domenica 9 novembre 2014

La guerra delle precedenze


Ieri sera una persona a me cara mi diceva sconsolata che la fatica inimmaginabile che pratica da mesi per superare un concorso ed entrare nel paradiso dei garantiti si dimostra inutile. Inutile lo studio. Inutili le giornate senza pause fra lavoretti precari, accudimento della figlia e studio. Inutile essere stata fin qui prima nelle prove di pre-selezione. Perché il punteggio premiale assegnato ai precari della Regione a conti fatti quasi certamente non la collocherà fra i vincitori. Si sa, è così complicato equilibrare le ragioni della competenza con quelle del bisogno! Anche perché non sappiamo tenerle insieme se non facendo pasticci. Resta il rammarico di non averlo saputo o capito prima per evitarsi uno stress e un costo inutili. Stamani mi reco al Cup dell'ospedale per una prenotazione. Confronto il mio numero con quello che lo sportello di quelli “senza precedenza” sta ora chiamando. Un centinaio prima di me. Do un'occhiata allo sportello che gestisce invalidi con precedenza. Una cinquantina più o meno, in attesa. Girovago fra bar e corridoi. Poi torno a guardare il display. Mi accorgo che la fila dei variamente invalidi è lentissima. Chi ha preso doppio scontrino spesso arriva prima nella graduatoria dei "normali". Mi consolo un po'. Forse me la caverò in meno di due ore. Rifletto che sarebbe bene che gli ammalati studiassero un po' di logistica, statistica e cose simili, in attesa che la mitica digitalizzazione tutto risolva. Intanto consumo l'attesa, scrutando la vita degli altri. Cos'altro fare? C'è una signora con bastone che interpella ognuno di quelli che la precede. Ricevendo sempre implacabili no. Succede poi che una signora apparentemente in migliore salute le risponde gridando duramente. Non è in migliore salute. Descrive vivacemente il suo cancro e le sue peripezie in modo che tutti ne siano informati. Le impiegate assistono impassibili. Non so quale training pratichino per restare impassibili di fronte ai conflitti che le oppongono agli utenti e di fronte ai conflitti in seno al popolo degli invalidi. C'è lo spunto quasi divertente che mi offre una signora elegante. Riceve il no da un giovane immigrato che accompagna un anziano. Urla allora contro "Sti immigrati che ci portano le malattie e ci tolgono il lavoro". La signora ha capito molto del tempo che fa, ma non tutto. Non riceve la solidarietà che cercava attorno a sé. Perché va bene dargli addosso all'immigrato per l'Italia incattivita. Ma la signora non ha capito che anche le signore eleganti sono nel mirino. Non vanno bene gli immigrati che ci tolgono – si dice – lavoro e posti negli alloggi assegnati e negli asili. Ma non sono gradite neanche le signore eleganti. Infatti gelo degli astanti. Nessuna solidarietà. Infine la scena più patetica. L’ultranovantenne che, forse anche lui interpellato per cedere il posto, non protesta, non sbraita, ma, con un filo di voce, racconta, come per giustificarsi: “Sono venuto qui solo; non so se riesco a prendere l’auto; sono stanco; non voglio più anni (un modo pudico per dire che è stanco di vivere); certe volte sento mia moglie che mi chiama (la moglie morta evidentemente)”. E qui la voce gli si spezza. E molti hanno gli occhi rossi mentre le impiegate continuano impassibili a ricevere proteste. Ma è il mio turno allo sportello dei pazienti “normali”. Bene. Ora farò relax al supermercato. Non ho neanche bisogno del carrello. Solo quattro cose da comprare. Le compro e vado alla cassa. Solo un cliente davanti a me. Uno dietro. Sto per poggiare le mie cose alla cassa, ma quello dietro mi dice: “Le dispiace? Ho solo questo”. E’ una variante della italica furbizia. Di quella che fa andare a letto sereni se almeno una volta nel giorno hai fregato qualcuno. Solo un tantino. Perché non siamo criminali. Solo furbi. Sappiamo stare al mondo. Come il signore che mi chiede di cedergli il turno perché ha solo tre cose da pagare mentre io ne ho quattro. Ah, sì, glielo cedo. Non mi costa molto farlo felice.