mercoledì 23 novembre 2016

Economia reale e riforme vere contro lo spread



Voglio solo capire e vorrei vivere accanto a persone che vogliono capire. Del tifo faccio a meno. Ad esempio vorrei capire quale rapporto esista fra esito referendario e indicatori economici (spread, indici di borsa, etc.). A differenza di molti amici che come me voteranno No,  io penso che qualche rapporto  debba pur esserci. Sarebbe strano il contrario. Una qualche minima correlazione ci sarà pure fra il volo di una farfalla nella foresta amazzonica e il nostro benedetto referendum.  I miei amici invece oscillano fra il disconoscimento del nesso e gli improperi al famoso capitalismo finanziario che punirebbe l’esito NO. Gli avversari del Sì, al contrario,  lo agitano. Però senza  esagerare,  perché l’alleanza implicita fra Sì e finanza suonerebbe male nell’era anticasta, antibanche, antitutto.   Io mi chiedo semplicemente: “Perché mai la finanza in caso di vittoria del No dovrebbe attribuirci un rating in peggioramento, in peggioramento rispetto allo stato attuale delle cose in cui la riforma non c’è?”. Capirei meglio se il rating sull’Italia in un immaginario futuro peggiorasse  nel passaggio da un Paese riformato (secondo il modello renziano) ed una vincente controriforma. Non capisco un default conseguente ad un restare come prima. Capisco al più  una punizione dei mercati dovuta all’incertezza.  Che allora stiamo già “scontando” nella logica della speculazione. E la stiamo scontando a causa di chi l’incertezza ha procurato. O no? Insomma, al più posso prevedere che l’esito No porti all’incasso la scommessa speculativa. Ma credo che poi l’economia reale dovrebbe avere la prevalenza. E magari un’ Italia che respinge il cosiddetto ”ricatto” , che se ne infischia, che non chiede più flessibilità (cioè deficit, cioè interessi,  cioè “pizzo” sulle generazioni future) , ma riduce il debito con belle tasse progressive e azzeramento dei privilegi (assai più numerosi dei 200 o 300 titolari delle famose poltrone) e prende il gusto del merito, dell’eguaglianza, del recupero delle sue risorse umane sprecate, sarebbe un’Italia che porterebbe pian piano a zero il suo spread con la Germania. Sbaglio? Mi appello agli economisti.