martedì 19 settembre 2017

Diritto a sinistra


Faccio fatica a seguire il dibattito a sinistra del Pd. Non capisco alcune cose. Non capisco perché si parli di partito o lista di centrosinistra. Ma il centro o il centrosinistra non c'è già? Alfano, Pd o giù di lì? Forse si vuole rassicurare che non sarà una “cosa rossa”. A me, da radicale ragionevole, pare che la “cosa” debba dichiararsi ed essere di sinistra. Dire e proporre cose chiaramente di sinistra. Puntare a prendere tutto (vocazione maggioritaria?) e, se non si prende tutto, allearsi responsabilmente con i meno lontani per governare. Soprattutto a ragione di una legge elettorale proporzionale. Non credo che i cittadini sentano bisogno di una forza moderata (nel senso di scolorita). Non credo che si vinca al centro. Credo si possa vincere con parole d'ordine forti: quelle che possono mobilitare precari ed esclusi. Io oserei dire: “Nessuno sia più sprecato”. Tutti al lavoro, con la leva pubblica. Tutti. Per rispondere ai bisogni del Paese che sono sterminati: l'istruzione per tutto l'arco della vita, presidi sanitari capillari, cura degli anziani e dei meno dotati, officina nazionale di restauro della bellezza italiana, prevenzione dei disastri ambientali con messa in sicurezza del territorio. Parlerei di introdurre, con il lessico di Enrico Berlinguer, “elementi di socialismo”. Magari chiamerei “Democrazia Socialista” la formazione che aspira a cambiare davvero il Paese.
Direi questo: da realizzare in una legislatura o almeno da avviare inequivocabilmente in una legislatura. Non perderei fiato in un antirenzismo ormai inutile e di maniera. Né direi pavidamente, come qualcuno a sinistra fa: “un po' di questo e un po' di quello”, un po' di consumi, un po' di lavoro in più. Gli esclusi non si consolano perché c'è un escluso in meno (e domani nuovamente uno in più), se restano nella quota sfortunata e non c'è la certezza che si va nella direzione “disoccupazione ed esclusione zero”. Direi chiaramente come si acquisiranno le risorse, a partire da una fiscalità a forte progressività. Non direi parole stupide ed acide come “anche i ricchi piangano”. Sorriderei ai ricchi spiegando che toglieremo loro l'adipe superfluo e malsano e saranno più felici in un Paese non più frustrato, impotente e incattivito. Dovrei annunciare anche le cose ovvie che si promettono e non si fanno. E che infatti è difficile nominare: lotta agli sprechi e ai privilegi, non solo dei benedetti politici, ma nelle Università, negli Ospedali, nelle nomine e nelle consulenze. Cose che non si fanno anche perché la competenza e la passione alla guida di progetti sono normalmente surrogati da trame amicali, spiegherei. Infatti facce credibili servono, soprattutto in una fase di transizione in cui l'identità partitica deve faticosamente riconquistare credibilità. Facce e parole con la bussola visibilmente orientata a sinistra.

sabato 16 settembre 2017

Nessuna paura della verità


Io mi sento antirazzista, malgrado...Ripudiando come cosa sciocca il razzismo (oltre che spesso criminale), non avverto alcun bisogno di nascondere agli altri e a me stesso la verità. Non mi salta in mente di partecipare ai giochi gladiatori fra chi vuole linciare livoriani e neri violenti e stupratori e chi obietta che i due celebri carabinieri non sono migliori. Non mi salta in mente di rilanciare le statistiche che spiegano che la violenza è più italiana che straniera. Perché in percentuale è più straniera che italiana. Sono razzista se penso che essere stranieri deprivati di diritti e servizi espone maggiormente al rischio di diventare criminali e stupratori? Sono razzista se sono propenso a credere che con maggiore probabilità fossero stranieri gli sconosciuti inseguiti entro il cortile del mio condominio stanotte e che fosse straniero senza casa e diritti lo sconosciuto che giorni fa ha lasciato sgradevoli tracce biologiche nei pressi della mia cantina? Lo escludo. Sarei razzista se pensassi ad un dna specifico dei migranti. Sarei razzista se pensassi che i neri non sono integrabili. Invece credo alla educabilità di ogni essere umano. Sarei stupido però se negassi l'evidenza. Non è negando l'evidenza che la sinistra e la visione di un mondo di eguali possono essere vincenti. Negando l'evidenza semplicemente si diviene non credibili. Questo penso nel mio esercizio di igiene mentale.

Democrazia e disarmo nucleare

Premetto che detesto i dittatori, soprattutto i figli e nipoti di dittatori come l'incredibile Kim Jong-un. Li detesto più dei presidenti da operetta eletti da una democrazia che si dà come un numero al lotto un Trump voluto dalla minoranza degli americani fortunosamente distribuiti negli Stati Usa.
Ciò detto, se il mondo non esplode domani, impieghiamo queste ore per pretendere il disarmo atomico generale subito. I trattati di non proliferazione non bastano più a salvare il mondo. Non sono credibili. Non è credibile il "noi sì, tu no". Dopo le litigate sul nulla assoluto, impariamo la democrazia e chiediamo l'impossibile. Il realismo ci ha condotto alle soglie del disastro.

venerdì 8 settembre 2017

Quale militanza


Nella ricerca di un ruolo minimo ma decente nel confronto civile, parto dall'assunto che sono inadatto alla politica. Assolutamente inadatto alla politica del tempo presente e comunque abbastanza alla politica in genere. Credo di aver capito che in politica non si possa essere sinceri, non troppo almeno. Se si sposa una causa o si sposa un leader (che oggi sostituisce la causa), militando, non è pensabile tradirla o tradirlo dicendo in pubblico che il leader sta sbagliando in qualcosa. A meno che non si tratti di un dettaglio da niente. In tal caso riconoscere l'errore serve ad essere più credibili. Viceversa non si può mostrare apprezzamento per qualcosa dell'avversario. Direi addirittura che non si può pensare - e non solo dire - alcunché di divergente. Perché senza intima convinzione è troppo difficile convincere simulando. Alcuni sono bravissimi ad auto-convincersi. Io no.
Ieri a In Onda sentivo Giorgia Meloni. Il Ministero dell'Interno aveva diffuso dati sull'incidenza degli stranieri nella criminalità a sfondo sessuale. l dati dimostrano che delinquono più gli italiani. Bella scoperta, osservava Meloni. In proporzione alla popolazione i delitti degli stranieri immigrati (nordafricani in particolare) sono assai più numerosi. Inappuntabile. Non mi distinguerei da Giorgio Meloni su questo. Anche se i miei amici e compagni di sinistra – i militanti – mi rimprovereranno. Mi distinguerei e mi distinguo da lei sulle cause e sui rimedi. Ecco, penso che alle spalle della politica militante qualcuno debba esercitare studio e ricerca per contribuire ad un progetto credibile di governo. Senza timore di recepire frammenti di verità dell'avversario.
Il giorno prima, ancora sulla 7, Bersani, che mi è simpaticissimo e che probabilmente voterò in assenza di meglio, diceva cose popolari ma per me inaccettabili. A proposito della rivoluzione informatica e robotica che sottrarrebbe lavoro. La proposta conseguente sarebbe ridurre gli orari di lavoro. Vecchia storia luddista. Sembra evidente. Ma è una balla per me. Se fosse vero che il progresso della tecnica produce disoccupazione, dalla prima rivoluzione industriale ad oggi l'occupazione sarebbe del dieci per cento, se non zero. La tecnologia sposta l'occupazione da un settore ad altri nuovi. E' importante riconoscerlo per una sinistra radicale, ma responsabile e di governo. Si rischia diversamente l'impoverimento generale in cambio di niente. Per me la soluzione è il Socialismo, non il luddismo. Tutti al lavoro (che è non è una torta standard da dividersi in competizione, ma è smisurato, con tante cose da fare, con tanti bisogni cui rispondere). E governo collettivo delle tecnologie.
Ho fatto due esempi. Discutibili. Non sono gli esempi il punto. Il punto è però quel che prima suggerivo. Alle spalle della militanza e del tifo politico serve un impegno della ragione. Serve militare nella produzione di un nuovo sostenibile senso comune, oggi purtroppo impensabile. Preferirei dedicarmi a questo piuttosto che agli applausi a Bersani o Pisapia. Peraltro penso che ci avviciniamo alla democrazia reale quanto più si accorcia lo spazio fra ciò che sentiamo vero e ciò che è utile dire.

sabato 19 agosto 2017

La quiete dentro la tempesta


Si doveva andare al caffè in piazza, a sentire musica e guardare gente. Solo che mia moglie scopre delle macchie sul tetto in soggiorno. Infiltrazioni d'acqua? Io che ho fama immeritata di pessimista ipotizzo il meglio invece. Forse sono ombre proiettate sul tetto. Ombre cui prima non avevamo fatto caso. Ombre di vasetti o oggetti vari sparsi per i mobili. Spostiamo dunque vasetti e oggetti vari. Ma le ombre non si spostano. Per forza, sono infiltrazioni d'acqua. Panico. La condomina sopra di noi è in vacanza. Non abbiamo il suo numero di cellulare anche perché siamo in pessimi rapporti con lei. Infine troviamo l'amministratore del condominio. Spiega che i pompieri non aprirebbero l'appartamento per un motivo simile. Sono le 21.30 e lo spettacolo in piazza sarà iniziato. Infine troviamo una condomina che è in confidenza con la vicina di cui avrà certamente il numero di cellulare e forse copia delle chiavi di casa. Dopo lunghe trattative telefoniche l'amministratore è autorizzato a salire su e controllare. E dopo lunghe verifiche mentre le macchie si allargano sul nostro soffitto arriva la diagnosi. Un radiatore perde acqua e viene chiuso nel modo giusto, previa consulenza telefonica con un idraulico in vacanza. Sono le 22.30. Il disastro pare scongiurato. Andiamo in piazza a riscuotere il compenso dello stress. E lì, seduto al caffè, godo il passeggio di una umanità pacifica che gode con poco. Anche ascoltando un cantante imitatore di Renato Zero. Per me quiete dopo la tempesta. “Uscir di pena è diletto fra noi” (Giacomo Leopardi).
L'indomani succede qualcosa che fa sembrare ridicola l'ansia per una perdita di acqua. Succede a Barcellona, una città che amo, come tanti. Per sera, abbiamo prenotato un tavolo in un locale spagnolo per mangiare paella e ascoltare un chitarrista. Il chitarrista ha dato forfait; al suo posto un cantante che propone karaoke. Nessuno protesta. L'umanità pacifica che cerca vacanza e quiete non è quella di facebook. Non è quella che pronuncia sentenze inappellabili a destra e a manca. Non è quella pronta a sostituire Domineddio nel giudizio universale. Non è quella di chi ha capito tutto. Trova quiete anche nella tempesta. La guardo mangiando tapas, paella e crema catalana. Ci sono giovani e pensionati, c'è una giovane coppia inglese che sembra molto a suo agio, ci sono bambini in età pre-smartphone che si guardano attorno e scoprono il mondo, prima che giunga l'età in cui il mondo reale degli odori e dei sapori venga occultato dalla grande coltre del web. Si mangia spagnolo e si canta italiano. Anche napoletano. Che la coppia inglese sembra capire. Vengo coinvolto, felice di esserlo, cimentandomi in “I' te vurria vasà”, addirittura cortesemente applaudito . Angolo di quiete nella tempesta.

