giovedì 5 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate: fra sorrisi e singhiozzi


Pier Francesco Diliberto (detto Pif) è al suo primo lungometraggio, dopo essere stato aiuto di Marco Tullio Giordana ne I cento passi. L'esempio gli viene da Benigni de La vita è bella. E' possibile sorridire e provare tenerezza anche per storie ambientate in contesti tragici. Il sorriso e la tenerezza possono essere le armi della critica militante alla cupezza del male e alla ferocia e stupidità dei carnefici. Ho visto La mafia uccide solo d'estate con varie emozioni. Compreso il compatimento verso Riina, il boss spietato che davanti al telecomando è sprovveduto come qualunque anziano non digitale; ed è un padre sdolcinato verso la figlia neonata. Del resto – ammetto – ho provato pena per il Riina attuale visto tempo fa in Tv, in carcere circondato dall'affetto del figlio, istupidito, come tutti rischiamo, dall'Alzeimer o dal deterioramento delle arterie e che esibiva i segni di una possibile violenza subita. Una violenza incomparabile a quella di cui lui fu artefice, ma comunque inaccettabile per quelli radicalmente diversi da lui e che pure come umani gli somigliano in qualcosa. Ma il regista suggerisse (anzi lo dice): imparate a riconoscere il male fra la gente che ci somiglia, fra i padri che sorridono teneri alla figlia neonata.Nella mia visione del film ci sono dettagli personali. Che ci sono sempre nello spettatore. Nel mio caso la nostalgia e la malinconia di chi ha visto ripetutamente – in trasferte di lavoro - i luoghi della storia narrata. I luoghi di Palermo, a partire dall'abbagliante splendore della Conca d'oro che mi mozzava il respiro quando dall'autostrada, dopo la curva, si rivelava all'improvviso. Gli iris imbottiti di ricotta con cui il protagonista bambino nel film tenta la conquista della piccola amata e i cannoli con la scorza caramellata di arancia. Mondello e i vialetti che la collegano all'Addaura. Quel vialetto di Mondello, che percorsi tante volte, in cui fu massacrato Lima. L'Addaura, vicinissima, dove Falcone subì il primo attentato. Il ricordare per ogni assassinio, nella lunga martirologia dei caduti: "io ero lì, io facevo questo". Entravo con una battuta scherzosa nella sede del sindacato e nessuno rideva. Così seppi dell'assassinio di Pio La Torre. Vedere la rappresentazione efficace delle due Sicilie, Quella dei mafiosi, invisibili anche se ci passano accanto, dei molti amici e collusi e dei moltissimi che non vedono o vogliono vedere. La Sicilia vigliacca che protesta per l'ululato disturbante delle auto di scorta. “Ma perché non vanno tutti ad abitare fuori città questi giudici?” L'ho vista quella Sicilia, visitando l'albero di Falcone. L'ho vista nella condomina del palazzo in cui viveva il giudice, la condomina che sbuffa per la gente che un po' le ostruisce l'ingresso. E poi l'altra Sicilia, quella che appende biglietti di ringraziamento ai rami dell'albero. Claudia, mia figlia, leggendoli, per un po' pensò di poter restare in Sicilia e studiare a Palermo. L'altra Sicilia c'è. E' quella che ai funerali di Falcone grida furente: fuori la mafia dallo Stato. Ecco, il film è la storia di una transizione dal ventre molle di chi non vede o non vuole vedere verso la Sicilia dei giovani di Addio Pizzo e di quel funerale. Percorriamo quella storia fra sorrisi e singhiozzi. La storia che il film conclude con la proposta di una nuova pedagogia, di educazione delle nuove generazioni. Con il protagonista che illustra al figlio bambino, strada per strada, lapide per lapide, il martirio dei troppi caduti.