sabato 20 luglio 2013

Qual è la normalità?


Da cinque anni a Ostia, lontano dalla Sicilia in cui ho vissuto una vita, mi capita di stupirmi di piccole cose e poi chiedermi se ciò che è nuovo e mi stupisce dipende dal nuovo ambiente o dai cinque anni passati o eventualmente dal fatto che sono cambiato io. E non so proprio rispondere. Se cammino sul marciapiede non succede mai che chi mi viene di fronte - persona o gruppo - si sposti un tantino. E' sempre occupato con qualcosa, mangiare una fetta di pizza, consultare un Ipad o chiacchierare o anche niente, un niente che pare non gli consenta di vedermi. A volte - di fronte a gruppi numerosi - debbo aggirare l'ostacolo scendendo dal marciapiedi. Grande convivialità ma rigorosamente circoscritta al gruppo. Non ho ricordi simili per la Sicilia. Devo stare attento a non operare frettolose deduzione. Forse semplicemente allora mi capitava raramente di passeggiare. Forse. Ma l'altra sera ero a Torvaianica. Sapete quell'orrore edilizio che fa apparire piacevole la maggior parte degli orrori perpetrati sulle coste calabresi e siciliane dove mafia e 'ndrangheta decidono. Attraversavo la strada principale sulle strisce con moglie e una coppia romana. Vedo arrivare un Suv. C'è piena luce e la strada è diritta. Continuo ad attraversare con totale fiducia. Ma il conducente deve avere un'urgenza del diavolo. Sembra addirittura accelerare. E sì, accelera per fare in tempo a superarci a destra senza falciarci. Solo sfiorandoci. Mentre io faccio spallucce, stimolato a farmi le mie oziose domande sul mondo, il mio amico romano urla romanissime imprecazioni. L'indomani a Ostia, dopo un paio d'ore di ozio sulla spiaggia libera, prima di salire in auto, mi dirigo verso la fontanella pubblica per non portare sabbia a casa. Venditori di cocco asiatici mi mettono in imbarazzo, scusandosi se mi faranno aspettare pochi secondi per rinfrescare la loro merce. Mi imbarazzano come se si sentissero ospiti sgraditi nel pianeta Italia. Sicché io cerco di sorridere il più possibile e di rassicurarli. Quando tocca a me, ho appena immerso un piede sotto la fontana che una signora con una bottiglietta da 1/4 semivuota, mi chiede se non posso farle riempire il suo recipiente. Ritiro il piede. Perplesso, però lo ritiro. Ricomincio. No. Arriva un'altra signora. Lei è più "collaborativa" della prima, diciamo così. Mi chiede di potersi lavare le mani. "Ma non si disturbi - precisa - lei continui pure". Ovvero dovrei lavare il mie piede con l'acqua che ha lavato le mani della sconosciuta signora. Invece dico "prego" e ritiro il piede. A me stesso dico tutto e il contrario di tutto. Mi dico che sono un igienista maniaco e, in contraddizione con i miei principi ecologici, uno sperperatore di acqua. Però la fontanella per la verità - come spesso a Roma - è sempre aperta. Mi dico che le signora esprime la promiscuità romana cui io non sono abituato. Non riesco ad escludere d'altra parte che la signora o una delle due signore sia la stessa che al supermercato mi ha chiesto di saltarmi alla cassa perché lei aveva solo due pacchetti e io tre. E che magari sia moglie o sorella di quell'impavido autista di Suv di Torvaianica. Confronto anche il comportamento dei romani con quello degli asiatici venditori di cocco. Differenze culturali nei quali romani e italiani sarebbero soccombenti. Così sono a posto almeno con la coscienza di democratico, aperto alle culture immigrate. Purtroppo stamattina, ancora alla fontana, una famigliola, una coppia con bambino, asiatica - Bangladesh probabilmente - devasta la mia sistematizzazione, il mio tentativo di mettere ordine nella mente, classificare e capire. C'è mia moglie col piede alla fontana. Lui chiede di aggiungere il suo piede a quello di mia moglie. Intanto il bambino la pressa e quasi le si infila sotto la gonna. Mia moglie sarà pure più a sinistra di me, ma è un po' meno comprensiva di me. Infatti sbotta: "E aspetti...". Non è finita. L'uomo è chiaramente disturbato dal fatto che della fontanella ho bisogno anch'io. Anche se sono velocissimo. Non più di quindici secondi. In crisi le spiegazioni culturali/razziali etc. Forse lo spirito dei tempi. Il mondo un circuito in cui superarsi, senza regole, come nella corsa di bighe di Ben Hur. Non solo e non tanto un mondo degli egoismi, non nell'accezione banale del tornaconto materiale. Non credo che la signora, l'asiatico, l'autista di Suv avessero cose urgenti da fare. Semplicemente dovevano dimostrare a se stessi di poter prevalere, superare precedenze e regole e dare così un senso -immagino - alla vita.