sabato 14 novembre 2015

La civiltà da difendere


Non si può immaginare di abbracciare un popolo intero, il francese. O meglio l'umanità intera, perché la paura non ha Calais e Ventimiglia come confini e perché abbracciando un popolo si rischia di abbracciare anche assassini e complici. Abbraccio un papà francese appena intravisto in TV correre non so da dove e immagino verso una incerta sicurezza, con la sua bimba in braccio. Perché è questo che oggi dobbiamo difendere: l'invenzione dell'amore per il nostro prossimo, dai più vicini, i figli, ai più lontani e a quelli che saranno. Invenzione forse irripetibile nello sterminato cosmo. Irripetibile e forse prossima ad estinguersi. Vorrei saperla difendere. Vorrei che imparassimo a difenderla. Vorrei che mobilitassimo le intelligenze, anche le più minute, sparse sulla Terra. Cominciando a individuare la radice del male. Rinunciando a utilizzare l'orrore per modesti o squallidi fini personali. Smettendo di premiare chi specula sull'orrore. La mia intelligenza mi suggerisce che la malattia non è l'Isis o il fondamentalismo islamico. Che sono solo le più vistose e orride manifestazioni di un morbo che si manifesta con pustole e tumori diffusi. E' lo stesso male che induceva a "religiosi" suicidi collettivi. O a massacrare compagni di scuola in un college americano. O addirittura a volere la morte del tifoso di una squadra avversaria. Mi giunge quasi nostalgia per i "sani" assassini di un tempo. Quelli che uccidevano per uno scopo credibile. Non è più così. Non si giochi a decidere a casaccio quale arto amputare: mano destra o sinistra, gamba destra o sinistra, Libia o Iraq o Nigeria o Columbia. Si investa subito in intelligenza. Quella dei rimedi a breve, anche cruenti, se servono. Soprattutto quella del ripensamento coraggioso delle basi della convivenza sul pianeta Terra.