giovedì 17 agosto 2017

I volenterosi aiutanti carnefici di Roma


Sono passate da poco le 21 ed accompagno alla stazione centrale di Ostia la mia nipotina con sua madre. Da tempo non
frequentavo quella zona di sera. Ci sono persone giovani e anziane sedute sul marciapiede a non far niente Solo bere birra. Un giovane cammina urlando al cellulare parole minacciose. Non mi sento per nulla tranquillo. Il trenino è passato da poco. Il prossimo fra mezz'ora. Normalmente mi sarei congedato dalla persona accompagnata. Invece resto lì. Quindi per mezz'ora osservo nell'atrio chi passa, chi compra il biglietto, chi passa per i tornelli. Bene. I turisti fanno tutti il biglietto per entrare. Poi vedo un italiano che timbra un biglietto, ma fa passare altri due dietro di sé. Poi vedo un altro che forse è un arabo o forse un italiano abbronzato che salta agilmente per entrare. Non c'è segno di vigili, forze dell'ordine, militari o personale di sorveglianza. Quello che è saltato dentro apre agevolmente le porte esterne di ingresso. E fa entrare gli amici. O almeno persone che credo saranno amiche. Intanto un altro salta e fa lo stesso. Questo è certamente italiano. Tutto normale e razionale. Se non c'è vigilanza, obbedisce alla ragione (seppur non all'etica) non fare il biglietto. Ed è intelligente (per sprecare una parola impegnativa) far viaggiare gratis amici che poi ti compenseranno con una birra. Però poi mi accorgo che è assai peggio. Quei due non hanno più amici da aiutare. Infatti dissuadono dall'inserire il biglietto gli sconosciuti che lo hanno acquistato. "Vi apro io. E' facile". Sono raggianti. Felici come vediamo talvolta una levatrice o chi salva una vita. Allora il mio pessimismo tocca l'apice. Se è così difficile capire che a un ladro non conviene che i ladri si moltiplichino. Se un ladro non capisce che qualcuno deve pagare perché lui possa viaggiare gratis. Se nessuno sa spiegare a quei ladri che stanno contribuendo a distruggere Roma più con la loro allegra idiozia che rubando, allora mi arrendo.

domenica 13 agosto 2017

La carriera dell'abusivo nella comunità che regredisce


Esco da casa stamani nella città bollente. C'è pochissima gente sui marciapiedi e raramente passa un'automobile. Però accanto al semaforo, sotto il sole battente, c'è un ragazzo nero, attorno ai trent'anni, con l'attrezzo lavavetri. Da quanto è lì e quanto avrà racimolato? D'improvviso lui scatta verso il marciapiede di fronte dove cammino io. Penso che ha visto in me uno dei rari esseri umani in circolazione cui chiedere una moneta, pur senza la finzione di offrire in cambio qualcosa. Sbaglio. C'è un altro nero vicino a me, in bicicletta, appoggiato ad un albero. Il lavavetri si rivolge a lui e sento le sue parole in buon italiano. "Scusami. Lavoro al semaforo qui. Ma mi potresti dire qualcosa che potrei fare"? Insomma chiede lavoro così, al primo che incontra, ipoteticamente solidale perché nero ed ospite come lui. Sperando che quello gli suggerisca un posto di aiuto ad un venditore abusivo o qualcosa di simile. Sorrido ancor ora di simpatia pensando a quella frase detta con serietà: "Lavoro al semaforo". Lavorare ad un banchetto abusivo o esponendo merci strane su un lenzuolo per terra gli sembrerà un progresso giustamente. Ci penso mentre guardo le troppe foglie cadute che alle prime piogge qui ad Ostia intaseranno i tombini con le note conseguenze devastanti. Quest'anno peggiori. Penso a questo e penso alla nostra impazzita comunità. Che preferisce remunerare malamente il finto lavoro dei lavavetri piuttosto che raccogliere l'equivalente per mettere all'opera squadre che spazzino le foglie. Penso agli inesistenti servizi per il lavoro, lavoro di italiani o rifugiati. Penso all'intossicazione liberista che fa credere che l'offerta individuale di lavoro si incontrerà spontaneamente con l'evidente bisogno pubblico di ramazzare le foglie. Penso al mantra "meno tasse per tutti" che ci sedusse 23 anni fa e continua a sedurci. Penso quanto mi costerà il prossimo allagamento della cantina. Senza peraltro essermi accorto di pagare meno tasse. Ma quest'ultimo fra tanti temi seri è proprio una futilità. Anzi, quasi quasi lo cancello.

giovedì 10 agosto 2017

I nemici dei miei avversari non sono miei amici


Mi capita che davanti ad un post avrei cose complicate da dire, fuori dallo schema mi piace/non mi piace. Allora talvolta rinuncio al commento. Mi è capitato per qualche amico "comunista" o "anti-imperialista" a proposito delle minacce nucleari di Kim etc., insomma del nipotino e figlio dei precedenti "capi" della Corea del Nord. Gli amici mettevano in rilievo con indignazione che gli Usa sono da tempo la vera minaccia nucleare all'umanità (peraltro l'unico Paese che l'abbia sperimentata sulla carne viva dei civili). Vero, insieme alla Russia, alla Francia, all'Inghilterra, all'India, al Pakistan e ad Israele (che però - boh - non è ufficialmente un Paese dotato di atomica). Tutto vero. E anche peggio pensando alle minacce all'Iran e a quelle concretizzate contro Saddam. Da questo io però deduco la necessità di un impegno dei popoli del mondo per un disarmo nucleare generalizzato. Deduco la necessità di una lotta per la riforma dell'Onu perché non ci siano più potenze con diritto di veto e perché ogni Paese conti per i suoi abitanti, etc. Non deduco affatto però che i nemici dei miei avversari (gli Usa, Trump) debbano essere miei amici. Anzi, pur detestando Trump per quel che rappresenta, sono costretto a preferire che se ci debba essere una sola atomica al mondo questa sia nelle sue mani e non in quelle del "compagno" Kim. Per il semplice motivo che in Usa non si è capo per diritto di nascita, anche se si è un imbecille, e perché gli Usa hanno organi di garanzia e contrappesi che La Corea del Nord non mi pare conosca. P.S. Discorso analogo per Maduro. Che ho già fatto.

mercoledì 9 agosto 2017

Esercizio eretico: ius civilitatis


Breve premessa. Sono solo un tantino sensibile ai cosiddetti "diritti acquisiti". Sono molto più attento ai bisogni che non diventano diritti. Forse è il mio modo di compensare. O forse così mi rivelo persona non di sinistra, come qualcuno, forse a ragione, ritiene. Ad esempio se ci sono 1000 licenziamenti nella grande fabbrica che delocalizza e c'è grande solidarietà e attenzione dei media, solidarizzo sì, ma mi viene da pensare ai 10.000 che quel giorno hanno perso il lavoro in ordine sparso, uno in una officina, due nel supermercato, uno nello studio dell'architetto, etc. E mi viene da pensare a quelli che un lavoro non hanno mai avuto. Loro non ricevono solidarietà dai media: Sono numeri nelle statistiche. Egualmente, a proposito di immigrazione, ius sanguinis e ius soli, credo di capire la paura verso il diverso. Solo che mi chiedo se non si debba avere più paura dei delinquenti che già conosciamo. Quelli indigeni. Allora da tempo ho l' esigenza di formulare una proposta eretica. Sostituire lo ius civilitatis allo ius sanguinis o allo ius soli. Cioè cittadinanza a chi condivide le regole. Cittadinanza sottratta a chi non rispetta più le regole: ladri, corrotti, evasori, inquinatori, picchiatori, stupratori. E poiché mi è chiaro che a qualcuno, sofferente di cattivismo congenito, che fa tanto "moderno",(o pragmatismo o "a me non la dai a bere"), mancherebbe qualcosa se non affondassimo barconi, rispedissimo in Libia, etc., propongo che in cambio dell'accoglienza di 1000 migranti fra i quali potrebbero nascondersi 10 o 100 delinquenti, si imbarchino e si spingano verso il litorale libico 1000 conclamati delinquenti indigeni. I conti mi tornano. Quale obiezione potrebbero fare Salvini o i salviniani inconsapevoli dei vari partiti?

giovedì 3 agosto 2017

Il coraggio dell'eresia


Ieri a "In onda" ho ascoltato per qualche minuto Cuperlo. Non ha detto cose straordinare. Mi è successo però di avvertire che sentiva intensamente quanto stava dicendo. Quando ha detto più o meno: "La sinistra storica ha subito una sconfitta ma non ha saputo farne l'occasione per ripensare le classi, i bisogni, i valori cui prima si riferiva. Occorre ripensarli anche col coraggio dell'eresia". Si potrebbe rispondere a Cuperlo che Renzi ha avuto il coraggio dell'eresia. E' riuscito a dire addirittura che la sinistra è Marchionne. Sarebbe una risposta sbagliata però perché Cuperlo parlava di una sinistra che dovrebbe trasformarsi non diventando destra, ma restando sinistra. O diventando sinistra vera, direi io. Ho la strana certezza che Cuperlo avesse in mente eresie necessarie per diventare sinistra vera e vincente. Ma non potesse enunciarle per timore di finire fuori gioco. Chissà se i miei amici di sinistra hanno eresie da proporre. E' più facile farlo se non si è in prima linea. Io provo ad enunciarne qualcuna. 1. Disoccupazione consentita zero. 2. Sequestri per chi viola il principio della funzione sociale dell'impresa. 3. Reddito universale garantito. 4. Eguali tutele per l'impiego pubblico e privato. 5. Libertà e flessibilità nelle carriere lavorative, ascendenti, orizzontali e discendenti. 6. Progressività spinta e tassa di successione severa. 7. Rapporto massimo consentito di 1/10 fra più pagato e meno pagato (non domani, ma con chiara direzione di marcia). 8. Sistema di istruzione permanente ( per lavoratori, genitori, nonni, etc. ) più che obbligo scolastico 9). Responsabilità verso i posteri (no inquinamento, no debito). 10. Responsabilità verso chi fugge guerra e fame, con battaglia per condividerne il peso fra Paesi fortunati.
P.S. Non mi direi cuperliano. Sono più attento alle idee che ai personaggi.

mercoledì 2 agosto 2017

Maduro: socialismo senza democrazia?


