lunedì 19 agosto 2013

L'imprevista attualità di Umberto D


Si dice che il prodotto dell’arte sia sempre attuale. E’ un po’ vero. Resta intatta la capacità di emozionare. Talvolta però persiste attuale la storia, la narrazione, non solo l’emozione. Così mi capita di pensare rivedendo Umberto D, il capolavoro neorealistico del '52 di De Sica, sceneggiato da Zavattini. L’emozione, il colore emotivo del film è nella solitudine opprimente e senza speranza del pensionato. La materia, la storia è nella fatica quotidiana di sopravvivere, trovare un pasto e un tetto. Una materia che ci sembrava datata. Dopo Umberto D ci fu lo sviluppo e il miracolo economico. Per anni abbiamo creduto che tutto sarebbe stato sempre più facile. Il lavoro, la pensione, la sicurezza. Avremmo potuto archiviare Umberto D nel cassetto dei classici, delle emozioni estetiche, nel vasto repertorio del come eravamo . Non è andata così. Umberto D è un anonimo ex impiegato ministeriale, pensionato che nell’Italia in ricostruzione dei primi anni ‘50 indossa gli abiti dignitosissimi e formali di chi una volta era integrato. Ma ora, senza famiglia e senza più lavoro, c’è il deserto delle relazioni insieme alla fatica di sopravvivere. Il cibo nelle mense preposte alla carità. Il tetto in una stanza in affitto che è sempre più difficile pagare. Flaik, il cane che lo accompagna, è il solo vero affetto, quello che lo dissuaderà dal concludere una vita senza gioia. Dopo la rivisitazione di Umberto D, ammetto di guardare con occhi diversi i tanti miei concittadini così impegnati ad accudire i loro animali, a costo di complicarsi la vita. Dicevo di analogie e di ritorno. Nel gioco delle analogie – 60 anni dopo – la vendita dell’orologio di Umberto per racimolare la pigione di casa somiglia troppo alla nuova moda della vendita dell’oro. Anche oggi per pagare un affitto, verosimilmente. Oggi come allora gli anziani privi di tetto o compagnia sognano un letto di ospedale. Nel labirinto dello stato sociale, ora come allora bisogna, fingersi qualcos’altro – malato – perché essere vecchi non dà titoli sufficienti. E lì nell’ospedale in cui Umberto D trova provvisorio riparo, c’è la perla interpretativa di Memmo Carotenuto, un tipo umano che sopravvive dalla commedia classica. La furbizia, il saper navigare nello stagno in cui la vita ti confina. La furbizia degli sconfitti che insegnano come diventare clienti di una suora perché da lei, non dal primario, negli oscuri rapporti di potere, dipende la possibilità di prolungare il soggiorno nel reparto. A proposito di pedagogia della furbizia e della sopravvivenza, l’acquirente dell’orologio, conclusa la rapina legale, con flessibilità - si direbbe oggi - atteggia la mano facendosi mendicante. Ho visto qualcosa di simile oggi nei rom che fra un bidone esplorato di immondizie e l’altro, strada facendo, ti chiedono qualche centesimo. Beh, però questo nella dialettica fra ciò che ritorna e ciò che permane, è una relativa novità. Ai tempi di Umberto D lo spreco non aveva le dimensioni di oggi. Grazie allo spreco i bidoni sulle strade sono pieni di risorse per il popolo dei rom e quelli del mercato consentono a pensionati simili ad Umberto D di racimolare scarti di verdure. E’ l’effetto benefico della ricchezza che, mutatis mutandis, nella filosofia di Daniela Santanché del Viva i ricchi, fa arrivare occupazione e briciole commestibili a quelli che non hanno meritato di meglio. Una filosofia assolutamente vincente, a pensarci, a parte gli esibiti eccessi di tanta rappresentante della nostra destra e dei nostri tempi. Tante cose sono mutate. E’ mutata la condizione giovanile che nell’epoca del neorealismo non era un problema. I giovani erano destinati a salire la scala della condizione sociale assegnata alla nascita. Uno, due, tanti gradini, a seconda del merito e della fortuna. E’ mutata in meglio la condizione femminile, nella consapevolezza dei diritti, ad esempio. E la libertà sessuale, il faticoso riconoscimento di ogni identità sessuale, etc. Gli anziani invece sono tornati nella solitudine di allora, in un mondo tutto indaffarato nella ricerca di un lavoro, del successo o del prestigioso