domenica 22 maggio 2011

Gli indignados e i loro nemici

Stèfane Hessel con il suo best seller “Indignatevi” ha chiaramente ispirato il movimento dei giovani spagnoli Indignados. Li ho incontrati in Placa de Catalunya nella mia breve vacanza a Barcellona e li ho ascoltati e fotografati, alla meno peggio , nei miei cinque giorni di soggiorno. Ero in compagnia di un amico che mastica un po’ di spagnolo, ma il catalano è tutt’altra lingua sicché spero di non aver equivocato le parole ascoltate e lette. Che dire? Giovani difficilmente distinguibili dai giovani italiani incontrati nelle nostre piazze nelle proteste contro la riforma universitaria o contro il precariato come assenza di futuro. Colorati e fantasiosi come loro, forse un tantino più arrabbiati. Hanno messo a dura prova governo e istituzioni, divisi sulla possibilità di proibire le manifestazioni e i presidi permanenti che hanno investito le maggiori città spagnole, nell’imminenza di un voto amministrativo in cui sono proibite manifestazioni politiche o di partito (su questa ambiguità si giocava il contenzioso giuridico). Ero in mezzo a loro il 20 sera quando scadeva una sorta di ultimatum e non so proprio come si sarebbe potuto sciogliere quel blocco compatto di migliaia di giovani che riempiva Plaza de Catalunya: per farmi largo e orientarmi verso un’uscita sono rimasto stremato.
I giovani spagnoli scontano un tasso di disoccupazione (40%) addirittura molto più elevato di quello già enorme italiano (30%). Però, come mi diceva il dotto edicolante catalano che mi forniva la Repubblica e mi parlava di Togliatti e Berlinguer, forse quella percentuale più che in Italia comprende masse di giovani lavoratori in “nero”. Anche in Spagna i giovani vivono l’incertezza assoluta sul proprio futuro. Anche lì scarsa correlazione fra studio e lavoro e scarsa considerazione per merito e giustizia.
Il modello della protesta è la primavera araba, col mito non violento del suicida di Piazza Tahir. Le anime sono multiformi: avverse alla privatizzazione dell’università, avverse all’informazione di parte, avverse al nucleare, avverse alla finanza, avverse al Fondo Monetario, avverse alla Casa reale, avverse ai partiti e in particolare ai partiti maggiori. Quando il primo giorno ho chiesto prudentemente a una ragazza che presidiava un gazebo a quale partito o movimento esistente si sentissero vicini ho ricevuto una reazione “indignata”. A nessuno, a nessuno! Su un giornale catalano ho decifrato l’analisi di una studentessa protagonista del movimento, che appariva più ragionevole: “Non compriamo un cd con l’album musicale, scegliamo melodia per melodia”.
Difficile capire le proposte nei dettagli. Il più concreto è il salario di cittadinanza. Ma sono gli spunti dialettici che esibiscono le contraddizioni di una democrazia “formale” ciò che trovo più interessante. Questo, ad esempio: “Non abbiamo eletto i banchieri. Allora perché comandano loro”? Non per nulla il movimento del “15 M” (dalla data di maggio del suo esordio) ha come parola d’ordine “Democracia Real, Ya” (Democrazia reale, subito). Conosciamo quel subito che segnala il rifiuto delle mediazioni della politica, l'impazienza nello slogan del movimento delle donne del 13 febbraio "Se non ora, quando?" o "Il nostro tempo è adesso" del 9 aprile. Democrazia reale (o sostanziale) è quella promessa nella nostra Costituzione nell’articolo 3, secondo comma, che dopo l’affermazione dell’eguaglianza giuridica (formale) chiede alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione dei cittadini o che nell’articolo 4 chiede che sia effettivo il diritto al lavoro. Promesse radicali e disattese di una Costituzione disarmata.
Mi chiedo se fra gli indignados la critica alla finanza, accompagnata al silenzio sull’industria e sugli industriali, non sia espressione di ingenuità giovanile ovvero di un pensiero ingenuo che rispetta quello che si tocca – l’industria – e non comprende l’immateriale e la finanza (opera del diavolo?) E poi si noti il dilemma sul voto. Sostenere il partito socialista meno ostile al movimento ma considerato responsabile del disastro economico o i conservatori del partito popolare? Nessuno dei due. Non si vota nessuno oppure, in una visione di un bipolarismo fatto di avversari complici - – variante originale – si votano i partiti minori meno responsabili del disastro.
Vincerà il movimento? Cosa otterrà? Non credo che basterà sloggiare la Casa reale o abbattere i costi della politica o tassare la finanza perché sia offerto un futuro ai giovani. E non so se la creatività giovanile potrà essere soddisfatta da progetti di pragmatico compromesso fra istanze di sviluppo e di sicurezza nel segno della flexsecurity. “Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire” minacciano gli indignados. Se non si tratta di mero esercizio espressivo, ragionando sul significato di “Democrazia reale”, credo che il movimento si imbatterà in un’utopia chiamata “socialismo”. Potranno analizzare il significato delle sue sconfitte e immaginare varianti, potranno cambiargli nome, ma lì arriveranno. Oppure torneranno indietro.