Credo che anche l'atteggiamento verso Maduro di quella che si chiama “sinistra” sia sintomatico di una confusione totale. Anche io peraltro fatico a scegliere, nel silenzio degli amici. Do per scontato che gran parte dell'opposizione a Maduro sia alimentata dagli Usa e da cosiddetti “poteri forti”. Ma quella opposizione ha conquistato legalmente il Parlamento che è sede della volontà popolare e della funzione legislativa. Maduro allora vanifica il Parlamento, da via libera a giustizieri in moto e arresta gli oppositori. Promuove poi una Assemblea Costituente, votata in gran parte con criteri tipici delle corporazioni, affinché possa essere aggirato il vecchio principio democratico di “uno vale uno”. Intanto il Paese è alla fame e senza medicine. Ripeto: verosimilmente colpa degli Usa; ma anche della monocultura del petrolio. Certamente le minacciate sanzioni Usa giovano a Maduro. Mentre si preparano sanzioni Ue con l'opposizione – pare – di Tsipras e del governo “rosso” portoghese. Sono perplesso, come lo fui per la condanna di Lula e la solidarietà "rossa" attorno a lui.. Perplesso per gli argomenti “rivoluzionari” usati dai “comunisti” italiani con i quali, sentendomi sempre più comunista, sempre meno concordo. Perché continuo a pensare che i nemici dei “cattivi” non siano necessariamente “buoni”. Troppo difficile scegliere. Ma infine scelgo la legalità contro la presunta “rivoluzione” che copre arbitrio e corruzione. E mi conforta un po' il dissenso di Mujica, il Cincinnato dell'Uruguay, rispetto alle scelte di Maduro.

lunedì 31 luglio 2017

Adolescenti fra mollaccioni


Difficile fare una graduatoria dei mali di Roma (e dell'Italia). Fra siccità, trasporti, corruzione, incompetenza diffusa, io scelgo la questione adolescenziale. Bande di adolescenti, poco più che bambini, dis-educati online dai cattivi maestri e privi di modelli positivi, che si uccidono con droghe sintetiche o aggrediscono autisti e vigilanti. Solo per combattere il senso del Nulla che li avvolge. Ammesso di essere in tempo a recuperarli con un lavoro immane che significa rimodellare il mondo attorno a loro, è urgente che escano dalla protezione che li fa impuniti. Paghino i loro genitori e loro stessi. Con il lavoro obbligato e il prelievo forzato dai loro redditi futuri. Si faccia. E' urgente. Ne sono certo: non stimano la società dei mollaccioni che consente loro l'impunità. Salviamoli punendoli. Poi tutto il difficilissimo resto.

domenica 30 luglio 2017

Serata al cabaret: vivere nel mondo che non ti appartiene


Mi sono convinto che internet sia stata l'invenzione più importante e sconvolgente di sempre. Assai più sconvolgente dell'atomica e dei voli spaziali. Quella che ci cambia radicalmente. Che cambia anche ciò che che è lontano dalla rete. Compreso il cabaret. E' una strana premessa. Ma devo pur cercare una spiegazione alla mia sofferta serata di cabaret di ieri. Poi ho cercato in internet notizie sul cabarettista, Giorgio Montanini,a me sconosciuto. Ed ho scoperto che ha una storia discreta in teatro, al cinema e in tv. Ed anche una laurea in scienze della comunicazione, accipicchia. Sono andato al Teatro Lido di Ostia, anche perché non rischiavo nulla, essendo lo spettacolo gratuito, grazie alle risorse impiegate (o sprecate) dal Comune di Roma. Prima dello spettacolo, nell'arena, mi è capitato anche di essere intervistato da una emittente locale. La giovane intervistatrice mi ha chiesto come avessi saputo della serata. ”Da internet” ho risposto. Grande sorpresa. “Eh già - perché no? - anche i nonni usano internet”. Ho pensato che i nonni non conoscono i nipoti ma che anche i nipoti non conoscono i nonni. Poi ho scoperto che l'intervistatrice era anch'ella parte dello spettacolo. Ha preceduto con un suo pezzo il più celebrato collega. Praticamente una esibizione di scurrilità senza senso alcuno. In assoluta continuità stilistica si è rivelato il protagonista. Che prometteva meglio giacché mostrava stupore che ci fossero bambini di pochi anni fra il pubblico. Pensavo fosse una critica alla collega. Invece con lui le mamme si sono convinte a sottrarre i bambini allo spettacolo, lasciando l'arena. Differentemente da chi lo aveva preceduto lui ha coinvolto il pubblico. Fantasticando sui rapporti sadomaso di uno spettatore, nonché sulla carriera amorosa della nonna di Tizio o sui problemi fisiologici della terza età di una spettatrice, spettatori tutti chiamati per nome, come si conviene ad un cabaret coinvolgente. Senza omettere riferimenti ad odori e sapori. Naturalmente chiamando “negri” gli africani e “froci” gli omosessuali, irridendo il troppo popolare Bergoglio, senza dimenticare mai, frase per frase, la punteggiatura rappresentata dal c...o, ormai sostituto di virgola, punto e punto e virgola. Nel mio vizio chiamato “comprensione” ho provato dapprima a capire e anche ad apprezzare qualche spunto. Ho provato anche ad applaudire. Pentendomene dopo. Andandomene via col senso di colpa per non avere manifestato un chiaro dissenso, lasciando prima lo spettacolo, a costo di disturbare quelli seduti alla mia destra o sinistra . Mi chiedo ancora se arte e spettacolo siano semplicemente nominare in pubblicato l'innominato. Mi aspetto dal prossimo campione di cabaret una coraggiosa e irriverente descrizione di funzioni fisiologiche proprie della toilette.
P.S. “Forgiamo i nostri strumenti, e poi questi ci forgiano”. Lo disse John Culkin, collega ed amico di McLuhan. Mi pare di sì. Internet con la sua distanza dall'interlocutore ci ha liberato da timori ed imbarazzi. Poi ci ha fatto credere che tutto ciò che prima non si diceva deve essere detto e che è giusto dirlo solo perché prima non si diceva. Ora, sempre più coraggiosi, declamiamo il NULLA osceno non solo in rete, ma anche a teatro.

lunedì 24 luglio 2017

Il Medioevo prossimo venturo è già arrivato?


"Il Medioevo prossimo venturo" (1971) il titolo di un esercizio di futurologia di Roberto Vacca. A suo tempo mi impressionò e trovai fondata la prospettiva di una crisi del sistema che parte da un piccolo episodio - un incidente aereo - per svelare la fragilità dei sistemi complessi. Dove davvero un piccolo incidente in Usa può avere ripercussioni fatali sul pianeta intero che velocemente regredisce. Forse Trump è quel piccolo incidente. Oggi il combinato disposto di fuoco (criminalità e stupidità umana) e siccità (ancora criminalità e stupidità, seppur in forme più sofisticate) mi fa pensare che potremmo essere nell'anno da cui partirà la datazione del nuovo Medioevo. Eccoci chiusi in casa per non respirare fumi perché nostri adolescenti passano l'estate a bruciare foreste, dopo l'inverno trascorso a bruciare senzatetto o stuprare coetanee. Eccoci a preparare riserve d'acqua a Roma in previsione dell'annunciato razionamento. Grazie alle furbizie sovraniste - Usa e non solo- che distribuiscono al mondo i veleni prodotti per il Pil nazionale, forse si avvicina il momento in cui avremo Pil nazionali alle stelle e potremo comprare al mercato nero l'acqua razionata con euro di cui non sapremo cosa fare.

sabato 22 luglio 2017

Estraneità


Estraneità o forse decadenza personale in contesto di decadenza: con incendi devastanti e rischio imminente di razionamento acqua. Fare cose così senza convinzione. Perché si è sentito dire che i pensionati le fanno. Ricordarsi che vivo in una città con le tracce incomparabili di una lunga storia e in quartiere, Ostia, di turismo estivo e balneare. Ricordandolo, al mattino mi reco ad Ostia Antica e finalmente riesco a visitare il Castello di Giulio II, altre volte trovato inagibile. Prendo un caffè nel borgo antico poco affollato perché tutti sono a mare. A sera mi sforzo di vincere la pigrizia che mi suggerisce di stare sulla sdraio davanti alla TV. E vado in centro. Dove bar e trattorie invadono ogni spazio con decine e decine di tavolini, ogni giorno di più, e i vigili non ci sono o non vedono. Animazione vera pari a zero. Però gran chiasso. Vacanziero? Prima c'era l'arena con film e cabaret. C'erano Arbore e Mannoia in piazza. C'era Apicella, quello di Berlusconi, per il quale - pensa un po' - presi posto in un bar perché volevo sondare dagli applausi che avrebbe ricevuto il consenso del padrone del centrodestra. Ora c'è la Seat che occupa mezza piazza con video, radio privata e cantante trovato chissà dove. Mostra di pittori dilettanti, molto dilettanti. Chiasso. E cumuli di immondizia. Sempre peggio da quando mi sono trasferito a Roma. Proprio il giorno in cui Alemanno conquistava il Campidoglio. Non sono superstizioso, se lo fossi penserei che ho portato sfortuna alla Capitale. Pensieri così. Guardando la bella signora islamica che spinge la carrozzina. elegantemente vestita di rosso, velo compreso, e col cellulare incollato non so come all'orecchio. Guardando bambini di pochi anni che parlano di cose digitali di cui non capisco nulla, proprio come lo stupefatto Montalbano nell'ultimo romanzo di Camilleri. Ed esercitandomi nell'inutile esercizio di immaginare la loro vita quando io non ci sarò.

