sabato 25 settembre 2010

A proposito di Sakineh e di Teresa Lewis. Chi ci dice quando mobilitarci?

Due modelli di barbarie

La mobilitazione dell’Occidente ha salvato la vita (per ora) di Sakineh, l’iraniana che rischiava una barbara morte per lapidazione. La avrebbero sotterrata in piedi, con la testa scoperta ed esposta ai lanci di pietra. Le pietre sarebbero state, come da protocollo, né così piccole da essere inoffensive né così grandi da essere troppo velocemente mortali affinché la colpevole patisse quanto giusto prima di ricevere la morte a quel punto agognata. Non ho studiato la storia di questa forma di esecuzione. So solo che viene da lontano. Al cinema ce ne ha mostrato una forma meno protocollare Amenàbar in Agorà. Lì è Ipazia, nella colta Alessandria di Egitto del V secolo D.C, colpevole di essere filosofa e donna, ad essere condannata senza processo dalla folla di fanatici cristiani e solo l’eutanasia praticatale dall’innamorato risparmia alla colpevole il supplizio consegnando alle pietre della massa imbestialita un corpo già spento. Ancor prima, nella Palestina ebraica, i Vangeli ci testimoniano, con l’episodio di Cristo che salva l’adultera dalla lapidazione, la diffusione di questa pratica. Questo per dire della permanenza nella storia e nei diversi fanatismi religiosi della barbarie che pretende la massima sofferenza del colpevole.

Ieri invece, venerdì 23 alle ore 3.00, gli USA, laici e civili, in Virginia hanno spento la vita di Teresa Lewis, colpevole, oltre che di aver progettato un assassinio (gli esecutori hanno avuto “solo” l’ergastolo), di essere 2 punti sopra il livello di insufficienza mentale che le avrebbe salvata la vita, per incapacità, burocraticamente definita, di intendere e di volere.

Certo, Teresa Lewis è morta con tutti i comfort in una esecuzione “civile”, sterile, asettica, igienica. Così si conviene nel Paese più sviluppato del mondo. I testimoni, giornalisti e parenti delle vittime, hanno assistito disciplinatamente nei posti assegnati. Quando Teresa è stata sdraiata sul letto di morte una tenda ha difeso la sua privacy. Le hanno infilato un ago nelle vene. Le hanno messo in circolo un sedativo, poi una sostanza catatonica, poi il veleno. Non ha sofferto alcun dolore fisico. Si soffre di più dal dentista. Ha sofferto “solo” il dolore del cuore e della mente negli anni in attesa di una revisione della sentenza e poi fino all’ultimo giorno nella speranza che il telefono squillasse nella stanza della morte e il governatore ordinasse il rinvio dell’esecuzione. Ha cantato e pregato, racconta il suo legale, ma era terrorizzata. Fuori dal carcere su un cartello degli abolizionisti era scritto: “Perché uccidiamo persone che hanno ucciso altre persone per insegnare che uccidere è sbagliato?”.

La macchina infernale della giustizia

Quelli della mia generazione non dimenticano l’agonia di Caryl Chessmann, criminale diventato esperto giuridico nel tentativo di scongiurare la sedia elettrica e poi anche scrittore di diversi libri sulle sue vicende criminali e sulla sua lotta per la vita. Caryl, riconosciuto colpevole di sequestro di persona e stupro fu condannato alla camera a gas. Riuscì a sopravvivere 12 anni ottenendo 8 rinvii fino all’esecuzione avvenuta il 2 marzo del 1960. Gli stessi fautori della pena di morte, numerosissimi negli USA e numerosi anche nel nostro Paese, erano diventati prevalentemente contrari di fronte al coraggio dell’uomo e alla progressiva condivisione della tortura dell’attesa. E si moltiplicavano gli appelli per la clemenza, mentre Chessmann si rifiutava di chiedere la grazia continuando a proclamarsi innocente. Anche nell’imminenza di quel maledetto 2 marzo pochi credevano che l’esecuzione ci sarebbe stata. In effetti il telefono squillò nella sala che ospitava la camera a gas. Chiamava per ordinare l’ennesimo stop il governatore della California, Edmund Brown, notoriamente contrario alla pena capitale ma che aveva dichiarato di essersi arreso di fronte ai meccanismi della legge. Aveva trovato un’altra motivazione per una sospensione. Ma era troppo tardi. Per salvare Caryl si sarebbe dovuto aprire la camera dove le pillole di cianuro calate nella bacinella stavano sprigionando i primi gas letali. Non si poteva aprire la camera per i pericoli che avrebbero corso i presenti nella sala. La macchina infernale della giustizia era più forte degli uomini che l’avevano lanciata e ora avrebbero voluto fermarla.