oggetto inutile. Un mondo che scompare al momento del pensionamento. Si è deciso - non so come - che il continuum riguardi la vita dalla nascita, all’età evolutiva, allo studio, al lavoro e che poi debba intervenire la netta cesura del pensionamento. Occuparsi di questi “fortunati” appare un lusso. Quindi solo loro, se pensionati al minimo o vicini al minimo e con canone da pagare, si accorgono che le ridotte protezioni contro l’inflazione aggiungono fragilità a fragilità. Sospettano che sia ingiusto che il legislatore approfitti della loro forza contrattuale pari a zero per realizzare le economie che sembra impossibile realizzare sui fortunati veri. Fanno quindi ogni tanto un corteo come quello con cui si apre Umberto D. Poi, fra sensi di colpa e impotenza, imparano dai Memmo Carotenuto le tecniche della sopravvivenza. Umberto D per un attimo decide di passare il confine. Prima tenta di servirsi del suo cane per raccogliere elemosine. Poi, per un attimo, in una delle scene più intense, apre lui la mano. Solo per un attimo. Subito la mano si rivolta offrendo alla vista il dorso e non più il palmo. Perché diventare poveri è più difficile ancora che nascere poveri. Bisogna dare spiegazioni a chi prima ti era pari. Il neorealismo indagò la triste normalità di chi non fa notizia. Ebbe critiche dalla politica. Le ebbe “da destra” e un po’ anche “da sinistra”. Il giovane sottosegretario Andreotti, visionato Umberto D, non era così ingenuo da contestarlo tout court. Diceva: De Sica ha voluto dipingere una piaga sociale e l'ha fatto con valente maestria, ma nulla ci mostra nel film che dia quel minimo di insegnamento[...] E se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti - erroneamente - a ritenere che quella di De Sica è l'Italia del ventesimo secolo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla sua patria. A proposito di ritorni, sembra di ascoltare la polemica di Berlusconi verso Saviano che avrebbe danneggiato l’Italia mostrando l’infezione mafiosa. O, all’indietro, le reprimende del regime fascista verso i “disfattisti”. Mi interessa però evidenziare la critica, diversa, ma non troppo di Pietro Ingrao (Rinascita, febbraio 1952): Altre volte abbiamo parlato della concezione del mondo ingenua, spaventata e mitica che si ritrova anche nelle opere più efficaci del cinema realista italiano. Umberto D conferma questa osservazione. Interpreto così il significato delle due critiche. Per Andreotti Umberto D fa torto al Paese come se suggerisse che quella condizione umana è di tutti gli italiani. Anche per Ingrao De Sica e Zavattini sbagliano. Anche per Ingrao quel realismo non dice tutto. Il colore grigio del film non è dovuto alla assenza dalla scena delle forze produttive e dei ceti emergenti. E’ dovuto invece a quella assenza di coraggio e di prospettiva che fa apparire l'arte di De Sica “spaventata”, incapace di mobilitare speranze di cambiamento. Direi che le critiche legittimamente possono esibire ciò che è assente in un prodotto artistico. A me pare che, a dispetto del termine, il neorealismo colga inevitabilmente solo frammenti della realtà. Quello di De Sica, ad esempio, riducendo i corpi a poca cosa. Corpi che necessitano di cibo e di riparo. Assenti odori, sapori e sensazioni tattili, pulsioni, mal di stomaco e secrezioni. Mi sembra una delle ragioni per cui tanti anziani si riconoscono nelle gesta erotiche del leader della destra piuttosto che in Umberto D. Quel leader propone una prospettiva conviviale e il sogno dell’eros senza scadenze anagrafiche. Assai più che un cibo per saziarsi o un tetto per ripararsi. Perché è difficile desiderare la vita se la vita è solo questo. Non è la prospettiva che Ingrao trovava assente in Umberto D. Ma può essere un contenuto della prospettiva di cambiamento politico di cui Ingrao lamentava l’assenza in De Sica. Sì, dispiacerebbe sia a Berlusconi che ad Ingrao questa spregiudicata connessione. Però a me piace cogliere i tesori e le promesse confuse fra lo sterco. Dobbiamo imparare a separarle ed apprezzarle. Intanto sto leggendo Diario di un corpo di Daniel Pennac. Altra tipologia di realismo. Quanti realismi…Vorrei parlarne.