giovedì 29 agosto 2013

A proposito di Pennac, del corpo e della politica


Realismo: cioè? La storia e l’arte si sono occupate quasi sempre dell’eccezionale: uomini e donne eccezionali che cambiano il mondo, uomini e donne che vivono eventi eccezionali. La storiografia più recente – quella degli Annales, ad esempio – scoprì che la storia non è fatta da uomini o eventi eccezionali, bensì da onde lunghe costituite dalla geografia, dai mutamenti climatici, dalla cultura materiale (del cibo, del sesso, etc.). Rispetto a ciò gli uomini e gli eventi eccezionali sono increspature di onda. La letteratura e il cinema –verismo, neorealismo – scoprirono poi a loro volta il significato e/o la bellezza del quotidiano. Le nostre strade non sono affollate né da Antigone, né da fratelli Karamazov, né ci capita facilmente di tramutarci in un insetto come capita a Gregor ne La metamorfosi di Kafka. Verismo e neorealismo tentarono di interpretare il significato della vita di masse anonime. D sciuscià, di pensionati e di ladri di biciclette. Ma realismo ha altri significati possibili. La maggior parte del tempo degli uomini eccezionali come di quelli normali è speso ad occuparsi del proprio corpo. Il realismo, nelle sue varie declinazioni, si occupa pochissimo della maggior parte del tempo umano. Fa astrazione del tempo speso nel sonno. Fa astrazione del tempo speso nel bagno, fa astrazione del tempo speso a grattarsi, etc. Ritiene di non poter dire nulla di interessante o di emozionante (esteticamente significativo) al riguardo. Ritiene che invaderebbe inutilmente, morbosamente, quella sfera che è considerata intima (interna, segreta, non pubblica). La domanda è se invece possa essere utile o emozionante invadere quella dimensione. La risposta è stata positiva con tutta evidenza per ciò che attiene la sfera sessuale e il genere porno, perifrasi dell’oggetto anatomico. Anche questo genere comunque è mera astrazione. Prescinde da storia e sentimenti e anche dalle sensazioni che la cinepresa e la scrittura, nel porno come nella descrizione anatomica, non possono rappresentare. Insomma qualunque realismo è comunque astrazione, scegliendo un punto di vista che obbliga ad escluderne altri. Il corpo chimico, il corpo chimico, etc. Attorno a realismo quindi, qualunque realismo, immaginiamo sempre le virgolette. Ma parliamo ora di “realismo” del corpo. Di cosa parliamo quando diciamo io, tu, lui, noi, voi, loro? Sono triste, sei felice, è impegnato, siamo attratti, siete respinti, sono sperduti. Le parole che spendiamo nella vita quotidiana parlano pochissimo del corpo come membra e come organi. Quelle dell’arte quasi mai. Parliamo di noi al più parlando dell’intero corpo, dell’intera persona che si sposta, si commuove, vive, muore. Se però, soli con noi stessi, pensiamo, allora pensiamo al braccio destro, al piede sinistro, al fegato a ciò che ci fa male, o ci produce piacere. Quindi, in tal senso, l’arte è sempre lontana dalla realtà o dal realismo o anche da ciò che occupa il maggior spazio della nostra mente. Un altro realismo Daniel Pennac ha tentato l’intentato. Storia di un corpo è la storia del protagonista, dalla età di 12 anni fino alla fine. Storia della sua evoluzione. Storia di sensazioni tattili, di odori, sapori, rumori corporali. L’autore immagina di redigere un diario del proprio corpo, diario da destinare, dopo morto, alla figlia. Il diario dimostra – lo dico subito – che è impossibile parlare del proprio corpo a prescindere dalla propria mente. La mente seleziona, connette e dà senso agli eventi del corpo. Pennac non può infatti a prescindere dalla narrazione della propria rete affettiva, della propria carriera professionale e politica. Dalla Tata indimenticabile che gli insegna come fare pipì e di cui non scorderà mai l’odore del corpo o i colori/sapori/profumi della colazione, alla iniziazione sessuale, dono della compagna partigiana, al rapporto con una giovanissima collaboratrice che all’età di 73 anni gli segnala l’impensata possibilità di riscatto di un corpo provato e ritenuto impotente etc. Diciamo che in tali narrazioni il corpo è l’interlocutore del protagonista, la sorgente e il terminale delle sue emozioni. Sicché ad esempio la paura non è solo