Chi ha modellato la mia testa?

Torno a Sakineh e a Teresa Lewis per ricordare che il presidente iraniano Ahmadinejad, al consesso dell’ONU, ha rinfacciato all’Occidente l’ipocrisia di quel silenzio nell’imminenza dell’esecuzione negli USA, a fronte della mobilitazione per Sakineh. Un amico mi ha ricordato un aforisma di Benigni: “Anche Hitler e Mussolini avranno fatto dei ponti”. Appunto, anche il leader iraniano può dire verità. Un’altra verità aveva detto a proposito del nucleare (peraltro, dichiaratamente, per scopi civili) che esponeva il suo paese a pesanti ritorsioni, mentre sul nucleare bellico di Israele, accertato, contrario ai trattati internazionali, permaneva un assurdo silenzio. Come contraddirlo? Come è stato contraddetto? Ma qui inizia la mia confusione assoluta. Ahmadinejad ha anche dichiarato che non era stata mai pronunciata la condanna a morte per Sakineh. Nessuno gli ha creduto. Neanche io, ovviamente. Poi, adesso, mentre cominciavo a scrivere queste righe, ho fatto altre ricerche su internet. Ebbene scopro in un sito di controinformazione http://www.ipharra.org/article-la-storia-delle-lapidazioni-in-iran-e-una-bufala-56823151.html che la pena della lapidazione è sospesa in Iran da tempo (ultima moratoria nel 2008) . Sto imparando a non prendere per buona nessuna notizia e non do per buona neanche questa. Continuerò a cercare. Forse. Ma le domande cruciali sono: “ Chi foggia le nostre opinioni e credenze? Chi ci mobilita per Sakineh? Chi decide di non informarci e non mobilitarci per Teresa Lewis? I mass media? Chi controlla i mass media? E internet almeno è libero? E allora chi mi ha fatto trovare il sito che prima ho linkato? Come si decidono in Google le gerarchie delle fonti ? Non è un’utopia oggi la libertà di informazione e la libertà di essere informati nell’Occidente liberale che ha sconfitto l’Utopia comunista? Chi ha modellato la mia testa e le mie opinioni? Le domande sono mezze risposte. Almeno selezionano un campo di ricerca.

Uno spunto autobiografico per concludere e per rimproverare me stesso e la mia credulità. Per tutta la vita scolastica fra le mie varie credenze in materia di storia c’era la convinzione, comune praticamente a tutti, sulla crudeltà e la follia di Nerone. All’università lo studio della storia romana del grande Santo Mazzarino mi aprì gli occhi su questa credenza (e su altro). I dati documentali dimostrano riforme neroniane nel segno di politiche strutturali avverse alla classe nobiliare e favorevoli alle plebi, a partire dalla svalutazione dell’oro e dalla rivalutazione della moneta di bronzo. La riforma di segno opposto fu fatta dall’imperatore Costantino che così fissò l’alleanza con la Chiesa e la classe possidente. Chi scriveva la storia che ci è stata tramandata e che acriticamente i libri di scuola ancora ci raccontano? I senatori puniti da Nerone e premiati da Costantino.

Il rimprovero che mi rivolgo è di essermi addormentato di nuovo pigramente sulle verità rivelate. Intanto rivolgo il mio pensiero a Teresa Lewis chiedendole di perdonarmi per non essermi mobilitato per lei. Non sapevo. Ma non ho neanche cercato di sapere. Ero troppo occupato a rispondere agli insulti rivoltimi sul forum del Pdnetwork e in analoghe futilità.

