lunedì 2 febbraio 2015

Il nome del figlio: fra vecchio, nuovo e realtà silente


In una cena fra familiari e un amico invitato uno spaccato del conflitto fra due culture nell’Italia di oggi. E poi l’irrompere di un’altra cultura, prima invisibile che bussa alla porta. Così ho letto il film di Francesca Archibugi. Paolo (Alessandro Gassman) è l’agente immobiliare estroverso dell’Italia rottamatrice di miti. Figlio di un eminente esponente della cultura “progressista”, si è “emancipato” da quella identità anche sposando la popolana Simona ( Micaela Ramazzotti) diventata autrice di un bestseller della periferia e che ora ha in grembo un figlio. La sorella di Paolo, Betta (Valeria Golino) ha sposato invece un erede della cultura progressista, Sandro (Luigi Lo Cascio), abbondantemente dotato delle convinzioni e dei tic che i nuovisti chiamano “radical chic”. Fra questi l’antifascismo ovviamente. Paolo adora rompere con le convenzioni. Compreso il tabu del fascismo. Perciò provoca l’esterrefatto e indignato Sandro: darà il nome Benito al figlio in arrivo. Perché no? Suona bene. E’ l’inizio della resa dei conti di due mondi che hanno narrazioni incompatibili . Con le donne che tacciono o fanno da cuscino. Come in Carnage di Polansky, assai simile nella cornice, quando il conflitto – qui “ideologico” - sembra spegnersi, si scoprono nuove alleanze trasversali. Paolo e alludono con estrema prudenza all’omosessualità di Claudio (Rocco Papaleo) l’amico musicista. Ma almeno quello dell’omosessualità non dovrebbe essere un tabu superato prima dai progressisti che credono nell’eguaglianza degli amori poi dai rottamatori che non credono in niente? Così, quando Claudio, a prova della propria “normalità” etero, confessa il legame segreto e decennale con la madre di Paolo e Betta, l’eversivo rottamatore subisce una crisi violenta . La gelosia per la madre non è rottamata nella nuova Italia. Anzi nulla di ciò che geme nel profondo è davvero all’attenzione dei nuovi rottamatori. E nemmeno della vecchia sinistra. Lo sguardo femminile e militante di Francesca Archibugi svela un altro punto di vista, eversivo rispetto alle due culture apparentemente opposte. La confessione di Betta per una vita spesa nell’accudimento dei figli e di un marito. Lui Paolo trascinato alla cattedra universitaria dal suocero mentre Betta si accontenterà del lavoro oscuro nella scuola. Perché in quella sinistra permane l’investimento nelle carriere maschili, con il destino di accudimento riservato alle donne. Accudenti mariti, figli ed alunni, mentre i mariti volano in alto. Come negare che non è all’ordine del giorno dei confliggenti del vecchio e del nuovo la stranezza che nella scuola vede le donne prevalere nelle fasce base della piramide con i maschi ai vertici nelle Università e nei maneggi? Egualmente la popolana Simona svelerà l’indifferenza snobistica dei maschi al suo faticoso lavoro di scrittrice. Nessuno dei partecipanti alla cena ha letto il suo libro di successo. Neanche il marito. Lo ha letto invece la madre di Paolo e Betta, incoraggiandola. La regista mostra così i segni di una solidarietà femminile con cui forse si faranno i conti. Francesca Archibugi però preferisce non isolare questo punto di vista. Tutti i protagonisti azzereranno infine i loro conflitti nel canto nostalgico di un Dalla della loro giovinezza (Ti telefono fra vent’anni). Quando le parti della vita non erano ancora state assegnate. Azzereranno solo per un attimo, credo. E’ normale così: i conflitti superficiali e ideologici, quelli più profondi e silenti, ma anche ciò che ci accomuna e ci fa vicendevolmente consolare, come passeggeri di una nave alla deriva. http://www.comingsoon.it/film/il-nome-del-figlio/50647/video/?vid=1...