Elementi per un socialismo vero e liberale


Sono convintamente socialista, nel senso che credo nell'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. E sono convintamente liberale, nel senso che credo nella massima libertà di ogni uomo di evolvere verso il massimo della sua felicità compatibile con il bene pubblico. Non credo quindi nel posto di lavoro assegnato per tutta la vita: perché i lavori cambiano e noi cambiamo. Un po' per questo la mia forma mentis non è molto "sindacale". Non mi piace che il coniuge più debole debba imporre o desiderare la persistenza del matrimonio per paura di restare senza reddito. E del Jobs act non è la libertà di licenziamento che non mi piace. E' l'assenza assoluta di strumenti che accompagnino il lavoratore da un "datore di lavoro" che non ti gradisce e forse non ti è gradito ad un altro. Soprattutto non mi piace che non sia previsto il licenziamento del cosiddetto "datore di lavoro". Per me l'imprenditoria privata è accettabile solo come affidamento o concessione condizionata. Finché mostri di funzionare nell'interesse pubblico. Ci sto pensando intensamente ora, dopo aver letto l'ennesimo esempio di arbitrio padronale. L'addetta al bar, pagata in nero (3,5 euro l'ora), licenziata in tronco dal barista romano perché aveva osato chiedere di poter andare in ospedale per un malore. Era recidiva perché prima aveva chiesto di assentarsi per i funerali dello zio (permesso negato). Ecco, in attesa del socialismo che verrà, questo vorrei subito: la licenziabilità dell'imprenditore. Non la multa, ma la revoca definitiva della libertà di intraprendere e assumere.

giovedì 20 luglio 2017

A proposito dei fatti di Genova


Non ho mai chiamato "sbirro" un poliziotto. Neanche in mente. Solidarizzo con i poliziotti impegnati nell'ordine pubblico. Sono convinto che dovrebbero godere di ben più alta considerazione e retribuzione. Sono molto perplesso anche per quella libertà concessa all'accoltellatore del poliziotto cui esprimo la mia solidarietà e gratitudine. Ciò detto, non ritengo che l'infezione che si manifestò a Genova nei corpi di polizia e fu confermata con Cucchi, Aldrovandi, etc. sia guarita. La notizia che i colpevoli (una parte), scontata la lieve pena, stiano per essere reintegrati nel loro lavoro mi fa gelare il sangue. In ciò peraltro d'accordo con lo scandalizzato Roberto Settembre, già giudice nella Corte d'Appello che giudicò i fatti della Diaz. Con il Jobs act si accetta che anche ottimi lavoratori possano perdere senza colpa il loro lavoro. I poliziotti torturatori invece no. Io non chiedo che non abbiano più lavoro. Chiedo e pretendo che si occupino d'altro: di spalare immondizie o di qualsiasi altra cosa che non li metta a contatto con esseri umani. Lo pretendo in nome della credibilità dello Stato, oltre che per il rispetto dovuto alle vittime.

martedì 18 luglio 2017

La Sicilia dell'oltraggio

Non può esserci un dna siciliano a spiegare tanti eroi, tante vittime e tanti che non so come chiamare. Da dove nasce in Sicilia lo straordinario impegno di tanti al dovere fino a dare la vita fra troppi indifferenti? Da dove nasce in Sicilia il piacere di oltraggiare i monumenti alle virtù civili? Ieri il busto di Falcone. Oggi la stele di Livatino, irriso in vita come "giudice ragazzino" dalla massima autorità repubblicana. Guardo da lontano, come da esiliato, la mia Sicilia e non so davvero se ho voglia di rivederla. A volte sì. Oggi no. Come se avessi repulsione a respirare la stessa aria di quelli che non so nominare


P.S. Aggiungo questa nota a distanza di ore, al risveglio. Ieri ero troppo turbato. Vorrei dire che quelli che non so nominare non sono i mafiosi. Sono quelli che incontrai all'ingresso del condominio dove viveva Falcone. I condomini infastiditi per i capannelli di gente davanti all'albero di Falcone dove erano affissi biglietti di ringraziamento. Sono quelli che chiedevano a Falcone e Borsellino di abitare fuori città per non disturbare col suono delle sirene i vicini di casa e per non metterli in pericolo. Sono quelli che dicevano e dicono che il nemico è lo Stato e che lo Stato è il peggiore estorsore (parole che mi rivolse un gioielliere della mia città durante una ricerca/azione sul pizzo in cui ero impegnato quando militavo nel Pci). Ho la certezza morale che i loro figli siano gli autori degli oltraggi ai giudici assassinati.

lunedì 17 luglio 2017

Bruciare la foresta per farsi un uovo al tegamino


E' una metafora che mi è cara. La uso spesso e da tanto tempo sicché non so neppure se, all'origine, l'autore sia io o chi altri. La uso per esprimere la contraddizione fra piccolo interesse privato e assai più consistente interesse pubblico. Come far crollare un palazzo per fare un'opera di interesse privato, quale la modifica strutturale di una stanzetta. Come costruire un complesso alberghiero per pochi che sottrae il mare ai più. Come mettere in pericolo la pace per fare un po' di soldi con le armi. Come regalare illegalmente appalti miliardari per avere in cambio una inutile terza casa. Etc. Etc. Oggi però la metafora non è solo metafora. Ho il fuoco a Castelfusano non distante da casa. E aspetto con ansia che mia figlia arrivi qui ad Ostia dal centro di Roma. E mio nipote, ospite dei nonni, ha il fuoco vicino, là sul Vesuvio Appunto, un disastro nazionale per un uovo al tegamino: il piacere di dar fuoco o rendere edificabile un'area o trovare lavoro come spegnitore di incendi o cose così. Almeno servisse il disastro come lezione per apprezzare una buona volta il valore della convivenza e dei beni comuni...

sabato 15 luglio 2017

Appunti da una vacanza londinese

So che in quattro giorni non posso aver visto e capito molto. Mi consolo perché neanche in quattro anni avrei visto e capito molto. Ho visitato Londra confrontandola inevitabilmente a Roma e a ciò che conosco un tantino di più. Londra mi è sembrata una metropoli molto vivace, ordinata, dalla bellezza diffusa, con equilibrio fra antico e contemporaneo (vedi i grattacieli avveniristici sullo sfondo della Torre di Londra). La città mi è apparsa particolarmente ricca di una pedagogia nazionale. Vedi le tante statue. di personaggi che hanno illustrato il Paese e fatto l'impero (politici, generali, artisti). A partire da Nelson in Trafalgar square o dai sepolcri concentrati nell'Abbazia di Westminster.

Non ho scorto vistosi esempi di degrado. Comunità etniche integrate e nessun segno di lavavetri, finti lavori e cose così. Abbastanza pulita. Episodio osservato di spirito civico: la signora inglese che rimuove un sacco di immondizia su una aiuola che piega un alberello.
Unico esempio nettamente negativo all'uscita dal British. Stanchi ed affamati ci sediamo ad un ristorante romano lì di fronte: Roma bella. Prendo spaghetti alla bolognese perché mi sembrano meno rischiosi. Ma la pasta galleggia sull'acqua. E il ristoratore romano ci batte uno scontrino da 28 sterline, chiedendoci però 5 euro supplementari di servizio (in nero). Dapprima paghiamo. Poi torniamo indietro: "O ci dà uno scontrino comprensivo di servizio o ci restituisce 5 euro". Ce li restituisce.

Londra: quel che è meglio e quel che è eguale
Meglio i trasporti, come in parte già detto. Ho sempre trovato un posto per sedere, giù o in alto per godere il panorama. Meglio l'assenza totale di banchetti e lenzuolate di cianfrusaglie, come invece a Castel Sant'Angelo o al Colosseo. Solo qualche raro box di souvenir o di noccioline. Meglio la pulizia; rispetto a Roma almeno. Ma qua e là qualche lattina di birra abbandonata c'era. E a sera a Westminster un uomo che orinava dietro una colonna c'era. Assai meno accattonaggio. E solo di senzatetto. Talvolta aggregati in comunità dialoganti con gli altri, con il 99.9% del mondo. Il fenomeno dei senzatetto è uno scandalo permanente della nostra inadeguatezza e della nostra cecità. A Londra, come a Madrid e a Roma.

Le sorprese di Londra: autisti africani, inglesi e cinesi
Riesco a scrivere e a dire qualcosa in inglese, capisco ben poco col mio pessimo orecchio. Peraltro fobie varie sconsigliano mia moglie e me di usare la metro. Bus quindi, oltre che lunghe, faticose, interessanti esplorazioni a piedi . La sorpresa è stata la disponibilità incredibile dei conducenti. Facendomi le mie solite domande nei primi giorni mi chiedo: "perché tutti neri i conducenti"?. Gli autisti mi danno spiegazioni di ogni tipo. Addirittura uno non mi fa pagare il biglietto per lasciarmi al posto in cui prendere il bus giusto. Con la mia mappa mentale propendo che la spiegazione della gentilezza debba essere cercata nel loro essere neri. Ma poi mi capitano autisti bianchi. E sono egualmente disponibili. Correggo il pregiudizio: la gentilezza, straordinaria per uno che vive a Roma, è degli autisti inglesi, non dei neri. L'ultimo giorno però l'autista è una giovane asiatica (cinese, mi pare). Appena apro bocca per chiederle qualcosa mi rimbrotta aspramente e si irrigidisce con lo sguardo fisso davanti. Ri-correggo i miei giudizi: tutti gentilissimi i conducenti a Londra, tranne i cinesi.

