mercoledì 23 gennaio 2019

Il figlio di Saul: la Shoa non è replicabile?


Ho visto in Tv "Il figlio di Saul" dell'ungherese László Nemes. Storia di un ebreo, Saul, parte di un commando di prigionieri nell'orrore del lager, assegnato, con la motivazione di qualche misero privilegio, al lavoro manuale per le camere a gas: accompagnare i destinati alla morte, farli spogliare, raccogliere i pochi loro beni, sbarrare le porte della camera a gas, aspettare che cessassero le grida di quelli che erano stati convinti di dover fare una doccia per poi ricevere un tè, rimuovere i corpi (che i nazisti hanno insegnato a chiamare "pezzi"), portarli negli inceneritori, raccogliere le ceneri, farne cumuli da disperdere nel fiume, ripulire. A Saul capita però di trovare il corpo di un bambino ancora in vita (è controverso nelle recensioni del film se sia suo figlio o se Saul scelga di chiamarlo "figlio") . Salvare il bimbo si dimostra impossibile. Allora Saul mette caparbiamente a rischio la sua vita per sottrarre il bambino all'anonimato delle ceneri dandogli una sepoltura.
Visto in questa triste fase storica il film, bellissimo e straziante, mi ha confermato in due convinzioni. La prima è che sprazzi di coraggio ed umanità si affacciano talvolta in vite sbagliate, anche in quelle dei complici dell'orrore, e viceversa peraltro i "buoni" e i "normali" non sono esenti dal rischio di macchiarsi di infamia. La seconda, che molto oggi si è rafforzata, è che non c'è garanzia alcuna che quello che fu chiamato "il male assoluto" domani non sia replicato. Oggi lo vedo assolutamente possibile.

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