venerdì 11 marzo 2016

The danish girl: l'amore è quello di dopo

Critiche divise su " The danish girl" di Tom Hopper. Tutti d'accordo però sull'ottima prova di Alicia Vikander, premiata con L'Oscar come migliore attrice non protagonista. Di fatto una co-protagonista. Lei interpreta il ruolo di Gerda, moglie di Einar  (Eddie Redmayne). Pittore paesaggista lui, pittrice ritrattista lei. Qualcuno ha trovato il film "calligrafico" o "estetizzante". Io mi colloco fra quanti lo hanno apprezzato molto. Il regista ribadisce il gusto della misura già manifestata con "Il discorso del re",  premiato con l'Oscar per la migliore regia nel 2011. Anche questa peraltro è la storia autentica di un disagio. Nella Danimarca degli anni '20, come in tutto il mondo di allora, scoprirsi donna in un corpo maschile era una catastrofe esistenziale. Ora lo è un po' meno solo perché il transgender è accolto nella cultura ufficiale come un modo di essere e di vivere l'identità sessuale. Nella cultura medio-alta almeno, se non nelle emozioni più comuni, sempre in ritardo. Ma allora, negli anni '20 anche i medici e gli scienziati non sapevano affatto cosa significasse quella sensazione di estraneità rispetto al proprio corpo. Sarebbero divertenti, se non fossero drammatiche le diagnosi dei medici consultati da Einar. "Purtroppo la diagnosi è la peggiore: lei è un omosessuale" oppure "schizofrenia" etc. Credo che gli autori si siano sentiti investiti da un compito pedagogico. Quando Einar dice alla moglie di non essere interessato al presunto corteggiatore perché quello è un omosessuale - non cioè l'uomo etero che Einar  vede nel suo futuro di donna - gli autori lo stanno dicendo al pubblico invitando a non far confusione. Quella che ancor oggi si fa fra omosessuale, transgender e addirittura pedofilo, con significativa e rozza confusione fra tutto quello che non si accetta.
Capita comunque che i protagonisti trovino la via giusta indirizzandosi ad un chirurgo tedesco, precursore della moderna pratica chirurgica. Il regista è maestro nel dire molto in un gesto minimo. Ne "Il discorso del re" lo fece, ad esempio, nella scena in cui Giorgio VI riappare alle figlie appena incoronato re. La figlia minore, Margareth, sta per saltargli addosso chiamandolo "papà". La maggiore, Elisabetta, futura regina, la ferma e suggerisce alla minore, con un inchino e una parola, il comportamento adeguato: "maestà". In "The danish girl"  il chirurgo riconosce la femminilità del cliente prossimo all'intervento, ormai non più Einar, ma intimamente Lili, con un semplice e veloce baciamano.
La storia della coppia è la storia di un rapporto intenso anche dal punto di vista erotico dapprima. Dapprima. Con la scoperta dell'identità femminile di Einar- Lili , iniziata per un gioco di travestimento, il rapporto muta profondamente, prima lacerandosi nella disperazione della moglie, poi diventando altra cosa, di maggior valore. Mi piace dire che dopo, solo dopo, diventa amore. Non più il godere del corpo dell'altro e dei servizi materiali ed affettivi dell'altro, ma l'empatia profonda e gratuita verso le ragioni e il mondo dell'altro. Lì soprattutto la coprotagonista è di estrema efficacia. Credo che il film, a suo modo militante, ci suggerisca anche questo: cosa merita di essere chiamato "amore".