Italiani a Londra
Naturale che confronti la Londra che ho intravisto in quattro giorni con la Spagna del mio precedente viaggio di pochi mesi fa. A parte i prezzi, più o meno doppi a Londra, confronto gli umori dei giovani italiani incontrati. Questa è stata davvero una sorpresa. In Spagna (Madrid, Siviglia, Toledo, Cordova e, prima, Barcellona) i giovani, incontrati in bar, ristoranti, ma anche grandi magazzini, si dicevano felici e indisponibili a tornare in Italia. Tutti. A Londra per niente. Erano loro quasi sempre a cercare un colloquio. Paghe buone, di almeno 1.400 sterline mensili (circa 1.600 euro), ma anche 2.000. Ma assoluto scontento. Londra e il lavoro troppo stressanti in sintesi. Caro alloggi e distanze eccessive. "Tornerei a casa, se potessi". Non solo i barman e i camerieri. Anche una professionista del diseign che avvicina me e mia moglie, sentendoci parlare italiano. Ben pagata ma infelicissima. Avrei voluto capire di più. Un altro, incontrato ai magazzini Harrods, aggiunge il suo trauma che mi sorprende. Sente la Brexit come una sberla immeritata. "Mi sentivo londinese, ma non potrò più votare il sindaco della mia città".

Il talento di strada
Happening continui a Covent Garden. Dove, per inciso, ho incontrato la bellezza assoluta di un'araba, fra le poche non velate, forse degli Emirati. Mia moglie, un tantino meno entusiasta di me, ha condiviso. Incredibilmente efficace comunque la prestazione di un artista di strada nei panni di Charlot. Peraltro capace di coinvolgere il pubblico, compreso un talentuoso bambino. P.S. Da inserire nel capitolo enorme dei talenti non adeguatamente riconosciuti e pagati.
Mai visto una fila così lunga per prendere un gelato come a Chinatown. Ho dovuto rinunciarvi. Ma doveva essere squisito a giudicare dai volti di chi lo gustava. A Soho concentrazione di casinò, sale varie di azzardo e massaggiatrici. Ho osato avventurarmi in stradine discutibili ricevendo sorrisi di invito, a dispetto di mia moglie accanto a me.

Sobri segnali del terrore e dell'Islam
Pensavo di trovare molti segnali della strage recente sul ponte di Westminster. Invece solo blocchi di cemento o metallo per prevenire una replica. E pochi messaggi. Forse i più sono stati rimossi o forse i londinesi sono particolarmente sobri. Interessante e - direi - disperato il messaggio del musulmano che professa il suo amore per Gesù.

A proposito di British museum e di musei in genere
Ho dedicato, come da canone, due mezze giornate dei miei quattro giorni a Londra ai due musei più celebri: il British e la National Gallery. Con i sensi di colpa per non visitarli per intero e per non visitare il Tate e altro. Avrei dovuto rinunciare a vagare per Piccadilly o ad assistere agli happening di Covent Garden o al cambio della guardia a Buckingham Palace? Mi sono consolato così: in ogni caso non vedrò mai tutta la bellezza del mondo. Un Tintoretto in più o in meno non cambia molto. Più radicalmente mi sono chiesto: "Ma ha senso questa "abbuffata" di arte, passando dall'antica Mesopotamia a Leonardo da Vinci?". Risposta: "No".

Ritorno a casa
Tornare a Roma dalla breve vacanza londinese è uno choc. Innanzitutto termico. Afa opprimente. Ma è uno choc soprattutto riadattarsi alla logica illogica dei trasporti. Arrivo alle 22.00. Faticosamente individuo lo spazio in cui dovrebbe arrivare il bus per Ostia. In caratteri minutissimi su un foglietto al muro c'è l'orario delle partenze: la prossima partenza sarà fra mezz'ora. Aspetto. Non arriva bus alcuno. Nessuno mi dà spiegazioni. Mi ero abituato male. A Londra gli autisti e chiunque si fanno in quattro per spiegarti. Dovrò rassegnarmi ad un costoso taxi? L'autista di un'altra compagnia finalmente mi spiega che è normale che Cotral, la compagnia di cui attendo il bus, salti una corsa. Infatti prendo la corsa delle 23.30. Cerco di timbrare il biglietto, ma qualcosa non funziona. Non vedo nessuno timbrare. Capisco che non è il caso che complichi la vita all'autista. Avrei preferito pagare il triplo un servizio normale. Rieccomi a casa




I



giovedì 6 luglio 2017

A proposito di migranti e di altro: chi è il mio prossimo e chi decide per lui


Siamo divisi su questo. Il mio prossimo è chi mi è più vicino nel territorio e per sangue o chi ha più bisogno di me, anche se lontano o proveniente da lontano? E decide per il suo bene, se lui non può, la collettività -Stato o la sua famiglia? Antigone o Creonte? Prendo atto che le ragioni del sangue e quelle della famiglia oggi sono più popolari e condivise. Infatti sul caso più emblematico e drammatico di questi giorni i politici, attentissimi ad emozioni e sondaggi, stanno con Antigone. Io no. Sono attento alle ragioni dell'antipaticissimo Creonte. Volevo sobriamente dirlo.

mercoledì 5 luglio 2017

Italexit: in nome dell'umanità, non per qualche euro in più


E' il colmo. Lo so. Ma dovrei postare un “mi piace” a persone lontane da me. Come Juncker che giustamente si scandalizza per il Parlamento europeo deserto quando si parla di immigrazione. Ed è rimbrottato dall'italiano Taiani che presiede la seduta. Dovrei postare un “mi piace” anche al Presidente Inps, Boeri, che dimostra, controcorrente, quanto sia preziosa la risorsa immigrati con i tanti miliardi che sono il saldo fra contributi versati e assistenza fornita agli stranieri. Risorsa per l'Europa in declino demografico e soprattutto per l'Italia che diversamente si spopolerebbe.


Non può piacermi invece l'egoismo – che è di fatto masochismo – dell'Europa tutta. A partire dal deludente Macron, dal governo spagnolo e da quello austriaco. Di sinistra quest'ultimo. Ma in quale senso di sinistra, se minaccia di schierare i blindati al confine? I tempi sono durissimi con sfide prima impensabili. Però la sinistra è senza parole, priva di idee, proponendo pannicelli caldi in rincorsa alle vincenti parole d'ordine della destra. Da europeista convinto porrei un ultimatum all'Europa: o ritrova l'anima o l'Italia va via. L'Italexit così motivata sarebbe cosa infinitamente più seria della futile Brexit, motivata da sciocchezze e calcoli insipienti. Sarei orgoglioso del mio Paese. 

lunedì 3 luglio 2017

Villaggio e la corazzata Potemkin

E' morto Paolo Villaggio. Mi piace ricordarlo perché è stato un comico che mi ha insegnato qualcosa e in qualche modo sollecitato al coraggio. A parte la verità della sua rappresentazione dell'impiegato inerme sotto il tallone del dispotismo del capo e la rappresentazione del conformismo consumistico di cose e valori del ceto medio, a parte ciò, la sollecitazione al coraggio di pensare in autonomia. Memorabile per me in tal senso il grido liberatorio di Fantozzi che, nel cineforum, rompe il rituale del culturalmente corretto: "La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca". A molti amici non piacque quel grido. Come l'apologia dell'ignoranza insensibile all'arte. Come - immagino - non piacesse a Nanni Moretti che detestava Sordi, confondendo a mio avviso la cialtronaggine con la sua rappresentazione. Per me grande Sordi e grande Villaggio. Debbo in parte a quel grido contro il capolavoro di Eisenstein un po' del mio pizzico di coraggio ad uscire dalla logica conservatrice della cultura cui in qualche modo appartengo.

domenica 2 luglio 2017

Seguendo Vasco da estraneo interessato (come quasi sempre)


Ho seguito il concerto in Tv. Non sono pazzo di Vasco come di nessun cantante. A suo tempo mi piacque "Vita spericolata" e qualcos'altro. Mi ha impressionato la partecipazione emotiva dei giovani. Maggiore di quella per una giocata di un campione di calcio, come Maradona o Messi. Maggiore di quella per un leader politico amato: Renzi, Grillo o gente così. Non è un caso che gli arrabbiatissimi contro stipendi e privilegi dei politici o anche di presentatori come Fazio non battano ciglio per i compensi incommensurabili dei cantanti (e anche dei campioni) amati. Ne prendo atto. Immagino che i fan considerino impagabili quelle emozioni e invece farebbero a meno di qualsiasi leader senza dolore alcuno. Seguendo quelle ragazze e quei ragazzi "persi" in Vasco e che conoscevano ogni parola di ogni canzone, ho pensato che il tema d'italiano avrebbe dovuto riguardare Vasco e non Caproni. Mi sono chiesto se ci fosse in Vasco un messaggio e quale messaggio. Non so. Penso di no. Forse semplicemente lasciarsi vivere senza pensare di cambiare il mondo. Una sorta di neoepicureismo, un vivi nascosto (alla politica). L'illusione che intanto la politica che non cambi invece non cambi te. Certamente ci ho pensato. Ho pensato che l'unità e la passione di quei giovani potrebbero rovesciare o raddrizzare questo mondo se solo qualcuno indicasse una direzione percorribile e appassionante.