mercoledì 25 agosto 2010

Tremonti, Marchionne, i minatori imprigionati e il magnate generoso

Ritorno a questo blog scrivendo d'altro rispetto a quello che avevo annunciato. Ma è passato un po' di tempo. Sarà per l'inguaribile ideologismo (così si chiama sprezzantemente la voglia di cercare un significato nel caos degli eventi). Sarà, più semplicemente, per la mia congenita claustrofobia, mai del tutto risolta, per quanto combattuta. Voglio dire dei miei sentimenti e dei miei pensieri riguardo i 33 minatori rimasti sepolti, il 5 agosto scorso, a 700 metri di profondità, in una miniera d'oro, a San Jose in Cile, e ora scoperti vivi contro ogni attesa. Fra 3/4 mesi potrebbero essere salvati. Potrebbero. Non mi soffermo su troppi particolari di una vicenda nota a tutti. Detto della euforia del popolo cileno e del suo presidente impegnato a salvare quelle vite, con la mobilitazione nazionale e internazionale delle più avanzate tecnologie per alimentare, idratare e sostenere psicologicamente i sepolti vivi, qualcosa non mi torna.
  1. La società mineraria ha comunicato non solo di non disporre del denaro necessario per coprire i costi dell'operazione di salvataggio (non so quanti milioni di dollari) ma pure che il blocco della miniera condurrà presto al fallimento dell'impresa. Non so se per chiarire che comunque non ci sarà possibilità di occupazione per gli eventuali sopravvissuti o se per negoziare aiuti di Stato. Immagino che in Cile, come in Italia, valga la prassi aziendale "i profitti sono miei, le perdite di tutti" . La società non ha detto, mi pare, che l'impianto era stato bloccato nel 2007 dopo un incidente mortale e poi riaperto; ancora non saprei se secondo il modello italiano delle "mazzette" o la pratica, propria di tutti i paesi ad economia di mercato (capitalisti insomma) del ricatto occupazionale. Peraltro i minatori avevano accettato di monetizzare il rischio specifico di quella miniera con un bonus di circa 150 dollari che portava a salari attorno ai 1.000 dollari.
  2. Tale Leonardo Farkas, patron multimilionario di un'altra compagnia mineraria, la Santa Fe, ha promesso un assegno di 5 milioni di pesos pari a circa 7.600 euro per ognuno dei 33 minatori che dovesse uscire vivo da sotterra. Ed ha aggiunto che si impegnerà per acquisire altri finanziamenti da altri magnati affinché i minatori salvati non debbano più lavorare.

Insomma, come in tutti i grandi eventi mediali, i parassiti, magari (ma non necessariamente) in buona fede, si affollano sull'evento ricevendo visibilità. Visibilità che talvolta salva la vita o il lavoro degli attori e che - si spera - salverà la vita dei minatori. Sfortunati quelli cui non capita, nella disgrazia, la fortuna di incontrare una telecamera o che non hanno l'inventiva di attrezzare un'isola dei cassintegrati. In Italia iniziammo con Vermicino e il povero Alfredino Rampi e la TV accesa sull'evento con il protagonismo di "nonno" Pertini.

Un ulteriore commento merita il generoso signor Farkas e la sua trovata, ingenua, o troppo furba e promozionale. Poteva proprio evitarsela. E' troppo somigliante alle lotterie in voga nell'occidente civilizzato in cui si offre un vitalizio ai vincitori in cambio di una piccola puntata. Un grande affare: per i gestori della lotteria. Un grande affare per il signor Farkas che al costo massimo presunto di 250.800 euro (se uscissero tutti vivi), realizza un grande spot pubblicitario e collabora al grande inganno politico. Perché mai imprese o governi dovrebbero investire nella sicurezza dei lavoratori? Chi lo capirebbe? Nessuno ringrazia nessuno se al mattino l'acqua esce dal rubinetto del bagno. Diciamo pure che il recente intervento del ministro Tremonti, inteso a "rivedere" la 626 sulla sicurezza, è stato un intervento estremamente lucido. Come negare - così interpreto quanto viene sottinteso nelle parole del ministro - la pesantezza dei costi per garantire una sicurezza che non sarebbe in ogni caso assoluta? Chi dice che la prevenzione paga? Politicamente, no. Politicamente è più conveniente accettare il rischio di un disastro (altrui). Si può sempre attribuirne la colpa a qualcun altro, in fin dei conti: a chi ci ha preceduto, a quelli che abbiamo a fianco, agli stessi disastrati. Meglio, molto meglio investire nella TV che attribuirà meriti e colpe. E poi, chi paga i costi della sicurezza, oltre all'azienda? Chi, se non noi consumatori dell'oro scavato a San Jose, e lavoratori, sicuri dietro le nostre scrivanie e cattedre? Insomma, quanto vale la vita di un minatore? Quanto siamo disposti a pagare per assicurargli la vita?

Quel che penso è che la minaccia della disoccupazione è un'arma terrificante nello scambio ineguale fra domanda e offerta di lavoro e questo episodio ne è un esempio odioso. In misura diversa, quello subito dai minatori cileni è il ricatto subito dagli operai della Fiat di Pomigliano o da quelli della fabbrica di Tichy in Polonia sulla localizzazione della Panda, a prova che la mobilità dei capitali, mettendo in competizione i disperati, ha, nell'era della globalizzazione, strumenti sempre più "persuasivi" per allargare la forbice fra profitti (e redditi dei manager) e salari. E gli insuccessi dell'impresa possono essere pagati, da una parte con la perdita di profitti, dall'altra con la perdita del lavoro e della vita.

