mercoledì 13 luglio 2011

I ragazzi democratici


I ragazzi democratici li incontro a Caracalla, alla festa dell’Unità. Le ragazze e i ragazzi democratici, prima di iniziare a servire ai tavoli di Ristoro democratico, si mettono in riga davanti alla mensa e intonano l’inno di Mameli e poi Bella Ciao. Lo fanno con convinzione, nel segno del nuovo patriottismo repubblicano che Ciampi e Napolitano hanno felicemente promosso e che forse ci salverà. Poi una volontaria mi consiglia un sublime piatto di tonnarelli cacio e pepe su letto di formaggio fuso. E’ una ragazza molto aggraziata. Non bella. Di più. Socializzante. Ho il vantaggio di essermi seduto in tempo per evitare la ressa e poi seguire doverosamente il dibattito, come fanno i democratico “corretti”. Così ho tempo di scambiare qualche parola e di apprezzare quelle che percepisco come risorse potenziali per il partito e il paese. La competenza comunicativa di Elisa (mettiamo si chiamasse così) non è un dato meramente tecnico. E’ alimentata dall’interesse agli altri, dalla passione per il fare e per il fare bene. Mi accorgo che mentre conversa spontaneamente con me di cucina, di partito e di università, con un occhio osserva la sala, il banco di servizio e gli altri volontari. Quando si allontana sento che è richiamata dalla titolare della trattoria convenzionata. Non avrebbe dovuto aprire una bottiglia del tale vino per darmene un calice. Incassa tranquillamente il richiamo, anzi lo utilizza per mostrare interesse ai criteri per cui una bottiglia si deve dare intera e un’altra non necessariamente. E’ prossima alla laurea specialistica, credo in mediazione linguistica. Ringraziandola per l’ottimo consiglio le manifesto la mia ammirazione per il suo stile e la sua strategia comunicativa. Credo così di darle un piccolo contributo affinché cresca la sua autostima. E la risarcisco anticipatamente perché non sono affatto sicuro che il lavoro o il partito sapranno apprezzarla.
Sono gli stessi sensi di colpa generazionale che mi fanno dire subito sì a Daniele, coordinatore dei giovani democratici di Ostia levante, che mi chiede se io sia disponibile ad un volantinaggio nel pomeriggio di sabato. Lo sono, certo. Siamo solo lui e io. Daniele progetta l’incontro sul tema della primavera araba, da realizzare nel salotto gaudente di Ostia. Pensa lui a invitare prestigiosi relatori, a stampare manifesti, ad affiggerli sui muri. Mentre distribuiamo volantini, verifico che il tema non appassiona più di tanto . Ovvio, ma il volantinaggio non si fa perché serve a qualcosa. Io lo faccio come una penitenza, invece di quello che non riesco a fare. Daniele dice di accontentarsi se il volantinaggio servirà ad acquisire un solo partecipante aggiuntivo. Per me è un ritorno ad anni lontani. Intanto parliamo del voto del PD sull’abolizione delle province che lui, studente di scienze politiche e militante, difende. Poi deve correre a lavorare. Fa il cameriere anche lui.
Non abbiamo molto altro da offrire ai giovani. La loro passione, la loro competenza, il premio per i loro sforzi non sono nel nostro ordine del giorno. Al più corteggiamo questi giovani. Diamo loro ragione, anche quando hanno torto: il tradimento peggiore. Così qualche settimana fa ad un incontro al circolo territoriale, prima della giornata referendaria, quando il giovane moderatore chiede al senatore del PD di “essere concreto” . Cioè? Cioè di dire se sia il nucleare o l’energia rinnovabile a dare più prospettive occupazionali ai giovani. E il relatore a spiegare che dà più occupazione l’energia rinnovabile. E se fosse il contrario? Sceglieremmo il nucleare e il possibile disastro? A questo conduce la paura di un futuro senza lavoro e prospettive. Sento incombente la minaccia di irrazionalismi e di devastanti rivelazioni pseudoscientifiche se non si puntano i piedi nella manutenzione dell’intelligenza. Un giorno, temo, anche i giovani democratici, così diversi nella loro serietà, potrebbero convertirsi a teorie fantasiose e suicide. Qualcuno sosterrà – è già avvenuto – che la guerra è il miglior fattore di occupazione. Avrei dovuto dirlo. Non l’ho fatto. Altro senso di colpa.