martedì 22 maggio 2012

Brindisi, il romanzo di una strage


L’ultimo scempio di umanità consumato a Brindisi mi ha riportato alla storia tragica delle stragi italiane e a un film visto da poco. Marco Tullio Giordana, col suo Romanzo di una strage, ha svolto un'opera meritoria. Ha raccontato ai giovani che non sapevano e agli adulti che avevano dimenticato cosa accadde a Milano quel 12 dicembre del '69. Ne ha raccontato il sangue e il dolore. Ne ha raccontato le vittime e i carnefici più o meno accertati. Con un po' di conformismo, ha preso atto delle parziali conclusioni attuali e della riconciliazione delle vedove, facendo degli antagonisti di allora, Pinelli e Calabresi, due avversari leali, diversamente schierati entrambi contro il male, l’anarchico testa calda, Valpreda, da un lato, la questura di Milano, complice o omertosa, dall'altro. Il resto però, il perché e il come, i mandanti, la catena delittuosa ha potuto solo ipotizzarlo, suggerirlo, se non inventarlo. Ha sceneggiato le ipotesi della cultura democratica e della teoria del complotto. Gli anarchici forse manovrati da servizi stranieri e da pezzi dello Stato, i fascisti infiltrati (Merlino) che si fingono anarchici, i milionari "radicali" (Feltrinelli) che vogliano altro che il denaro. E' vero, nella stagione delle stragi si è ipotizzato il concorso straniero: la Cia, il Kgb, addirittura entrambi, collaboranti. Per ottenere cosa? Per allontanare la sinistra dalle stanze del potere, evento sgradito perché "eversivo" dagli Usa, perché riformista e compromissorio per il Partito comunista sovietico. Però quello che gli uni e gli altri avrebbero tentato di impedire, anche con la complicità delle Br e il sequestro Moro, avvenne invece con l'ingresso del Pci nella maggioranza di solidarietà nazionale (1978). Una strategia fallita con ogni evidenza. Come per Piazza della Loggia, come per Bologna. Come oltre le nostre frontiere. Quale fu nel settembre 2001 la strategia di Osama bin Laden, con l’abbattimento delle Twin Towers? Seguì l’invasione dell’Afghanistan (stesso anno) e dell'Irag (2002) fino all’esecuzione dello stesso santone di Al Qaeda. Era questa la raffinata strategia di Osama? Era questo che voleva? Morire? E con l’attentato ai treni a Madrid (2004) si voleva quel che ci fu, la vittoria di Zapatero? La storia delle stragi “politiche” pare intrecciarsi talvolta in Italia alle stragi di mafia. Difficile contestare la contiguità fra mafia e politica (pezzi della politica) e probabile che servitori dello Stato siano finiti nel libro paga di Cosa nostra. In compenso la mafia, quella che uccise Falcone e Borsellino e poi congegnò gli attentati degli Uffizi, del Velabro, etc. è disintegrata. Rimane l’istituzione mafiosa, ma capi e gregari sono in galera. Il capo supremo, dopo Riina, il mandante degli assassini degli ultimi decenni, Bernardo Provenzano, malato e forse demente, è disperato al punto di tentare il suicidio infilando la testa in un sacchetto di plastica. Anche la libertà di morire gli è preclusa. E’ questo il premio atteso per una stagione di stragi? No, non voglio dire che non ci siano stati complotti. Ma insomma non con tanti eterogenei protagonisti alleati nell’arco di una e più generazioni. Sì, nella lunga lista di colpevoli e complici tratteggiata, Marco Tullio Giordana (come tutti i teorici del complotto politico) qualcosa avrà azzeccato. Il perché politico di tale mobilitazione di agenti del male però resta oscuro. Resta oscura la ratio politica perché a mio avviso, essa, quando è presente è spesso un pretesto, non negli "impiegati" dei servizi segreti quanto negli ideologi della violenza. I loro progetti quasi inevitabilmente falliranno. Vico e altri dopo di lui hanno parlato di eterogenesi dei fini. Gli effetti delle nostre azioni sono spesso opposti alle nostre azioni. Quanto più complessa è la realtà, per la molteplicità di azioni e retro-azioni, tanto più probabile è ottenere risultati opposti a quelli desiderati. Credo che noi mitizziamo le potenze occulte che manovrerebbero alle nostre spalle, sia quando ne ipotizziamo a sproposito l’esistenza sia quando le immaginiamo dotate di una straordinaria intelligenza. Credo che il dolore e il sangue di questi anni nascano dalla disperazione dei manovali delle stragi più che dalla presunta intelligenza di menti raffinate. Se cresce la disperazione, i sempre più numerosi disperati hanno sempre facilità a crearsi capi e santoni (cioè pretesti) e viceversa questi ultimi hanno facilità di trovarsi entusiasti assassini e kamikaze. E nel brodo di cultura del nichilismo anche i gesti isolati (il norvegese Breivik è solo l'ultimo) si moltiplicano. Il benessere, frutto del saccheggio delle ultime risorse della terra e quindi del futuro, ci ha regalato una società con tassi decrescenti della violenza primordiale e "razionale", quella di chi cerca cibo, sesso, denaro. Meno rapine, meno stupri. Crescente invece la violenza gratuita “ideologica”, quella che cerca bandiere e appartenenze, simboli da coltivare e simboli da abbattere, per riempire il vuoto di vita e progetti. In tal senso è possibile transitare dalle bandiere del tifo a quelle dei clan mafiosi a quelli politici delle estreme che offrono appartenenze e semplificazioni alla portata di tutti. Credendo questo, non mi interessa molto il chi e le cosiddette responsabilità che la giustizia talvolta riesce ad accertare. Mi interessa più il perché che però credo di conoscere. Non appartiene alla politica. La politica lo produsse e ne è prodotta: è la mutazione antropologica che fa scoprire all'uomo la sua solitudine. Per questo di Romanzo di una strage mi sono rimasti i pochi minuti di Moro (uno straordinario Fabrizio Gifuni) con la sua “confessione” all’amico prete. A fronte del male, delle omissioni colpevoli, delle stragi, un Moro sfinito confessa di arrivare ad auspicare che la natura prenda il sopravvento e cancelli quel progetto andato a male, l’Uomo, per poi ricominciare pian piano la sua opera rigeneratrice. Ecco, credo che lì nei guasti irredimibili denunciati da Moro ci sia il massimo di verità, quella che l'arte è capace di suggerire. Non sento come una contraddizione che quella verità mi stimoli a renderla falsa, a fare politica per cambiarmi e cambiarci.