mercoledì 17 novembre 2010

Bersani e Fini: si cercano ma la storia li divide

Vieni via con me ha chiamato Bersani e Fini ad elencare rispettivamente i valori della sinistra e della destra. Evidentemente volendoli considerare rappresentativi di queste polarità. Darei ragione ai contestatori di Fazio. Si fa per dire…. Darei loro ragione non in nome di una impossibile par condicio che sapientemente Fazio ha ridicolizzato con l’elenco interminabile dei partiti aventi diritto a partecipare alla trasmissione. Darei loro ragione piuttosto perché, se “sinistra” e “destra” rappresentano i poli opposti della politica, Bersani e Fini non rappresentano oggi quegli opposti. La coppia “giusta” sarebbe stata Bersani (o Vendola) versus Berlusconi (o magari Santanché).

Il fatto quotidiano il giorno dopo la trasmissione ha giudicato giustamente “complementari” gli elenchi e i valori declamati dal leader del PD e dal leader di Futuro e Libertà. Lo ha confermato a Ballarò un Crozza particolarmente in forma, tratteggiando i due leader come due amiconi che si passano la palla (e i testi). Del resto più che complementare, sovrapponibile, soprattutto nel linguaggio, era apparso il manifesto di Perugia di Futuro e libertà rispetto al manifesto veltroniano del Lingotto. Vediamo un po’. A mio avviso Bersani è riuscito a suggerire alcune idee forza della sinistra. Soprattutto in queste parole: “La sinistra è l’idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti…….Nessuno sta bene da solo. Sta bene se anche gli altri stanno un po’ bene”. Magari, per esorcizzare i rischi di una sinistra “contemplativa”, “compassionevole” e impotente avrebbe potuto dire:”Se agisci per rendere forti anche i deboli”. Però ha detto abbastanza bene. E poi ha detto altre cose di ampio respiro: “Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come lo abbiamo trovato perché non abbiamo il diritto di distruggere quello che non è nostro”. Impegno arduo, altruistico e masochista, se tramutato in azione, perché guardare ai nipoti non paga. Impegno impossibile e quasi per definizione di sinistra, giacché alla destra appartengono le battaglie facili. Non paga salvaguardare l’ambiente contro il consumismo come non paga ridurre il debito pubblico che erediteranno i nipoti. Per fortuna Bersani ha aggiunto l’impegno più popolare per il lavoro e la precarietà (con qualche accenno di concretezza: “un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”) che almeno riguarda corde più sensibili, noi stessi ed i figli. E poi il ruolo della donna come termometro della civiltà e la dedizione degli insegnanti coraggiosi e via via verso valori condivisi e universali, oltre la sinistra.

Struttura analoga ha avuto l’elenco di Fini che, cercando faticosamente nella sua storia di destra (stavo per dire, sbagliando, “nelle sue radici”: ma sono estirpate), non ha trovato di meglio che l’Italia, declamata con la “I” molto maiuscola, e senza riferimenti a devoluzioni “locali” o “planetarie”, e l’esaltazione delle Forze Armate. Poi, via via, sfumando anche lui verso valori più facilmente condivisibili: la legalità, lo Stato non invadente, l’autorevolezza e il buon esempio delle istituzioni. E qui naturalmente l’avversario era palese e non stava a sinistra. Era il leader di un’altra destra, quella “con la bava alla bocca”, ammesso che oggi Fini, come per lo più si ritiene, sia ancora collocabile a destra. Fini ha rivendicato quindi la cultura del merito e la eguaglianza delle opportunità “per i figli dei datori di lavoro come per i figli degli impiegati e degli operai” (di Lapo Elkan e del turnista della Fiat?). Valori cari al liberalismo conservatore e a quello progressista: profondamente velleitari, a mio avviso, come parodia dell’eguaglianza di fatto, giacché senza interventi radicali (socialismo) o continuamente correttivi (Stato interventista) le diseguaglianze di nascita e di censo, spostate in avanti, dopo la culla, dopo la scuola dell’obbligo, dopo l’università, comunque si riproducono. In Italia soprattutto.

Da notare poi le coincidenze nei due discorsi, a proposito di cittadinanza ed immigrati. Anche l’appello alla laicità di Bersani, a proposito di accanimento terapeutico (caso Welby e Englaro) credo potesse essere condiviso da Fini, in altre occasioni aperto su questi temi.

Insomma il vero avversario della destra e della sinistra presenti in studio stava altrove: era Berlusconi. Un comprimario assente un po’ amico, un po’ avversario, lontano da Fini e soprattutto da Bersani era Casini che – guarda caso – immediatamente prima ad Otto e mezzo aveva polemizzato contro la prevista apologia che Vieni via con me avrebbe fatto della laicità e della “buona morte”, differenziandosi molto da Bersani e abbastanza da Fini.

Riassumo. La destra e la sinistra presenti in studio erano tutt’altro che distanti. Per merito dell’evoluzione finiana, dei suoi molti passi avanti, se non dei passi indietro della sinistra. Perché allora non chiamare Fini e Bersani “centro” o, volendo cogliere le sfumature, “centrodestra” e “centrosinistra”, e chiamare Berlusconi “destra” populista o peronista o monarchica o magari, sbrigativamente, fascista e Casini destra “costituzionale” e confessionale? Non si può. Non si può con Fini e Bersani. Le etichette acquisite con la storia, pare non si possano cancellare: Fini e Bersani debbono dirsi distanti anche quando sono vicini. Li costringono il passato e il senso comune imposto da quelli che hanno inventato la sovranità popolare come proprietà del 30% degli elettori ed hanno inventato “ribaltone”, “tradimento”, etc. Come i figli delle storiche famiglie rivali, Montecchi e Capuleti, i leader del PD e di FLI, scoprono reciproco interesse e attrazione. Nella leggenda l’attrazione e il presente vinsero sulla storia. Nella politica oggi è più facile vincano la storia ed etichette troppo adesive.

Quanto coraggio servirebbe a vincere l’inerzia delle vecchie appartenenze per una Alleanza costituzionale, da Fini a Vendola, che ci liberi dai barbari? In attesa che il PD si muova dalla sua stagione contemplativa verso una sinistra di lotta che realizzi nell’azione quotidiana i valori declamati da Bersani.