giovedì 20 marzo 2014

Lei: l'altro è una sensazione


La fine della coppia uomo/donna è fra i leit motiv del cinema recente. Con direzioni di indagine diverse. In Shame l'ossessione erotica compulsiva distrugge la persona donna e lascia l'uomo solo con la sua disperazione. In Giovane e bella per la giovane prostituta il sesso è innocente, asettica occasione di realizzazione che prescinde dal rapporto con l'anima altrui. In Don Jon la tv e l'immagine elettronica inducono all'onanismo, preferito per la sua libertà fantastica al rapporto reale di coppia. In La storia di Adele la scopertà della sessualità lesbica pone in angolo il ruolo maschile. Il cinema vede ciò che succede e però non vuole e non può evitare di esibire speranze e finali vagamente consolatori. Anche in Lei , meritato Oscar per la migliore sceneggiatura, questo succede. Anche qui, come nella buona fantascienza, collocare la storia nella dimensione del futuro e della fantasia permette di costringere lo spettatore ad accettare e introiettare quello che è sostanzialmente già avvenuto e nondimeno non si vuole vedere. Theodore lavora come, produttore di lettere di amore su commissione, in una città che il regista Spike Jonze ha costruito sul set componendo insieme Los Angeles, Shangai e Pudong. Non per caso. Perché la modernità non conosce luoghi e borghi. Perché la modernità tutto separa e tutto ricompone. Infatti...Infatti Theodore, che vive la crisi sconsolata della perdita dell'amore e l'imminente divorzio, decide di acquistare un OS. OS è un Sistema Operativo avanzato ovvero una intelligenza artificiale di cui servirsi con i consueti canali elettronici: computer, auricolare, etc. Theodore pensa di servirsene come di un efficiente segretario. E poiché OS ha una voce, Theodore sceglie che sia una voce femminile: nel film originale quella della bella Scarlett Johansson (bellezza inutile nel ruolo), sensualmente doppiata in italiano dalla bella Michaela Ramazzotti. L'OS decide di chiamarsi Samantha. Tutto bene e tutto come previsto. Solo che l'intelligenza artificiale cresce esponenzialmente sulla base delle sue esperienze. Se dapprima legge e smista mail, successivamente assume l'iniziativa di selezionare e comporre le più belle lettere del “padrone” sì da farne un libro di successo. Cresce la competenza di Samantha e nasce e cresce una competenza emotiva. Samantha partecipa ai sentimenti del protagonista. Anzi interagisce con essi. Fino al progressivo e reciproco innamoramento e ad un momento di orgasmo comune, nella scena più intensa del film: nel buio assoluto dello schermo per alludere all'inenarrabile. Samantha però, nella misura in cui smette di essere mera intelligenza calcolatoria e diventa sempre più umana, comincia a commettere errori. Vuole che Theodore non smarrisca l'esperienza di un corpo. Propone e ottiene quindi di aggiungere la sua voce e la sua anima al corpo di una ragazza interessata. E' un fallimento. Perché il corpo non aggiunge ma sottrae. Samantha infine rivelerà di avere altri amori, 632 mi pare. E cercherà di spiegare a Theodore, troppo attardato nei vecchi canoni della monogamia, che nessun nuovo amore sottrae nulla agli amori precedenti. Samantha va via insieme agli altri OS verso un mondo che non sa descrivere. Il mondo rarefatto dell'anima? Il paradiso? Debole la conclusione del film come in tutti i film che non osano fino in fondo. Theodore con una donna “reale”, consolatorio ritorno alla “normalità”. Molti hanno letto Lei come un film sulla solitudine. Giusto, in un certo senso, come condizione insita in ogni uomo, non solo in un momento o in uno specifico uomo. Leggo Lei come un film filosofico, consapevolmente o no, ispirato a Hume, l'esponente della filosofia empirica-scettica del '700. Diceva Hume nel suo capolavoro, Trattato sulla natura umana: "Da parte mia, quando mi addentro più intimamente in ciò che chiamo me stesso, m'imbatto sempre in qualche percezione di caldo o di freddo, di luce o d'ombra, d'amore o d'odio, di dolore o di piacere. Non riesco mai ad afferrare me stesso senza una percezione, né posso mai osservare qualcosa che non sia una percezione. [...] Il resto del genere umano non è altro che un fascio o collezione di percezioni differenti, susseguenti le une alle altre con rapidità inconcepibile, e si trovano in perpetuo flusso e movimento". Appunto, non ci sono persone attorno a me, ma fasci di sensazioni, tattili, olfattive, visive, uditive. Che componiamo e scomponiamo continuamente. Sicché del presunto oggetto persona selezioniamo talvolta una sensazione sola, tattile, olfattiva, visiva, uditiva. Talvolta associandola ad altri fasci di sensazioni di altra provenienza, come nelle invenzioni onanistiche. O, al contrario, scegliendo di isolarla e di amarla da sola così come Theodore ama la voce (l'anima?) di Samantha. Sento l'urgenza di una confessione privata. Riguarda la ragazza che amai platonicamente da adolescente e che per due anni seguii infaticabilmente, ogni pomeriggio, sul lungomare della mia città. Fascio di sensazioni meramente visive: il corpo minuto, il viso acqua e sapone, i lunghi capelli corvini sulle spalle. Poi un amico comune me la presenta. Sento la sua voce. Come per un interruttore l'innamoramento si spegne all'istante e per sempre.