domenica 6 ottobre 2013

Sacro GRA, l'inferno che abbiamo costruito


Sacro GRA di Gianfranco Rosi è un documentario “recitato”: storie parallele attorno al Grande Raccordo Anulare di Roma. Storie di solitudini disegnate dall'architettura che abbiamo inventato. Avendo visto prima La grande bellezza, mi è spontaneo pensare che questo film ne è la replica come una sorta di La grande bruttezza. La bellezza scioccante di Roma e la bruttezza scioccante di ciò che la alimenta. Il territorio inciso da un grande progetto viario che ha lasciato ai suoi margini l'antico, insieme a nuove orride escrescenze. L'antico sono le pecore pascolanti sulla collina sovrastante il raccordo, indifferenti alla sua vita metallica. L'antico è l'anguillaro espertissimo che non sa a chi trasferire la sua sapienza. Alle pseudo verità e ai disastri del sapere globale impavido oppone la sconfitta sapienza antica che racconta alla donna silente. Silente perché non c'è nulla di cui valga la pena parlare. Antiche sono le palme divorate dai parassiti e inutilmente moderno è lo scienziato hobbista che le studia non si sa bene perchè. Antico il nobilastro dell'ignoto ordine nobiliare che intreccia rapporti con altrettanti ignoti notabili dell'est europeo. Il nuovo è sempre orrido e triste. I palazzoni quasi disabitati da cui ci si affaccia per scrutare indizi di vita o intravvedere Roma lontana. Le ragazze immagine nel localino così così, l'immigrato che negozia con la paziente prostituta prestazioni low cost. E poi il pezzo più cupo e meno recitato. I necrofori al lavoro, dettagliatamente seguiti mentre liberano le bare dal cemento, le aprono e portano via i resti in un mondo che appare immane produzione di cadaveri, oltre che di merci. La professionalità, la routine di un lavoro inventato perché decidemmo che nessuno dovesse più occuparsi dei propri morti. E infine l'operatore del 118 che soccorre le vittime del GRA, con vite che si rincorrono, ignote e indifferenti ognuna alle altre. Lì anche l'eccezione di vera umanità. La tenerezza senza riserve dell'operatore accanto alla madre demente. L'amore, insomma, quello vero e gratuito. Non quella cosa che gli uomini chiamano amore per sentirsi autorizzati a far male. Infine i monitor che a decine seguono la normalità del Grande Raccordo Anulare. Ignorando lo scempio circostante.