giovedì 6 marzo 2014

Snowpiercer: metafora dell'alienazione umana


La fantascienza - almeno la migliore - parla sempre del presente o al più del domani imminente. Deformando il presente, apparentemente tanto, in realtà pochissimo. Così Snowpiercer del talentuoso regista coreano Bong Joon-ho. L'introduzione del film allude ad avvenimenti del presente 2014. C'è la nota scoperta del progressivo riscaldamento globale, il prezzo pagato al cosiddetto sviluppo che – dicono - non si può fare a meno di pagare. E comunque – lo sappiamo – faticosi e deludenti sono i tentativi di distribuire i costi di una riduzione delle emissioni fra nazioni sviuppate e nazioni in via di sviluppo. Poi, nel film, c'è la scoperta che il riscaldamento ha ritmi più veloci di quanto si credesse ed ha effetti già rovinosi. C'è però la fiducia positivistica – illusoria - nell'uomo e nelle sue risorse: la scienza e la tecnologia. Sicché si decide di riparare al riscaldamento globale con lanci nello spazio di una sostanza salvifica. Ma qualcosa non torna: il mondo precipita in una sterminatrice epoca glaciale. La glaciazione come una delle possibili conclusioni della vicenda umana, insieme al disastro nucleare, al terrorismo chimico-biologico, alla crisi alimentare o semplicemente alla rottura di un sistema integrato – troppo integrato – che, ad esempio, nel Medioevo prossimo venturo, romanzo apocalittico di Roberto Vacca, dove un banale incidente per un cielo troppo affollato di aerei, rapidamente ci fa tornare indietro di secoli. Nel racconto del film si deve a Wilford, geniale ingegnere appassionato di treni la salvezza di sparsi gruppi di umanità. I superstiti sono ospitati nel treno rompighiaccio che attaversa ininterottamente, ormai da 17 anni la Terra gelida. Il treno, nuova arca di Noè, è però rigorosamente compartimentato. Le classi sociali, che qualcuno ritiene ormai estinte, sono state compattate autoritariamente sul treno. A differenza che nella realtà non ci sono ambiguità, non c'è la frantumazione dei ceti attuali e non c'è la speranza/inganno attuale della promozione sociale per alcuni. Del resto, conta tanto che un 1% o un 10%” sia promosso? La semplificazione dell'arte filmica dice più verità delle analisi complesse, divaganti e fuorvianti. C'è una classe di proletari ammassati come in vagoni bestiame ed alimentati con strani intrugli proteici. Ci sono guardiani in divisa e senza. Nei vagoni un po' meno distanti dalla locomitiva ha posto la classe media che gode di finestre sul mondo esterno. E poi via via l'élite che ha addirittura acqua per lavarsi e scuole. Il clima nei vagoni della classe inferiore è simile a quello dei lager nazisti. Periodicamente un certo numero di bambini è deportato non si sa dove. Periodicamente ci sono rivolte. Sempre concluse con un massacro. Due i leader dei vagoni proletari: il vecchio Gilliam e il giovane Curtis. Perfetta e integrata coppia di mente ed azione. Sicché si verifica l'ennesima rivolta, guidata dai due leader. E la rivolta stavolta giunge fino alla locomotiva. Curtis vuole penetrarvi, l'asiatico che lo accompagna con pochi sopravvisuti alla battaglia finale, no. Lui crede di aver scoperto che di anno in anno il gelo si sta sciogliendo. Forse si può vivere fuori dal treno-lager. Lui vuole usare l'esplosivo che ha provvidenzialmente accumulato per aprire una breccia verso la libertà. Però Curtis entra nella locomotiva e incontra il demiurgo. Wilford è un topos classico. Un po' il capitan Nemo di Verne, un po' il Kutz di Conrad.: genio e spietatezza. In Snowpiercer però per un attimo scopriamo le ottime ragioni del “cattivo”. Ottime al punto che il protagonista ne appare conquistato. Wilford, ormai stanco, propone a Curtis di prendere il suo posto alla guida. E spiega. Spiega il miracoloso equilibrio che tiene in vita l'umanità concentrata nel treno. Gilliam, il saggio leader dei proletari, in realtà era un complice. L'equilibrio demografico del treno impone stragi periodiche. Indispensabili le rivolte e indispensabile che appaiano spontanee. Gilliam aveva questa preziosa funzione. Così all'annichilito protagonista improvvisamente tutto appare chiaro e razionale. Appare razionale e giusto anche al pubblico, credo. Il mondo – ci hanno insegnato – vive per una intima saggezza sistemica. Ce lo insegnò Malthus e ce lo insegna la teoria economica moderna. Splendido equilibrio fra domanda e offerta, insurrogabile funzione degli imprenditori e dei privilegiati i cui consumi alimentano l'occupazione, etc. E il famoso Menenio Agrippa aveva spiegato così bene ai plebei fuggiti sull'Aventino che le classi sono tutte indispensabili e che debbono collaborare. Come nel corpo di un uomo: il cervello, le braccia, il ventre. A qualcuno tocca la parte del ventre. Allora i plebei furono persuasi. E ancora sono persuasi. La nuova versione dell'apologo di Agrippa sembra persuadere anche Curtis. Sembra sul punto di accettare. Poi Wilford mostra un congegno occulto del treno. Sono le braccia minute dei bimbi sequestrati a permettere il movimento. Peraltro i proletari sono sul treno solo per produrre figli e braccia. Questa è la Provvidenza. Questa è la Mano nascosta che si serve di passioni e debolezze per garantire la sopravvivenza della razza umana. Così il treno cammina per il suo eterno tragitto. Già, sopravvive il treno. Sopravvive l'economia, no? Ma treno ed economia sopravvivono per cosa? La distruzione del treno e l'estinzione della specie sarebbero peggio di quell'orrore? No. Così Curtis ha un radicale ripensamento. Supera le seduzioni della logica dell'alienazione umana: l'economia, la specie, il treno che valgono più dell'uomo, del suo dolore e della sua felicità. Vince la tesi dell'amico asiatico che rifiutava di negoziare con Wilford. L'esplosivo lacera il treno che deraglia e precipita. Si salveranno una donna e un bambino. Gli occhi spalacati nello sterminato ghiacciaio scoprono nell'orso bianco i segni della vita che sta tornando. Si ricomincia. Come prima?