sabato 1 luglio 2017

Le mie strane contraddizioni


Sono socialista. Non nel senso in cui (non) lo è il Pse. Credo nell'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. E, come primo passo, nell'instaurazione di precisi elementi di socialismo: nazionalizzazione dei servizi e delle produzioni strategiche, diritto effettivo al lavoro per tutti, salvaguardia di ambiente e futuro. Però non amo la testimonianza impotente di nomi e bandiere. Credo nello sporcarsi le mani e nel compromesso necessario. Non vedo leader socialisti attorno a me, in Europa e nel mondo. Tranne forse Corbyn e Sanders. Forse. Perciò finisco con lo scegliere Angela Merkel. La statista Angela Merkel. Che non fa capricci e battutine, che non ammaina il vessillo della Ue. Che tiene il punto con Trump sugli irrinunciabili valori europei. Che sa fare politica. Anche ieri, dopo avere lasciato libertà di scelta ai suoi parlamentari, dicendo: "Io ho votato no al matrimonio gay. Ma è stato un dibattito serio e impegnativo di convinzioni diverse. di cui essere fieri". Insomma,sono lontano da Merkel, ma invidioso della Germania che ha almeno una guida conservatrice di tale livello.E che non ha alternanza, se alternanza significa disfare la sera la tela del mattino. Ciò detto, torniamo ai tweet spiritosissimi e al tifo italiano

venerdì 30 giugno 2017

Macron e Ventimiglia

La narrazione di Macron è affascinante. Per chi ha voglia di essere affascinato. Giovanissimo e con una intrigante love story con l'ex sua professoressa. Ma al dunque della politica non cambia nulla. I cani della gendarmeria francese scagliati per rintracciare i fuggitivi da Ventimiglia al territorio francese. E Macron che alle proteste italiane per l'assenza di solidarietà della Eu, dopo le pacche consolatorie sulle spalle, obietta: "Però l'80% dei migranti arrivati in Italia sono migranti economici, non da guerra". Non serviva Macron per dire questa sciocca ovvietà. Avrebbe potuto dirla anche Hollande o Sarkozy o un banale presidente sposato con una coetanea. P.S. Come spiega molto bene oggi Altan la differenza fra un migrante da guerra e uno economico è che il primo non vuole morire sotto le bombe, il secondo non vuole morire per fame. .

mercoledì 28 giugno 2017

Il braccialetto e il rompighiaccio

Nella mia Italia così impegnata in sofisticate disquisizioni politiche oggi non si trova un braccialetto elettronico come ieri non si trovavano rompighiaccio per liberare i sepolti dalla neve.

Dal tabaccaio

Dal tabaccaio da cui - ahimè - mi rifornisco di veleno debbo mettermi ogni volta in coda per una lunga fila. Non dietro i fumatori, ma dietro pensionate che fanno incetta di "miliardario" e altre cose così. "Me ne dia una da 5 euro e una da 10". Probabilmente pensionate d'oro o con sistema retributivo e che imprecano contro tasse e balzelli. In un angolo appartato quasi tutti uomini che tormentano le macchine mangiasoldi. P.S. Non ho voglia di parlare di politica.

venerdì 23 giugno 2017

Il vocabolario della sinistra che non c'è


Penso che la bussola che indica destra e sinistra sia necessaria. Ma forse non è sufficiente. Se lo è, a cosa dovrei attribuire le differenze fra me e i miei amici, visto che tutti ci diciamo di “sinistra”? Dovrei pensare che qualcuno si inganni su se stesso. Possibile. Magari io sono inconsapevolmente di destra. Sarà per questo che sono piuttosto estraneo al fronte anti-jobs act e anti buona scuola. No, non dall'altra parte, ma propriamente estraneo. Così come sono estraneo al fronte del No. Pur avendo votato No, conservo – confesso - stima per le ragioni di molti che hanno votato Sì. Se non sto a destra forse c'è bisogno di altre coordinate da aggiungere a destra e sinistra. Faccio un esempio che al momento mi sembra il più “duro”. C'è una sinistra che è contro il fiscal compact, è irritata con l'Europa che non ci consente sforamenti. In alcune frange è euroscettica. Crede che occorra stimolare i consumi (di chi?) per stimolare crescita ed occupazione. Su queste tematiche è difficilmente distinguibile dalla destra. Si direbbe quasi che, tolte di mezzo le incompatibilità personali e caratteriali, sia possibile un fronte comune da Salvini a Bersani e anche con quelli che custodiscono falce e martello, passando per Renzi.
Poi c'è una sinistra minoritaria, molto minoritaria, che pare occuparsi d'altro. Del rapporto fra uomini e Terra. Ne ho postato un esempio giorni fa. Jason Hickel evidenzia che la pur necessaria lotta contro le emissioni non è sufficiente a salvare il pianeta. Non bastano le rinnovabili, se le rinnovabili servono a produrre ciò che oggi produciamo. Non bastano se continuiamo con l'agricoltura industrializzata. Non bastano se la competizione riempie il mondo di spazzatura. Serve un nuovo sistema economico-sociale insomma. Ecco, non credo proprio che Jason Hickel perderebbe tempo ad inveire (dal suo punto di vista) contro il pareggio di bilancio. Non credo che chiederebbe bonus per stimolare i consumi . Dico per stimolare i consumi e non per alimentarsi correttamente giacché per la sinistra maggioritaria che condivide molto (o troppo) dei miti della destra le persone sembrano scomparire per diventare funzionari del consumo che darebbe “un po' più di lavoro, un po' più “ come dice un politico di sinistra che non nomino. Oggi l'emergenza idrica che tocca anche l'Italia mentre fa crescere i deserti nel mondo e crescere i fuggiaschi dovrebbe farci riflettere su come calcoliamo le diseconomie del sistema. Ma il sistema è culturalmente attrezzatissimo. Riesce infatti addirittura a parlare di “opportunità derivanti dal terremoto”. Come altre volte ha parlato di “opportunità derivanti dalla ricostruzione post bellica”. Hickel non cita la locuzione “decrescita felice”. Immagino perché consapevole della sua impopolarità. Troppo difficile spiegare che Latouche non intendeva “decrescita” come ritorno all'età della fame endemica e della peste. Alla sinistra minoritaria manca il vocabolario sequestrato tutto da destra-centro-sinistra. Mancano anche a me le parole per definire una sinistra egualitaria che crede al diritto alla felicità di tutti gli uomini del mondo, compresi quelli che verranno.

sabato 17 giugno 2017

Tutto bene, tranne...


Tutto bene per noi che apparteniamo alla società dei 2/3, di quelli che stanno fra ricchezza e non povertà, di quelli che almeno possono farsi una pizza a settimana. Tutto bene tranne:
1. tranne i “maschi” neofascisti che in Parlamento si vantano di fare a botte come ai bei tempi andati
2. tranne l'incapacità di promuovere una classe dirigente mobile, senza doversi aggrappare ad una faccia inventata dal caos e dal caso e che occupa lo spazio vuoto del contenitore politico
3. tranne la subalternità assoluta alla cultura di destra che non è per forza “neoliberismo” ma è: niente tasse. niente austerità (neanche quella equa), debito pubblico a gogò e i criminali italiani prima delle brave persone immigrate
4. tranne la subalternità ai canoni del luddismo difensivo: lavorare meno lavorare tutti, i robot che ci rubano il lavoro e via favoleggiando avendo smarrito la bussola del socialismo (sostituito dal bertinottismo e frivolezze simili)
5. tranne l'impossibilità di garantire a figli e nipoti che, nella folla di garantiti e raccomandati, sarà loro garantito un posto di netturbino se saranno bravi a ramazzare o un posto di ricercatore se saranno bravi almeno quanto Einstein
6. tranne il lassismo che preferisce fingere di non vedere le bottiglie di birra nel raduno torinese e il decisionismo cieco che non sa dare un posto al mondo ai dimenticati e sgombera l'inferno dei campi rom, dimenticandosi però di sostituire i campi con le case e con le scuole
7. tranne l'ultima banda di carabinieri che si vantava di fare come la mafia, torturando, stuprando, minacciando, i neri (un solo arrestato e gli altri trasferiti per torturare altrove)
8. tranne i concorsi truccati per la selezione dei prossimi servitori dello Stato
9. tranne il cattivismo - facebook e non solo – del “tutti infami, tranne me e pochi intimi”
Tutto il resto va veramente bene.

giovedì 15 giugno 2017

La morte sceglie i migliori


Ho pensato questa cosa apprendendo di Gloria e Marco, i fidanzati dispersi nell'incendio del grattacielo di Londra. Dopo Valeria. Dopo Giulio. Dopo quelli scomparsi in Spagna in incidenti di bus. Sembra che la morte scelga i migliori, i più belli, dentro e fuori. Non è possibile, mi dico. Sembra, ma non è possibile, mi dico. O forse sì. Forse muoiono i nostri figli migliori che abbiamo ben nutrito e ben educato. E che vanno via affrontando il mondo. Perché qui non c'è posto per loro. Trovando la morte per la follia terroristica o perché il profitto vuole economizzare sulla sicurezza di edifici, bus e treni. Un pensiero ai genitori e un pensiero diverso a quelli che non si daranno pace per avere sacrificato tante vite per garantirsi una barca o vacanze stellari.

mercoledì 14 giugno 2017

Bisogni e risorse: non si cercano e non si incontrano


Ad Ostia si stanno moltiplicando. Ramazzano i marciapiedi ed estirpano sterpaglie. Raccolgono le cicche di sigarette che si ammassano fra strada e marciapiede. Perché i romani fumano molto e non cercano (non cerchiamo) i rari cestini spegni-cicca. I ragazzi neri si presentano con un cartello appuntato su un badile, accanto al punto in cui tengono il necessario (buste, ramazze,etc.) per un lavoro che nessuno ha chiesto loro di fare. Succede che i lavori più utili non abbiano committenti nella società del libero mercato. Sui cartelli c'è scritto più o meno così. NON VOGLIO CHIEDERE ELEMOSINA. VOGLIO LAVORARE. VOGLIO PULIRE LA VOSTRA STRADA. DATEMI 50 CENTESIMI PER QUESTO LAVORO. Io, a torto o a ragione, non indulgo ad elemosine. Stamani però volevo pagare quei 50 centesimi e magari anche più. Mi ha preceduto mia moglie che è scesa di casa con qualche moneta e buste per i rifiuti. Poca cosa. Francamente ritengo più utile questo post (addirittura!). Ritengo più utile sensibilizzare. So che nel quartiere ostiense gli abitanti di una strada hanno un accordo per la pulizia con un immigrato felice di essere liberato dalla condizione di elemosinato. Insomma raramente serve la carità se c'è l'intelligenza. Quella che ci manca quando vediamo un problema – come i rifiuti e le sterpaglie- accanto ad una risorsa umana sprecata e non riusciamo a fare incontrare il problema con la risorsa. Preferiamo l'elemosina. Mi aspetterei intelligenza sociale dagli amministratori, più che dai miei condomini. Ma chiedo troppo. Intanto, oltre che i pensionati che frugano nei cassonetti e magari (visto poco fa) recuperano compiaciuti un giornale da leggere, si moltiplicano le persone in ginocchio sui marciapiedi con cartelli imploranti o quelli che nei bar ti chiedono 80 centesimi (non perdono più tempo a spiegare, per suggerire l'emergenza, che di centesimi ne servono proprio 80 quanti ne mancano per il biglietto del bus o una fetta di pizza). E si moltiplicano anche i neri davanti all'ingresso dei supermercati tutti con lo stesso cappelletto egualmente vuoto. L'ultimo che ho visto mi ha fatto pensare: “Forse è un informatico, forse potrebbe darmi consulenza per le mie persistenti difficoltà digitali”. Voglio dire che la ramazza può essere il principio e non la fine se sappiamo elaborare un modello di incontro fra bisogni e risorse umane. Rischieremmo di conoscere la ricchezza, smettendo di cercare la ricchezza dove non c'è e di frignare perché l'Europa non ci consente di indebitarci di più. Rischieremmo di conoscere la ricchezza smettendo di dividerci fra due inferni contrapposti: il “fuori tutti” e il “dentro tutti ma che si arrangino”.
P.S. Ammetto: di Macron, Renzi, D'Alema, Pisapia, Grillo non mi cale mica. Meglio parlare d'altro.

