lunedì 5 giugno 2017

C'è posto: anche a Torino




Quel che è successo a Torino ha più cause. Della prima – la sindrome di panico – si è detto. Poichè quasi tutti i feriti (oltre 1500) sono state vittime dei cocci di vetro delle birre bevute per socializzare in piazza, si cercano ora i responsabili della mancata vigilanza. Prendo la parola solo perché ho in mente un altro colpevole. Si può chiamare “lassismo”oppure “cattivismo” oppure buonismo”, o meglio la futile alternativa fra “cattivismo” e “buonismo” . Comunque si chiami è il contrario della buona integrazione la quale è rigore ed accoglienza cioè integrazione cioè dare ad ognuno un posto al mondo. Ed è figlia della negletta ragione. Il senso comune suggerisce che gli abusivi che “spacciano” bottiglie di birra non ci costino nulla. Nessuno ha osato metterci le mani in tasca (giusta la vulgata antitasse di moda da un quarto di secolo) per dar loro un posto nel mondo. .Destra e sinistra infatti si dividono solo fra il respingerli dal centro storico o il lasciarli fare. Non è all'ordine del giorno l'unica risposta giusta: offrire un lavoro che li renda protagonisti di uno scambio equo fra lavoro vero e reddito. Un lavoro che liberi lavavetri, venditori di rose e di bottiglie di vetro dal bisogno di violare le regole. Eppure – a differenza di quanto ritiene il malsano senso comune – il lavoro disponibile è sterminato come sono sterminati i bisogni umani. Altro che “lavorare meno-lavorare tutti”, altro che “prima gli italiani o i padani o i milanesi”. Altro che le sciocchezzuole che intossicano le menti nel triste esordio del millennio.