Ha ragione Marchionne. Siamo dopo Cristo. Dalla caduta del muro. Non c'è più la lotta di classe e chi la propone vive avanti Cristo. Non può esserci lotta di classe se una classe ha un deterrente nucleare e l'altra, frantumata, può solo tentare una scaramuccia con archi e frecce. Tanto vale apprezzare la filantropia del signor Farkas.

Mi rendo conto che, grazie a Reagan, o a Stalin o a Breznev o a Gorbaciov, per qualche decennio sarà considerato futile e arcaico parlare di appropriazione collettiva degli strumenti di produzione, di socialismo o comunismo cioè. Però solo in quella direzione vedo la soluzione di contraddizioni altrimenti insolubili fra proprietari, lavoratori e consumatori. Diciamo che vorrei almeno sognare un ordine in cui insieme si decidesse se valga la pena rischiare la vita per estrarre l'oro. Un ordine in cui, deciso eventualmente che valga la pena, chi rischiasse per questo la vita venisse retribuito un po' più di Lapo Elkan (un nome pressocchè a caso), potesse conoscere l'entità del rischio e potesse essere assistito per scegliere come morire nell'emergenza.

Voglio raccontare però di una esperienza personale che forse è all'origine di questo pezzo. Sono passati quasi 40 anni. Ero insegnante in un corso professionale per giovani aspiranti lavoratori della miniera di Pasquasia (Enna) che alternavano aula e stage (insomma, si calavano in miniera). Un giorno trovai in aula un silenzio assoluto. I dirigenti della miniera erano molto cortesi e rispettosi verso noi insegnanti. Esempio: erano molto dispiaciuti di doverci attribuire il turno B della mensa per motivi di organizzazione didattica, perché nel turno B ci saremmo mescolati ai minatori. Nel turno A invece saremmo stati con i funzionari. Avevano questa sensibilità "di classe". Non ebbero invece la sensibilità di informarci di quanto accaduto. C'era stato un incidente mortale in miniera. Gli stagisti avevano assistito alla morte orrenda di un minatore finito con la testa schiacciata sotto un macchinario. Mi chiedevano cosa fare. Continuare, accettare i rischi di quel lavoro o scappare via. Non sapevo cosa rispondere. Non avevano alternative. La più concreta sarebbe stata l'arruolamento in una cosca. Uno, in disparte, mi confidò la sua alternativa. Era fidanzato con la figlia di un impresario di agenzia funebre. Il suocero gli aveva già prospettato la possibilità di lavorare con lui. Ma non gli piaceva proprio. Rimasero tutti. E quando, nel '92 la miniera, che dava lavoro a 500 persone, fu chiusa perché non considerata più remunerativa ci fu la protesta massiccia della popolazione. Poi si sono sparse voci ripetute che la miniera sia divenuta un deposito occulto di scorie nucleari. Oggi saprei cosa rispondere. Suggerirei (cinicamente, fatalisticamente?) di accettare la miniera piuttosto che niente e di portare giù per precauzione una pillola di cianuro. E' quello che farei io per sopportare il rischio di 4 mesi di sepoltura, senza sapere l'esito del supplizio. Se non mi fossi premunito, chiederei che mi si recapitasse giù la pillola. Certo ci sarebbe un aspro dibattito politico sulla mia testa, con Gasparri e Cicchitto scatenati contro la sinistra per la sua disponibilità a consentire una dolce morte e contro Napolitano, ovviamente, se non intervenisse "in difesa della vita".

Avrei voluto dire ai miei stagisti che dovevano subire un ricatto pesante di lottare per rivoltare questa società come un calzino. Frase di circostanza: credibile solo se avessi condiviso la loro vita.