martedì 13 giugno 2017

La distanza facebook e i nuovi insulti


Sono sotto il sole del pomeriggio aspettando l'apertura dell'ufficio rinnovo patenti. Faccio un giro del palazzo per ingannare l'attesa. Adesso vicino all'ufficio ci sono due ragazzi. Discutono animatamente con una signora che è nella sua auto lì vicino. La discussione si fa sempre più animata. Non so cosa sia accaduto. Capisco che i due ragazzi debbono avere riso della signora. E non so perché. Capisco che la signora è molto coraggiosa. I ragazzi sono anche robusti. “Noi siamo liberi di ridere quanto vogliamo” E lei scende dall'auto. Diventa più aggressiva. Non c'è nessuno tranne me. Su chi può contare la signora? Su nessuno. I “mortacci tua” si sprecano. Coraggiosa la signora e, tutto sommato, “moderati” i ragazzi. Mi limito a dire: “Basta, salutatevi!”. Non mi ascoltano ovviamente. Noto che comunque tengono una distanza di sicurezza. I bulli sono moderatamente bulli per fortuna. Non più bulli della signora. Poi la situazione sembra precipitare. Succede quando i ragazzi appellano “napoletana” la signora, forse per un accento nella voce. . E quella: “Napoletana sarà tua madre, tua sorella e li mortacci tua”. Diventa paonazza. Temo il peggio. Ma l'ufficio apre e i due ragazzi corrono a prendere il posto superandomi nella fila informale fatta da loro e da me. Anche oggi ho imparato qualcosa, spiando la vita degli altri. 1. I ragazzi si limitavano a un litigio a distanza, stile facebook, semplicemente perché temevano di compromettere qualcosa: forse l'esame di patente. 2. In questa Roma in cui sono immigrato “napoletano” è il peggiore degli insulti.

lunedì 5 giugno 2017

C'è posto: anche a Torino




Quel che è successo a Torino ha più cause. Della prima – la sindrome di panico – si è detto. Poichè quasi tutti i feriti (oltre 1500) sono state vittime dei cocci di vetro delle birre bevute per socializzare in piazza, si cercano ora i responsabili della mancata vigilanza. Prendo la parola solo perché ho in mente un altro colpevole. Si può chiamare “lassismo”oppure “cattivismo” oppure buonismo”, o meglio la futile alternativa fra “cattivismo” e “buonismo” . Comunque si chiami è il contrario della buona integrazione la quale è rigore ed accoglienza cioè integrazione cioè dare ad ognuno un posto al mondo. Ed è figlia della negletta ragione. Il senso comune suggerisce che gli abusivi che “spacciano” bottiglie di birra non ci costino nulla. Nessuno ha osato metterci le mani in tasca (giusta la vulgata antitasse di moda da un quarto di secolo) per dar loro un posto nel mondo. .Destra e sinistra infatti si dividono solo fra il respingerli dal centro storico o il lasciarli fare. Non è all'ordine del giorno l'unica risposta giusta: offrire un lavoro che li renda protagonisti di uno scambio equo fra lavoro vero e reddito. Un lavoro che liberi lavavetri, venditori di rose e di bottiglie di vetro dal bisogno di violare le regole. Eppure – a differenza di quanto ritiene il malsano senso comune – il lavoro disponibile è sterminato come sono sterminati i bisogni umani. Altro che “lavorare meno-lavorare tutti”, altro che “prima gli italiani o i padani o i milanesi”. Altro che le sciocchezzuole che intossicano le menti nel triste esordio del millennio.  

domenica 4 giugno 2017

La competenza ignorata


La competenza di cui si straparla – oggi chiamandola spesso “merito”, ieri “professionalità” - non è quella del cameriere anziano ed esperto che serve a me e a mia moglie il caffè nel locale storico in piazza. Dove si va quando si ha voglia di vedere gente (compreso l'immancabile banchetto 5Stelle) e prendere il sole, se c'è. Sapendo di pagare quattro euro i due caffè per pagare la rendita di posizione del bar. Quattro euro invece che due. Ma non cinque. Invece il cameriere – unico italiano fra camerieri egiziani e slavi – si scorda sempre di portare il resto. Magari fingendo (con se stesso?) che sia una mancia obbligata. Si dà il caso però che io sia contrario alle mance come alle estorsioni. E che mia moglie si innervosisca più di me al ripetersi della dinamica. Sicché ogni volta, dopo aver sperato che a servirci sia il cameriere egiziano o la cameriera slava, se ci serve l'italiano il rito del caffè è avvelenato un tantino. E anche i rapporti coniugali ne soffrono un tantino. Perché, pur ottenendo il resto ogni volta, dopo una o due sollecitazioni, mia moglie trova intollerabile che io le chieda di tornare in quel bar. Dove andiamo sempre più raramente.
La competenza invece è quella della cameriera del ristorante-pizzeria vicino. Affollatissimo. Con i tavoli sempre più numerosi in piazza, oltre che dentro. L'ultima volta ancor prima delle venti a fatica conquistiamo un tavolino. Per del cibo così così, spaghetti e riso entrambi molto al dente. Forse perché i fornelli hanno troppa fretta di cuocere, vista la fila ai tavoli. Però quello strano tipo che son io si sente appagato egualmente. Perché guardo l'efficienza straordinaria dei giovani – ragazze soprattutto- che servono ai tavoli. Ognuno/a che insieme fa più cose: prende ordinazioni, sparecchia il tavolo accanto, fa segno al compagno di lavoro, sorride al tavolo di fronte per dire “arrivo”. Poiché cerco sempre segni d'altro nelle piccole cose, lo spettacolo della passione, della fatica e della competenza giovanile mi sollecita qualche speranza nel futuro. Dulcis in fundo, la ragazza carinissima che più si occupa di noi, scorgendo un attimo di perplessità nei nostri sguardi perché siamo rimasti senza forchette, ci regala un sorriso splendido. “Non vi abbandono” ci dice. Un sorriso e una esibizione di competenza vera che da soli valgono il prezzo della cena.
P.S. Mi capita di chiedermi quanti imprenditori siano consapevoli del valore dei loro collaboratori o anche della loro nocività. Penso siano pochini. Troppo intenti a fare i conti, troppo intenti a cercare il contratto meno oneroso. Insomma non immagino molti imprenditori capaci di valutare la competenza. E neanche il sindacato può farlo. Numeri. Camerieri. Ricercatori. Insegnanti. Tutti accomunati da una qualifica che li fa apparire eguali. Con la stessa qualifica nella scuola uno apre le menti alla curiosità, l'altro le chiude. Con la stessa qualifica uno ti avvelena un ottimo espresso, l'altra ti intenerisce gli spaghetti troppo al dente. Neanche il sindacato può distinguere. Teme, con ragioni inoppugnabili, di dividere distinguendo. Teme che il giovane ricercatore che troverà la soluzione alla malattia più difficile finisca con una paga di trecento euro al mese. Contro i duecento di chi non trova e non cerca niente. Vero. Infatti la soluzione va cercata proprio altrove. Non nelle dinamiche avvelenate del mercato. .

Preparo la valigia per Londra


Direi che Il combinato disposto dell'ennesima strage terroristica e del disastro di Torino (quasi strage) mi angoscia, se non fossi già angosciato da tempo, come molti. Esaurite le parole di condanna e quelle di solidarietà, ribadisco la convinzione che non c'è molto da fare contro il terrorismo ormai endemico e contro il nichilismo che lo genera e rigenera. Si può contenerlo al più con misure di sicurezza più efficaci, sacrificando un po' i sovranismi nazionali in materia. Più radicalmente si può pensare di vincerlo (nei decenni a venire) lavorando ad una cultura planetaria della pace e dell'eguaglianza, una cultura che non appaia e non sia cristiana o occidentale. E' il lavoro su cui si sta spendendo Francesco. Con nessuna garanzia di successo nel tempo e sicuramente non nell'immediato. Nell'immediato l'unica terapia possibile è inscrivere il rischio di morire per mano di un folle che cerca le vergini nel paradiso di Allah nel grosso rischio della vita stessa: gli incidenti stradali o domestici, un male covato nei contesti insalubri, etc. Dirsi che il rischio di morire per un folle è statisticamente minimo. E fare tranquillamente le valigie per Londra (come sto per fare). Sapendo anche che la paura può uccidere più del terrorismo.