enunciata come tale ma è lo strizzamento dei testicoli. E la vecchiaia è il deteriorarsi della pelle e la difficolta di minzione. La storia del corpo è storia di secrezioni. E’ storia dell’intimità che l’arte stenta a dipingere: le deiezioni più degli orgasmi e della “materia” del sesso. Anche quelle comunque non come un trattato di clinica, ma sempre, necessariamente per le rappresentazioni mentali che le accompagnano. Mi sono chiesto se l’autore non abbia avuto tabu. Mi sono risposto che li ha avuti. Descrive le caratteristiche delle proprie feci, con digressioni che includono lo scopino da water, descrive l’imbrattamento da sperma, descrive il nipotino sorpreso a masturbarsi. Il pudore però vince riguardo la descrizione della donna amata. Nulla sappiamo in dettaglio del suo corpo. Sappiamo della sua andatura. Apprendiamo il particolare tenero che l’autore non avrebbe rimediato allo spazio angusto fra la porta del suo studio e la libreria perché questo costringeva la sua donna a quel movimento che lui ha ammirato per decenni. L’attenzione ai discorsi del corpo consente a Pennac di individuare la genesi delle nostre credenze e dei nostri pre-giudizi. Così riguardo il corpo femminile l’autore giunge a ipotizzare che lo scherno maschile sul ciclo, diversamente incomprensibile, sia la ripicca per un senso di inferiorità inconfessato. Il maschio ritiene che il ciclo sia purificatore e che tale purificazione sia preclusa ai maschi. E ritiene altresì che “regole” sia termine che allude al rapporto privilegiato femminile con la natura. Anche su questo, per inciso, rivelatrice del nesso corpo/mente la semplicità con cui il protagonista accenna al fatto che il ciclo non abbia mai interferito nella sua pratica sessuale con la compagna. Lo dice proprio e solo riguardo la compagna, un corpo non confrontabile con altri corpi. Altri parlerebbero, semplicemente o grossolanamente, di amore. L’eros ha gran parte nel romanzo di Pennac. E’ meritoriamente un eros pervasivo quello del romanzo. Dico meritoriamente perché guarda a ciò che è frequente più che a quello che è eccezionale. E’ meritorio voglio dire esplicitare la dimensione erotica di uno shampoo praticato da mani femminili. Un eros democratico – per così dire – che accompagna la vita di tutti ben al di là delle pratiche certificate come sessuali e di quel fenomeno chiamato amore che riempie cinema e letteratura moderni. L’interrogarsi sul corpo e le emozioni altrui, senza l’impaccio dei pregiudizi, consente all’autore la scoperta più intima del punto di vista omosessuale. L’apertura consente scoperte altrimenti impossibili. Così il protagonista può ricevere dal prediletto nipote, omosessuale, la deliziosa lezione: Vi interrogate sempre su chi sia “attivo” o “passivo” nel rapporto omosessuale, ma non capite il vantaggio di un rapporto fra eguali che sanno come dare quello che hanno appena ricevuto; questo è precluso alle coppie eterosessuali. Sì, mi accorgo che ricorro a perifrasi. Non sono Pennac e non mi sento autorizzato a nominare le cose con il nome che diamo loro quando le pensiamo. La politica del corpo L’ultima domanda che mi faccio è questa: al di là dell’emozione estetica, sarebbe utile – pragmaticamente utile, politicamente utile – un’arte che recuperi il giacimento inesplorato della coabitazione col nostro corpo? La mia risposta è sì. Penso che la rappresentazione della sofferenza di una vescica piena nel centro inospitale di Roma, privo di toilette pubbliche e dove, arrivati al bar e consumato il caffè, si trova l’avviso “toilette guasta” possa accompagnarsi nelle antologie del dolore all’evento luttuoso o ad un abbandono. E concorrere ad una politica dei servizi pubblici. Allo stesso modo ”sentire” la sessualità gay, anche nei suoi presupposti fisiologici, darebbe concretezza e vigore nella lotta contro l’omofobia e contro l’amputazione delle potenzialità erotiche dell’uomo. E “sentire” mentre si è politicamente attivi, la fatica del salire le scale o la perdita del respiro suggerirebbe urgenze sulla libertà di morire ben più pressanti dell’Imu ed ora compresse dal malinteso pudore. Ecco, da questo “realismo” la politica può riacquistare senso. Non dallo pseudo realismo della politica politicante.