sabato 26 febbraio 2011

2111. Memorie dell'Italia dei radical chic

I radical chic vissero a cavallo fra gli ultimi anni a.B. (prima dell’era berlusconiana, convenzionalmente coincidente con il 1994 d.C. , anno della discesa in campo) e i primi anni d. B. (dopo l’ avvento di Berlusconi). Il presente studio, a quasi un secolo di distanza dalla loro scomparsa, si fonda su materiali rinvenuti in salotti dell’epoca e nei luoghi tipici delle manifestazioni di questa curiosa tipologia umana (Piazza del Popolo a Roma, Piazza del Duomo a Milano, etc.).
Il look. Il loro aspetto era sciatto. Loro lo chiamavano “sobrio”. Portavano abiti ridicolmente semplici. Gli uomini: pantaloni, magliette, maglioni. Le donne: gonne al ginocchio, camicette. I colori erano quasi sempre tono su tono (beige chiaro e beige scuro, ad esempio). Gli uomini non si truccavano. Le donne si truccavano pochissimo.
Rifuggivano dalla chirurgia estetica. Le donne avevano quindi frequentemente labbra poco pronunciate e seni piccoli o cadenti.
Le pettinature erano senza fantasia. Non saprei dire se per provocazione o per un gusto malato. Le donne portavano capelli di lunghezza media, talvolta annodati a “coda di cavallo”; gli uomini li portavano più corti, se non erano calvi; anche i calvi osavano deridere la chioma del Grande Silvio.
Abitudini igieniche. Dovevano essere ossessionati da batteri e virus. Facevano la doccia almeno una volta al giorno. Si lavavano le mani dopo aver usato i servizi igienici: qualcuno – pare – anche prima, forse per evitare di infettarsi. Si profumavano con moderazione ostentata.
Studi e cultura. Coltivavano il dogma che le persone di maggior valore fossero quelle che perdevano tempo sui libri a studiare e nelle Università, prima che queste fossero cancellate dall’editto di Marina Berlusconi , come, nella vicina alleata Padania, da Renzo Bossi, il Magnifico, meritevole alfiere dell’analfabetismo militante.
I radical chic pensavano che si sarebbero dovuto conservare intatti monumenti e cosiddette opere d’arte. Non erano in grado di capire che tali politiche, trasformando in musei le città, sarebbero state di ostacolo allo sviluppo delle costruzioni ed all’occupazione.
Costumi e morale. Sostanzialmente monogami, erano inveterati moralisti. Benché inizialmente fautori del libero amore che insensatamente riconoscevano quale diritto da estendere al genere femminile, tradivano i partner con assurdi sensi di colpa. Quel che è peggio, combattevano colpevolmente pedofilia e prostituzione minorile ed ironizzavano sulla esemplare virilità di Silvio, invidiata e ammirata da uomini e donne del popolo. Pensavano invece di tutelare un presunto diritto all’amore degli omosessuali, categoria che infettava il paese prima di essere meritoriamente sterminata dal ministro Santanché junior.
In nome di qualcosa che chiamavano “legalità”, lanciavano anatemi contro la corruzione, malgrado questa pratica fosse, con ogni evidenza, insopprimibile motore dell’economia.
Classismo ed egualitarismo. Appartenevano prevalentemente alla classe media impiegatizia (insegnanti, tecnici), oggi, nell’era gloriosa del precariato universale, fortunatamente estinta, o a quella, a più alto reddito, degli odiosi intellettuali, artisti e comici di sinistra ( Eco, Saviano, Benigni, per fare qualche nome). Pur fingendo di parteggiare per la povera gente, questi ipocriti non disdegnavano, se potevano permetterselo, pullover di cashmere e gite in barche. Credo che da questo discenda l’appellativo infamante con cui li ricordiamo e che li marchierà per sempre.
Anche se cercavano di nasconderlo, erano chiaramente nostalgici del comunismo. Odiavano i miliardari e non comprendevano (o fingevano di non comprendere) che il lusso dei benemeriti ricchi era la principale fonte di lavoro di vasti strati popolari (cuochi, camerieri, escort, danzatrici di lap dance, spacciatori, etc.) .
Pensavano addirittura che le donne dovessero avere eguali diritti degli uomini. Le donne, a loro avviso, avrebbero dovuto realizzarsi nel lavoro e non solo nella cura di figli, mariti e anziani. Non si rendevano conto di violare le leggi naturali..
Politica e sovranità. Avevano un’idea curiosa della democrazia e della sovranità popolare. Pur riconoscendo che i partiti cui facevano riferimento rappresentavano solo minoranze, dopo essere stati battuti ripetutamente da Silvio con il 30% o il 40% dei voti, pretendevano di esprimere opinioni nei talk show televisivi. Lì venivano prontamente zittiti dai partigiani del popolo (Bondi, Cicchitto, Gasparri, La Russa, Sacconi, etc.) al grido di “Vergogna, vergogna: avete perso le elezioni!”. D’altra parte, quando si confrontavano con i loro avversari, cioè con le persone perbene, non interrompevano e non insultavano. Ascoltavano con attenzione. Probabilmente non avevano argomenti.
Dicevano di venerare un pezzo di carta che si chiamava Costituzione. Asserivano con improntitudine che le cose che vi erano scritte (non so da chi) erano più importanti della volontà popolare.

Prima di immetterlo in rete, consentitemi di dedicare questo studio a un Santo venerando, massima, fulgida espressione dei convertiti sulla via di Arcore: San Giuliano Ferrara, fondatore della Chiesa cattolica edonistica e poligamica.