venerdì 2 giugno 2017

La timidezza di Rossi, l'arroganza di D'Alema e il salvagente Bersani


So di dare forse un dispiacere agli amici indirizzati, come me (pur senza entusiasmo) a votare Art. 1. Ma è giusto ed utile essere sinceri. Ieri mi è capitato di entrare in crisi seguendo sulla 7 prima Enrico Rossi poi Massimo D'Alema. Rossi alla domanda se ritenesse opportuno nazionalizzare le banche salvate dal danaro pubblico rispondeva con qualche timidezza che no, non pensava a nazionalizzazioni. Pensava semplicemente ad una partnership pubblico-privato. Era chiaro che la parola “nazionalizzazione” lo metteva in imbarazzo. Insomma non ci venga in mente di avere in Art. 1 qualcosa che assomigli troppo al Labour di Corbyn. A Corbyn invece la parola “nazionalizzazione” piace. E lo dice.
Poi ho sentito D'Alema. Diceva cose abbastanza condivisibili. Col solito tono del primo della classe. Un po' come un antirenziano sfegatato che condivide stile e arroganza dell'avversario. Damilano ha osato farglielo notare. Poi, soprattutto ha osato contestargli la famosa caduta di Prodi attribuita alle manovre dalemiane. Mal gliene incolse all'imprudente Damilano. D'Alema gli ha dato seccamente dello stupido. Francamente io avrei lasciato immediatamente lo studio. Damiliano è rimasto invece . Imbarazzato. Molto imbarazzato. Fino a ricevere qualcosa di simile alle scuse. Dico che continuo a non riconoscermi nello stile dalemiano, troppo simile a quello renziano. Si dirà che lo stile non è sostanza. Ma non lo credo. In assenza di progetti davvero radicalmente alternativi, lo stile è quel che ci rimane. E' la condizione per una fase di convivenza in cui si possa confrontarsi e progettare. E scrivere qualcosa di radicale e sensato sulla lavagna bianca. Poi stamattina ho letto l'intervista di Bersani a Repubblica. Altro stile per fortuna e altra concretezza. Meglio che niente per un altro clima. Senza radicalità purtroppo. Ed anche l'ipotetico nome della lista alle imminenti elezioni – Alleanza per il cambiamento – mi appare scialbo e - direi - renziano. Nonché timido come il definirsi di centrosinistra e non chiaramente di sinistra. Di centro-sinistra sono eventualmente le coalizioni che vedono insieme centro e sinistra, come credo volesse dire l'amico Alfredo Morganti in un post recente. Aspetto qualcuno e qualcosa che nomini la parola proibita: “Socialismo”.

Non è colpa di Renzi


Non è colpa sua se è costretto a chiedere ad Alfano il piacere di bocciargli il “suo” governo. Per convenzione un partito non può bocciare il suo governo. Ma è una convenzione insensata. Perché mai il PD non dovrebbe volere un governo sempre suo ma diverso, con il segretario, ristabilito, nuovamente al comando? Dicono che non giovi all'Italia andare a l voto. Ma questo è opinabile. Sempre è opinabile il rapporto causa /effetto nelle azioni politiche. Forse con Letta avremmo avuto un'Italia meno distante dall'Europa. O forse il contrario. L'unica cosa certa è che più di un milione di votanti alle primarie ha scelto Renzi. Si ascolti la loro voce. Non la voce dei cinque o sei o più milioni di dispersi a destra e manca. E finalmente superiamo le stupide convenzioni che costringono a comprarsi un killer mentre si potrebbe dare una esplicita buona morte.    

domenica 28 maggio 2017

The Dinner: di chi sono i nostri figli


Invece (a differenza di Get out che è piaciuto a tutti tranne che a me) mi è piaciuto è mi ha preso The dinner. E' il terzo film tratto dal romanzo Het Diner di Herman Koch (2009).  scritto e diretto da Oren Moverman, con protagonisti Richard GereLaura Linney Steve Coogan e Rebecca Hall. Il secondo è stato “I nostri ragazzi” che l'amica Paola Bernardi ci aveva invitato a vedere e che ora mi incuriosisce di più per un confronto. Le trasposizioni cinematografiche suggeriscono che il tema inquieta le nostre coscienze. Al centro della cena lussuosa offerta dal politico in rapida carriera (Gere) c'è un “incidente” che rischia di distruggere la vita dei quattro commensali e degli adolescenti coinvolti. Gli altri sono il fratello mentalmente labile di Gere (Steve Coogan, bravissimo, anzi il più bravo) e le mogli dei due uomini. In quanto padri e in quanto madri, ma anche in quanto mogli e mariti. Credo che l tema inquieti perché sappiamo bene che i nostri figli non sono più figli nostri in questo malato esordio del ventunesimo secolo. Non c'è attenzione e intenzione educativa che possa rassicurarci. E non basterebbe neanche quella alleanza educativa fra famiglia e scuola spesso auspicata, ma sempre più fragile. Perché – credo – i nostri figli sono figli soprattutto di questi tempi,.di esempi mancati, di prospettive incerte, di assenza di merito, di maestri incontrati in rete. Figli del Caso. La cronaca ci ripropone di frequente l'emergere di questi alieni, bulli o assassini. E quasi mai troviamo spiegazione. Al più ci consoliamo ricordando giovani di un altro pianeta: come Valeria Solesin e Giulio Regeni. La mia opinione franca e minoritaria è che l'istituzione famiglia non sia solo malata, bensì moribonda. In quale senso amiamo questi nostri figli? Normalmente nel senso dei tifosi che non vogliono che ognuno abbia il suo; vogliono la propria squadra vincente comunque. Vogliamo che il giocatore falloso, se della nostra squadra, la faccia franca. La domanda è se questo serva al giocatore falloso e ai nostri figli. E' la domanda che diventa centrale durante la cena. E' spiazzante che a porla sia l'antipatico politico, antipatico come i politici oggi. Spiazzante perché solo lui per un attimo ha chiaro che per il bene dei figli, i figli non debbano essere “protetti”, ma debbano pagare. Per un attimo. Poi la vita con la sua complessità e il groviglio delle convenienze personali ha il sopravvento. Purtroppo.






venerdì 26 maggio 2017

Nostalgia e masochismo


E' inevitabile. Molti artisti per noi sono personaggi legati ad un tempo finito, assai più breve della loro vita intera. Non so voi, ma io provo qualcosa di sgradevole e amaro quando Carlo Conti ci ripresenta quelle facce così cambiate. Così poco fa, sfuggendo alla politica e a Carminati proposti in TV, ho rivisto Karen Lynn a 40 anni di distanza di quella "Febbre del sabato sera" di cui fu protagonista con Travolta. Conti sviluppa la sua operazione nostalgia. Io guardando Karen Lynn, irriconoscibile, scendere incerta e malferma le scale ripide dello studio, sento che sto compiendo su di me una sorta di operazione masochistica. Forse passo a vedere il seguito delle gesta di Carminati.

mercoledì 24 maggio 2017

Una domanda irriverente


Vedo in diretta TV l'incontro fra Francesco, Trump e il suo seguito. Trump sorridente e Francesco un po' imbronciato. I due non potrebbero essere più diversi. Il sovranista contro l'internazionalista, quello dei muri contro quello dei ponti, l'ecoindifferente contro l'autore di "Laudato si'", l'enciclica sull'ambiente e il mondo casa comune. Enciclica che il Papa regala a Trump. E sembra una provocazione. Fra il serio e l'imbronciato dunque Francesco. Che però si illumina quando Trump gli presenta moglie e figlia, così eleganti. Una domanda irriverente: un Papa può non essere indifferente alla bellezza femminile?.

25 anni dopo: pensando all'inconsapevole complicità


Ho seguito in TV il 25esimo anniversario di Capaci. Soprattutto a sera nella complicata trasmissione di Fazio. Che dire? Credo che sia stato tutto utile per ripassare qualcosa e per trasmetterla ai figli che non c'erano. Non ricordavo esattamente il numero delle conclamate vittime di mafia. Ora so che sono più di 900. Non ricordavo bene la storia della ragazza di famiglia mafiosa che denuncia la mafia e poi si suicida. Al di là del ragazzino sciolto nell'acido, non ricordavo i particolari delle vendette sulle famiglie dei pentiti, famiglie sterminate. Utile ricordare. Utile riconoscere che quelle morti illustri – Falcone, Borsellino e tanti altri - non sono stati inutili. In qualcosa però non riesco a riconoscermi. Non mi piacciono le reiterate allusioni alle complicità dello Stato. Allusioni troppo vaghe, senza nomi. In generale sono fra i pochi che non credono ai complotti. Sarà grave, ma preferisco dire come la penso. Penso che la mafia di quegli anni aveva una capacità stragista senza eguali. Penso che non tutti gli avversari di Falcone e Borsellino fossero in cattiva fede o complottisti. Penso che molti credevano ai rischi di una gestione centralizzata della lotta alla mafia. Col senno di poi sbagliavano. Ma non erano necessariamente complici consapevoli di Riina. Al più alcuni riuscivano a credere che fosse istituzionalmente corretto quanto conveniva alle loro carriere. Alcuni coltivavano umane invidie. Ma non riesco a credere a tavoli complottisti fra mafiosi e premier di governo o cose simili. Credo di più alla viltà. Credo alla paura di esporsi. Credo a patti silenziosi o impliciti fra politica e mafia, nel segno della convenienza, patti così impliciti e negati a se stessi da consentire a uomini delle istituzioni di guardarsi allo specchio. Credo al coraggio di Falcone e Borsellino. Credo alla straordinaria complessità della Sicilia in cui vivevo. Con i condomini di via Notarbartolo, dove Falcone abitava, che scrivevano lettere alla stampa lamentandosi per la loro vita disturbata dalle sirene della polizia e proponendo che i magistrati abitassero in villette fuori dal centro. Mi è capitato di verificare personalmente i segni di quella ignavia impudente. Quando visitai l'albero di Falcone, con tanti biglietti di ringraziamento per il suo sacrificio. C'era tanta gente davanti al condominio . Mia figlia che era con me e stava per iscriversi alla Sapienza di Roma pensò per un attimo che se la Sicilia era quella davanti all'albero di Falcone, poteva restare a studiare in Sicilia. Ma la Sicilia non era solo quella. Una signora elegante si fece largo fra la gente per entrare nel portone del suo condominio. Lo fece indispettita, sbuffando. La Sicilia era anche questo. Come era la folla enorme e indignata che rompe i cordoni della polizia davanti alla Chiesa in cui si celebrano i funerali perché vuole onorare Borsellino e inveire contro le istituzioni sentite come complici. E stringe in una morsa pericolosa Scalfaro, capo dello Stato. La Sicilia che ricordo era tante cose in un conflitto tragico sconosciuto altrove.