mercoledì 24 febbraio 2016

Il caso spotlight: ci salverà la stampa?


"Il caso spotlight" è l'ultimo esempio di cinema Usa del genere democratico e di denuncia. Per dire della sua valenza di pedagogia politica, immagino che i democratici per Sanders, forse più che quelli per Clinton, siano nutriti anche da questa pedagogia. All'interno del genere la categoria è quella dell'apologia della libera stampa, presidio di legalità ed etica, nella scia di film celebri come "L' ultima minaccia", col mitico Humphrey Bogart e la mitica "E' la stampa, bellezza". La consistente produzione filmica Usa di stampo progressista non smarrisce mai l'ottimismo sull'impianto della democrazia americana, capace di permanenti correzioni grazie al libero gioco di pesi e contrappesi. Fra i contrappesi c'è la legge, o meglio, gli avvocati "democratici". Si pensi fra i molti a "Philadelphia" in cui l'avvocato (splendido Danzel Whashington), affronta una causa impossibile per lo strapotere della controparte, in difesa delle ragioni del gay discriminato. O all'ultimo Spielberg di "Il ponte delle spie" con l'avvocato che assume il rischio impopolare della difesa della spia russa, pagandone il prezzo, almeno per qualche tempo, anche in famiglia. Semplicemente per osservare l'impegno etico della professione. Avvocati e giornalisti dunque custodi veri della democrazia americana. Grazie a loro i diritti dei più deboli trovano normalmente giustizia. Mi sembra che questo equilibrio fra denuncia e rassicurazione non abbia eguale nel cinema italiano ed europeo. Ne "Il caso spotlight" non si fa eccezione. Lo scandalo è denunciato. La credibilità del sistema è salva. Anche se qualcosa appare condannato senza appello: la Chiesa. Evidentemente non sentita essenziale al sistema. Il film ricostruisce la battaglia di un manipolo di giornalisti di un quotidiano di Boston perché sia fatta chiarezza sulle dimensioni della pratica pedofila nel clero locale e in quello nazionale. In particolare sul coinvolgimento dell'arcivescovo Law per la sua funzione di copertura e silenziatore dello scandalo. Il film ripercorre le motivazioni diffuse che hanno indotto al silenzio. C'è innanzitutto il rifiuto della gerarchia a rivelazioni che infangherebbero l'istituzione Chiesa. C'è la politicizzazione della magistratura, nel senso di una magistratura che, non avendo obbligo di azione penale, tiene molto conto delle forze in campo. C'è il silenzio delle piccole vittime e delle loro famiglie, perché il dolore dell'esposizione pubblica non si aggiunga al dolore subito. C'è infine, ma non viene da pensarci, la falsa coscienza dei sacerdoti pedofili. Mi sono sempre chiesto cosa pensi di sé l'autore di una violenza contro un inerme, cosa consente quindi ad un sacerdote colpevole di far messa, di predicare il bene, o anche - perché no? di fare il bene. A mio avviso su questo il film ha uno spunto assai suggestivo, appena accennato purtroppo, ma che dovrebbe far pensare. E' quando il giornalista riesce a contattare uno fra i tanti sacerdoti pedofili e "misericordiosamente" trasferiti ad altra sede. Efficace e spiazzante la disponibilità all'intervista del sacerdote e la sua tranquillità. "Ho sbagliato. Ma non ho commesso violenza". Perché il materialismo volgare implicito nella dottrina e nella prassi della Chiesa ritiene che c'è violenza (come c'è anche matrimonio, peraltro) solo se qualcosa si rompe, se c'è sangue, etc. Appena accennata nel film la genesi della epidemia pedofila nella Chiesa, nel disumano, inutile e devastante voto di castità. E meritevolmente contestata l'equazione pedofilo= omosessuale, utilizzata dagli omofobi. I pedofili, anche quelli di Chiesa, praticano violenza a bambine e a bambini. Insomma del tutto corretto politicamente il film, ovvero osservante gli attuali canoni democratici. Film che lascia lo spazio per un altro film, un film che narri il vissuto delle vittime e dei loro carnefici. Oltre il politicamente corretto e scorretto. Difficilmente sarà un film Usa. Credo sarà europeo. Magari italiano.