fare della tua vita inutile. Come quei ragazzi, qui in Occidente , che non credono in Allah, ma credono nei selfie. E si suicidano per immortalarsi in un selfie. Tu e loro non credete nella vita. Vi uccidete e uccidete ragazzini perché scegliete le cose facili. C'è invece qualcosa di affascinante da fare al mondo, difficile e impegnativa; darsi e dare felicità. Unisciti al partito della ragione e della giustizia.

Manchester e Capaci


Giorno del ricordo, del dolore, della speranza e del buio assoluto. E' vero, la mafia si può sconfiggere, come diceva Falcone e ricorda Mattarella. Richiede "semplicemente" che inventiamo una nuova politica: educazione vera, rivoluzione legalitaria, inflessibilità sul familismo ed il particolarismo che l'alimenta, giustizia sociale ed un posto ad ognuno nel mondo. Difficilissimo, ma possibile. L'infezione terroristica e nichilista invece no. Non sappiamo neanche da dove cominciare. La seduzione della morte, inflitta agli altri e a se stessi, appare contagiosa e irresistibile. Dall'Isis ai giovani che giocano a suicidarsi, immortalati da un selfie. Un grazie ancora a Falcone, Borsellino e a quelli che con la morte diedero un senso alla loro vita. E un abbraccio sconsolato ai familiari delle giovani vittime di Manchester. Non so dire altro.

lunedì 22 maggio 2017

Io tra gli alieni che consumeranno le ultime briciole


Sedendomi col mio amico ai posti assegnati al cinema mi viene il dubbio che disturberemo con le nostre teste due ragazzine sedute dietro. Chiedo loro se sia il caso che ci spostiamo. Ma rispondono qualcosa di incomprensibile. Sicché restiamo ai posti assegnati. Poi arriva dietro di noi, una coppia, un ragazzo e una ragazza. Man mano che il film procede la mia delusione cresce. “Scappa – Get out” aveva la stellina di “imperdibile” dai critici di Repubblica. Direi sarebbe stato meglio se lo avessi perso. Intanto mi arrivano sulla schiena ripetuti calci dalla ragazzina dietro di me. E mi giungono commenti e suoni dagli iphone. Ogni tanto mi giro e torna un po' di quiete. Ma accade anche che girandomi indietro per poco non sbatto il viso su uno scarpone. E' quello di un prestante giovane di cui scorgo solo il braccio supertatuato, oltre lo scarpone incombente sullo schienale alla mia sinistra. E' quello arrivato con la sua ragazza. Immagino che così dimostri alla partner che lui se ne infischia del mondo e delle convenzioni degli adulti. Poi quello abbassa lo scarpone. Per fortuna perché mi immaginavo litigare con lui, naturalmente sconfitto dalla prestanza giovanile. Usciamo, io deluso del film e deluso per tutto. Una coppia amoreggia fuori dal cinema. Senza troppo impegno, come spesso vedo succedere. Tanto è vero che lui vedendomi accendere una sigaretta, interrompe quello che una volta si chiamava "petting" e mi viene incontro chiedendomi: "Ha una sigaretta?”. Rispondo no. Gli alieni, prossimi padroni e consumatori del mondo, non avranno la mia paghetta.

domenica 21 maggio 2017

Il grande distrattore


Sono insofferente alle battutine su temi seri che riguardano la vita e la disperazione di tanti, di troppi: il reddito e il lavoro. Se mi limito ai numeri Renzi non ha fatto particolari disastri in materia economica e di lavoro. Non sono cresciuti i disoccupati. Forse sono un tantino diminuiti. Al prezzo di costosi incentivi. Il punto è che l'occupazione e il reddito sono cresciuti in Italia meno che nel resto d'Europa. In compenso è cresciuto il debito pubblico. Quindi evidentemente siamo passati dal – 0, qualcosa al + 0,qualcosa per l'onda lunga della ripresa mondiale ed europea. Il differenziale con l'Europa e col mondo in termini di Pil ed occupazione è allora il differenziale fra il sistema Italia (classe dirigente compresa) e gli altri. Renzi sostanzialmente non ha fatto né più né meno di quello che avrebbe fatto il “sereno” Letta. Dal mio punto di vista l'avversione a Renzi è motivata proprio da una narrazione estenuante sul NULLA dei suoi risultati. Ovvero su una narrazione che è servita come arma di distrazione di massima , impegnando le energie di tifosi di qua e di là che avrebbero dovuto spendersi ben altrimenti. Questo è imperdonabile.

