sabato 28 settembre 2013

Il maestro riluttante di Massimo Recalcati e l'eros indirizzato al sapere


Nel numero di Repubblica dello scorso 20 settembre un bel pezzo di Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano. Recalcati polemizza con due interpretazioni a suo avviso erronee del mestiere di docente. La prima è quello del docente che tenta di travasare saperi. Inutilmente perché il discente non è un sacco vuoto da riempire. Penso intendesse dire che nessun sapere può essere ospitato eguale a se stesso in ogni discente. Ospitiamo solo trasformando ciò che ci è proposto. Oppure semplicemente lo rigettiamo perché per noi privo di senso. Il maestro riluttante del titolo è Socrate che appunto rifiuta l'invito del discepolo a trasferigli il suo sapere. Al docente che travasa,che tenta di travasare, è coerente l'ossessione burocratica e valutativa. Giacché si può amministrare e pesare solo ciò che è numerabile. E inutile, vuole dire Recalcati. L'altro no è verso il docente- psicologo che intrattiene rapporti personali con gli allievi e tende a surrogare il genitore assente. Qui consento parzialmente. Voglio dire che di una figura siffatta i giovani avrebbero sì bisogno. Ma è tutt'altra cosa del docente. Lo chiamerei tutor o mentore e sarebbe prezioso per una consulenza personale su progetti di vita e di lavoro. Ma Recalcati propone un'altra tipologia di docente: l'unica che abbia senso per lui. E anche per me. Il docente che trasmette passione, eros verso il sapere. Cita una sobria docente di lettere in tailleur grigio che ebbe la fortuna di incontrare in un istituto professionale e che gli cambiò la vita. Giulia Terzaghi il suo nome. Lo capisco. Anch'io ricordo un nome o poco più. Gli altri docenti sono facce senza nome. Il mio nome, o almeno il primo è: Letizia Polto. La penso somigliante alla Giulia Terzaghi di Recanati. Insegnante di lettere al ginnasio. Memorabile la lettura dei Sepolcri con lei. “arbore amica le ceneri di molli ombre consoli” Perché “arbore amica e non albero amico”? E i tentativi di risposta di noi allievi: “è un latinismo”. “Sì, ma perché usa un latinismo? Non sentite che il maschile non vi suggerirebbe eguale protezione sulle tombe?” E poi le sue valutazioni sobrie, precise e “orientanti” che ti suggerivano punti di forza e di debolezza. Quando annunciò che ero il migliore in italiano e poi aggiunse “almeno nello scritto”. O quando mi riconsegnò le mie stupidissime poesie che le avevo dato su pressione dei compagni. Riconsegnate senza un commento, come per dire: “non è il tuo genere”. Aveva ragione: non ho più scritto una poesia in vita mia. Aggiungo il docente di latino e greco al liceo, Attilio Rametta. Da lui ho appreso forse più filosofia che dal docente titolare di filosofia di cui non c'è traccia apparente nella mia mente. Anche da lui infine – senza sfrenati psicologismi – mi sono sentito compreso e aiutato a comprendermi. “Venuleo, e tu adesso le passerai la versione, no?”, osservando la bella compagna di classe che improvvisamente è diventata carina con me. Oppure, riferendosi al mio spirito contemplativo: “Quando ci sarà la fine del mondo, Venuleo si godrà lo spettacolo, fumando in cima a una collina”. All'Università, Santo Mazzarino che mi fa sentire un imbecille per aver accolto acriticamente la storia raccontataci al liceo. Nerone, pazzo e incendiario, Caligola che fa generale il cavallo? Ma chi scriveva la storia se non i senatori espropriati di potere e privilegi dagli imperatori? Nerone per di più è il peggiore di tutti perché realizza una riforma monetaria che punisce i possessori di oro. L'esatto contrario fece Costantino, penalizzando i più poveri. E infatti sarà sempre considerato il Grande Imperatore. Da qui il tentativo di Mazzarino di una Storia dei vinti, maltrattati o ignorati dalla storiografia. Da allora – credo - una mia vocazione al sospetto verso ciò che appare chiaro, evidente, acquisito. Quando Recalcati parla del docente che infonde eros per il sapere, credo che intenda questo. A che serve “svolgere il programma”, dalla preistoria alla seconda guerra mondiale o ai giorni nostri, un programma di cui progressivamente perderemo traccia? L'unica cosa che serve è prendere un pezzettino qualsiasi dello scibile possibile e farne analisi critica, esibirne la esemplarità tale che poi autonomamente si possa continuare ad apprendere, fino alla fine, non fino al diploma scolastico o di laurea. Dovrebbe discenderne una riflessione vera sul rapporto fra apprendimenti formali e informali. Se ne parla fra addetti ai lavori. Solo fra loro. Nulla cambia però nel modo in cui pensiamo alla scuola e all'apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Forse solo qualche lampo di pensiero subito compresso dall'abitudine alle cose come stanno e resteranno, all'assurdo invincibile.