domenica 3 novembre 2013

La vita di Adele: verso la fine della sessualità etero


In sala mormorii di dissenso e di protesta di parte del pubblico. Dissenso e disagio – si racconta – anche delle protagoniste rispetto alle pretese di assoluto realismo del regista. E io stesso a chiedermi se si possa chiedere a un attore di rappresentare un tale livello di intimità senza possibilità di finzione/distacco alcuna. D'accordo, succede già nel porno. Ma nel porno questa è la sostanza, come per il chirurgo prendere in mano le viscere del paziente. L'arte vale tanto più della propria intimità? Domani succederà in nome del realismo che si chieda ad un attore o una attrice di amputarsi una mano? Non lo escludo, se si riterrà di essere partecipi di un capolavoro. Almeno fino a che si crederà nell'autonomia dell'arte. Non è casuale che i due film a più alta intensità erotica – a mio giudizio - degli ultimi anni appartengano allo stesso regista e soprattutto che il regista, Abdel Kechiche, sia un franco-tunisino. L'Occidente e l'Europa si attardano nella rappresentazione di sentimenti banali o, alternativamente, di un porno banale, mentre Kechiche fa intravvedere la fine dell'Occidente come lo abbiamo conosciuto. In Cous Cous la lunghissima danza del ventre dell'immigrata nordafricana salva l'impresa familiare, seducendo il pubblico con la malia di un'arte negata all'Occidente. Nella Vita di Adele alla scommessa per un mondo che riconquisti Eros ed ebbrezza si aggiunge la specifica scommessa lesbica e la scommessa della libertà. Adele è una studentessa liceale della piccola borghesia francese, immersa nella normalità. Alla normalità appartiene l'iniziazione sessuale col coetaneo. E lì la delusione totale. Alla normalità appartiene la bella, implacabile rappresentazione della cattiveria delle compagne ovvero del peggio del femmineo, il bullismo in versione gineceo. Poi l'incontro con Emma e la rivelazione di un'altra possibilità, intensa come una vertigine. Emma appartiene al mondo più emancipato e colto (radical chic?) ove l'accettazione della diversità non è solamente normale o normalmente critica, ma piuttosto prescritta, ritualizzata e banalizzata nelle modalità del politicamente corretto. Questo vi ha letto, credo, l'occhio critico del tunisino Kechiche o almeno questo io leggo. Perché all'autore non interessa l'accettazione, la tolleranza e il politicamente corretto. Kechiche è nutrito dello spirito critico e di rivalsa di un tunisino, ma anche della cultura francese e dalla dottrina del poliamore di Jacques Attali, teoria della fine della coppia e dell'avvento di un erotismo multidirezionale. Nella Vita di Adele il realismo delle scene di Eros appare tutt'altro che gratuito. L'intensità della ricerca tattile e della fusione col corpo dell'altra è tale da suggerire qualcosa di diverso da una semplice alternativa erotica. A me è apparso piuttosto un manifesto apologetico dell'omosessualità o almeno del lesbismo. Vincente sulla meccanicità del rapporto etero e della criticità fallocratica, troppo dipendente da cose caduche e ingovernabili. Sul versante dell'omosessualità maschile avevo annotato nella Storia di un corpo di Daniel Pennac un inciso prezioso. Il nipote prediletto, omosessuale, che spiega al protagonista l'ovvia evidenza della superiorità del rapporto omo che è rapporto con ciò di cui si ha già intimità. Nella Storia di Adele omosessualità o lesbismo, non sono solo naturale alternativa alla vecchia eterosessualità. Piuttosto rivelazione e conquista. Solo un tantino contraddetta dal tradimento etero di Adele che scatena la separazione. Un tradimento che appare però una “distrazione” banale o il breve ritorno al vizio antico dell'eterosessualità. La nuova compagna di Emma ha un figlio nato in una parentesi etero. Probabilmente Kechiche immagina e propone, nell'ambito di quella che chiamiamo “famiglia allargata”, un compromesso possibile fra il piacere omosessuale vincente e le ragioni dell'individuo con le ragioni della procreazione e della specie umana. O anche la possibilità di una separazione definitiva fra la dimensione del piacere e quella della perpetuazione della specie. Quest'ultima magari affidata alle provette e alla tecnologia, previa una tassa su ovulo o seme. Insomma donazione gratuita come servizio alla comunità. O – perché no? - la scoperta che nessuno ci chiede di continuare a perpetuare questa specie. Una ipotesi – immagino – che spaventerà di uno spavento più vero e radicale rispetto alla antica paura del diverso che ancora ci affligge. Già perchè tutti – miscredenti compresi- coltiviamo l'illusione dell'immortalità tramite la nostra discendenza, della specie, se non della famiglia. Ma La vita di Adele ci suggerisce di prepararsi alla fine della illusione. A me lo ha suggerito. La cosa non mi riguarderà per ragioni anagrafiche. Lascio l'appunto a figli e nipoti.