venerdì 15 novembre 2013

La moneta, il lavoro o cos'altro: a proposito di Servizio Pubblico del 14 novembre


Bella e difficile la trasmissione di Servizio Pubblico del 14 novembre. Protagonisti soprattutto l'economista Alberto Bagnai e il viceministro per l'Economia Stefano Fassina. Sullo sfondo Grillo. Ma in primis la testimonianza agghiacciante di un ex uomo normale, ora disoccupato. Una testimonianza narrata nell'italiano di uno che non è né analfabeta, né semianalfabeta né analfabeta funzionale. Di uno che non capisce come possa essergli capitato questo: i pasti alla mensa della Caritas e la vergogna cocente a guardare la figlia 22enne. Merito? Demerito? Boh! Leit motiv nello studio il confronto fra le ragioni della macroeconomia e quelle culturali e sociali come spiegazione della crisi. Poi lo scontro virtuale fra Grillo e Fassina sul salario di cittadinanza. Per Alberto Bagnai la crisi nasce nel 1997 con la rivalutazione della lira propedeutica al ritorno al Serpente Monetario Europeo e poi al passaggio all'euro. Tutti gli indicatori peggiorano da quel momento, da quel 1997. Per Bagnai – euroscettico di sinistra – la perdita di autonomia politica e di politica economica conseguente è la conseguenza di quella scelta sbagliata. La metafora è questa : nell'euro siamo come sul Titanic. Eterodiritti e con capacità di manovra ridottissima. Con una barchetta non saremmo finiti contro l'iceberg. Interpretazione fondata? Bagnai fa spallucce sulle spiegazioni di Travaglio e dei giovani brillantissimi italiani migranti. Lotta alla corruzione, alle clientele, meritocrazia? Ma l'Italia che non piace a Travaglio non è nata ora a ridosso della crisi. L'Italia se la cavava benino pur con i suoi mali endemici. Quindi la spiegazione va cercata altrove, in una svolta infelice di politica economica. La macroeconomia e l'infelice rapporto di parità lira/ marco sono a monte del disastro. Santoro e Fassina tentano di mediare: forse le due cause convivono. Mediazione non persuasiva. Penso solo che sarebbe triste se Bagnai avesse ragione. A che pro discutere di istruzione, ricerca, bla bla, bla, se tutto nasce e muore in un colpo solo, in una decisione giusta o in una sbagliata? Poi Grillo e Fassina. Grillo dice cose ragionevolissime sul salario di cittadinanza come esigenza sociale imprescindibile. Ma il contorno è irragionevole. Le macchine che sempre più sostituiscono l'uomo verso un epilogo in cui lavorerà il 10% degli italiani. Più catastrofico del vecchio Ludd della rivoluzione industriale. Insomma con l'invenzione della ruota comincia lo sciagurato processo verso la disoccupazione di massa. E poi è davvero curioso se Grillo così pensa di rafforzare le ragioni del salario di cittadinana. Sarebbe a dire che il 10% dovrebbe lavorare per sé e per un 90% assistito dal salario di cittadinanza? Infatti, Fassina ha buon gioco a ribadire – sbagliando comunque, a mio avviso- le critiche all'Istituto. Il vice ministro ricorda che la Costituziona nel suo articolo 1 vuole la Repubblica fondata sul lavoro. E il lavoro non è solo reddito, ma partecipazione, dignità, cittadinanza. Molto bello. Ma per chi non ha lavoro? Aspettiamo il ciclo economico favorevole che comunque non salverà tutti perché mai tutti sono stati salvati? Insomma è lo scontro a distanza fra due semiragioni, entrambe clamorosamente in torto. Credo che il sostegno al reddito possa e debba essere contestuale alla formazione, al lavoro socialmente utile, alla rimotivazione e all'accompagnamento a nuovi lavori. Ma questo non lo dice né Grillo né Fassina.