sabato 6 febbraio 2010

Francesca Pascale e le laureate di Berlusconi

All'infedele di Lerner di lunedì 1 febbraio, vedo e ascolto Francesca Pascale, consigliere provinciale a Napoli, espressione del nuovo personale politico selezionato da Berlusconi. Con occhi strabuzzati cerca di capire fra gli interventi troppo colti e “complessi” degli interlocutori dove stia l’inganno, dove e come stiano colpendo l’amato leader. Lerner – credo con perfida malizia da militante – la “oppone” ad intellettuali come la filosofa della scienza Francesca d’Agostini. La quale, ad esempio, annota quale caratteristica dei nostri tempi la possibilità di prevalere in politica con mezze verità, giacché nella velocità della comunicazione televisiva non c’è mai il tempo di verificare la “verità mancante”. Potrebbe riferirsi al taglio dell’Ici che può essere rivendicato, omettendo che ha riguardato i benestanti o che ha pesato sui bilanci comunali e sui servizi offerti ai meno abbienti. Potrebbe riferirsi all’apologia del calo degli sbarchi di clandestini, dove la verità omessa è che il maggior flusso di immigrati non proviene dagli sbarchi. Potrebbe riferirsi agli incentivi offerti al settore auto che hanno tenuto a galla la produzione e l’occupazione Fiat e però - verità mancante - come noterà a Tetris, ancora sulla 7, mercoledì 3 febbraio, il candidato “governatore” PD per il Veneto, Giuseppe Bortolussi, hanno avuto come effetto perverso un numero più consistente di posti di lavoro perduti nella piccola impresa dei manutentori, meccanici e elettronici, di auto. *

La Pascale dunque cerca di capire. Quando finalmente le è chiaro che sta arrivando un attacco alle ragazze dalla coscia lunga, giovane ceto politico del Pdl, la Pascale insorge: “sono ragazze laureate”. E’ la conferma della linea di difesa del Pdl rispetto agli attacchi malvagi della sinistra che mette in discussione la selezione politica di veline o comunque ragazze immagine. Al momento attribuisco alla pochezza della Pascale la banalità della replica stizzita. Come se una laurea potesse sostituire un curriculum. Ma giovedì 4 febbraio, su Otto e mezzo, l’assai più attrezzato ministro Brunetta, descrivendo il call center - Linea amica - del suo Ministero e lo staff che lo gestisce, mette anche lui le mani avanti: “sono ragazzi laureati”. Insomma, da un lato la laurea appare una foglia di fico su pratiche selettive opinabili, dall’altra denuncia una concezione rozza della cultura. Ma non abbiamo appreso da tempo che i nostri laureati nei concorsi, magistratura compresa, commettono errori di contenuto, ortografici e sintattici incredibili? E però la destra oggi vincente non è quella critica sui titoli di studio e sul loro valore legale. Tutt'altro. E’ invece la destra critica (e si capisce perché) verso la cultura. E ne dà un ennesima prova La Russa a Ballarò di martedì 2 febbraio, con l’atteggiamento irridente verso Tito Boeri, sì da provocare l’intervento sferzante di Anna Finocchiaro: “quando sento parlare di cultura - diceva Goebbels – metto la mano alla pistola”. Su cultura, istruzione e formazione permanente i prossimi post.



* Dalla annotazione della professoressa D'Agostini ricaviamo questo aforisma: politica politicante è l'arte di fare favori visibili a spese di danneggiati invisibili

martedì 2 febbraio 2010

Perché nessuno sia sprecato

Nessuno sia sprecato mi è sembrato essere la massima sintesi della mia visione politica. Non sono un dirigente politico. Non vivo di politica. Non sono fazioso. Vorrei esserlo un po'. Significherebbe essere meno problematico, tentennante, nevrotico. Sono iscritto da poco tempo al Partito Democratico. Mi considero però comunista perché non vedo soluzione possibile alle contraddizioni del mondo ed alla imminente crisi ambientale senza un nuovo (o un vero) comunismo. Non milito nei partiti che si chiamano comunisti perché, a mio avviso, non riescono a conciliare le riforme possibili oggi con la prospettiva futura. Si limitano a declamare. Comunque non potrei fare il politico. Non sono abile nelle mediazioni. Mi piace invece esprimere quel che penso e mi piace imparare dagli altri, anche dalla destra. Credo di aver appreso abbastanza dal pensiero liberale e qualcosa addirittura dal fascismo. Sono stato neofascista a 15 anni , liberale a 20, socialista a 25. Poi ho cercato il mio comunismo, neanche troppo scioccato dalla caduta del muro perché quello non era il mio comunismo.
Nessuno sia sprecato è la bussola delle mie proposte. Lo spreco della vita e lo spreco di vite mi appare il segno distintivo della nostra epoca. Sprecata è una vita consumata fra lotto e videopoker. Sprecate sono le vite e le competenze dei giovani e dei pensionati su cui abbiamo investito risorse e che escludiamo dalla possibilità di offrire un contributo all'economia ed alla vita sociale. I miei prossimi post svilupperanno questo tema.