giovedì 3 febbraio 2011

Cuffaro, Socrate e le leggi

Si continua a parlare dell’esito della vicenda Cuffaro. Confermata in Cassazione la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato alla mafia, l’ex presidente della Regione Sicilia, che aveva trascorso una mattinata a pregare in attesa della sentenza, non attende i cinque giorni disponibili per consegnarsi. Si consegna subito ed entra a Rebibbia, dopo aver dichiarato: “Adesso affronterò la pena come è giusto che sia. Questo è un insegnamento che lascio come esempio ai miei figli”. E ancora: “Sono stato un uomo delle istituzioni; la magistratura è una istituzione, quindi la rispetto anche in questo momento”. Poi in cella confiderà di sentire il bisogno di chiedere scusa ai siciliani.
Spiazzato il centrodestra per la reazione di Cuffaro che appare un’oggettiva provocazione rispetto all’atteggiamento del capo. Carlo Giovanardi è “allibito” ed esprime “sconcerto e preoccupazione per la condanna”.
Per Calogero Mannino la sentenza è “sproporzionata”. L’affermazione è culturalmente più sgradevole di quella di Giovanardi che ovviamente allude al solito complotto. Mannino invece esprime lo stupore tipico della “gente bene” (si fa per dire…) quando viene colpito uno che non si sporca le mani come un volgare scassinatore.
Gli umori prevalenti a sinistra e fra i “legalitari” non sono particolarmente elogiativi per il comportamento di Cuffaro. Come incisivamente scrive un avvocato ad Augias (la Repubblica del 26 gennaio) egli si è comportato esattamente come il 99% dei condannati che vanno in carcere senza inveire contro i giudici comunisti. E non capisce l’avvocato come il presidente della seconda sezione penale della Cassazione che aveva giudicato l’imputato possa giudicarne “meritevole” l’atteggiamento. Certo, dice, è segno di “tempi burrascosi per la giustizia”.
Di segno diverso la dichiarazione di Rita Borsellino, sconfitta da Cuffaro alle regionali del 2006:”Rispetto per come, a differenza di altri politici, ha affrontato il processo e non si è sottratto alle conseguenze, anche se sono gravi i crimini commessi.”
E’ chiaro che il sottinteso è sempre “lui”. La reazione di Cuffaro non piace ai berlusconiani perché è troppo diversa e troppo facilmente paragonabile, per contrasto, a quella del capo. La sinistra invece tende a sminuirne il significato – cosa ovvia, cosa doverosa, cosa normale – proprio per accentuare l’anomalia berlusconiana.
Io non credo che la reazione di Cuffaro, oggi 2011, fosse così scontata. E’ scontato che il 99% dei condannati vada in carcere senza inveire contro i giudici. Perché un “normale” candidato dovrebbe farlo? Chi ascolterebbe il suo grido di dolore? Cuffaro però, politico ormai allontanatosi dal partito di Casini in direzione Berlusconi, avrebbe avuto un’autostrada aperta denunciando nequizie, parzialità, etc. Avrebbe ricevuto conforto e solidarietà ribadendo la presunta innocenza. Non ha scelto la strada più facile. Sono portato a credere che sia stato sincero sia nel riferimento all’esempio verso i figli che nell’ossequio alle istituzioni. Aggiungo che l’apprezzamento per un gesto dell’avversario politico sta diventando sempre più raro nel popolo della sinistra (più che nei vertici, voglio dire). La risposta più frequente nell’Italia bipolare è l’indifferenza e la diffidenza. L’ho verificato, ad esempio, quando ho scritto della conversione di Fini e del suo rigetto del fascismo e del berlusconismo 1); allo stesso modo discutendo della conversione della Carfagna riguardo l’iniziale omofobia 2). Nell’un caso e nell’altro ricevendo prese di distanza e garbate critiche dagli amici. Continuo nondimeno a credere che modelli “alti” e difficili – la democrazia, la legalità - si impastino nell’animo umano con i modelli del tornaconto. Quando i primi prevalgono, magari per un momento, dovremmo compiacercene. Il tornaconto è tutto sommato la scelta più facile ma non necessariamente più utile ad una tutela degli interessi più profondi della propria identità che sono suggeriti da quel qualcosa che Socrate chiamava dàimon, spirito quasi divino, Kant imperativo categorico, altri coscienza, io semplicemente intelligenza (quell’intelligenza che indirizza l’egoismo verso percorsi più sofisticati che non la tutela del proprio denaro e del proprio potere).
Nel Critone Platone narra il dialogo fra Socrate e l’allievo che tenta di persuaderlo alla fuga dal carcere per sfuggire all’ingiusta condanna a morte attribuitagli per aver corrotto i giovani criticando le divinità della città e introducendo nuovi dei. Critone ha peraltro la certezza della corruttibilità del carceriere. Socrate replica a Critone immaginando le Leggi e lo Stato che contesterebbero di essere state calpestate e rese vane dall’imputato che si fosse sottratto alla sentenza. “Non devi a noi il matrimonio dei tuoi genitori, la tua nascita, la tua educazione?” domandano le Leggi “E se lo Stato ti manda in guerra ad essere ferito o ucciso, ha ragione di farlo?”. Insomma le Leggi spiegano a Socrate e questi a Critone che non è lecito ribellarsi solo perché un tribunale le ha malamente applicate. L’inosservanza costerebbe la dissoluzione di un bene più grande di una vita umana, la dissoluzione dello Stato. E poi quale vantaggio ne avrebbe Socrate? Prolungare malamente una vita ormai al finire, inviso e non credibile alla città che dovesse ospitarlo? Essere accolto nell’Ade come uomo ingiusto? Lasciare ai figli l’eredità di una vita macchiata dal disonore?
Non c’è in Socrate opposizione fra felicità personale e osservanza delle leggi. Diciamo piuttosto che la scelta di chi si sottrae alle leggi gli appare il risultato di un calcolo miope che sopravvaluta la vita come tale e sottovaluta l’eredità che lasciamo con una vita ben spesa.
Non so se Cuffaro abbia mai letto Il Critone. Mi sembra probabile lo abbia letto, magari un po’ prima di finire invischiato nella seduzione del potere e del consenso clientelare che non si arresta davanti ai patti con le cosche. In ogni caso è stato formato da educatori che lo avevano letto o che a loro volta avevano avuto maestri che lo avevano letto.
Non so se Berlusconi lo abbia mai letto. Propendo per il no o che non lo abbia capito o che abbia avuto maestri di furbizia che gli insegnavano l’uso del bignamino per superare l’esame. Non ha avuto maestri di felicità che gli insegnassero a irridere alla bulimia di vita che si accompagna alla stolta furbizia.


*http://rossodemocratico.ilcannocchiale.it/2010/08/05/fini_becket_e_il_suo_re.html

**http://rossodemocratico.ilcannocchiale.it/2010/05/20/mara_carfagna_e_il_fascino_del.html