sabato 18 febbraio 2017

Qullo che raccatta la cicca, la rom col bimbo condannato, il treno lurido e la sinistra PD al Teatro Vittoria

Prendo il trenino di Ostia per andare al Teatro Vittoria ad ascoltare le ragioni “degli scissionisti”. Al solito quello che vedo nel percorso mi ispira nelle lenti che inforcherò durante l'incontro.. Alla stazione di Ostia osservo un uomo non particolarmente sospettabile di povertà raccogliere una cicca per terra, esaminarla e metterla in tasca. Poi salgo su una carrozza più indecente che mai. Vecchia e fatiscente, imbrattata di annunci di Giovanni che ama Maria e di Stefania che ama Alfredo (ma nessuno/a ama la sua città evidentemente). Poi osservo lo sporco di anni sui finestrini, fuliggine ed altro in un impasto osceno. Per fortuna non vedo turisti sul trenino: una vergogna in meno. Mi dico la solita cosa del tutto inutilmente: “Ma in che senso manca il lavoro”?C'è un mucchio di lavoro che aspetta i disoccupati. Ci penserò anche dopo camminando veloce verso il Teatro Vittoria e osservando il verde pubblico e i giardini (compreso quello dedicato ad una “resistente”) trascurato e ingombro di immondizie varie. Non c'è lavoro? Prima di scendere ho visto una rom che attraversa le carrozze con un neonato e chiede elemosina. Un neonato usato e già condannato. Perché salvarlo non è nell'agenda politica delle tassazioni e dei bonus. Arrivo quindi al Teatro Vittoria già notevolmente irritato. Il Teatro è già pieno. Sono entrati prima gli invitati, dicono a me e all'amico Giuseppe con cui mi accompagno. Centinaia di persone restano fuori. Di tutte le età. Molti giovani: colti. Due addirittura discutono del sistema elettorale australiano. Seguiremo i lavori in piazza su uno schermo. Lo schermo esibisce il logo di democraticisocialisti di Enrico Rossi. Ha i colori del logo PD. Lo interpreto come un segnale che oggi non si annuncerà la scissione. Col piccolo dubbio che si tratti invece di una svista, una dimenticanza.

Parla Rossi, poi Speranza, poi Emiliano. Nessuna differenza avvertibile nei tre candidati. Le differenze sono quasi solo di stile. Con Emiliano che confessa che nell'intesa fra i tre lui è quello che deve fare ridere un po'. La differenza più evidente è in Rossi che ha deciso di scomodare una parola impegnativa: “Socialismo”. In un'epoca in cui solo le facce sono diverse mentre i nomi delle cose da combattere sono eguali, a destra e sinistra: austerità, troika, finanza, neoliberismo. Una vecchia parola - con i concetti e le passioni che porta con sé – quale “Socialismo” è una scommessa interessante e coraggiosa. Anzi una sola volta Rossi dice “Socialdemocrazia”, invece che “Socialismo”. Credo perché imbarazzato per lo scolorimento della socialdemocrazia un po' ovunque e in Europa soprattutto dove i partiti aderenti al Partito Socialista Europeo mai pronunciano la parola “Socialismo”. Abbastanza coerente il discorso di Rossi rispetto a quella parola impegnativa. E simile ai discorsi di Speranza ed Emiliano che pur non scomodano il socialismo. Gli ultimi e le periferie abbandonati dalle sinistre mondiali e dal PD renzizzato e consegnati alle destre che almeno sono capaci di agitare un comodo nemico cioè gli immigrati. Abbandonata dal PD o banalizzata con risorse risibili la lotta alla povertà. Mentre il PD di Renzi distribuisce bonus, incentivi e detassa la prima casa anche ai miliardari. Emiliano aggiunge l'argomento ecologico a proposito delle belle coste pugliesi devastate da trivelle. Insomma, secondo i tre, nulla di sinistra è rimasto nel PD di Renzi. Che ha scelto l'amicizia di Marchionne e l'inimicizia col sindacato. E perso, ad esempio, il favore dell'elettorato storico degli insegnanti Infatti il PD è già stato abbandonato da larga parte del suo popolo. I tre candidati in sintesi chiedono: a) una svolta programmatica, da definire in apposita Conferenza, b) l'impegno ad un sostegno al governo Gentiloni fino a conclusione della legislatura, c) una gestione condivisa del partito.


L'ultima richiesta mi sembra quella assolutamente non esaudibile, pena l'appannamento definitivo del ragazzo prodigio che non fa patti, rottama qui e là e litiga con tutti, Europa compresa, per non perdere il match con i populisti, magari rimuovendo la bandiera della Ue. Più probabile addirittura è che mantenga la promessa di un tempo, uscendo dalla politica, per poi tornarvi magari a sperato furor di popolo. Dei tre candidati è Speranza quello che più chiaramente sembra chiedere a Renzi una uscita di scena più che collegialità decisionale. Anche oggi col ricordo della generosità di Veltroni e di Bersani nel farsi da parte.