Fra padella e brace


Così Renzi ora proclama: “Il reddito di cittadinanza devasta l'art. 1. della Costituzione. Noi siamo per il lavoro che è dignità, non per l'assistenzialismo”. Quasi d'accordo che il reddito di cittadinanza dia meno dignità del reddito da lavoro. “Quasi” perché una mezza verità è di fatto una bugia. Innanzitutto perché il reddito di cittadinanza dà comunque più dignità che non l'assenza di reddito e il dormire sotto i ponti o in auto. In secondo luogo perché i progetti di reddito di cittadinanza che conosco a partire da quello 5Stelle prevedono lavori socialmente utili, come corrispettivo del reddito. In terzo luogo perché “essere per il lavoro” non significa tifare per il lavoro. Significa realizzare lavoro. Grlllo risponde con poca efficacia e chiarezza: “Nessun assistenzialismo, vogliamo che vinca l'intelligenza sulla stupidità”. Il mio sospetto è che Grillo consideri una appendice di poco conto ciò che nello stesso programma 5Stelle dovrebbe accompagnare il reddito di cittadinanza ovvero le politiche attive del lavoro. In sintesi sono assolutamente insoddisfatto delle futili battute renziane, ma abbastanza insoddisfatto anche della risposta grillina. Se poi voltiamo pagina e parliamo di Europa o di immigrazione il mio pollice verso riguardo Grillo si fa netto. Fra lui e Renzi non so bene dove sia la padella e dove la brace. E la terza via è quasi invisibile. Ancora.

venerdì 19 maggio 2017

A proposito di Prodi e di altro


Sentire ieri Prodi a Otto e mezzo ha dato conferma ad alcune mie convinzioni. Ad esempio che non dovevo considerare "nemici" tutti quelli - politici e no - che, come Prodi, Napolitano, Letta, Benigni, Scalfari, etc., si erano espressi per il Sì. Il corollario era che non giova erigere frontiere, ma piuttosto aspettare, pazienti col dialogo, il ritorno del figliol prodigo. Prodi, come prima Napolitano, ha contestato duramente la personalizzazione di quel referendum, additandone la responsabilità a Renzi. Peraltro anch'io, come molti, ho votato convintamente No più per arginare il mito catastrofico dell'uomo solo al comando che per la convinzione che tutto fosse sbagliato in quella disorganica ed eterogenea proposta di riforma. Ho annotato poi una risposta convinta ed argomentata di Prodi a Gruber. La conduttrice chiedeva se la "cattiveria" che Renzi si era autoattribuita potesse essere una qualità in politica. "Assolutamente no" ha risposto Prodi.La "cattiveria" è nemica della capacità di comprendere e di includere. E' la caratteristica degli "escludenti". Penso che Prodi volesse dire che la cattiveria escludente è incompatibile con una vocazione maggioritaria. Che io interpreto come intenzione di rispondere ai bisogni di tutti, pur a partire dai bisogni degli ultimi. Non già come imbroglio legislativo che consenta ad una minoranza di prendere tutto. P.S. Chiarisco che stimo Prodi, Veltroni, Letta e molti altri che non saranno mai i miei leader. Il punto è che mi sento socialista o forse comunista, ma non riesco a trovare leader stimabili che si autodefiniscono socialisti o comunisti. Scelgo quindi senza entusiasmo quelli che comunque penso non farebbero affondare la zattera comune. In attesa di un timoniere (collettivo) che ci faccia cambiare direzione

mercoledì 17 maggio 2017

La politica del bar dello sport e delle comari




Una volta era una cosa seria. Accompagnava e produceva progresso e tragedie. Oggi non c'è o e una cosa ridicola. Fatta di lazzi e smorfie. Impregnata della logica del tradimento come nelle invettive del bar dello sport. Chi era nella tua squadra ieri, come un Higuain, lasciando la squadra è un reietto. Chi era al confine estremo del tuo perimetro e con un saltino ne esce per elaborare la propria autonomia diventa distante anni luce, più di quelli che stavano e stanno in un pianeta distante anni luce. Le bandiere delle appartenenze, come la bandiera d'Europa, si alzano ed ammainano a capriccio. E poi “fidatevi di me”, “quello ce l'ha con me”, “l'altro pure perché non gli ho dato il ministero”.
“Che noia, che barba, che noia” diceva l'indimenticabile Sandra Mondaini.

 I costi discreti della politica appaiono più intollerabili dei costi abnormi dello spreco umano dell'inoccupazione. Oggi si può irridere a chi tenta di inserire un gettone nello smartphone e domani, egualmente e al contrario, alla democrazia digitale. La politica diventa mera esibizione simbolica: quattro soldi dello stipendio del politico per finanziare l'un per mille o centomila delle piccole imprese o scopare una strada fra flash di fotografi, lasciando irrisolto il problema della igiene cittadina. E rispondere all'esibizione con esibizione di orrida oscenità (Libero). Come nei discorsi di soli uomini o di sole donne. Oggi propendo per l'astensione.   

