sabato 5 novembre 2016

In guerra per amore: fra grottesco e militanza

Cerco di capire perché il secondo film di Pif mi è piaciuto meno del primo, “La Mafia uccide solo d’estate”. Molte cose in comune: la Sicilia, la mafia, la struttura narrativa alquanto favolistica. Nel primo film di Pif la mafia è quella sanguinaria di Riina, quella di Ciancimino e del sacco edilizio di Palermo. Nel secondo è la mafia prevalentemente agraria dell’inizio degli anni ’40.
Pif, italo-americano, o meglio siculo- americano, che si arruola nell’esercito americano che si appresta a sbarcare in Sicilia. Lo fa per amore, per chiedere la mano dell’amata al padre che vive nell’Isola. Come nel primo film l’ingenuo protagonista scoprirà pian piano il dominio mafioso che governa l’Isola. Nel film i comprimari, a partire dall’interprete del mafioso boss e poi sindaco del paesino dal nome inventato, sono più efficaci degli stessi protagonisti. Sempre sul piano del grottesco e di allusioni molto plateali. Vedi il discorso del neo sindaco mafioso con l’elogio della democrazia…cristiana, nella Sicilia liberata. Liberata dai tedeschi e consegnata alle cosche. Ove la platealità grottesca diventa un lasciapassare alla scelta militante. Toni “militanti” ed epici in entrambi i film. In “ La mafia uccide solo d’estate” mi colpì molto e mi emozionò la conclusione col protagonista, diventato padre, che guida il figlio per la Palermo delle stragi mafiose a mostrargli le targhe sui muri di cui è disseminata la capitale siciliana in ricordo degli eroi uccisi: un pellegrinaggio martirologico. Qui la conclusione vede il protagonista aspettare imperterrito davanti alla Casa Bianca di consegnare a Roosvelt la lettera testamento del tenente italoamericano assassinato, venuto anche lui in Sicilia per amore, ma per l’amore della libertà. L’allusione è al rapporto Scotten oggi desecretato in cui il governo Usa manifesterebbe di scegliere la mafia per il governo della Sicilia occupata. Ancora una volta Pif sceglie dunque il registro favolistico e grottesco, prossimo al rischio di addolcire l’orrore. Un po’ come nel Benigni di “La vita è bella”, che infatti a molti piace, a molti no. Qui si spinge un po’ oltre e forse è per questo che il film di Pif mi convince meno del primo. Poi c’è la lettura di un siciliano come me, che lasciò anni fa la Sicilia della mafia per trasferirsi nella Roma di mafia capitale e che va a vedere i film di Pif per rivedere paesaggi dimenticati e riascoltare parlate locali. Di uno come me che si infastidisce abbastanza ascoltando gli interpreti ipoteticamente concittadini del paesino del sudest parlare uno con accento palermitano, l’altro catanese, l’altro siracusano. I “continentali” non ci faranno caso.