mercoledì 3 luglio 2013

Diario di un viaggio a casa mia: quello che resta e quello che muore


Ogni anno a giugno, per due settimane, il pellegrinaggio in Sicilia. Nella mia Sicilia, sempre meno “mia” e in ultima analisi mai “mia”. Visita doverosa, con moglie, a mamma e suocera. Visita al dolore cui non si porta rimedio. Visita alle istituzioni inventate per contenere vecchiaia, malattia e abbandono: la casa di riposo, la badante. Il muro è caduto anche per questo, perché avessimo badanti a prezzo accessibile. Nella casa di riposo un campionario incredibile di sofferenze, fisiche, mentali e di abbandoni. Lo dico subito: il pellegrinaggio annuale in Sicilia mi allontana radicalmente dalla politica e dalle sue priorità. Ventimila posti di lavoro che saranno contesi da milioni di giovani, il rimando dell’Iva per tre mesi o forse per sei, Renzi o Cuperlo. Cosa dovrebbe appassionarmi? Con gli anni (diciamo pure invecchiando) divento più “radicale”. Nel senso di sentirmi sempre più fuori posto. L’autostrada da Catania a Siracusa mi imbuca in orride gallerie che escludono dal paesaggio. Non saprei dove e come trovare il punto di ristoro in cui si consumava la pagnotta calda condita con olio, sale e origano. Rivedo la mia città e cerco inutilmente di provare emozioni. Poco è cambiato. Ogni tanto un viso che indovino essere un viso incontrato venti anni fa. Qualcosa è peggiorato. Entro nel parcheggio “Talete” sul porto piccolo, un mostro immane di cemento. Il parcheggio è buio, deserto e devastato dalle immondizie. Gli scarti umani vi trovano riparo la notte. Sono andato a trovare un amico già compagno di militanza nel Pci (ora con Diliberto). Lui riaccompagna me e mia moglie al parcheggio, con fare protettivo. Incontro un altro amico, anch’egli vecchio compagno di militanza (ora con Ferrero) nell’agriturismo di cui si occupa, malgrado gli esiti di un ictus. Poi incontro per la pizza annuale gli ex colleghi di lavoro, sempre di meno. Consumiamo il rito della pizza sulle colline circostanti Siracusa presso il Castello Eurialo, baluardo delle fortificazioni nord, inespugnabile, eppure espugnato dall’esercito romano (212 A.C.), malgrado le geniali tecnologie belliche di Archimede, grazie “al tradimento di alcuni siracusani”, come tiene a dire sempre il custode. Lì, in pizzeria, almeno ho il piacere dell’incontro con Laura. Ha voluto incontrarmi, dopo 15 anni. Voleva ringraziarmi perché con lei il mio lavoro di “orientatore” era stato proficuo. L’avevo anche aiutata a superare le resistenze dei genitori per un corso di studi lontano da casa. Poi incontro per una granita di mandorla Marina che da brillantissima precaria collaborava con me e che ora è più precaria e insicura di prima. Nel frattempo il candidato Garozzo, renziano, sostenuto dal PD, dalla sinistra, ma anche (non esplicitamente) da pezzi di destra (a partire da Stefania Prestigiacomo) stravince al ballottaggio. Grande regista il boss Gino Foti, ex Msi, ex DC, ora esponente di spicco del Partito democratico. Si prepara la cementificazione del porto (a cura di Caltagirone) con alberghi in mezzo al mare, immagino in stile Dubai, presso le acque in cui la flotta ateniese fu distrutta (412 A.C.) durante la guerra del Peleponneso. Dimentico pure di visitare le latomie dei cappuccini, le cave di pietra in cui furono imprigionati i superstiti dell’esercito ateniese. Avevo promesso a me stesso di rivederle finalmente, anni dopo la riapertura al pubblico . Lì, incredibilmente, in uno scenario infinitamente più suggestivo rispetto ad ogni evento ospitato, da studente avevo recitato I sepolcri di Foscolo e l’ Adelchi di Manzoni. Voglio ricordarlo. Nell’ Adelchi, dopo “S’ode a destra uno squillo di tromba”, “ “A sinistra risponde uno squillo”, avrei dovuto entrare in scena con “D’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren”. Ma gli studenti/attori eravamo dispersi in un back stage fra rocce e piante profumate, lontani dal palcoscenico. Ed io ero preso da Rita, minuta e perfetta, che corteggiavo nelle modalità impacciate dei primissimi anni ’60. Insomma miracolosamente sentii il finire della seconda battuta “da cavalli e da fanti il terren”. Nessuno mi aveva detto di preparami. Piantai in asso Rita, cominciando a gridare la mia parte fuori scena, entrando sul palcoscenico più o meno sull’ultima sillaba, stremato. Molto efficace però, al di là delle intenzioni. Perché mi sono dimenticato delle latomie? Forse perché, pur passandoci accanto per comprare i dolci di mandorla, il nuovo assetto urbanistico, con rotatorie e altre diavolerie, mi ha fatto dimenticare dov’ero. O forse ho voluto dimenticare per paura della delusione conseguente al ritorno. Niente altro per due settimane. Sicché decido di verificare almeno se ci sia in Sicilia una Sicilia che mi sembri Sicilia. Decido di cercarla sulle piste di Montalbano. Anche perché è il percorso più vicino alla mia Siracusa. Il barocco ragusano, il mare ragusano, la campagna ragusana. Tutto un po’ meno devastato dall’omologazione del petrolchimico, delle inutili gallerie di cemento, della seconda orribile casa per tutti. Fino a Puntasecca che le insegne annunciano subito con riferimento al commissario. Faccio la mia stupida foto davanti alla terrazza sul mare di Montalbano. Come fanno altri turisti montalbaniani. Rinuncio al bagno perché lì di fronte all’Africa la giornata è troppo ventosa. Poi consumo il mio arancino nel locale di fronte intitolato (guarda caso…) “Gli arancini di Montalbano”. Al ritorno percorro la costa sud verso est in direzione Pachino e Marzamemi (gradevole borgo ed ex tonnara). Faccio le mie provviste di pomodorino secco e di bottarga di tonno. La “vacanza” è finita. Mi aspetta la mia Ostia e la dieta opportuna dopo due settimane di peperoni arrostiti alla brace, granite di mandorla e dolci di ricotta in tutte le varianti possibili (frittelle, cannoli, cassate e cassatine) quel che resta diverso e locale, risparmiato dall’implacabile ed estraneante globalizzazione.