lunedì 17 agosto 2015

Il mio ghetto


Scegliendo di abitare ad Ostia, scelsi il mare e la relativa quiete, sapendo comunque di vivere nella X circoscrizione di Roma capitale. Tutto bene tranne il rapporto fra Ostia e il resto della metropoli. Oggi, dopo mesi, mi reco al centro di Roma. Con il solito trenino. La prima sorpresa è di vedere i finestrini oscurati. Il resto è normale, normalmente sporco. Ma quei finestrini appannati su cui tanti hanno disegnato qualcosa vogliono nascondere l'esterno o l'interno? Per fortuna ho una moglie: "Non sono appannati o oscurati intenzionalmente - mi spiega - sono semplicemente sporchi". Ah! In compenso ho posto a sedere e poi non importa tanto che non si possano leggere i nomi delle fermate di transito. Tanto vado al capolinea. Mi sovviene piuttosto la solita irrequietezza da patriottismo, forse a sproposito. Perché davanti a me ho quattro eleganti turiste giapponesi (o comunque asiatiche). E mi scoccia davvero che possano pensare che gli italiani siano sbronzi di primo mattino.Di di fronte a loro una signora di mezz'età, malamente sorretta dal probabile marito, continua a bere, con occhi arrossati, da una bottiglia che mi sembra di birra. Mi sento liberato quando la coppia scende mentre le ragazze giapponesi si consultano facendo il conto delle fermate che l'oscuramento dei finestrini non consente di vedere. Poi però scorgo un arabo dirigersi verso qualcuno che non vedo e dire qualcosa con una sorta di apprensione. Mi sporgo e vedo una ragazza accovacciata per terra col viso reclinato in avanti. Capisco che è una ragazza solo dal tanga che i jeans lasciano scoperti. Yoga? Pare di no. Le giapponesi sono competenti - mi pare - in materia. E loro sono allarmate. Si guardano attorno e guardano i passeggeri come per chiedere: "Cosa succede? Perché non fate qualcosa?" Apprendo che nessuno fa niente perché la ragazza buttata lì a terra nella strana posizione ha già rifiutato con stizza l'aiuto e il posto a sedere offerto dall'arabo. Scende anche lei. Poi scendiamo tutti. Faccio il tifo affinché alle turiste venga risparmiato lo scempio di qualche toilette pubblica. Le perdo di vista. Ma verifico che uno dei due bagni di Piramide, quello maschile, è chiuso. Una lunga fila promiscua davanti all'unico bagno. Poi, fuori, in un bar, verifico che deve esistere una sorta di "cartello" dei bar romani. Un accordo che prescrive: se hai l'acqua non devi avere il sapone; puoi avere il contenitore di sapone, ma rigorosamente vuoto; se poi hai il sapone non devi avere carta o altro con cui asciugarsi. Ok. Arrivederci, Roma capitale del Paese più bello del mondo. Torno al mio ghetto ostiense. Lì gli eredi della banda della Magliana governano (o governavano fino a ieri) con imprenditori locali e politici e funzionari corrotti. Però questo è invisibile. E lì almeno ho il bagno di casa ed ho l'agendina dei bar conosciuti e frequentabili. In qualcuno c'è addirittura acqua, sapone, carta e phone per asciugare le mani. Fan della decrescita felice (e pulita) mi accontento di poco.