lunedì 15 maggio 2017

Ieri sera parte seconda: gli antipatici talvolta efficaci


Poi, ieri sera, dopo Veltroni e la cena, ho ho seguito "Operai" dell'antipaticissimo Lerner. Bello il servizio. Prima le interviste ai paria del lavoro di quest'epoca. A partire dai lavoratori e dalle lavoratrici (soprattutto) impegnate in cooperative di pulizia. Racconti di lavoro sottopagato (3 euro l'ora), di spezzoni di lavoro sommati (4 ore qui, 3 ore lì, etc.), di una lunghissima giornata di lavoro, spesso donne unica fonte di reddito in famiglia. Lerner ha seguito quelle donne fin nell'impegno di pulizia dei water. degli uffici. Opportunamente giacché il senso del servizio era largamente questo: sono meno retribuiti i lavori più sgradevoli. Curiosamente molte interviste si aprivano col sorriso delle intervistate forse gratificate dall'improvviso protagonismo e si concludevano con lacrime. Come se, raccontandosi a Lerner, le addette alla pulizia si accorgessero improvvisamente della propria condizione di infelicità. Ho interpretato il servizio come una denuncia della follia del mercato del lavoro. Sia perché il mercato non può che punire l'offerta abbondante dei lavori meno qualificati e più sgradevoli e penosi. Sia perché premia e punisce lo stesso lavoro a seconda del territorio in cui è praticato. Oltre alle donne addette alle pulizie si intervistavano badanti. Una raccontava di avere lasciato soli in Romania figli minorenni e di averli rivisti dopo tre anni. Un'altra incredibilmente raccontava che aveva scelto di fare la badante in Italia lasciando la madre in Romania accudita da una badante romena. Insomma viveva col differenziale retributivo fra badante in Italia e badante in Romania. Poi il confronto con i "privilegiati" (virgolette, virgolette) operai di Luxottica. Che non puliscono water ed hanno contratti quasi sempre stabili. E che però hanno dovuto accettare lo scambio (inutile dire "ricatto" perché il ricatto è sostanziale nello scambio fra più forte e più debole) di anticipare alle 5 del mattino l'apertura in cambio della rinuncia a delocalizzare. Riflessioni? Quel che volete. La prima per me è l'esigenza di un internazionalismo sindacale.

Ieri sera: Veltroni come terapia dell'inclusione


Ieri sera, stremato da conflitti sulla mia pagina aperti da un innocente resoconto del mio viaggio in Spagna, mi sono rifugiato su Rai 3 dove ho seguito prima Walter Veltroni intervistato da Fabio Fazio, poi "Operai" l'inchiesta in più puntate di Gad Lerner.
Veltroni presentava il suo nuovo film inchiesta "Indizi di felicità". L'ho ascoltato interrogandomi sulle ragioni della mia antica e perdurante "simpatia" per lui. Simpatia che prescindeva e prescinde dal consenso su specifiche linee politiche. Probabilmente agisce in me una convinzione latente sulla futilità della politica praticata, in assenza di grandi opzioni. Perciò in definitiva prediligo un politico più per la sua paideia sottesa (idea del mondo), più per la “musica” del messaggio che per i cosiddetti “contenuti”. Anche perché ritengo che quella “musica”, quella emozione possa produrre alla fine o distruggere totalmente la convivenza. Perciò percepisco totalmente lontano da Veltroni il presunto epigono Renzi la cui musica mi infastidisce e mi annoia. Ieri percepivo chiaramente ancora una volta che Veltroni è un uomo intero e non un mestierante della politica. Capace di transitare da una dimensione all'altra. Problematico e inclusivo a differenza del mitico rivale D'Alema. Peraltro ieri Veltroni ha ribadito con convinzione la radice sociale della felicità. Che è incompatibile con l'infelicità del prossimo. Toni simili a quelli di Francesco e anche a quelli del Bersani più incisivo di anni fa che diceva: "Sinistra è sapere che non si può star bene se gli altri non stanno bene". Vedrò il suo film fra poco in uscita.
P.S. Ovviamente, conoscendo la composizione variegatissima dei miei amici fb so bene che i simpatizzanti per Veltroni sono una minoranza. Quietamente me ne faccio una ragione.

domenica 14 maggio 2017

Vacanza in Spagna. Vacanza dall'Italia e dalla rete. Sopravvissuto.


Vacanza di 9 giorni: Siviglia, Cordova, Toledo, Madrid. Vacanza facile perché fra cugini. Simili ma non eguali. Loro più fiduciosi. Più vivaci. Meno depressi. Con tasso di crescita più alto del nostro. Primatisti - apprendo- nelle manifestazioni di piazza. Incontrati più italiani inseriti del previsto. Camerieri e titolari di bar e ristoranti, ma anche giovani in altri impieghi stabili. Nessuno purtroppo pensa di tornare. Molte manifestazioni di fede. Molti happening in strada: musicisti, flamengo, mimi. Molto turismo: troppo. Convivenza gomito a gomito fra consumatori di tapas e diseredati: mendicanti, senza tetto. Confronto fra le due capitali, ancora una volta improponibile, riguardo pulizia e trasporti. Posterò alcune delle mie mediocri foto. P.S. Dalla lettura del Corriere, unica finestra sull'Italia, apprendevo di quel tale che si diceva dispiaciuto dei bambini rom dati alle fiamme a Roma, ma aggiungeva che gli sarebbe dispiaciuto di più se fossero stati italiani. Poi ho letto di Serracchiani per la quale lo stupro commesso da un immigrato è più grave di quello commesso da un italiano. Interessante, diciamo. Avanti, o meglio, indietro tutta.

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